Mio figlio presenta disturbi nell'area della NEURO e PSICOMOTRICITÀ - Che cosa devo fare?

MIGRAZIONE E CULTURA - Impatto sullo sviluppo psichico ed emotivo del bambino immigrato

MIGRAZIONE E CULTURA - Impatto sullo sviluppo psichico ed emotivo del bambino immigrato

INDICE PRINCIPALE

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Il fenomeno migratorio: definizione e contesto

In senso generale, con il concetto di “migrazione” si indica il processo di spostamento da un luogo ad un altro. Migrare significa infatti spostarsi, da una zona rurale a una città, da un distretto o una provincia di un dato paese a un altro in quello stesso paese, o da un paese a un nuovo paese. Si tratta di agire. Negli ultimi anni, l’estensione del fenomeno migratorio ha toccato tutti i paesi del mondo, sia ricchi che poveri. Le costanti tensioni economiche, sociali, demografiche, politiche e culturali dovute all’ingresso di nuove popolazioni all’interno della società hanno e continuano tutt’ora a mettere in discussione gli equilibri preesistenti. Allo stesso modo le trasformazioni apportate all’economia mondiale e la grande rivoluzione tecnologica hanno contribuito ad accrescere gli spostamenti interni. A queste situazioni si sono poi sovrapposti eventi eccezionali, quali catastrofi naturali e guerre civili. Quest’ultimi hanno determinato dei cambiamenti nella direzione e nelle caratteristiche degli spostamenti. Nonostante ciò l’esplosione del fenomeno si deve principalmente alla crescita del divario, in termini di incremento demografico, tra i diversi Paesi. Difatti gli sbilanci nella crescita demografica possono ripercuotersi sulla crescita economica. Le condizioni di estrema povertà, in cui una percentuale alta della popolazione mondiale vive, rappresentano una delle principali ragioni di spostamento verso paesi economicamente sviluppati. Tuttavia, il miglior impiego e la maggior disponibilità dei mezzi di trasporto, sono stati cruciali nell’esplosione del fenomeno.

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Storia ed evoluzione

Di seguito si cercherà di fornire un quadro rispetto a quelli che sono gli sviluppi temporali del fenomeno migratorio in modo da poter individuare le diverse tappe del processo di trasformazione, sia passate che in itinere.

Come visto prima, l’origine e l’evoluzione dei movimenti di popolazione tra le diverse aree del mondo si deve all’estensione dell’economia globale e all’espansione dei sistemi di comunicazione. A partire dal secondo dopo guerra le migrazioni hanno acquisito, sia per la loro consistenza che per le caratteristiche spaziali e strutturali, un carattere di globalità. Il processo di globalizzazione è avvenuto gradualmente. Nella storia delle

migrazioni internazionali si possono infatti individuare alcune fasi.1 Durante la prima fase (1950-1973), i grandi movimenti di capitali diretti verso i paesi più ricchi dell’Europa centrale e settentrionale, del Nord America e dell’Australia portarono molti lavoratori, provenienti dai paesi europei meno sviluppati e dalle zone del bacino mediterraneo, a spostarsi verso questi.2 Negli stessi anni, l’apertura delle frontiere in Francia e in Gran Bretagna determinò l’arrivo di parecchi migranti delle ex colonie. In America, invece, gran parte della popolazione si spostò dal Sud al Nord. La crisi petrolifera del 1973 rivoluzionò le strategie economiche dei paesi più sviluppati, i sistemi produttivi e i processi di lavorazione vennero modificati determinando di conseguenza un profondo cambiamento nelle dinamiche migratorie. Proprio in quegli anni, ebbe inizio una nuova fase per le migrazioni interne ed internazionali, paesi dell’Europa meridionale fino ad allora di emigrazione divennero paesi di immigrazione. Inoltre all’interno dei paesi più poveri del mondo, molte persone si trasferirono dalle zone rurali in città, sebbene queste fossero carenti di strutture economiche, sanitarie e sociali, spingendo così parte della popolazione verso paesi lontani, economicamente sviluppati.

Tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta ulteriori cambiamenti caratterizzarono le migrazioni internazionali. Il significato e gli effetti della migrazione vennero infatti modificati dai principali eventi politici ed economici avvenuti tra il 1989 e il 1993. La crisi politica dell’Unione Sovietica, dei paesi dell’est e la creazione di nuovi stati indipendenti determinò l’interruzione degli scambi commerciali che avvenivano all'interno del blocco orientale e la sua apertura verso i mercati occidentali mentre la crisi economica che ne seguì, spinse le popolazioni dei paesi dell’area a cercare lavoro nelle nazioni più ricche o più vicine per caratteristiche etniche e geografiche.3

La ricerca di un’occupazione non fu però l’unica motivazione ad alimentare la spinta a emigrare, conflitti interni politici e religiosi costrinsero alcune minoranze a trasferirsi nei paesi occidentali e chiedere asilo politico.

L’incremento demografico, la mancanza di sviluppo economico, i conflitti politici e sociali hanno prodotto sicuramente in questi anni situazioni analoghe per i migranti del Terzo Mondo. Inoltre la disuguaglianza economica tra Europa occidentale e Europa orientale, tra Europa e Nord Africa e tra Stati Uniti e Messico accresce sulle aree più ricche del paese l’importante pressione migratoria. Ad oggi si osserva così un divario tra paesi ricchi e paesi poveri, tra Nord e Sud del mondo. Ma non solo, sembrano emergere anche nuove rivalità economiche che sostengono varie forme di protezionismo nazionale.

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Migranti internazionali: numeri, tendenze e differenti tipologie di migranti

Secondo le raccomandazioni delle Nazioni Unite sulle statistiche delle migrazioni internazionali, si definisce “migrante internazionale” una qualsiasi persona che abbia cambiato il proprio paese di residenza abituale. Sempre nelle raccomandazioni del DESA delle Nazioni Unite i migranti internazionali, vengono distinti in "migranti a breve termine" (coloro che hanno cambiato il loro paese di residenza abituale per almeno tre mesi, ma meno di un anno), e "migranti a lungo termine" (coloro che hanno cambiato il loro paese di residenza per almeno un anno). Tuttavia, nella pratica si è visto che non tutti i paesi utilizzano questa definizione.4 Non esiste infatti una definizione universale di migrante e migrazione, ma, all’interno dei diversi ambiti, sono state sviluppate ed accettate più definizioni. Considerando i dati riportati dall’Istat5, il 2019 si distingue per un andamento stabile, seppur in lieve crescita delle migrazioni internazionali, registrando in totale 272 milioni di migranti internazionali, pari al 3,5% della popolazione mondiale (7,7 miliardi), ovvero un migrante internazionale ogni trenta abitanti del mondo. Europa ed Asia sono i continenti maggiormente interessati, nel 2019 hanno ospitato circa 82 e 84 milioni di migranti internazionali pari al 61% del totale. Seguiti in ordine dall’America, dall’Africa e dall’Oceania rispettivamente con 70 milioni, 26,3 milioni e 8,7 milioni migranti internazionali.

Circa 176 milioni di migranti (due terzi del totale) vivono in paesi ad alto reddito, mentre in paesi a medio e basso reddito risiedono rispettivamente 82 e 13 milioni di migranti. Come mostrato dal World Migration Report dell’IOM, la maggior parte delle persone (approssimativamente 200 milioni) migra principalmente per motivi di lavoro, famiglia e studio. Sia per i paesi invianti che per quelli riceventi, si parla comunque di una mobilità relativamente a basso impatto. Al contrario, i rifugiati e gli sfollati6, pur essendo una percentuale relativamente contenuta (29% dei migranti), costituiscono per i paesi riceventi la maggior preoccupazione, in quanto più degli altri necessitano di assistenza e tutela. Di conseguenza per rallentare questi flussi, negli ultimi tempi sono state adottate misure sempre più restrittive da parte dei paesi riceventi.7

Inoltre gli scontri che si stanno verificando in paesi come la Siria, lo Yemen, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan; i casi di maltrattamento o di grave instabilità economica e politica come quella di milioni di persone che dal Venezuela cercano rifugio nei Paesi vicini e ancora l’impatto dei cambiamenti ambientali e climatici, avvenuto in Mozambico, Cina, India, nelle Filippine e negli Stati Uniti d’America, hanno contribuito ad aumentare negli ultimi due anni il numero dei migranti forzati nel mondo.

Nel 2019, la maggior parte dei migranti internazionali ha un’età compresa tra 20 e 64 anni (età lavorativa) mentre il 52% è di sesso maschile. Inoltre si sa che due terzi di tutti i migranti internazionali risiedono in 20 paesi soltanto. Gli Stati Uniti, principale paese di destinazione dal 1970, ne ospita il maggior numero, 51 milioni. La Germania e l’Arabia Saudita, seconda e terza destinazione ne accolgono rispettivamente circa 13 milioni. Viene poi la Federazione russa ed il Regno Unito, con il 4,3% e il 3,5% del totale mondiale. Soltanto questi cinque paesi ospitano il 36,1% del totale mondiale di migranti.

Di seguito verranno descritte le principali tendenze migratorie a livello globale. In particolare forme di mobilità legate a motivazioni famigliari ed economiche, forzate e dovute a fattori ambientali.

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Migranti per motivi di lavoro e di famiglia

Il rapporto immigrazione 2020 pubblicato da Caritas e Migrantes8 riporta, riferendosi ai dati del 2017, ultimi dati disponibili, la presenza di 164 milioni di lavoratori migranti in tutto il mondo. Di questi, poco più del 60% (quasi 100 milioni) vive in Nord America, nei Paesi del Golfo e in Europa. Spesso si tratta di persone che sostengono le famiglie, ancora residenti nei paesi d’origine attraverso l’invio di trasferimenti finanziari o in natura. Nel 2018 l’invio di rimesse è aumentato, arrivando a 689 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti, seguiti dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita sono i primi tre paesi per invio di rimesse mentre l’India, la Cina ed il Messico sono i primi tre paesi destinatari. Considerando sempre i lavoratori migranti, i dati evidenziano che di questi, il 68% vive in Paesi ad alto reddito.

