COVID-19 e DPI. Gli effetti delle mascherine sul riconoscimento delle emozioni in età evolutive
COVID-19 and PPE. The effects of masks on the emotional recognition in childhood
INDICE
- 1.1 Linea temporale dei principali eventi storico-pandemici in Italia e nel mondo
- 1.2 SARS-CoV-2, il nuovo coronavirus
- 2.1 Storia delle mascherine facciali: dal Rinascimento all’attualità
- 2.2 Caratteristiche e funzioni
- 2.3 Aspetti sociali: ciò che la mascherina toglie e ciò che la mascherina dà
- 3.1 Le emozioni
- 3.2 Espressività corporea
- 3.3 Empatia e successo sociale
- 3.4 Conseguenze della pandemia nel riconoscimento emotivo in età evolutiva
INTRODUZIONE
Per le più influenti istituzioni culturali è tradizione eleggere ciclicamente, allo scadere dell’ultimo mese del calendario, una parola che abbia rivestito un ruolo di spicco nello scenario mondiale e nazionale e che abbia assunto un significato (scientifico, letterario, psicologico, filosofico…) unanimemente condiviso.
Lockdown. Covid. Pandemic.
Queste sono state le parole-simbolo del 2020, decretate vincitrici dalle più alte società intellettuali internazionali, tra cui la Collins English Dictionary, la American Dialect Society e la Merriam-Webster.
Parole che si riferiscono tutte ad un delicato periodo storico che il mondo ha attraversato, nella confusione del presente e nell’incertezza del futuro, e per il quale ancora oggi, dopo tre anni, paga lo scotto di decisioni finanziarie, economiche, politiche, istituzionali, sanitarie che inevitabilmente hanno contribuito a cambiare qualcosa del nostro modo di leggere la realtà, rielaborare il vissuto e agire secondo le proprie interpretazioni.
Popoli interi dai volti dimezzati e dalle abitudini rinnovate, costretti a reinventarsi per riconoscersi come prima ma diversi da prima.
La pandemia ha letteralmente attraversato le vite di chiunque, dai più anziani ai più piccini, lasciandosi dietro conseguenze emotive e psicologiche con cui la comunità scientifica si fronteggia sempre più spesso: sintomi dello stress post-traumatico, dipendenze comportamentali di ogni genere, tendenza all’isolamento, alienanti sensi di solitudine, demoralizzazione, peggioramenti della qualità del sonno, picchi delle sindromi depressive e chissà quante altre problematiche ancora quiescenti.
Da queste premesse nasce il presente progetto di tesi sperimentale, portato avanti con la curiosità e la speranza di far luce sui tanti altri effetti che il virus ha determinato e che sono stati troppo spesso sottostimati dalle istituzioni, attenzionando “i figli della pandemia”, cioè quei bambini nati ed educati tra identità mascherate, corpi distanziati e rapporti sociali velati.
Ripercorrendo le principali tappe che hanno scandito la triste epoca del Covid, il grande albero genealogico delle odierne mascherine chirurgiche, le radici neurofisiologiche e neuroanatomiche delle emozioni e le implicazioni che il loro riconoscimento ha nei rapporti umani, si cercherà di dare un contributo alla letteratura scientifica relativamente al potenziale danneggiamento dell’intelligenza emotiva, cui avrebbero contribuito in parte i dispositivi di protezione individuale, in soggetti neurotipici e neurodivergenti in età evolutiva e alla necessità di strategie in ambito educativo e riabilitativo per ovviare alle difficoltà circa il riconoscimento delle emozioni.
Tesi di Laurea di: Alessia FERRANDINO
CAPITOLO 1 - EXCURSUS STORICO-PANDEMICO DELLA MALATTIA COVID-19
1.1 Linea temporale dei principali eventi storico-pandemici in Italia e nel mondo
“Siamo ben consapevoli di quanto sia difficile cambiare tutte le nostre abitudini (…) ma non abbiamo più tempo: c'è una crescita importante dei contagi e delle persone decedute. Quindi dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell'Italia e lo dobbiamo fare subito" (G. Conte).
Attimi di angoscia e preoccupazione intervallati dal blando sollievo suscitato dal poter attribuire finalmente un nome ad un nemico invisibile, divenuto temibile nell’arco di poche settimane.
Nella notte del 9 marzo 2020 l’Italia, segnata dalle parole pronunciate dall’ex premier Giuseppe Conte nel suo discorso alla stampa, si preparava a fare i conti con uno dei capitoli più angosciosi della storia contemporanea, passato alla memoria come “pandemia da SARS-CoV-2”.
Era il 31 dicembre 2019 quando le autorità cinesi allarmarono l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) delle crescenti notificazioni di un’insolita malattia respiratoria, grave e fino ad allora sconosciuta, dilagata nel giro di poche ore tra i lavoratori e i frequentatori abituali del mercato del pesce e animali vivi di Huanan, nel centro cittadino di Wuhan.
Le notizie sui contagi e le informazioni sulla natura dell’agente eziologico trapelano con la massima discrezione dagli esperti cinesi e la confusione spinge molti cittadini ad abbandonare la regione, rinunciando anche ai sacri festeggiamenti del Capodanno.
In poco tempo la malattia sconfina dalla regione cinese dell’Hubei affermando sin dal principio la sua straordinarietà e attirando l’attenzione mediatica mondiale: spuntano i primi casi di contagio anche nei paesi più vicini, per primi la Thailandia, la Corea del Sud e il Giappone, e si insinua in maniera capillare anche nei continenti più lontani solo qualche settimana dopo.
Il 23 gennaio Wuhan entra ufficialmente in lockdown, termine che viene adoperato per la prima volta dalle testate giornalistiche agli inizi del secolo in occasioni sporadiche e come citazione dell’uso angloamericano. In Italia il suo utilizzo resta limitato, a partire dal 2013, in riferimento a misure di emergenza di confinamento per la sicurezza dei cittadini in occasione di sparatorie, attentati o eventi affini verificatisi dapprima con maggiore frequenza negli Stati Uniti, e poi nel resto d’Europa. Solo da gennaio 2020 il termine viene impiegato dalla stampa e dai politici specificamente per indicare la strategia d’emergenza per il contenimento dei contagi, prima in Cina, poi in Europa e nel mondo, in occasione della pandemia.
Nella città di Wuhan vengono erette in tempi da record delle nuove strutture ospedaliere progettate ad hoc per fronteggiare l’emergenza e sopperire alla scarsità di terapie intensive.
