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down_ragazzi_lavoroUna persona Down su quattro non lavora. Lo rivela una ricerca del Censis realizzata nell’ambito del progetto pluriennale ‘Centralità della persona e della famiglia: realtà o obiettivo da raggiungere?’, avviato dalla Fondazione Cesare Serono con il contributo dell’Associazione Italiana Persone Down. La maggior parte dei bambini e dei ragazzi Down va a scuola, il 97% fino ai 14 anni ma quando crescono diventa sempre più difficile per loro trovare una collocazione sociale.

Per il 65% delle famiglie il giudizio sulle scuole dell’infanzia frequentate dai loro figli è buono. Per il 56% è positiva anche la scuola primaria e per il 65% anche la scuola secondaria di secondo grado. Il problema è che a conclusione del percorso formativo, solo una parte delle persone con sindrome di Down (il 31% degli adulti) riesce a collocarsi nel mercato del lavoro.

Il 56% dei maggiorenni ha difficoltà nel trovare un impiego, di qualsiasi genere, a prescindere dai desideri, dalle capacità e persino da una remunerazione. Nel 50% dei casi, infatti, la prospettiva futura dopo i 24 anni è quella di restare in famiglia. Anche la disponibilità di strutture è un punto dolente: il 53% delle famiglie si è dovuto muovere autonomamente per trovare la sede adatta, il 40% si è rivolto a strutture private a pagamento a causa della carenza di servizi pubblici e il 32% ha avuto problemi per la lunghezza delle liste d’attesa. Al sud  la distanza media tra l’abitazione e lo studio del medico di riferimento è di 54,5 km, contro i 22 km del Centro e i 17,2 km del Nord.

La sindrome di Down, detta anche Trisomia 21, è una condizione genetica caratterizzata dalla presenza di un cromosoma in più nelle cellule: anzichè 46 cromosomi nel nucleo di ogni cellula ne sono presenti 47, vi è cioè un cromosoma numero 21 in più. Gli individui affetti dalla sindrome di Down, 4,1 milioni in Italia (il 6,7% della popolazione), mostrano grandi differenze nello sviluppo linguistico e psicomotorio, di conseguenza per loro risultano ancora più vane le possibilità di integrazione nel mondo lavorativo.

L’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) sostiene che la maggior parte dei bambini con sindrome di Down può raggiungere un buon livello di autonomia personale, imparare a curare la propria persona, a cucinare, a uscire e fare acquisti da soli. Possono anche praticare sport e frequentare gli amici. I giovani e gli adulti con sindrome di Down possono anche apprendere un mestiere e impegnarsi in un lavoro svolgendolo in modo competente e produttivo.

L’associazione fa sapere che anche se la legislazione attuale non favorisce adeguatamente l’avvio al lavoro delle persone con ritardo mentale, grazie all’impegno degli operatori e delle famiglie ci sono già molte esperienze positive. Ci sono lavoratori con sindrome di Down tra i bidelli, gli operai, i giardinieri ed altre mansioni semplici. Stanno nascendo inoltre anche alcune prime esperienze in lavori più complessi come l’immissione dati in computer o altri impieghi in ufficio.

Le persone con sindrome di Down sanno fare molte cose e ne possono imparare molte altre. Perché queste possibilità diventino realtà, occorre che tutti abbiano fiducia nelle loro capacità.

Palma Maria Roberta Frascella

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