Esaminando poi l’incidenza di minori migranti, attraverso i dati del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (UN DESA), nel 2019 si contavano 37,9 milioni di minori che vivevano in un paese diverso da quello in cui erano nati. Quest’ultimi rappresentavano il 14% della popolazione totale dei migranti e il 5,9% della popolazione totale. Seppur non si disponga d’informazioni certe circa la dimensione del fenomeno, negli ultimi anni compare anche un aumento del numero di minori migranti non accompagnati.

Secondo i dati riportati dall’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) la più frequente tipologia di mobilità sarebbe comunque rappresentata dalla migrazione familiare. Rispetto i migranti totali quelli familiari costituiscono la quota più alta, risultano infatti essere il 40%.

Come sottolinea il rapporto le prospettive d’integrazione sono influenzate negativamente dai ritardi nel ricongiungimento. Esaminando i dati, si evidenzia, infatti, che i coniugi che si riuniscono dopo dieci anni o più guadagnano meno rispetto ai migranti che si trasferiscono in coppia. Ulteriormente, i coniugi che arrivano in un secondo momento hanno meno possibilità di apprendere correttamente la lingua del Paese accogliente. Inoltre, soprattutto in termini di competenza linguistica, i bambini migranti che arrivano in età scolare appaiono meno integrati rispetto ai migranti arrivati in età prescolare.

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Migranti forzati

I dati presentati dall’Alto Commissariato ONU per i rifugiati mostrano un costante incremento di migranti forzati. Nel 2005 si parlava di 1 su 174 mentre nel 2010 di 1 su

159 migranti forzati sul totale della popolazione, oggi si è arrivati ad 1 su 97. Con l’incremento infatti del 2019, pari ad 11 milioni di persone, il numero di rifugiati nel mondo sale a 26 milioni. Alla fine del 2019, tra i Paesi col più alto numero di rifugiati, i primi 10 ne avevano ospitati complessivamente oltre 20 milioni (pari al 76% del totale). La Turchia rimane il Pese che ospita il maggior numero di rifugiati (3,9 milioni di persone), seguita dalla Colombia (1,8 milioni di persone), dal Pakistan e dall’Uganda entrambi con 1,4 milioni di persone. La Germania, unico paese europeo presente in lista, accoglie molti siriani, occupando così il quinto posto con 1,1 milioni di persone. Prendendo in esame le provenienze dei rifugiati, oltre i due terzi arriva da soli cinque Paesi: Siria (6,6 milioni), Venezuela (3,7 milioni), Afghanistan (2,7 milioni), Sud Sudan (2,2 milioni e Myanmar (1,1 milioni).

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Sfollati interni

Situazioni di violenza generalizzata, eventi climatici estremi o conflitti armati possono costringere persone o gruppi di persone a lasciare le loro case o i luoghi di residenza abituale senza attraversare un confine internazionale. Si tratta in questi casi di sfollati interni anche indicati con l’acronimo di “IDPs”.

Riferendoci ai dati riportati dall’Internal displacement monitoring center (IDCM) nell’edizione del 2020 del Global Report on Internal Displacement, il numero di sfollati nel mondo risulta essere pari a 50,8 milioni, di cui 45,7 milioni a causa di violenze,

conflitti e crisi delle zone rurali e 5,1 milioni inseguito a cambiamenti climatici o catastrofi naturali. L’Africa subsahariana e i paesi mediorientali, ad oggi sono quelli con il più alto numero di sfollati interni. Il Paese maggiormente interessato rimane la Siria con 6,5 milioni di sfollati, seguita dalla Colombia, con 5,5 milioni. Inoltre quasi il 75% (30 milioni), del totale globale di sfollati interni vive in soli 10 Paesi. Secondo il rapporto dell’IDMC, “il 2019 ha visto un’impennata degli spostamenti forzati interni: si sono registrati infatti 33,4 milioni di nuovi sfollamenti. La cifra più alta dal 2012. Di questi, quasi 25 milioni (il 74,5%) è dovuto a disastri ambientali e l’8,5 (il 25,5%) a conflitti. Il dato non si riferisce al numero di persone sfollate tout court, ma a quante volte sono state sfollate. Ciò riflette il fatto che le persone possono essere sfollate più volte, da un luogo a un altro e poi a un altro ancora”9.

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Gli apolidi

Gli apolidi si trovano, per definizione, in una situazione vulnerabile, in quanto non sono riconosciuti come cittadini da nessuno Stato.10 Incontrano ostacoli nell'accesso ai servizi di base, come     l'istruzione, l'occupazione o l'assistenza sanitaria, e possono subire discriminazioni, abusi ed emarginazione. Sebbene gli apolidi non siano necessariamente migranti, la situazione di vulnerabilità e la mancanza di diritti può indurli ad emigrare, internamente o attraverso le frontiere, spesso in maniera irregolare, a causa delle difficoltà relative all’accesso ai documenti di viaggio e ai percorsi di migrazione regolari.11

La condizione di apolidia dipende da più fattori, può essere dovuta all’appartenenza ad un gruppo sociale, al quale sulla base di una discriminazione è negata la cittadinanza. Non solo però, si può essere apolidi anche se a seguito di guerre o occupazioni militari si è divenuti profughi. Ancora, una persona può essere un apolide per semplici motivi burocratici, ad esempio perché lo stato di cui era cittadino, si è sciolto e ha dato vita a nuove entità nazionali. Nel mondo il conteggio degli apolidi è reso difficile proprio dall’assenza di cittadinanza e dalla conseguente invisibilità giuridica. Considerando i dati riportati dall’UNCHR, nel 2018 gli apolidi o coloro che erano a rischio di apolidia potevano essere sino 10 milioni. In realtà a quel tempo, i dati affidabili disponibili esistevano soltanto per 75 Paesi, nei quali risiedevano circa 3,9 milioni di apolidi. Costa d’Avorio, Repubblica Domenicana, Iraq, Kuwait, Myanmar, Russia, Siria, Thailandia e Zimbabwe sono ad oggi i 10 paesi con il maggior numero di persone senza cittadinanza.

Alcune organizzazioni della società civile stimano che in Italia ci siano dai 3 mila ai 15 mila apolidi, molti dei quali appartengono ai Rom.

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Migranti ambientali

Negli ultimi anni capita sempre più che eventi quali siccità, alluvioni, tifoni, innalzamento delle maree ed incendi causino il trasferimento di milioni di persone all’interno del proprio Paese o verso altri stati. Nonostante questo, le stime sul numero di migranti ambientali rimangono complicate. Spesso infatti succede che questi spostamenti si sovrappongano a migrazioni forzate come quelle dei rifugiati o degli sfollati, per cui risulta difficile il calcolo delle persone interessate.

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Le migrazioni in Europa: scenario e dati attuali

In Europa la struttura ed i contenuti del fenomeno migratorio tendono ad essere semplificati, sebbene lo scenario sia decisamente compositivo e diversificato. Più volte, nell’analisi del fenomeno succede che si tralascino tematiche quali; l’impatto delle dinamiche demografiche, nei paesi dell’Est Europa e dell’area balcanica, sia in termini di immigrazione che di emigrazione e la mobilità intra-regionale. Rispetto quest’ ultima tipologia di mobilità, affermatasi in particolare negli ultimi anni in seguito alla possibilità di muoversi liberamente all’interno dello spazio Schengen12, ricordiamo il corridoio tra Russia ed ex repubbliche sovietiche, ad oggi uno dei più attivi a livello continentale. A questo proposito, considerando i dati riportati da Eurostat, al 1° gennaio 2019, 13,3 milioni di cittadini residenti in uno degli Stati membri dell’UE avevano la cittadinanza di un altro Stato membro dell’Unione. Inoltre, sempre nel 2019, rumeni, polacchi, italiani e portoghesi costituivano i quattro principali gruppi di cittadini dell’UE residenti in altri stati membri dell’unione.13

Nonostante ciò, l’interesse per i profughi che raggiungono l’Europa, attraverso il viaggio nel Mediterraneo e il soccorso dell’Ong, sembra offuscare completamente altre vicende interne al nostro paese, ne è un esempio il conflitto, in corso dal 2014, tra Russia ed Ucraina. Tale attenzione ha portato l’opinione pubblica ad assumere una visione distorta del fenomeno migratorio. Ne è la conferma un’indagine, pubblicata nel 2018 dalla Commissione europea, secondo la quale l’immigrazione rappresenta un problema piuttosto che una risorsa per quattro su dieci cittadini europei. Ma non solo, uno studio condotto dal centro di ricerca Pew in dieci Paesi dell’UE, indica come più del 50% dei partecipanti desideri meno immigrati nel proprio paese.

Il crescente rifiuto per l’immigrazione risulta essere il prodotto di una conoscenza alterata dovuta alla diffusione da parte dei media e della politica di informazioni che legano il tema unicamente ai profughi o coloro che giungono in Europa irregolarmente per ricevere protezione internazionale.

Nella realtà, la Polonia, così come altri Paesi che appaiono fortemente contrari ed ostili all’immigrazione, nel 2017, per sopperire all’assenza di manodopera, ha rilasciato più di 660 mila permessi di soggiorno, accogliendo in un solo anno il maggior numero di migranti per motivi di lavoro. La migrazione dunque in quanto fenomeno complesso ed eterogeneo non può limitarsi nel considerare soltanto gli spostamenti forzati, tutt’al più ridotti rispetto le altre tipologie di mobilità, ma deve includere necessariamente anche i trasferimenti legati a motivi di lavoro, famiglia e studio. Trascurare che i motivi familiari sono stati nel 2018 in Europa la motivazione più comune di immigrazione, così come che la maggior parte dei lavoratori qualificati lascia i paesi dell’Est o dell’Europa meridionale per trasferirsi in uno stato membro dell’UE significa commettere un grave errore. Secondo i dati del 2018, 2,4 milioni di persone provenienti da Paesi non appartenenti all’UE, sono immigrate in uno stato membro dell’UE, mentre 1,1 milioni di persone sono emigrate dall’UE verso un paese non appartenente all’unione.