I risultati delle prime indagini condotte dalla comunità scientifica segnalano che il contatto diretto e la trasmissione per via aerea rappresentano le vie preferenziali di passaggio del patogeno da uomo a uomo. Così, la popolazione viene intimata a ridurre il più possibile le occasioni di vicinanza o aggregazione tra individui, vengono annullati tutti gli eventi in programma, anche quelli di rilievo nazionale, viene fatto divieto di uscire dalla proprie abitazioni o di spostamento, compreso quello tra nazioni, e viene imposto l’utilizzo delle mascherine facciali.
La settimana successiva, tuttavia, spuntano anche in Italia i primi due casi di contagio provenienti dalla Cina ed il 21 febbraio l’accertamento del primo caso italiano, “il paziente 1”, fa notizia in tutto il mondo. Da allora la rapida ascesa dei casi di malattia negli immediati giorni a seguire costringe lo Stato a prendere provvedimenti restrittivi di emergenza adottando misure di cui si era già sentito parlare in Oriente: l’isolamento, il potenziamento delle risorse umane e strumentali del servizio sanitario nazionale e delle reti assistenziali e l’obbligo di indossare i dispositivi individuali di sicurezza (DPI).
Tutti i continenti si ritrovano a dover fare i conti con il virus: l’11 marzo 2020 l’OMS dichiara l’inizio della pandemia.
Nel frattempo i mesi di reclusione forzata tra le mura domestiche trascorrono tra la serenità di una convivialità ritrovata e la preoccupazione per l’andamento dei drammatici bollettini giornalieri.
Si affiggono sui balconi centinaia di striscioni colorati, disegnati dai bambini negli interminabili pomeriggi vuoti per infondere messaggi di speranza; su Internet l’hashtag #CeLaFaremo spicca tra le tendenze e le immagini di giovani infermieri e medici stremati dai massacranti turni di lavoro corrono su tutti i social e li rendono gli eroi del nostro tempo; la tecnologia si spende per l’annientamento della lontananza fisica e la scuola si arrangia in una nuova forma bidimensionale; si svuotano gli scaffali della farina nei supermercati e le mamme si ingegnano nella preparazione di torte e pane da mettere in tavola per simulare una normalità perduta.
Tre mesi più tardi la vita riprende, anche se lentamente e con molta cautela: i locali riaprono le loro porte ai clienti, ci si rincontra con i propri affetti e le auto riprendono a spostarsi sulle tratte abituali senza più autocertificazioni da esibire. I volti amici coperti per metà lasciano scoperti soltanto gli occhi e i corpi che prima si abbracciavano adesso sono costretti a distanziarsi per il bene comune. “Restiamo distanti oggi per abbracciarci con più calore, per correre più veloce domani” (G. Conte).
Le vacanze estive illudono, i cittadini si lasciano alle spalle il lockdown e il tasso dei contagi dei mesi primaverili. Con la fine della stagione ricomincia però l’incubo delle restrizioni e le curve dei contagi esplodono nuovamente.
Intanto la collaborazione tra l’azienda americana “Pfizer” e quella tedesca “BioNTech” e il progetto di un primo vaccino valido per la lotta al virus e sperimentato sull’uomo, con un’efficacia al 90%, offre uno spiraglio di speranza e salvezza. A seguire, con un’efficacia ancora superiore (94,5%), sarà la casa farmaceutica “Moderna” a lanciare sul mercato un secondo preparato biologico altrettanto valido.
L’Inghilterra è la prima nazione a prestarsi per la vaccinazione delle fasce più fragili ed a rischio della popolazione somministrando le primissime dosi non senza il tumulto e la preoccupazione generale sulle conseguenze, immediate ed a lungo termine, dei preparati.
Il 27 dicembre 2020 è la data storica che sancisce il battesimo delle vaccinazioni europee ufficiali ma anche quella a partire da cui le temute varianti del SARS-CoV-2 stravolsero il clima di speranza e ottimismo che le campagne vaccinali avevano regalato.
Seguono tempi difficili, divisi tra la fretta di vaccinare la quasi totalità dei cittadini e la cautela nel concedere sprazzi di libertà alla popolazione.
Rosso, arancione e giallo è il tricolore che tinge la nazione italiana sulla base delle prevalenza di casi infetti ogni 100 mila abitanti. Gli studi scolastici proseguono da lontano nelle stesse camere che erano state rifugio nei mesi di isolamento e che proteggono ancora dalle curve instabili dei contagi.
Dal 6 agosto 2021 scatta l’obbligo di esibizione del Green Pass per l’ingresso in luoghi al chiuso, una rapida scannerizzazione della carta che attesta il conseguimento delle dosi vaccinali, dell’avvenuta guarigione dalla malattia o della negatività di un tampone molecolare/antigenico.
I contagi decrescono e rincalzano con una velocità difficile da prevedere a causa delle varianti che si diffondono in tutto il mondo, i decreti si susseguono uno dietro l’altro al passo con la situazione pandemica e si decreta l’ingresso di alcuni Paesi europei (Italia, Francia, Spagna e Portogallo) nella quarta, ed ultima, fase pandemica.
Rispetto all’anno precedente tuttavia i numeri dimostrano che gli interventi di prevenzione stanno dando i loro frutti. Sebbene la condizione di altri Stati, europei e non, permanga ancora grave e degna di attenzione durante tutto il 2022, questi raggiunti sono i primi traguardi che segnano l’avvio verso la fine di un’epoca devastante per le economie degli Stati e le vite dei cittadini, sacrificate per il bene comune.
Un anno dopo, il 5 maggio 2023, l’OMS dichiara concluso lo stato di emergenza cominciato tre anni prima, con un numero di decessi pari a 20 milioni e una serie di problematiche sociali ancora in corso di studio e definizione.

Linea temporale di alcune delle principali tappe della pandemia da SARS-Covid-19.
1.2 SARS-CoV-2, il nuovo coronavirus
1.2.1 I coronavirus
Rappresentato ormai ovunque con le sue molteplici punte, definite spikes, il virus scatenante la malattia da COVID-19 appartiene alla già nota classe dei coronavirus (CoV), una famiglia contraddistinta dal possesso di un genoma a catena singola di RNA ricoperto da uno spesso involucro lipidico ricco di proteine, dirette responsabili della peculiare forma “a corona” a cui questi patogeni devono il loro nome.
Attualmente la comunità scientifica ha identificato ben 7 diverse forme di virus appartenenti al ceppo, alcune delle quali più tristemente note delle altre. Esempi risaputi sono infatti il virus della SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) e della MERS (Middle-East Respiratory Syndrome): infatti, tra il 2002 e il 2003 un’epidemia mondiale di SARS si scatenò a partire dalla Cina contando 8098 casi di infezione e 774 decessi, mentre una decennio più tardi, nel 2012, la MERS infestò dapprima l’Arabia Saudita e a seguire ben altri 25 paesi.
Similmente anche l’agente eziologico della malattia COVID-19 condivide con il virus SARS delle caratteristiche in comune in merito a trasmissione e sintomatologia, ragion per cui è stato identificato e riconosciuto come coronavirus SARS-CoV-2.
1.2.2 Modalità di trasmissione
Come tutti i virus appartenenti alla sua specie, il SARS-CoV-2 attacca comunemente gli animali, come i pipistrelli, sfruttandoli come mezzi per poi infettare l’uomo tramite un processo di spillover, ovvero un “salto di specie”.
La trasmissione uomo-uomo è rapidissima ed è resa possibile dalla liberazione di piccole goccioline di aerosol che si emettono ad ogni espirazione. Tali goccioline non solo si diffondono con una certa facilità nell’aria, ma una volta emesse tendono anche a depositarsi sulle superfici con cui trovano contatto: i colpi di tosse e gli starnuti, le mani e i contatti diretti rappresentano i principali veicoli di cui il virus di serve per raggiungere più corpi possibili.
Una volta penetrato nel corpo umano il SARS-CoV-2 individua le cellule della mucosa respiratoria e si aggancia ad esse intessendo un saldo legame che viene a consolidarsi tra la proteina spike e il recettore cellulare dell’acetilcolina 2 (ACE2), maggiormente espresso nelle vie alte respiratorie e secondariamente anche nel tessuto intestinale, cardiaco e renale.
Il ponte così costruito permetterà all’agente virulento di infondere nelle cellule il proprio genoma che così si replicherà per l’azione di sintesi, propria dei ribosomi cellulari.
1.2.3 Sintomatologia e complicazioni
In virtù dell’ampia affinità dell’agente eziologico verso i tessuti umani, tutti i pazienti che erano stati a contatto persone infette e si erano scoperti affetti da COVID-19, avevano elencato una ricorrente compresenza di segni e sintomi, più o meno frequenti, comparsi in un arco di tempo compreso tra 1 e 14 giorni dal primo contatto con il patogeno.
La sintomatologia più comune raggruppava soprattutto:
- Innalzamento della temperatura corporea e febbre;
- Stanchezza associata a dolori muscolari e articolari;
- Cefalea;
- Tosse secca, più o meno intensa, e congestione nasale;
- Mal di gola e voce rauca;
Con minor frequenza, invece, la popolazione lamentava sintomi quali:
- Respiro sibilante e difficoltà respiratorie (dispnea);
- Alterazione o perdita della capacità olfattiva (anosmia) e gustativa (ageusia);
- Infiammazione delle alte vie respiratorie;
- Episodi diarroici, soprattutto tra la popolazione pediatrica;
Nei casi più gravi, generalmente associabili a pazienti già precedentemente affetti da patologie croniche, la malattia è degenerata verso complicazioni severe a carico di polmoni, cuore e reni, causando deficit della coagulazione con successiva formazione di trombi.
1.2.4 Strategie di contenimento dei contagi
Allo scopo di contenere i numeri dei contagi e l’affluenza dei pazienti verso le terapie intensive sono state predisposte, sin dai primi momenti di criticità, delle raccomandazioni generali mirate alla prevenzione.
Durante le fasi più critiche della pandemia le forme di aggregazione tra individui rappresentavano la maggiore fonte di rischio per la trasmissione del virus, per cui l’evitamento dei luoghi affollati e la distanza interpersonale di almeno un metro, nonché la drastica riduzione o completa rinuncia delle occasioni sociali, si resero necessari per frenare la curva in crescita.
Mediante efficaci campagne di sensibilizzazione ad opera del Ministero della Salute, trasmesse sulla rete e in televisione, la popolazione in tutte le sue fasce veniva quotidianamente istruita sul corretto lavaggio delle mani con acqua e sapone, promuovendo la disinfezione delle stesse con soluzioni idroalcoliche e delle superfici potenzialmente veicolanti con composti del cloro e dell’alcol.
L’impiego dei DPI, quali mascherine facciali monouso, nei luoghi pubblici chiusi e in tutte le occasioni in cui non fosse assicurato il rispetto della distanza interpersonale consigliata era direttamente mirato a scoraggiare il contatto diretto delle mani con occhi, bocca o naso e fu reso obbligatorio sull’intero suolo italiano.
L’obbligo di osservanza della quarantena, ossia dell’isolamento presso il proprio domicilio, fu imposto nei casi in cui si fossero già manifestati i sintomi e i segni contraddistintivi della malattia (infezione respiratoria e febbre superiore a 37,5° C), limitando così il contatto con terzi, salvaguardando la salute propria ed altrui.
CAPITOLO 2 DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE: LE MASCHERINE FACCIALI
2.1 Storia delle mascherine facciali: dal Rinascimento all’attualità
Una delle molteplici ragioni per le quali si è soliti associare nell’immaginario comune la mascherina facciale al quotidiano utilizzo che ve ne fanno i cittadini del mondo orientale, risiede nel luogo di nascita di questo oggetto e nel ruolo decisivo che esso ha ricoperto in precise parentesi storiche, apertesi e chiusesi non moltissimi anni fa.
Nel 1935, infatti, il nome di un esponente della comunità scientifica cinese, Wu Lien-teh, compare tra le nomine ai premi Nobel, in particolare quello in medicina e fisiologia, per l’ideazione e la proposta nel 1910 di un dispositivo di protezione all’avanguardia da adoperare nella lotta ad un’insolita malattia respiratoria, diffusasi in tutta l’area nord-occidentale della Cina.
Nato il 10 marzo 1879 a Penang, in Malesia, da una famiglia di immigrati cinesi, Wu Lien-teh fu un brillante studente di medicina dell’Università di Cambridge, il primo di origini cinesi a frequentarla. Dopo aver conseguito il dottorato, nel 1908 fu incaricato dal governo cinese di scoprire informazioni rilevanti sul preoccupante quadro epidemiologico della malattia che egli stesso nominò “peste polmonare”, successivamente passata alla storia come “peste della Manciuria”.