Prendendo in esame inoltre l’età degli immigrati negli Stati membri dell’UE, emerge che la media di questa sia significativamente inferiore (29,2 anni) a quella della popolazione già residente nel paese di destinazione (43,7 anni). Come visto nel paragrafo precedente nel 2019, risiedevano in Europa, oltre 82 milioni di migranti internazionali, quasi il 10% in più rispetto il 2015. Di questi 82 milioni, 42 milioni, poco più del 50% era nato in Europa. Nello stesso anno, 7,4 milioni di emigrati europei, la maggior parte, viveva in Nord America. Tra i membri dell’UE, la Germania è stata il paese in cui risiedevano il maggior numero di cittadini stranieri, oltre 13 milioni. A seguire il Regno Unito, la Francia, l’Italia e la Spagna hanno ospitato rispettivamente

9,5 milioni, 8 milioni, 6 milioni e 5 milioni di persone nate all’estero. Rispetto i permessi di soggiorno ricevuti nel 2018 nell’Ue, con riferimento alla cittadinanza, i cittadini ucraini hanno beneficiato di questi principalmente per motivi di lavoro (65% di tutti i primi permessi di soggiorno rilasciati agli ucraini nel 2018), quelli cinesi per l’istruzione (67%), mentre i cittadini marocchini (61%) hanno beneficiato più che altro di permessi di soggiorno per motivi familiari. Ricordiamo poi la Svizzera, la Svezia e l’Austria per essere stati, nel 2019, i tre paesi europei con la più alta percentuale di migranti rispetto la popolazione totale, in ordine 29,9%, 20% e 19,9%.

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Le migrazioni in Italia: statistiche demografiche e panorama delle presenze dei cittadini stranieri

Parlare di popolazione straniera residente in Italia comporta, oltre che tenere conto dei dati, degli aspetti anagrafici riguardanti i cittadini residenti, delle ragioni del soggiorno e dei nuovi ingressi, considerare gli scenari demografici totali per cui la diminuzione della popolazione in Italia, la crescita del divario tra nascite e decessi, la stagnazione della fecondità, l’aumento dell’età media della popolazione, il saldo migratorio con l’estero positivo e l’allargamento della popolazione straniera residente. Secondo gli ultimi dati sulla situazione demografica italiana diffusi dall’Istat (1° gennaio 2020) la popolazione residente totale, sarebbe pari a 60.244.639, diminuita di quasi 116 mila nel corso del 2019, mentre gli stranieri residenti ammontano a 5.306.548, rappresentando così 8,9% della popolazione complessiva del paese. In crescita di 123 mila unità (+2,3%), la popolazione residente straniera, risiede per il 57,8% nel Nord, di questi il 33,8% risiede nel Nord-Ovest, per il 25,3% nel Centro e per il 16,9% nel Mezzogiorno e nelle Isole.

Nel 2019, il saldo naturale negativo, ovvero la dinamica nascite-decessi, pari a -212 mila unità in Italia ha di fatti determinato una riduzione della popolazione residente totale, attenuata solo in parte da un saldo migratorio con l’estero positivo (+143 mila unità). Fondamentale, è sottolineare che il divario tra nascite e decessi, sia interamente causato dalla popolazione con cittadinanza italiana, che registra un saldo naturale negativo (-270 mila); al contrario il saldo naturale della popolazione straniera continua ad essere ampliamente positivo (+55.510).

Da alcuni anni, ciò sta determinando per la popolazione con cittadinanza italiana una notevole riduzione: al 1° gennaio 2020 si contavano 54 milioni e 938 mila italiani residenti, 236 mila in meno rispetto l’anno precedente (-0,4%). Riguardo questa condizione è importante evidenziare il contributo fornito dalle donne immigrate alla natalità. Nel 2019, quasi un quinto delle nascite avvenute in Italia si deve a loro. Considerando gli 85 mila nuovi nati da madri straniere, 22 mila sono stati concepiti con partner italiano mente 63 mila con partner straniero, incrementando così il numero di nati in Italia con cittadinanza straniera. Cresce di conseguenza anche il numero di matrimoni misti circa 23.900 nel 2018, nonché il 12,2% di tutti i 195.800 matrimoni celebrati nello stesso anno.

I dati rispetto il tasso di fecondità totale (TFT), nonché il “numero medio di figli per donna” evidenziano il differente contributo alle nascite tra donne italiane e straniere. Nel 2019 il TFT delle donne italiane risulta essere di 1,22, mentre il numero di figli stimato per le donne straniere è pari a 1,89. Entrambi i valori sono inferiori al livello necessario per garantire il ricambio delle generazioni (2,1). Nonostante questo, tra i due il TFT delle donne straniere è quello che più gli si avvicina. L’età media al parto rappresenta un’altra variabile importante nella comprensione del differente TFT tra donne con cittadinanza italiana ed estera. Le prime infatti procreano in media intorno ai 32,6 anni mentre le straniere intorno ai 29,1 anni. Complessivamente quindi, negli ultimi cinque anni, più di 766 mila persone straniere hanno acquisito la cittadinanza italiana; solo nel 2019, si registrano 127 mila nuovi cittadini italiani, il 13% in più rispetto il 2018.14

Osservando poi la distribuzione della popolazione estera sul territorio italiano, si conferma la classifica delle cinque regioni che riportano la presenza più alta di cittadini stranieri: sopra tutte la Lombardia (22,7% del totale), seguita dal Lazio (12,9%), dall’Emilia-Romagna (10,5%), dal Veneto (9,5%) e dal Piemonte (8,1%). Rispetto l’anno precedente, la crescita maggiore, ha interessato l’Emilia-Romagna (+2%), e, in misura leggermente più contenuta, la Lombardia (+1,7%). In accordo con i dati precedentemente riportati, l’incidenza della popolazione straniera sul totale dei residenti, appare maggiore in Emilia Romagna (12,5%), Lombardia (12,1%) e Lazio (11,7%). In tutte le regioni del Mezzogiorno, del Sud e delle Isole, la percentuale relativa alla presenza della popolazione straniera resta inferiore a quella delle regioni settentrionali, scivolando addirittura al 3,5% in Puglia e Sardegna.

Per quanto riguarda la presenza di minori stranieri sul territorio italiano, i dati forniti dall’ISTAT rilevano, al 1° gennaio 2021, 43 331 minori residenti. Anche in questo caso la Lombardia rappresenta la regione con il numero più alto di presenze straniere, più precisamente 10 309, ovvero il 23,8% del totale. L’incidenza maggiore si registra in Provincia di Milano (4 331, 10%), seguita dalla provincia di Brescia (1311, 3%), Bergamo (1024, 2,3%), Monza e Brianza (674, 1,5%), Varese (617, 1,4%) e Pavia (547, 1,2%). 15

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L’incidenza delle diverse nazionalità

Il quadro dei cittadini stranieri residenti in Italia non mostra trasformazioni significative negli ultimi dieci anni. Il 49,6% degli stranieri in Italia proviene dal continente europeo, poco più del 22% dall’Africa, il 21% dall’Asia e il 7,3% dall’America. Le percentuali relative alle persone senza alcuna cittadinanza e all’ Oceania sono trascurabili, rispettivamente 0,01% e 0,04%. La Romania, prima e incontrastata continua a prevalere su tutti gli altri stati; si contano 1.207.919 cittadini rumeni (solo questi rappresentano il 22,8% dei cittadini stranieri residenti in Italia). A seguire si trova l’Albania ed il Marocco, ciascuno con poco più del 8% del totale. Tuttavia, rispetto lo scorso anno, ci sono state alcune variazioni interessanti rispetto la crescita o la diminuzione di alcune tra le prime venti nazionalità per numero di cittadini stranieri residenti. In particolare, hanno registrato una crescita consistente, nazionalità tra il decimo e il ventesimo posto, come il Brasile (+30,1%) e la Nigeria (+25%). Fra le prime dieci, aumentano i cittadini stranieri originari del Bangladesh (+11,7%) e del Pakistan (+7,5%). Si registra anche un aumento di alcuni paesi dell’Asia orientale (Cina) e dell’Africa settentrionale (Egitto, Tunisia, Marocco). Ecuador e Macedonia si affacciano per la prima volta fra le prime venti nazionalità.