Il dispositivo da lui creato, ad oggi ufficialmente riconosciuto come primo esempio di mascherina filtrante, nasceva dalla sovrapposizione di spessi strati di garza e cotone in grado di garantire una barriera contro il contagio via “droplets”, cioè minuscole goccioline contenenti il patogeno espulse per emissione d’aria dalla vie orali e nasali.
Tuttavia l’illuminazione che le vie aeree rappresentassero il principale ingresso delle malattie infettive si colloca già molto prima della nascita della medicina preventiva moderna. Ancora oggi sopravvivono, nelle leggende del folclore e in antichi manoscritti letterari, le descrizioni di maschere ad utilizzo medico ambigue e molto differenti da quello che ci si aspetterebbe.
In occasione di una delle tante ondate di peste che l’Europa ricorda, tra il 1575 e il 1630, comparvero per la prima volta le iconiche maschere a becco d’uccello. Tali maschere erano fessurate ai due lati del becco per consentire ai chi le indossava di respirare e riportavano due vetrini in corrispondenza degli occhi dai quali sbirciare all’esterno. Coloro che le indossavano un tempo si definivano i “medici della peste”.
Il becco, lungo all’incirca una ventina di centimetri, era stato pensato per ospitare internamente la “teriaca”, una miscela dal profumo intenso e pungente ottenuta per mescolanza di oltre 55 erbe aromatiche differenti, addizionate per di più a polvere di carne di vipera, cannella, mirra, miele e aglio, e spesso anche a garze imbevute d’aceto e oli essenziali, come descritto da Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi”. L’odore che questo composto sprigionava era considerato l’antidoto contro i “miasmi”, gli odori cattivi e velenosi responsabili, secondo antiche credenze tramandatesi dal Rinascimento, della diffusione delle malattie e dello squilibrio degli umori attraverso la sola inalazione. La forma allungata data dal becco, invece, serviva a fare in modo che l’aria, inspirata dalle fessure laterali, impiegasse più tempo per raggiungere le vie aeree, si impregnasse al meglio dei profumi e si liberasse del presagio della morte.
La maschera, così descritta, come parte di un vestiario emblematico dei medici coinvolti nella cura dei sintomi della peste, è spesso associata al personaggio di Charles de Lorme, medico presso la corte francese di Luigi XIII che guarì numerosi reali dalla piaga della peste del ‘600. L’abbigliamento, che era stato descritto ad hoc dal medico, era costituito da un lungo cappotto profumato anch’esso con della cera, una camicia infilata nei calzoni, un paio di stivaloni, sulla testa un grande cappello nero a tesa larga, dei guanti fatti in pelle di capra e una verga per scacciare gli appestati.

L'abito del medico della peste in un disegno del 1656.
La convinzione che le epidemie fossero sostenute e aggravate dalla diffusione dei miasmi venne superata solo nel 1882, anno della scoperta dell’agente infettivo tubercolotico da parte di Robert Koch. A partire da quel momento le pratiche medico-assistenziali assunsero un nuovo significato, conferito dalle nuove terapie a base di chemioterapici in grado di agire efficacemente sui patogeni fino a guarire definitivamente i pazienti dalle malattie più temute.
I medici si resero conto dell’importanza della prevenzione mediante il contenimento della trasmissione delle patologie e fu in questo clima di innovazione che si collocò una delle intuizioni cardine della medicina preventiva.
Carl Flügge intuì che le sepsi manifestate dai pazienti a seguito di operazioni chirurgiche potevano essere attribuite al volo e al successivo deposito di minuscole goccioline provenienti dalla bocca e dal naso, potenzialmente veicolanti per i germi.
Pertanto, nel 1897, a partire da questa brillante intuizione il chirurgo austriaco Johann von Mikulicz Radecki in uno dei suoi interventi utilizzò un fazzoletto con cui coprirsi naso e bocca per preservare la salute dell’assistito.
Con questo accorgimento sempre più chirurghi osservarono la reale riduzione dei casi di sepsi post-operatori e fu ideata allora la prima mascherina in garza, di lì a poco divenuta, insieme ai guanti e alla cuffia per capelli, uno strumento di protezione per sé e l’altro, simbolo della figura del chirurgo in sala operatoria.
Rimasta a lungo di esclusivo impiego chirurgico, la “maschera della salute” ricompare, forte della sua storia, in una nuova forma con l’avvento della Spagnola che coinvolse il mondo intero tra il 1918 e il 1919, uccidendo secondo le stime oltre 50 milioni di persone, numero che si sarebbe duplicato se non fossero stati adoperati i DPI e le regole di distanziamento sociale.
Si è dunque visto come per secoli la mascherina abbia assunto connotati e significati differenti, seguendo il calco della cultura che, in quel periodo, si aveva dell’ambito medico.
In questi tempi non è più insolito descriverla come parte dell’uniforme di un professionista sanitario, o vederla indosso ad un civile a causa delle influenze stagionali e dell’inquinamento atmosferico. Anzi, i suoi attribuiti si sono ampliati, tanto che ad oggi il personale sanitario predispone di nuove e innovative mascherine ad accezione terapeutica, come le famose maschere “Ambu” per la ventilazione assistita o quelle utilizzate per la sedazione cosciente in sala operatoria.
2.2 Caratteristiche e funzioni
Prima dell’allarme lanciato dall’OMS sulla minaccia alla salute pubblica da parte del virus SARS-CoV-2, l’obbligo di indossare le mascherine facciali, intese come dispositivi individuali di sicurezza, era esclusivamente rivolto ai lavoratori che nello svolgimento delle abituali mansioni fossero esposti a uno o più rischi potenzialmente minacciosi per la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro.
A seguito della scoperta dell’elevato potere infettivo del patogeno, lo Stato italiano ha disposto, mediante il DPCM del 26 aprile 2020, l’obbligo esteso a tutta la popolazione, o quasi, di indossare e portare con sé una mascherina facciale al fine di tutelare la salute, propria e altrui, in tutti i casi in cui non fosse garantito il rispetto della distanza fisica o non ci si trovasse in un ambiente aperto e ben arieggiato.
Sebbene siano state esentate da tale imposizione alcune fasce della popolazione, come quella dei bambini al di sotto dei 6 anni di età oppure dei soggetti con disabilità e/o patologie incompatibili con l’uso della mascherina, le leggi sono state spesso aspramente criticate e dibattute dalla comunità, nonché al centro di numerosi studi, come quello di Balestracci, che hanno dimostrato l’effettiva comparsa di alterazioni respiratorie (es. riduzione della percentuale di ossigeno inspirata e del parametro di ossigenazione del sangue), psichiatriche (es. esordio di attacchi di panico ed episodi d’ansia), anomale reazioni della pelle e difficoltà nella comunicazione a seguito del loro utilizzo prolungato. Tuttavia tali “controindicazioni” non sono valse a scoraggiare il loro utilizzo e la loro vendita nei tempi più critici della pandemia, quanto invece a raccomandare una “boccata d’aria” dopo 1-2 ore di uso continuativo delle stesse.
Attualmente sono in vendita varie tipologie di mascherina facciale, diversificate in base alla forma e alla struttura, ma anche rispetto alla capacità di protezione.
In generale, indossandole sulla bocca e il naso fungono da protezione contro il passaggio di goccioline di dimensione superiore a 0,075 micron, impedendo così al virus di penetrare nelle vie aeree superiori ed infettare l’organismo.
Tra quelle più comunemente utilizzate:
- Le mascherine medico-chirurgiche, dispositivi individuali monouso pensati per gli ambienti a minor rischio infettivo, in grado di bloccare tutte le molecole fino a 3 micron di grandezza e solo parzialmente le più piccole particelle di aerosol. La loro struttura si avvale della sovrapposizione di tre strati: quello più esterno resistente ed idrorepellente, quello intermedio costituito da microfibre che ostacolano il passaggio delle particelle umide, e quello interno che aderisce al volto. Sebbene esse siano largamente utilizzate dalla comunità presentano degli svantaggi che è necessario tenere a mente al fine di promuovere il loro corretto utilizzo. In primis, non aderendo completamente alla pelle del viso permettono ugualmente il passaggio dell’aria, sebbene minimo, dall’ambiente circostante. In secondo luogo, il loro grado di protezione dall’esterno all’interno è relativamente basso, pari a solo il 20%, per cui chi la indossa non può esser certo della copertura totale dalla trasmissione da parte di terzi. È inoltre raccomandato che per garantire la massima copertura bisogna rimuovere e sostituire il dispositivo dopo le 3-4 ore di utilizzo al massimo.
- Le mascherine FFP2, riferite anche con la sigla KN95 secondo la siglatura cinese, con o senza la valvola di espirazione per ridurre l’umidità nello spazio compreso tra il volto e la maschera. Tale meccanismo in presenza di valvola consente alle particelle interne di fuoriuscire attraverso il filtro e quindi di infettare potenzialmente chi circonda l’utilizzatore. Le FFP2 godono di un potere filtrante in entrata al 94% e di uscita al 100% grazie ad una struttura a quattro strati sovrapposti: lo strato più esterno impermeabile e resistente alle particelle più voluminose, lo strato intermedio esterno con più strati di TNT (“tessuto non tessuto”) sovrapposti per trattenere la maggior parte delle particelle organiche, lo strato intermedio interno che filtra le particelle di polvere più piccole trattenendole elettrostaticamente e infine lo strato più interno che assorbe l’umidità interna filtrando le particelle emesse con l’espirazione. Esse hanno un tempo di copertura pensato per garantire la sicurezza in ambiente infetto durante un intero turno di lavoro di 8 ore circa. Il loro possibile riutilizzo è suggerito dalla sigla “R” (“riutilizzabile”) riportata esternamente, in caso fosse invece riportata la dicitura “NR” (“non riutilizzabile”) occorrerà sostituire il dispositivo dopo averlo indossato. Una caratteristica che le contraddistingue dalle mascherine chirurgiche è che il loro potere filtrante può eventualmente essere ristabilito mediante la sostituzione del filtro oppure tramite lavaggio e sanificazione del dispositivo.
- Le mascherine FFP3, con la più alta capacità di filtraggio pari o superiore al 98% di particelle di dimensioni fino a 0,6 μm. Anch’esse in duplice forma, con e senza la valvola di espirazione, presentano le medesime caratteristiche viste precedentemente per le FFP2. Esse sono fortemente raccomandate al fine di prevenire infezioni in luoghi con elevata concentrazione di particelle solide e liquide non volatili.

Tipologie di mascherine facciali.
2.3 Aspetti sociali: ciò che la mascherina toglie e ciò che la mascherina dà
Accettare il cambiamento, all’interno e all’esterno, delle proprie esistenze e parallelamente prendere atto delle conseguenze che da esso possano derivare è un processo che sin dall’inizio dei tempi ha caratterizzato la natura umana e quella dei viventi in generale. L’adattamento, in quanto processo articolato e faticoso, spesso e volentieri è sofferto, seppur necessario in vista di strategie più funzionali e convenienti o per spirito di collaborazione e sopportazione reciproca.
Analogamente anche l’adattarsi a nuovi modelli di relazione, mascherata come in questo caso, e l’essere sprovvisti dell’espressività di una porzione così dinamica del nostro corpo ha smosso polemiche e resistenze che si giustificano con la difficoltà nel comunicare con l’altro, non solo banalmente a livello verbale, ma soprattutto a livello emotivo.
Le critiche e i dissensi sono tuttavia stati maggiori soprattutto nella metà occidentale del globo, dove altrettanto numerose sono state le manifestazioni no-mask, spesso fomentate dalle politiche, con cui si gridava all’abolizione della mascherina.
Ma la domanda, che a questo punto sorge spontanea, verte sul perché l’obbligo di indossarla sia stato vissuto in maniera meno traumatica sul versante orientale.
Aprendo una parentesi culturale sulla tradizione cinese, la risposta a questa domanda sarebbe da ricercarsi nel concetto di Qi, che a dire il vero non trova una corrispettiva traduzione nelle lingue occidentali ma concettualmente ha a che fare con ciò che si indentifica con il “soffio vitale”. Secondo la cultura cinese, le forme sotto cui può manifestarsi l’energia della vita sono davvero svariate, ma quella che interessa ai fini della risposta è quella respiratoria, la quale trova la sua sede nell’aria che inspiriamo. Se si considera il caso specifico di nazioni iper-sviluppate, in continua evoluzione tecno-industriale, la qualità dell’aria è uno dei primi parametri che viene ad alterarsi, influenzando negativamente la qualità della vita dei cittadini, e dalla quale tutelarsi.