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I permessi di soggiorno e le principali motivazioni legate alla migrazione

Consultando anche in questo caso i dati messi a disposizione dall’ISTAT, è stato possibile risalire al numero di permessi di soggiorno attivi alla data del 1° gennaio 2020. I permessi di soggiorno si riferiscono esclusivamente ai cittadini extraeuropei, i quali necessitano di un titolo legalmente valido per soggiornare regolarmente sul territorio italiano. Al 1° gennaio 2020, 3.615.82616, sono i permessi di soggiorno in regola, di questi il 61,2% è stato rilasciato nel Nord Italia, il 24,2% nel centro, il 10,8% nel Sud e il 3,9% nelle Isole. Ancora una volta il Nord Italia dimostra la propria capacità attrattiva rispetto la popolazione straniera ed in particolare le nazionalità non europee, aggiudicandosi il maggior numero di permessi di soggiorno validi. Nel Centro, nel Sud e nelle Isole rimane ridotta la presenza dei titolari di permesso di soggiorno. Nell’analisi per regione spicca la Lombardia, con più di 887 mila permessi validi, pari al 25,8% del totale. A seguire il Lazio con 392.691 permessi (11.4%), l’Emilia-Romagna (11,0%) e il Veneto (10,0%). A livello provinciale invece, l’insediamento prevale nelle grandi aree metropolitane; solo Milano, su tutte, accoglie il 12,2% del totale nazionale, viene poi Roma con il 9,5%. Osservando la cittadinanza dei titolari di permesso di soggiorno, su tutte prevale il Marocco, con quasi 400 mila titolari di permesso di soggiorno, pari all’11,6% del totale nazionale, si trova poi l’Albania (389.968, 11,3%), seguita dalla Cina (8,4%), Ucraina (6,6%) e India (4,6%). Fra le prime dieci nazionalità vi sono anche le Filippine e il Bangladesh (con circa il 4% di titolari di permesso di soggiorno),

l’Egitto, il Pakistan e la Moldavia (fra il 3,8% e il 3,3%). Fra i permessi di soggiorno si ricordano anche quelli rilasciati per affidamento, integrazione del minore o età inferiore ai 18 anni, ai minori non accompagnati, che al 1° gennaio 2020 sfiorano i 18 mila (lo 0,5% del totale nazionale). Rispetto i permessi di soggiorno, è opportuno fare una distinzione fra permessi di soggiorno a lunga scadenza e permessi di breve durata. Quelli a lunga scadenza, rappresentano il 62,3% del totale e garantiscono al titolare un diritto al soggiorno a tempo indeterminato. Inoltre non necessitano di rinnovo se non alla data di scadenza per la remissione del documento. Nel corso del 2019, hanno avuto un incremento annuale di +0,9%. Gli altri, a breve durata, per continuare ad assicurare la regolarità del soggiorno richiedono di essere rinnovati o convertiti alla scadenza. Sono presenti per il 37,7% sul territorio italiano e, hanno subito nell’ultimo anno un decremento pari al -1,3%. Passando alle motivazioni che portano alla migrazione, emergono sicuramente quelle legate alla famiglia, che raggiungono il 48,2% del totale. In ordine d’importanza seguono i motivi di lavoro (41,6 % del totale), motivazioni relative all’asilo (5,7% del totale), permessi per studio e per ricerca (1,5% del totale) e motivi religiosi (0,8% del totale).

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Il concetto di Cultura

Nel 1871, Edward Tylor17 definì per la prima volta il concetto antropologico di cultura, affermando che: “La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società” 18. Tale definizione estese a tutti i gruppi umani e a tutti gli uomini membri di una società il riferimento di cultura, sostenendo così a discapito della tradizionale visione esclusiva, secondo la quale la cultura era una caratteristica appartenente alla minoranza istruita, una concezione inclusiva.

Dopo di lui, diversi autori proposero definizioni riguardanti il concetto di cultura ma nessuno di loro riuscì mai ad ottenere il consenso generale. Nel 1952 infatti Kroeber e Kluckholn analizzarono ben trecento differenti definizioni di cultura.

Nel 1990 Gresle ed i suoi collaboratori diedero una definizione generale di cultura, intesa come: “L’insieme delle conoscenze dei comportamenti (tecnici, economici, rituali, religiosi, sociali ecc.) che caratterizzano una società umana”.19

Abitualmente la cultura viene anche definita dalla filosofia come un’operazione razionale per comprendere il mondo. Ogni cultura definisce delle categorie che permettono di leggere il mondo e dare un senso agli eventi. Queste categorie arbitrarie, in quanto variano da una cultura ad un’altra (realtà/non realtà; umano/non umano; identico/altro) possono essere considerate come schemi culturali trasmessi in maniera implicita. Questi schemi formano il riferimento delle rappresentazioni per un gruppo stabilito, perché rappresentarsi è “tagliare nel reale”, quindi scegliere delle categorie per percepire il mondo in maniera ordinata.20

Di fatti esiste un punto nodale, comune a tutti secondo il quale “non esiste uomo senza cultura”. Tale principio in realtà venne sottolineato fin dal 1943 da Roheim: “[…] la cultura significa genere umano perché persino le condizioni più elementari dell’esistenza umana come l’uso del fuoco, degli utensili o dello stesso linguaggio devono essere considerati gli inizi della cultura”21

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Lo sviluppo psichico del bambino

Fino agli anni 60’-70’, il neonato era considerato alla pari di un essere sottocorticale, privo di qualsiasi capacità d’integrazione corticale. Protetto da una forma di barriera sensoriale, si pensava vivesse in una situazione di assoluta dipendenza dalla madre, nella quale le diverse sollecitazioni sensoriali provenienti dall’ambiente venivano percepite, ad eccezione di quelle chinestesiche e cenestesiche, solo parzialmente. Secondo tali teorie, ormai contraddette da molteplici scoperte relative le competenze straordinarie del neonato e del lattante, quest’ ultimi vivrebbero inizialmente una fase definita di: “narcisismo onnipotente” per cui non sarebbero capaci di scindere il mondo interno da quello esterno. Diverse scoperte, riguardanti alcune competenze fetali precoci verificate attraverso studi ecografici sui movimenti e sulla reattività fetale, hanno condotto qualche autore a sostenere che già nel feto si attiva una vita mentale. Nonostante ciò, la maggior parte degli studiosi colloca l’inizio della vita psichica in concomitanza con la nascita biologica, in quanto il bambino passa da una condizione di inclusione nel corpo della madre ad una condizione esterna, contraddistinta da un rapporto di discontinuità con la madre o il caregiver.

Oggi si sa che fattori ambientali legati alla famiglia così come fattori genetici riguardanti competenze individuali possono interferire con lo sviluppo mentale. In particolare la presenza di uno stato iniziale, inteso come organizzazione già osservabile alla nascita che anticipa lo sviluppo, e le interazioni con l’ambiente vengono considerati presupposti essenziali per lo sviluppo dell’apparato psichico.

Difatti l’esistenza di “fantasmi originari” come riportato nel pensiero di Freud e l’investimento dell’oggetto libidico prima di essere percepito, apparso più volte negli scritti di Serge Lebovici, sottolineano la preesistenza di vita mentale e la presenza già alla nascita di desideri e attese nella mente del bambino.

In letteratura svariati studi relativi le competenze fetali e neonatali precoci confermano tali teorie evidenziando il ruolo protettivo assunto da adeguati stimoli ambientali nei confronti dell’attività generalizzata del sistema nervoso centrale.

In accordo con l’attività di para eccitazione, concetto discusso da Freud, secondo il quale la figura materna contrasta gli effetti delle scariche pulsionali accudendo in maniera attenta e affettuosa il bambino, gli stimoli ambientali avrebbero dunque funzione di organizzazione.

Anche Brazelton, pediatra americano, individua un potenziale di auto organizzazione nel neonato. Quest ultimo è infatti capace di modificare il proprio stato di coscienza in relazione agli stimoli sensoriali; ad esempio attraverso un processo detto di: “abituazione” il neonato sarebbe in grado di addormentarsi nonostante la presenza di uno stimolo sonoro fastidioso alzando la propria soglia percettiva. Sulla base di ciò, per l’autore, il miglior indice predittivo rispetto lo sviluppo delle capacità cognitive e percettive del bambino sarebbe proprio la qualità e la modificabilità di questi patterns comportamentali.

Inoltre si osservano nel neonato, già dalle prime settimane di vita, capacità percettive molto sviluppate. Analizzando la funzione visiva ad esempio si sa che sin dalle prime 24 ore di vita il neonato è in grado di seguire con lo sguardo un oggetto interessante, privilegia il disegno del volto al puzzle scomposto del viso stesso e rivolge maggiore attenzione verso gli oggetti ad elevato contrasto cromatico. Cruciale è anche il ruolo della visione rispetto lo sviluppo della relazione madre-bambino. Tale affermazione è stata confermata da osservazioni condotte sul comportamento di evitamento dello sguardo, possibile fattore di rischio psicopatologico nella relazione madre-bambino e studi relativi i comportamenti fisiologici di scambio visivo.

Tornando allo sviluppo mentale, risultano interessanti anche le ricerche condotte da Annelise Corner. L’autrice sostiene infatti l’esistenza di un legame di continuità tra le modalità organizzative, fissate geneticamente e la precoce capacità di scambio comunicativo attraverso il canale visivo con l’adulto. Tali conoscenze provano ancora una volta l’importanza delle influenze ambientali e dei fattori pertinenti lo stile relazionale, la costituzione individuale, le competenze e le difficoltà del bambino nello sviluppo mentale.

La presenza innata di stili relazionali individuali è da considerarsi importante in quanto questi, oltre ad autoalimentarsi in maniera fisiologica, tendono ad influenzare significativamente l’interazione madre-bambino. La stessa madre può reagire infatti diversamente alle sollecitazioni e risposte date da differenti bambini. Tali premesse rilevano l’influenza significativa che il bambino esercita sulla madre durante lo sviluppo della relazione, nonché l’importanza di elementi innati nelle abilità sociali del bambino.

Al momento della nascita quindi le capacità percettive del bambino sono allestite e mature; il piccolo presenta già un bagaglio di strumenti e competenze che lo guidano in quello che sarà il percorso di apertura verso il mondo.

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Lo sviluppo emotivo del bambino secondo Winnicott: Holding, Handling e Object presenting

Donald Woods Winnicott,22 pediatra, psichiatra infantile e psicoanalista, identificò i processi evolutivi e le qualità essenziali che accompagnano il neonato nel divenire bambino, adolescente e adulto.

Prendendo in esame l’evoluzione dell’essere umano, l’autore definisce come “sviluppo emozionale primario” il periodo di sviluppo compreso tra zero e sei mesi mentre sostiene che nell’intervallo di tempo incluso tra sei mesi e due anni, il bambino divenga più cosciente rispetto quelli che sono i suoi bisogni e la sua dipendenza, in quanto attraversi una situazione di dipendenza relativa. Nell’ultima fase, quella della pubertà, l’individuo vivrebbe invece serenamente, sebbene la figura materna non sia presente fisicamente; si parla per questo d’indipendenza.

Lo sviluppo emozionale primario può essere determinato attraverso l’uso di tre concetti quali il concetto di dipendenza, il concetto di organizzazione ed infine quello di integrazione.