Ecco perché da sempre la comunità cinese, come anche quella vicina giapponese, si è identificata nell’utilizzo della mascherina, nata come strumento di protezione e divenuta poi emblema di una cultura che affonda le sue radici nella profonda osservanza della tutela della salute, per sé e per l’altro, e che adesso a seguito dei protocolli di protezione obbligatori per tutta la comunità è divenuta sinonimo di “debolezza” poiché indice di malattia.
La maschera allora assume un significato che va oltre la sua funzione specifica, diventa un valore aggiunto alla persona, nonché uno strumento atto a suggerire qualcosa sulla nostra storia, sulla nostra derivazione geografica, sulla nostra cultura e addirittura sul nostro benessere. “Guai a chi non sa portare la propria maschera!”, direbbe Pirandello.
In contesti attuali paragonare una mascherina a una cintura di sicurezza soltanto perché ne condividono una funzione, cioè quella di proteggere chi la indossa da un rischio potenziale, sarebbe riduttivo. La mascherina oggigiorno è molto vicina, per significato e contenuto comunicativo, a un capo d’abbigliamento e assume così un valore sociale più ampio: mostra agli altri chi siamo, cosa vogliamo mostrare loro e cosa ci piace.
Virginia Postrel, in uno dei suoi articoli afferma che “le maschere non devono essere noiose. Possono esprimere le nostre passioni. Invece di fastidi, possono essere accessori”.

Billie Eilish ai Grammy 2020, con la mascherina Gucci logata, in tulle nero e doppia G di cristalli.
La maschera è un oggetto personale e personalizzabile e ne sono una prova quelle indossate dalle modelle in occasione delle sfilate della Fashion Week di Madrid (2020), poi lanciate sul mercato dalle case di alta moda e sfoggiate come accessori must have in strada. Un disegno stampato su di esse può comunicare l’ammirazione verso la propria squadra del cuore, piuttosto che lanciare un messaggio di protesta come accaduto nei cortei dei Black Lives Matter all’indomani della morte di George Floyd o diventare oggetto di una propaganda politica tra personaggi di spicco come Trump e Biden.

Una ragazza indossa una mascherina con la scritta "I can’t breathe" in ricordo di George Floyd
Finché sopravvive la libertà di esprimersi, nonostante quello che possa apparire come un tentativo di omologazione, e finché si è ancora in grado di leggere nell’utilizzo di questo dispositivo un attributo personale, le persone non la guarderanno come un nemico, bensì come un alleato. Tale significato è insito nella parola “persona”, che in etrusco “phersu” indicava la maschera utilizzata dagli attori, inteso allora sia come personaggio che come individuo.
Oltre questo aspetto, in un suo studio Honigmann approfondisce il potere trasformazionale che la maschera conferisce, analizzando un’antica tradizione dei paesi austriaci e limitrofi che vede come suo protagonista il krampus, un personaggio mostruoso e demoniaco che in occasione delle feste natalizie sfila in strada accompagnato da San Nicola, spaventando chi nei mesi precedenti non si è comportato abbastanza bene da ricevere la gioia del Natale. Honigmann dimostra che chi indossa la maschera del demone è facilitato nello spaventare e nel commettere atti licenziosi non solo perché la copertura del volto ne garantisce l’anonimato, ma anche, e soprattutto, perché la maschera li giustifica incarnando la tradizione.
In questo senso, la maschera può mostrare lati di noi che altrimenti faticherebbero ad essere mostrati, un po’ come nel caso di Batman che attribuisce a sé l’immagine del pipistrello non soltanto perché si rispecchia nell’oscurità che evoca, ma anche perché trasla nell’animale le sue paure per affrontarle.
CAPITOLO 3 EMOTIVITÁ ED ESPRESSIONE CORPOREA
3.1 Le emozioni
3.1.1 Definizione ed etimologia di “emozione”
Se si chiedesse di definire a parole il termine “emozione” con ogni probabilità non si riceverebbe mai sempre la stessa risposta poiché ognuno tenderebbe ad attribuirvi un significato personalissimo, frutto delle esperienze di un vissuto individuale ed irripetibile. Altrettanto probabile è che, nel tentativo di trasmettere all’altro le esatte immagini e sensazioni che l’ “emozione” evoca nelle menti, si ricorra alla descrizione di momenti in cui quel concetto si è mutato in fatto, descrivendone quindi l’essenza, ma lasciandone sbiaditi i contorni. Ma è forse questa pluralità di significati e attributi che descrive appieno un concetto astratto come quello dell’emozione.
La psicologia delle emozioni, un ramo nato con William James, semplifica ed unifica queste infinite accezioni ricorrendo ad una definizione unilaterale: “l’emozione è un sistema reattivo ereditario che produce cambiamenti profondi nei meccanismi corporei intesi nel loro insieme, ma particolarmente nei sistemi viscerali e ghiandolari” (J. B. Watson).
Insito nel concetto di emozione vi è dunque quello del movimento, interpretato come trasformazione di uno stato d’essere attuale in un comportamento d’emergenza, passaggio necessario e volto a ristabilire un senso di sicurezza e stabilità interno all’organismo, giustificato dal sopraggiungere di uno stimolo.
Per di più, non è una coincidenza che la conferma a questa interpretazione si possa ricercare nella stessa etimologia della parola emozione: dal latino “moveo”, cioè muovere, congiunto al prefisso “-e” diventa “muovere da”, a sottolineare proprio quell’implicita tendenza all’agire.
Restando in quest’ottica di dinamismo, le modificazioni interne diventano la premessa per il passaggio da semplice elaborazione cognitiva ad azione dotata di significato.
Lo stesso James immaginava che la reazione di correre e tremare alla vista di un orso davanti a sé altro non fosse che la manifestazione della paura: si verifica un evento, esso produce nella mente un effetto (emozione) e questo si ripercuote anche sul corpo. Ma se ciò non accadesse e l’elaborazione rimanesse solo cognitiva, probabilmente rimarremmo fermi pensando di dover scappare.
Quando si è in tema di emozioni uno degli errori più comuni, che gli stessi psicologi commettono, riguarda l’imprecisione lessicale nell’utilizzo dei termini “emozione”, “sentimento” ed “umore”. Sebbene questi convoglino tutti verso il lessico affettivo, non sono e non possono essere utilizzati come sinonimi tra loro.
Se da un lato con “emozione” si delinea uno stato affettivo di durata pressoché breve (avente un inizio, una durata e una fase di attenuazione) che implica, per sua natura adattiva, degli sconvolgimenti a livello organico (modificazione dell’espressione facciale, variazioni interne), dall’altro “sentimento” e “umore” classificano degli stati affettivi durevoli, a prima vista senza un chiaro antecedente e incapaci di arrestare il processo di pensiero, come invece accadrebbe nel sequestro emozionale.
3.1.2 Emozioni e cervello
Erroneamente nell’immaginario comune la sede dei nostri stati emotivi è sempre attribuita al cuore, ma è doveroso in realtà precisare che emozioni e sentimenti sono più che altro una “questione di testa”.
Le innumerevoli risposte fisiologiche e le reazioni motorie specifiche che scattano successivamente allo stimolo emotigeno si identificano come la perfetta sincronia tra elaborazione centrale e trasmissione recettoriale, di cui il sistema nervoso è responsabile.
Le strutture anatomiche più coinvolte in questo minuzioso processo sono soprattutto situate nella sezione ancestrale della corteccia cerebrale, riferita come “sistema limbico”. La sua attività è strettamente ricollegata a quella di un altro sistema ancora, quello ipotalamico, che media e regola alcune delle più importanti funzioni vegetative del sistema nervoso autonomo (SNA) che accompagnano l’attivazione emotiva: regolazione della temperatura corporea e monitoraggio del metabolismo dei glucidi e dei lipidi sono soltanto alcune delle funzioni di cui l’ipotalamo si occupa tramite un raffinato meccanismo di rilascio degli ormoni, che dopo essere stati immessi nel circolo sanguigno, raggiungono e modificano l’attività degli organi bersaglio.
Quando non sovviene alcuno stimolo che il cervello ritenga rilevante, in altre parole in condizioni di tranquillità, si registra una prevalenza di attività parasimpatica, ossia di quel comparto del SNA adibito al risparmio di energia. Contrariamente, se sopraggiungono stati di generale agitazione, dettati da stimoli interni o esterni, l’attività parasimpatica lascia il posto a quella simpatica, deputata ai meccanismi di attacco dispendiosi, per loro natura, di molta energia.
Non sempre però nel sistema nervoso vige quella che potrebbe sembrare una rigida compartimentazione: un’emozione che è in grado di attivare il sistema nervoso autonomo simpatico non è detto che abbia sempre un’accezione negativa. Ad esempio, il piacere inteso come eccitazione sessuale determina un’attivazione fisiologica di aumento della frequenza cardiaca che si registrerebbe anche alla vista di un’immagine orrifica.
In virtù di ciò diventa allora inopportuno classificare le emozioni tra positive e negative e sarebbe più corretto riferirsi a dimensioni di maggiore o minore attività aventi una determinata influenza sulle funzioni vegetative.
Per un’ottica più completa sulla fisiologia delle emozioni si pensi al ruolo che gioca l’ipotalamo in relazione ad un evento stressante: esso immediatamente rilascia nel sangue il fattore corticotropinico (CFR) avente azione diretta sull’ ormone adrenocorticotropo (ACTH), prodotto dall’adenoipofisi. A sua volta l’ACTH si inserisce in questa attività ormonale a catena e induce le ghiandole surrenali alla secrezione di altre nuove sostanze, di cui le catecolamine (dopamina, adrenalina e noradrenalina) e gli ormoni corticosteroidei (di cui il più rappresentativo è il cortisolo, noto anche come ormone dello stress).
In aggiunta a questi appena citati sono tantissimi altri gli ormoni che regolano l’espressione emotiva e ne sono un esempio quello della crescita (GH), la tiroxina e le endorfine.
Quanto al sistema limbico, recentemente si è cominciato a fare una distinzione più accurata dei complessi che lo compongono, accorgendosi che alcuni di essi sono coinvolti anche in rilevanti processi cognitivi, uno fra tutti quello della memoria semantica, come nel caso dei corpi mammillari e dell’ippocampo. Più dettagliatamente esiste una piccola parte del sistema limbico, dalla forma a mandorla, chiamata “amigdala” che sarebbe coinvolta nella fase di elaborazione emotiva. LeDoux (1992 e 1993) la definì come un “computer emotivo” in grado, cioè, di ricevere e processare una quantità immensa di stimoli, siano essi reali, frutto della nostra immaginazione o conservati in memoria.
3.1.3 Lateralizzazione: espressività e riconoscimento emotivo
Un’ulteriore particolarità che descrive l’encefalo in tutta la sua complessità è l’assenza di una simmetria per quanto concerne le funzioni nervose superiori, di cui anche quelle relative all’ambito emotivo. Gli studi che furono condotti da Broca (1865) avevano messo in evidenza quanto la localizzazione della lesione cerebrale in uno dei due emisferi encefalici fosse determinante sulla tipologia di disturbo conseguente: coloro che riportavano un danno nella metà sinistra dell’encefalo erano accomunati dalla presenza di un disturbo di linguaggio.
Pertanto fu dimostrato che nel sistema nervoso centrale vige un’asimmetria cerebrale per la quale, mentre la metà di sinistra si occupa prevalentemente della funzione più cognitiva, quella di destra è maggiormente implicata nella percezione e nell’interpretazione emotiva.
Tale dicotomia ha chiaramente un’influenza anche sulla capacità di manifestare coerentemente le proprie emozioni. Nello specifico, uno studio condotto da Gainotti (1969 e 1972) metteva alla luce le differenze nella competenza emotiva tra pazienti con lesioni cerebrali in emisfero sinistro e in emisfero destro. I primi, che per le ragioni viste in precedenza mostravano anche afasia, palesavano reazioni più drammatiche alla vista dei propri disturbi motori, perciò spesso riferivano di sentirsi angosciati o disperati. I secondi, invece, sebbene mostrassero anche loro le stesse difficoltà motorie non apparivano particolarmente coinvolti sul piano emotivo o ne erano addirittura indifferenti.
Risultati simili furono ottenuti con l’esperimento condotto da Terzian e Cecotto (1959) iniettando del barbiturico nella carotide e bloccando così il funzionamento dell’emisfero destro: i soggetti sottoposti allo studio si mostravano euforici senza motivo apparente.
Ulteriori prove della dominanza dell’emisfero destro sul sinistro sono fornite dalla predominante espressività emotiva della metà sinistra del volto umano e dal maggiore coinvolgimento dell’emisfero destro nella prosodia, ossia quella componente del linguaggio in cui convogliano le sue caratteristiche implicite (timbro e altezza vocale, velocità del parlato, pause, ecc.), piuttosto che nel carattere linguistico-semantico affidato prevalentemente all’emisfero sinistro.