Il primo, si presenta nei primi mesi di vita, definiti di fatto da Winnicott con il concetto di dipendenza assoluta, inteso come unità madre-bambino. In questa fase, il neonato ignora che ci sia qualcuno ad occuparsi di lui, nello specifico “una madre sufficientemente buona”, che sappia sostenere la crescita del suo bambino, creando un ambiente che sia adattato ed accogliente, in cui venga plasmato qualsiasi stimolo a lui diretto.

In merito a ciò è fondamentale sottolineare il significato che l’autore attribuisce alla nozione di “madre sufficientemente buona”, ovvero una madre reale non perfetta, che può commettere degli errori nonostante sia sempre attenta, conosca i bisogni del suo bambino, appena questo piange o sorride e sappia prendersi cura di lui. Come lo stesso Winnicott scrisse: “La madre sufficientemente buona è una madre che attivamente si adatta ai bisogni del bambino, un adattamento attivo che a poco a poco diminuisce a seconda della capacità del bambino che cresce di rendersi conto del venir meno dell’adattamento e di tollerare i risultati della frustrazione.”23

L’autore, utilizza poi il “Concetto di Organizzazione”, concependo il periodo evolutivo come fase in cui l’individuo si trova più volte a vivere tra una condizione di organizzazione e una di disorganizzazione.

Nei primi mesi di vita, per poter sopravvivere, il bambino necessità di un ambiente nel quale si possa sentire protetto, all’allestito da una figura esterna, in quanto lui si trovi in una situazione in cui non sia ancora in grado di distinguere stimoli interni da stimoli esterni.

Contemporaneamente la madre vivrà uno stato psicologico particolare chiamato “preoccupazione materna primaria” e paragonato dall’autore a: “uno stato di ritiro o di dissociazione, una fuga, o un disturbo più profondo della personalità”24.

Questa peculiare condizione materna si sviluppa durante la gravidanza e diventa sempre più intensa nelle prime settimane dopo il parto.

“Esiste questo provvidenziale periodo di nove mesi in cui c'è tempo per un graduale cambiamento nella donna che passa da un tipo di egocentrismo ad un altro”.25

La madre difatti affronta un periodo di grande vulnerabilità, caratterizzato dalla perdita temporanea dell’immagine di sé come soggetto adulto, in cui sviluppa un senso di dipendenza reciproca nei confronti del bambino. Talvolta annulla sé stessa, per offrire un mondo che sia perfetto agli occhi del bambino, accogliente al fine di garantire nelle cure quel tessuto di continuità, essenziale per lo sviluppo della relazione.

Ciò che vuole dirci l’autore può essere esemplificato con il maternage, nonché l’arte di prendersi cura del bambino.

Passando poi al “Concetto di Integrazione”, Winnicott ne chiarisce l’impiego, considerando lo sviluppo come il passaggio da uno stato di non integrazione a uno di integrazione. Nel primo periodo di vita il bambino non è in grado di percepire le sensazioni, non è dotato di un’unità corporea, tanto meno di temporalità. In questa fase acquisisce grande importanza la figura materna, la quale si occuperà di favorire la conoscenza dell’ambiente contenendo, manipolando e presentando l’oggetto.

Le risposte fornite dalla madre, diventano per il bambino strumento di organizzazione mentale e corporea mentre le sensazioni, dapprima vissute separatamente, vengono unite, consentendo così al piccolo di sperimentare il passaggio dal “non io” all’ “io sono”. La presenza di una figura che possa aiutare il bambino nel riordinare le sensazioni è fondamentale affinchè il bambino non incontri difficoltà nella costruzione del sé.

L'Holding, ovvero il contenimento, il sostegno fisico e psichico al bambino, fornito dalla madre, favorisce il processo di integrazione al fine di stabilire l'io sono. L'Handling, che si rifà invece agli elementi più corporei e tecnici relativi la cura del bambino quali le manipolazioni, l’attenzione per la pulizia, le carezze, i contatti cutanei, favorisce l’inclusione della psiche nel soma.

Come detto precedentemente esiste una terza funzione materna definita Object presenting attraverso la quale il mondo viene proposto al bambino. È infatti importante, soprattutto durante le prime fasi dello sviluppo, che la madre riesca ad anticipare i bisogni del bambino, così che l’oggetto appaia nel momento in cui questo lo desidera. Il bambino vive in questo modo un momento d’illusione, uno spazio di tempo fornitogli dalla madre, detto da Winnicott di “onnipotenza soggettiva”.

Dopo aver sperimentato l’onnipotenza, la madre dovrà disilludere il proprio bambino, affinché possa tollerare la frustrazione e i fallimenti dell’ambiente, imparando che non sempre il mondo esterno potrà essere sotto il suo potere.

Proprio in questo periodo, tra i quattro e i dodici mesi, si osserva la comparsa dell’oggetto transizionale, vissuto dal bambino come uno stato intermediario tra realtà interna ed esterna, difesa contro i momenti d’angoscia. Per alcuni bambini l'oggetto transizionale diviene il seno della madre, per altri il pollice che viene succhiato mentre le altre dita accarezzano il volto oppure una parte di coperta o un lembo del lenzuolo portato alla bocca e succhiato.

Contemporaneamente inizia quello che è il processo di separazione-individuazione26, per cui da questo momento la mamma non materializzerà più i desideri del bambino, ma risponderà soltanto ai suoi bisogni.

Tale modalità consentirà al bambino di riconoscere il legame di dipendenza con colei che gli ha dato la vita. Questo periodo è frequentemente vissuto dai bambini come un momento stressante, dovrà essere superato gradualmente, consentendo loro di sperimentare diverse situazioni in autonomia, divenendo senso del sé. Il sé del bambino si realizza attraverso le cure materne, sulla base di queste si avrà un vero sé o un falso sé. Il vero sé viene scoperto dal bambino in maniera spontanea, compare nei giochi in cui utilizza la sua personalità ed appare creativo. Il falso sé al contrario è una difesa, una barriera protettiva che il bambino produce quando l’ambiente non si adatta ai suoi bisogni. Per lo sviluppo mentale del bambino la conquista del sé rappresenta una tappa fondamentale, gli permette infatti di conoscere la propria identità.

Come osservano Winnicott e Bion il senso di sé del bambino, origina dalla capacità della diade madre-bambino di sperimentare e lasciar sperimentare situazioni successive di onnipotenza, frustrazione, accoglienza e rispecchiamento. Così facendo il bambino vive una relazione rassicurante che diviene base sicura d’appoggio in un qualunque momento di crisi, identificandosi comunque come essere esistente e separato.

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Maternage interculturale

“Non esiste un solo modo o un modo che possa essere considerato “giusto” per crescere i bambini, ma tanti modi diversi quante sono le culture e, potremmo aggiungere, quanti sono i bambini perché, come ogni genitore sa, ciò che è adatto per un figlio non è detto che lo sia per tutti gli altri.”27

Nel corso della storia ogni comunità culturale ha maturato e continua tutt’ora a maturare pratiche e modalità che considera utili ed efficaci per sostenere lo sviluppo dei suoi piccoli. Osservando la prima e la seconda infanzia, tale diversità appare meno marcata, poiché il pensiero comune ipotizza che non ci siano differenze importanti tra bambini molto piccoli di diversa origine. Tuttavia le ricerche condotte sulle modalità di cura adottate dalla famiglia e dalla madre sin dalla vita intrauterina nei confronti del piccolo, mostrano come queste siano influenzate da fattori culturali, familiari, economici, ambientali, geografici e climatici. Di conseguenza, ciò determina l’esistenza di pratiche di maternage e percorsi di sviluppo differenti.

Al momento, nonostante le apprezzabili diversità, le molteplici pratiche di cura presenti nel mondo, vengono in accordo raggruppate, sulla base del livello di contatto corporeo esistente tra mamma e bambino, all’interno di due modelli di riferimento: il modello ad alto contatto e il modello a basso contatto.

Il modello ad alto contatto, caratteristico delle società e delle culture meno industrializzate, ad eccezione del Giappone dove queste due peculiarità coesistono, si contraddistingue per la presenza di contatto fisico continuo e prolungato tra il neonato e la madre, o il caregiver. Dalla nascita, permane difatti fino circa i due anni di vita del piccolo. Al contrario, il modello a basso contatto, presuppone un rapporto madre- bambino che privilegia il linguaggio verbale e il contatto visivo al contatto corporeo. È infatti basato sul mantenimento della distanza fisica. Nativo delle società industrializzate, da poco si sta divulgando anche in alcune metropoli del sud del mondo, dove gradualmente ha sostituito le pratiche di cura popolari.

Il modello ad alto contatto si distingue quindi da quello a basso contatto, per motivazioni puramente socioeconomiche. In particolare si è visto che proprio la cultura sociale ed economica legata all’industrializzazione determina l’instaurarsi di pratiche di cura a basso contatto.

Tuttavia, il fenomeno di globalizzazione, ha ostacolato negli ultimi anni la possibilità di distinguere in maniera precisa sistemi culturali e modelli culturali di riferimento. Da una parte, a causa delle molte immigrazioni, le città occidentali hanno rivisto modalità ad alto contatto mentre la trasformazione economica e sociale avvenuta nelle metropoli del Sud America, dell’Africa, dell’Oceania e ancora dell’Estremo Oriente ha permesso la diffusione in questi territori di pratiche di cura a basso contatto. Malgrado questa classificazione non valorizzi l’evoluzione costante delle culture e l’importante variabilità, considerare questi due modelli ci consente di definire un quadro generico e acquisire sistemi concettuali condivisi.

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Alto e basso contatto: pratiche di cura a confronto

Le modalità con cui la donna, la famiglia e la comunità di riferimento vivono la relazione genitore-bambino, dapprima attraverso la fase del concepimento, successivamente per mezzo dell’allattamento e delle pratiche relative la cura e il sonno del bambino, differenziano pratiche di maternage ad alto e basso contatto.

Analizzando il momento della gravidanza ad esempio, emerge una visione differente fra le società ad alto e basso contatto. Per quelle ad alto contatto, la gravidanza è un avvenimento fisiologico e ciclico nella vita di una donna fertile; concepita spesso come segnale di benevolenza offerto da Dio o dagli spiriti. Per le altre invece, l’interesse rivolto alla cura della salute della diade madre-bambino, ha rivoluzionato la concezione di questo tempo, non più concepito come fenomeno naturale, ma al pari quasi con la patologia.

Per quanto riguarda il parto, anche in questo caso compaiono differenze sostanziali.

Nelle culture ad alto contatto, il parto è considerato come una questione riguardante le donne, avviene solitamente all’interno dell’ambiente domestico, con scarsa assistenza ostetrica, impiegando riti e pratiche che possano favorire il bambino e la puerpera. Tuttavia per supportare la donna nel parto e contrastare l’eventuale sentimento di solitudine che potrebbe provare, viene affiancata da donne appartenenti alla famiglia, amiche ed alcune levatrici.

Oltre a ciò, le è concesso sperimentare, sia nella fase del travaglio che in quella espulsiva differenti posizioni, così che possa trovare liberamente la propria modalità di parto, la quale il più delle volte corrisponde alla posizione accucciata o eretta. Una volta nato, il bambino viene adagiato sul corpo della madre. Il cordone ombelicale viene reciso soltanto dopo la fuoriuscita dalla placenta, affinché il nuovo nato possa raggiungere gradualmente la respirazione autonoma. L’allattamento a richiesta, inizia sin da subito e prosegue in maniera continua nei giorni successivi, più volte capita anche che la madre tenda ad anticipare il segnale di fame espresso dal piccolo.

Nelle culture a basso contatto, invece, il parto viene vissuto in maniera completamente differente, è un evento totalmente medicalizzato che avviene in ospedale. In sala parto la donna è affiancata dallo staff medico, formato da medici, ostetriche ed infermiere e da una persona a lei cara che la possa sostenere in questo momento importante. Sia il travaglio che la fase espulsiva è vincolata dalle prassi mediche che prevalgono sulla possibilità della madre di trovare la propria modalità di parto. Il cordone ombelicale viene tagliato subito ed il bambino allontanato dalla madre per i routinari esami sanitari. Soltanto dopo questi, verrà infatti riportato da lei.

Dopo il parto, la madre resta per qualche giorno ricoverata in ospedale. A questo punto il bambino posto nella nursery, verrà portato da lei soltanto per i pasti ad orari stabiliti. Per quanto riguarda l’allattamento a richiesta, suggerito anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ed esclusivo perlomeno nei primi sei mesi di vita del piccolo, risulta poco incoraggiato e di conseguenza poco praticato.

Più volte al momento della dimissione dall’ospedale, la mamma torna a casa con indicazioni insufficienti e discordi rispetto il tema dell’allattamento. Spesso inoltre viene consigliato di adottare orari rigidi per i pasti al seno. Alle volte tale modalità potrà ripercuotersi sulla coppia madre-bambino, la quale non potrà trarre beneficio dagli aspetti psicologici e fisici correlati all’allattamento al seno.

In Italia questo modello, fino a qualche anno fa, molto diffuso, si sta gradualmente trasformando. Di fatti in alcune realtà ospedaliere, le prassi mediche e ostetriche hanno acquisito principi e modalità caratteristiche delle culture tradizionali, tentando così di conciliare la sicurezza dell’intervento medico con procedure più affini alle esigenze della madre e del bambino.

Complessivamente il panorama appare molto articolato, dettato sicuramente dalla diversa formazione che i professionisti sanitari hanno all’interno delle molteplici istituzioni ospedaliere ma non solo, dovuto anche alla consapevolezza e alle conoscenze possedute dalle neo-mamme.

Il modello ad alto contatto viene conseguito anche attraverso la pratica del baby- carrying, non altro che “l’abitudine di portare addosso il bambino”28, tendenza rappresentante uno dei principi fondamentali delle pratiche di cura nelle società tradizionali.

Le modalità con le quali le donne trasportano con sé il piccolo, si distinguono in relazione alla comunità d’appartenenza. In Africa e in Sud America ad esempio il bambino viene posto sulla schiena e sostenuto con un panno di stoffa, a Bali viene contenuto da un’imbragatura posta sul fianco, tra gli Inuit e i Kung del deserto del Kalahari si preferisce invece posizionarlo in parti dell’abito della madre mentre in Amazzonia, gli Indios scelgono di sorreggere il bambino al corpo attraverso l’uso di una banda intessuta.

Ciascuna modalità, seppur differente dalle altre, consente d’instaurare uno stretto contatto corporeo tra il piccolo e la persona che in quel momento si prende cura di lui.

Questa pratica di cura permette al bambino di sperimentare per la seconda volta, in maniera differente, alcune delle condizioni della vita intrauterina, quali il dondolio e le percezioni tattili. Tale esperienza permette al piccolo di gettare delle basi solide sia per la fiducia in sé stesso sia per le successive conquiste di autonomia.29 Allo stesso tempo la madre, che contiene ed offre sicurezza al proprio figlio, impara a comprenderne i sentimenti ed i bisogni, fornendo risposte tempestive.

Esistente già dalle origini della storia umana, per permettere ai bambini il contatto essenziale per la loro sopravvivenza, il baby-carrying è oggi oggetto di numerosi studi, i quali dimostrano come intervenga nel favorire il raggiungimento del benessere nel bambino. Sembra infatti che il bambino “portato” acquisisca precedentemente il senso del ritmo e dell’equilibrio, sostenendo in tal modo lo sviluppo psicomotorio e il raggiungimento di tappe motorie, quali il mantenimento della posizione seduta e la stazione eretta, prima rispetto i piccoli cresciuti attraverso pratiche a basso contatto. Il modello a basso contatto non prevede difatti la pratica del baby-carrying.

Il piccolo, in questo caso, viene lasciato all’interno di diversi supporti, quali passeggini, lettini e sdraiette, in posizione orizzontale per più ore nel corso della giornata e privato delle stimolazioni sensoriali conseguenti al contatto fisico prolungato con la figura materna.

Tra le pratiche che favoriscono il contatto corporeo ad elevata intensità si ricorda anche il massaggio infantile, rivolto essenzialmente alla creazione di una comunicazione pelle a pelle tra madre e bambino e trasmesso all’interno di molte culture da donne di diverse generazioni. Negli ultimi anni, il massaggio infantile è stato riscoperto anche dalle società dove prevale il modello a basso contatto.

Anche per quanto riguarda la gestione del momento del sonno e le teorie relative ad esso si trovano punti di vista differenti. Nel modello a basso contatto, il bambino si addormenta e dorme da solo, fin dai primi momenti di vita. Per trasferire questa abitudine al bambino, i genitori adottano strategie quale ad esempio lasciar piangere il bambino fino a quando non si addormenta. Il pensiero che prevale presuppone che il contatto durante la fase di addormentamento così come la pratica del co-sleeping, ovvero del dormire insieme possa essere dannosa e malsana. Queste modalità sono sconosciute nelle culture ad alto contatto, che le considerano una vera e propria forma di violenza nei confronti dei più piccoli.30.

Nelle culture ad alto contatto infatti, il bambino dorme inizialmente con i genitori, e una volta divenuto più grande con i fratelli o i parenti. Solitamente il letto viene condiviso anche dagli altri componenti della famiglia, in quanto tale usanza rientra nella visione collettiva propria delle popolazioni tradizionali. Al momento molteplici studi evidenziano come la pratica del co-sleeping rappresenti in realtà una buona abitudine sia dal punto di vista psicologico che fisico. Sicuramente può offrire al bambino sicurezza, rassicurazione e possibilità d’instaurare un buon legame con le figure genitoriali. Inoltre tale pratica sembrerebbe ridurre l’incidenza della Sids.

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Valori di riferimento: modelli educativi a confronto

Sin dai primi giorni di vita, all’interno delle società ad alto contatto il bambino sperimenta una forte relazione con la madre e partecipa, sia di giorno che di notte, alla vita della comunità. Lo stretto contatto con il corpo materno, garantitogli dalla pratica del baby carrying, gli consente di imparare a conoscere rumori, persone, suoni e odori. Più volte succede che la madre condivida le attenzioni per il piccolo, con tutta la comunità, oltre che con il padre e la famiglia. Questo porta a considerare il bambino, non più soltanto come figlio della donna che l’ha tenuto in grembo, ma come figlio di tutti. Di conseguenza all’interno della comunità ogni membro diviene responsabile delle cure del piccolo. Alle volte le madri decidono anche di adottare modalità di cura dei loro bambini indirette, assicurandosi che chi s’interessi del bambino lo faccia in maniera adeguata, come loro stesse farebbero.

Il coinvolgimento all’interno dell’esistenza collettiva, permette ai piccoli di osservare e vivere in prima persona situazioni che interessano bambini più grandi ed adulti. Non solo, tale modalità gli consente di apprendere precocemente attitudini sociali, fondamentali per lo sviluppo della relazione e valori quali l’appartenenza e interdipendenza, intesi come: “capacità di coordinarsi con gli altri membri del gruppo”.31

L’acquisizione di autonomia risulta contemporanea alla conquista di questa consapevolezza. In effetti la possibilità di sperimentare nuove cose in circostanze rese sicure e protette dalla comunità favorisce per il bambino l’assunzione di autonomia.

Nelle pratiche di cura ad alto contatto, l’atteggiamento fiducioso degli adulti rispetto le capacità innate del bambino conducono di norma lo stesso ad acquisire abilità quali: saper stare seduto, saper stare in equilibrio e camminare, prima del bambino appartenente a culture a “basso contatto”, che è di norma ritenuto incapace di fare queste cose, se non dopo un lungo addestramento.

Al contrario infatti i modelli educativi sostenuti dalle società a basso contatto sono rivolti al raggiungimento di valori quali l’individualismo e l’indipendenza. Sin da subito il bambino viene incoraggiato a pensare a sé stesso ed essere indipendente. Il contatto continuo con i piccoli viene evitato perché ritenuto malsano. Il pensiero comune è che possa viziarli, rendendoli dipendenti dalle figure adulte. In realtà spesso si è visto che l’acquisizione d’indipendenza dagli altri e dalla comunità non corrisponde in questi bambini ad uno sviluppo analogo in autonomia. Di conseguenza risultano povere le competenze essenziali per soddisfare in maniera autonoma i propri bisogni e desideri.

Anche il ruolo della comunità rispetto la crescita dei piccoli risulta essere decisamente differente da quello presente nelle società ad alto contatto. La mamma diviene la figura che si occupa maggiormente delle cure del bambino, condivise solo in parte con il padre e/o la famiglia. La partecipazione attiva alla vita e alle attività della comunità viene sostituita da spazi e tempi appositi dedicati al bambino, anche i più piccoli (0-6 anni) vengono di fatti affidati a persone qualificate, che si dedicano alla cura e all’educazione di piccoli gruppi di bambini. Il bambino vive in questo modo la relazione con i coetanei, perdendo però quella con il gruppo non omogeneo per età. L’apprendimento di valori e abitudini avviene quindi attraverso contesti che simulano la realtà e richiedono al bambino di assumere differenti ruoli.

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Diventare genitore altrove

“Essere genitori è il mestiere più complesso del mondo. La cosa importante è trovare il proprio modo di essere genitori diventando consapevoli delle proprie risorse individuali”32

Il concetto di migrazione si riferisce, oltre che ad un evento sociologico, ad un evento psichico che influenza tutti i processi identitari. Impedisce difatti, a causa della violenta interruzione del rapporto di continuo scambio e rafforzamento reciproco fra cultura interna e cultura esterna, quella forma di rispecchiamento che ci permette di collocarci nel mondo e di dare senso all’esperienza.

La cultura interna, intesa come sistema di riferimento interiorizzato dall’individuo conserva una sua capacità di evoluzione, soltanto quando trova appoggio all’interno della cultura esterna, quella che appartiene al gruppo di origine, che la rispecchia in quanto omologa. L’individuo di conseguenza è portato a produrre le proprie risposte, soltanto all’interno di un ambiente, nel quale queste possano avere significato. In ogni caso, la migrazione rappresenta un gesto coraggioso che occupa la vita dell’individuo e determina dei cambiamenti nell’insieme della storia familiare. Ecco perché spesso etnopsichiatri come Tobie Nathan e Marie Rose Moro affiancano nei loro scritti al concetto di migrazione quello di trauma, parlando così di trauma migratorio.

La certezza ad oggi è che ogni migrante viva un’esperienza di rottura, ma che fortunatamente non tutti sviluppino patologie legate al trauma.

Questa apparente rassicurazione non esclude sicuramente le difficoltà dovute al diventare genitori in situazione di migrazione. Difatti, in relazione alle esigenze che hanno motivato il loro viaggio, i genitori migranti possono vivere lo spostamento in maniera differente. Non in tutti i casi l’anima segue il movimento del corpo verso il nuovo mondo.

La costruzione della genitorialità implica una serie d’ingredienti sociali e culturali che combinati al fenomeno migratorio possono contribuire ad insinuare dubbi e paure nella madre o nel padre. Alcuni sono comuni, appartengono all'intera società e si modificano con il tempo: sono quelli storici, giuridici, sociali e culturali. Altri più intimi appartengono a ciascuno dei due genitori in quanto persone e in quanto futuri genitori, alla coppia, alla storia familiare del padre e della madre. In altre parole riguardano il modo che ogni genitore ha di trasmettere i propri valori e risolvere i propri traumi infantili. Come affermano numerosi antropologi e sociologici esistono mille modi per essere padri o madri. La vera capacità sta nel permettere ad ognuno di utilizzare le proprie potenzialità.

Nella creazione del rapporto parentale anche il neonato assume un ruolo, diventa un partner attivo. Contribuisce a far emergere negli adulti vicini, che lo accudiscono e gli procurano piacere con atti d’affetto, l’istinto materno e paterno.

I molteplici fattori culturali che partecipano all’organizzazione della funzione genitoriale hanno invece un ruolo preventivo, consentono di attribuire significato alle problematiche esistenti nella vita quotidiana e forniscono anticipatamente i principi di come diventare genitori. Sin da subito, elementi culturali, individuali e familiari si mescolano e si compongono in maniera profonda.

Un evento con carattere iniziatico quale la gravidanza richiama alla memoria le nostre origini mitiche e culturali. Ed è in proprio in questa circostanza che elementi appartenenti alla sfera privata finiscono, all’interno di una comunità che non li condivide, per opporsi alle teorie mediche, psicologiche, culturali e sociali.

In ciascuna cultura, gravidanza e parto sono eventi straordinari che sottolineano il passaggio da una generazione all’altra; inoltre in molte culture del mondo diventare madre rappresenta per la donna l’unica condizione possibile per ottenere uno statuto sociale riconosciuto.

Durante la gravidanza molteplici sono i paragoni con le rappresentazioni del piccolo, della madre e della gravidanza stessa. La madre richiama in termini di origine e appartenenza il proprio materno, vive un periodo di grande vulnerabilità che si manifesta con uno stato di trasparenza33 psichica e culturale, accentuato dalla situazione di migrazione. Oltre ai conflitti infantili si riattivano difatti anche elementi culturali quali i modi di fare e di dire appartenenti ad ogni cultura.

Al momento della nascita la madre dovrebbe acquisire una duplice funzione, trasmettere al bambino ciò che riguarda lei, il padre e la loro famiglia e guidarlo nella conoscenza del mondo. Lentamente infatti lo separa da sé e lo inserisce nel mondo esterno, prima attraverso l’uso degli oggetti e successivamente delle idee. Questa funzione essenziale viene affiancata dall’holding e dall’handling. Il corpo del bambino diviene luogo chiave per la trasmissione di elementi psichici e culturali. Dapprima a livello sensoriale, non verbale, il bambino verrà manipolato e curato, poi quando sarà più grande si passerà ad un livello di trasmissione verbale.

In condizione di migrazione tutto questo diviene più complicato, la ridotta conoscenza della lingua impedisce alla madre di esprimere le proprie paure, i propri dubbi e i propri bisogni. Ma non solo, l’inclusione all’interno di un ambiente nuovo, organizzato secondo regole implicite a lei sconosciute, contribuisce ad alimentare il senso di solitudine che spesso già prova. Tutto ciò può favorire lo sviluppo di sentimenti quali insicurezza e confusione rispetto le modalità da adottare per crescere il proprio bambino.

La madre di conseguenza non sa se utilizzare pratiche di cura del paese d’origine o accettare quelle osservate nel paese raggiunto. Il bambino viene, per questo motivo, spesso vissuto con un senso d’estraneità dalle madri migranti, che si ritrovano ad affrontare una condizione di doppia vulnerabilità dovuta al diventare madre lontano dalla propria famiglia e cultura.

Alcune ricerche condotte sui figli di migranti evidenziano in effetti una certa vulnerabilità dovuta all’insicurezza dei genitori. I genitori possono trasmettere il trauma migratorio al figlio, nato nel paese di migrazione ma cresciuto all’interno di una famiglia dove questa ha causato la perdita del supporto sociale, familiare e culturale.

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Duplice vulnerabilità: disabilità e migrazione

Nel luglio del 2019, secondo i dati statistici pubblicati dal MIUR relativi l’anno scolastico 2017/2018, si contavano 8.664.000 studenti iscritti a scuole italiane. Di questi ben 842.000, ovvero il 9,7% del totale non era di cittadinanza italiana. Tuttavia tale percentuale non rispecchiava un’omogenea distribuzione territoriale.

Difatti la Lombardia, risultava essere la regione con il maggior numero di studenti con cittadinanza non italiana, quasi un quarto del totale presente sul territorio nazionale (25,3%), seguita in ordine dalle regioni Emilia-Romagna, Veneto, Lazio e Piemonte.

In realtà però tra gli alunni con cittadinanza non italiana, la maggior parte, nonché il 63,1%, era di seconda generazione, per cui nato in Italia da genitori stranieri. Tra gli alunni con cittadinanza non italiana, circa la metà era di origine europea. I cinque Stati più rappresentati furono la Romania, con 158 mila studenti pari al 18,8% del totale, l’Albania (13,6%), il Marocco (12,3%), la Cina (6,3%) e le Filippine (3,2%).

Esaminando i tassi di scolarità dell’anno scolastico 2017/2018 degli alunni con cittadinanza non italiana, emerse corrispondenza con quelli degli studenti italiani soltanto rispetto la scuola primaria e quella secondaria di primo e secondo grado. Nella scuola dell’infanzia difatti il tasso di scolarità degli alunni stranieri era particolarmente inferiore a quello degli alunni italiani. Solo il 79% dei bambini con cittadinanza non italiana residente in Italia frequentava la scuola dell’infanzia, contro il 94% dei bambini italiani.34 Più in generale su 100 alunni con origine migratoria, il 19,6% frequentava la scuola dell’infanzia, il 36,6% la primaria, il 20,7% la secondaria di primo grado e il 23,2% la secondaria di secondo grado.35

Sebbene la presenza di studenti con cittadinanza non italiana sia stata maggiore all’interno della scuola primaria e di quella secondaria di primo e secondo grado, soltanto nella scuola dell’infanzia fu osservata una tendenza all’aumento superiore rispetto ai due gradi d’istruzione secondaria.

Le statistiche relative quell’anno scolastico riportavano anche un incremento del numero di alunni disabili con cittadinanza non italiana frequentanti scuole statali e non statali, precisamente 34.575, circa il 13% del totale degli alunni disabili (la percentuale oscilla tra il 15% nella scuola dell’infanzia e primaria e l’8% nella scuola secondaria di primo e secondo grado). Anche in questo caso la Lombardia risultava essere la regione ospitante il maggior numero di alunni disabili stranieri, seguita dal Veneto e dall’Emilia- Romagna.

Per di più confrontando l’incidenza degli alunni stranieri disabili con gli studenti con cittadinanza italiana emerse, in particolare nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, la presenza di maggiori disabilità certificate tra gli alunni con cittadinanza non italiana rispetto gli studenti italiani.

Ad oggi, nonostante tali dati evidenzino l’importante presenza sul territorio italiano di minori stranieri portatori di disabilità, sono pochi gli studi nei quali le due variabili, ovvero disabilità e migrazione, s’incontrino. Tra questi ad esempio la ricerca “Alunni con disabilità, figli di migranti” condotta dal 2008 al 2010 dalla Professoressa Roberta Caldin sul territorio bolognese. Tale analisi riportò il bisogno di considerare il percorso migratorio e la famiglia, in quanto contesto di vita principale del bambino nella definizione di adeguati interventi educativi e riabilitativi per il minore straniero con disabilità.

Difatti in Italia, come nel resto del mondo, i bambini disabili figli di migranti sperimentano a causa di questa caratteristica duplice diversità una condizione di doppia vulnerabilità. Possono comparire problematiche di adattamento vissute da tutti i piccoli con origini migratorie e fragilità legate alla condizione di disabilità.

Giunti nel nuovo paese, i bambini che hanno vissuto in prima persona la migrazione, così come i figli di migranti, finiscono spesso per essere sospesi tra due differenti sistemi simbolici e culturali. Talvolta la separazione tra il mondo interiore, affettivo (la famiglia e la lingua d’origine) e il mondo esterno li porta a sperimentare uno stato di profonda insicurezza. I lavori condotti da M. R. Moro confermano la presenza di una certa vulnerabilità nello sviluppo dei bambini con origini migratorie. In particolare, vengono individuate tre fasi di maggiore rischio per questi bambini. Sicuramente il primo anno di vita, in cui la madre ed il piccolo devono imparare ad adattarsi reciprocamente. Successivamente l’ingresso alla scuola primaria, nonché l’impatto con gli apprendimenti scolastici, quali il calcolo, la lettura e la scrittura e l’inclusione nella società d’accoglienza. Infine l’adolescenza, fase in cui compare il tema dell’appartenenza e della filiazione.

Tali affermazioni evidenziano allora come riportato da M.R. Moro, il rischio specifico, transculturale di meticciamento, dovuto al passaggio da un mondo ad un altro al quale i bambini stranieri sono esposti.36 Fortunatamente tale rischio transculturale non sempre determinerà disagio e sofferenza, vivere tra paesi culturalmente differenti non è da intendersi soltanto come motivo di vulnerabilità psichica. Come afferma Goussot infatti è essenziale interpretare il concetto di vulnerabilità attraverso l’uso di una chiave che sia dinamica piuttosto che problematica, cioè come insieme di rischi e potenzialità presenti in ciascun bambino culturalmente meticcio.37

Tuttavia se associamo alla migrazione la condizione di disabilità il rischio diviene più elevato, le difficoltà dovute al trauma migratorio e alle dinamiche complesse, che condizionano la riorganizzazione psico-culturale, si aggiungono alle difficoltà derivanti dalla disabilità, attributo che diviene spesso oggetto di discriminazioni e pregiudizi. Occorre allora sostenere questi bambini nella costruzione di un ponte simbolico tra dimensione interna, affettiva e dimensione esterna. Come evidenziato dal consiglio d’Europa, all’interno del documento Action Plan 2006-2015, le persone disabili con origini migratorie potrebbero dover affrontare una condizione di duplice svantaggio, causata dalla discriminazione e dalla mancanza di familiarità con i servizi offerti dal paese d’accoglienza. Per questo viene sottolineata la necessità di supportare tali individui, considerando sempre la loro lingua madre, il loro background culturale e i loro bisogni speciali.38


  • 1 Salt, J., A comparative overview of international trends and types, 1950-1980, in ‟International migration review", 1989, XXIII, 3, pp. 431-455.
  • 2 King, R. (a cura di), Mass migrations in Europe. The legacy and the future, London 1993. Castels, S., Miller, M. J., The age of migration. International population movements in the modern world, London 1993. Fassmann, H., Münz, R. (a cura di), European migration in the late twentieth century. Historical patterns, actual trends and social implications, Aldershot 1994.
  • 3 Kupiszewski, M., Migration from Eastern Europe to European Community: current trends and future developments, School of geography working paper n. 94/4, Leeds 1994.
  • 4 Martin Brockerhoff and United Nations, ‘World Urbanization Prospects: The 1996 Revision’, Population and Development Review, 1998 <https://doi.org/10.2307/2808041>.
  • 5 Caritas Migrantes, ‘Dossier Statistico Immigrazione 2020’, 2009.
  • 6 Con i termini rifugiati o sfollati si indicano le persone costrette a lasciare la propria casa e il proprio paese a causa di eventi tragici, come conflitti, persecuzioni e disastri.
  • 7 IOM, World Migration Report 2020, European Journal of Political Research Political Data Yearbook, 2019.
  • 8 Caritas E Migrantes and Nuove Generazioni A Confronto, XXIX Rapporto Immigrazione 2020, 2016.
  • 9 Norwegian Refugee Council, ‘Global Report on Internal Displacement 2020’, Grid 2020, 2020.
  • 10 UNHCR, ‘UNHCR Policy on Alternatives to Camps’, Unhcr/Hcp/2014/9, 2014.
  • 11 Marie McAuliffe and Martin Ruhs, World Migration Report, World Migration Report 2018, 2017.
  • 12 Lo spazio Schengen è un’area che comprende 26 Stati europei, all’interno della quale è garantita la libera circolazione. Partecipano, allo spazio Schengen 22 stati su 27 dell’unione Europea. Romania, Croazia, Cipro e Bulgaria ne fanno parte, ma effettuano ancora controlli alle frontiere in quanto non dispongono di tutti gli accorgimenti tecnici. L’Irlanda invece non ha aderito.
  • 13 Statistics Explained, Migration and Migrant Population Statistics / It Sulle Popolazioni Di Origine Straniera, 2021.
  • 14 ISTAT, ‘Indicatori Demografici per l’anno 2019’, 2020, 1–10 <https://www.istat.it/it/files//2020/02/Indicatori- demografici_2019.pdf>.
  • 15 http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS_POPSTRRES1#
  • 16 http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS_PERMSOGG1
  • 17 Antropologo ed etnologo britannico (Camberwell 1832 - Oxford 1917), è considerato insieme allo statunitense H. Morgan il fondatore dell'antropologia moderna.
  • 18 Edward B. Tylor, Primitive Culture: Researches into the Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art, and Custom, Vol 1 (7th Ed.)., Primitive Culture: Researches into the Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art, and Custom, Vol 1 (7th Ed.)., 2011 <https://doi.org/10.1037/13484-000>.
  • 19 Gresle, F., Panoff, M., Perrin, M., Tripier, P. (1990), Dictionnaire des sciences humaines. Nathan, Paris.
  • 20 Merleau-Ponty, M. (1964), Il visibile e l’invisibile. Tr. it. Bompiani 1969.
  • 21 Saul Rosenzweig, ‘Review of The Origin and Function of Culture.’, The Journal of Abnormal and Social Psychology, 1945 <https://doi.org/10.1037/h0050969>.
  • 22 D.W. Winnicott nacque il 7 Aprile del 1896, a Plymounth, nel Devon da una ricca famiglia protestante e morì il 28 Gennaio del 1971 a Londra. Nel 1923 si laureò a Cambridge. Le sue ricerche, inizialmente rivolte al campo della psichiatria finirono per interessare l’ambito della psicoterapia analitica infantile.
  • 23 Donald Woods Winnicott and Renata (prefazione Di) Gaddini, ‘Gioco e Realtà’, 1974, 263 p.; 24 cm.
  • 24 Winnicott and Gaddini.
  • 25 Winnicott and Gaddini.
  • 26 Il processo di separazione-individuazione venne descritto dalla psicoanalista Margaret Mahler
  • 27 Balsamo, E. (2002). La casa di tutti i colori: mille modi di crescere: bambini immigrati e modi di cura. Milano: F. Angeli.
  • 28 Balsamo, E. (2002). La casa di tutti i colori: mille modi di crescere: bambini immigrati e modi di cura. Milano: F. Angeli.
  • 29 Liedloff J. (1994), Il concetto del continuum, Edizioni La Meridiana, Molfetta.
  • 30 Rogoff B. (2004), La natura culturale dello sviluppo, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • 31 Rogoff B. (2004), La natura culturale dello sviluppo, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • 32 M.Cecilia Gioia, Diventare Genitori Altrove. La Nascita e La Genitorialità Nel Fenomeno Migratorio, 2012, lxvi.
  • 33 Con il concetto di trasparenza si vuole indicare il funzionamento psichico della madre, più chiaro ed evidente, durante il periodo prenatale.
  • 34 MIUR, ‘Gli Alunni Con Cittadinanza Non Italiana’, 2019.
  • 35 Fondo Asilo, Report ISMU Rapporto Nazionale Alunni Con Background Migratorio in Italia. Le Opportunità
  • 36 Moro M. R., “Bambini di qui venuti da altrove. Saggio di transcultura” Milano, Franco Angeli, 2005.
  • 37 Goussot A., ‘Bambini Stranieri Con Bisogni Speciali: Rappresentazione Della Disabilità Dei Figli Da Parte Delle Famiglie Migranti e Degli Insegnanti. Una Ricerca Sperimentale a Cesena: Bambini Figli Di Migranti Con Bisogni Speciali’, Ricerche Di Pedagogia e Didattica. Journal of Theories and Research in Education, 5.1 (2010), 1–26
  • 38 Emanuela Bini, ‘La Presa in Carico Dei Bambini Disabili Provenienti Da Contesti Migratori . Cura Educativa e Relazione Con Le Famiglie’, May, 2020, 99–105.

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