In merito al riconoscimento delle emozioni gli studiosi hanno cercato di seguire la traccia lasciata da queste conclusioni, perciò si è partiti innanzitutto con il valutare tale capacità in presenza e assenza di danno cerebrale, presentando sia visivamente le emozioni con delle immagini, sia tramite la prosodia. I risultati delle ricerche furono esattamente sovrapponibili a quelli già osservati: le persone normali sono solite riconoscere visivamente le emozioni in tempi rapidi, soprattutto quando le foto dei volti vengono presentate entro l’emicampo sinistro, controllato appunto dall’emisfero destro; coloro che invece presentavano la lesione cerebrale a destra facevano molta confusione non solo nella discriminazione visiva dell’emozione corretta ma anche dell’identità della persona mostrata. Sulla prosodia, in presenza di danno, la difficoltà di cogliere gli aspetti emotivi del parlato si amplificava, invece restava immutata l’abilità di classificare le emozioni sulla base di concetti e definizioni linguistiche.
Contro ogni previsione, ricerche ancora più recenti sembrerebbero tuttavia stravolgere quanto appena detto e affermerebbero la dominanza dell’emisfero sinistro nell’identificazione delle emozioni a valenza positiva, come gioia e sorpresa, e dell’emisfero destro nell’identificazione di quelle a valenza negativa, come tristezza e paura.
A chiarire la situazione fu la teoria delle display rules, ovvero delle regole sociali, le quali definiscono che le emozioni più socialmente accettate siano quelle positive, perciò condivise con piacere dalla comunità. Contrariamente stati d’animo negativi sono più comunemente nascosti e vissuti appartatamente.
La differente tolleranza della comunità verso queste due tipologie di emozioni chiarisce perché l’emisfero sinistro, che come visto si occupa anche della comunicazione verbale, sia associato alle emozioni positive e perché quello destro a quelle negative, di fatto meno condivisibili a livello interpersonale.
3.2 Espressività corporea
3.2.1 Emozioni e comportamenti espressivi: gli assunti teorici
La contrazione dei muscoli del volto insieme con l’atteggiamento del corpo e le modificazioni vocali si classificano in psicologia come “comportamenti espressivi”.
Per anni si è cercato di dimostrare se questi avessero o meno un’origine innata e per questo comuni alla maggior parte degli individui appartenente a razze ed epoche evolutive differenti.
Non a caso, questi aspetti furono indagati da Darwin in uno dei suoi libri, L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872), dimostrando che esiste concretamente un patrimonio emotivo innato. Questo carattere innato di alcune espressioni emotive fa sì che alcuni comportamenti si ripresentino identici tra individui appartenenti a razze differenti, o tra adulti e bambini, e addirittura che tali espressioni si conservino anche nel confronto tra normovedenti e soggetti nati ciechi.
La ragione di questa conservazione è da ricercare nella spinta alla comunicazione con cui ogni essere vivente nasce e che pertanto risulta necessaria alla sua stessa sopravvivenza.
Discorrendo sulla teoria evolutiva delle emozioni Tomkins, riferendosi ad esse come “sistema affettivo”, ipotizza la base genetica su cui si erge il sistema e al quale afferiscono ben otto emozioni fondamentali (interesse, sorpresa, gioia, angoscia, paura, vergogna e disgusto).
Ulteriori prove sull’aspetto innato e sui caratteri universali delle emozioni sono portate alla luce dalle ricerche condotte da Haviland e Lelwica (1987) sull’espressività di bambini di sole 10 settimane, rafforzando ancora di più l’idea che l’abilità di reagire in maniera differenziata alle espressioni facciali dei volti materni non possa essere soltanto il frutto della capacità imitativa. Più approfonditamente, si resero conto che ogni qualvolta il volto materno mutava in espressione felice, quello dei figli lo diventava a sua volta e lo schema si riproponeva in maniera similare anche alla vista di espressioni arrabbiate o tristi, succeduto da reazioni come il succhiarsi un dito, sbavare o masticare a vuoto.
Izard, stretto collaboratore di Tomkins del quale condivise le posizioni, chiude perfettamente il discorso sul processo evolutivo delle emozioni precisando che esistano delle emozioni fondamentali (gioia, sorpresa, interesse, dolore, rabbia, disgusto, disprezzo, dolore e vergogna) dalla cui combinazione si ottengono emozioni più complesse, quadri e tratti della personalità.
Ciò che invece non è preconfezionato dalla genetica è piuttosto l’abilità di adeguare la risposta emotiva al giusto stimolo specifico e quindi imparare quando una data emozione è concessa a seconda del contesto. Sarà proprio questo l’aspetto che, più avanti, Ekman riassumerà nella sua teoria “neuro-culturale” affidando alle display rules un ruolo significativo nel mascherare, accentuare, diminuire o neutralizzare l’emozione quando le norme culturali lo richiedono al fine di raggiungere un’adeguata connessione interpersonale.
3.2.2 Il Facial Action Coding System (FACS)
L’eredità degli studi condotti da Tomkins e McCarter sul riconoscimento delle emozioni divenne la base per gli studi di Ekman e Friesen (1976, 1978) che, a partire da immagini statiche di volti, misero a punto un sistema affidabilissimo per la codificazione delle espressioni con cui identificare precisamente quali fossero i muscoli del volto coinvolti nella manifestazione di una certa emozione.
Utilizzando un sistema di elettrodi, collegati ai muscoli facciali, i due studiosi rilevarono la presenza di ben 44 unità di azione, ognuna diversa dall’altra per intensità e tipo di modificazione facciale. Dalla combinazione di queste unità fu possibile ricostruire tutte le espressioni facciali che l’uomo è in grado di esprimere.
Nello specifico, il FACS ad oggi è costituito da una serie di fotografie di volti di ambo i sessi, esprimenti le emozioni ritenute fondamentali dai due autori: disgusto, paura, felicità, tristezza, sorpresa e rabbia. Tali espressioni si concentrano in due sezioni del viso, una superiore (fronte, sopracciglia e occhi) e una inferiore (guance, naso, bocca e mento).
3.2.3 Fattori che influenzano l’abilità di riconoscimento emotivo
Le ricerche sul riconoscimento emotivo portarono alla luce delle sostanziali differenze nella modalità di codifica e decodifica delle espressioni facciali, dimostrando che esse dipendono sia dalla persona che codifica l’emozione attraverso il proprio volto, sia dalla persona che invece è chiamata a decodificare l’espressione impressa nel viso dell’altro.
Lo stesso Ekman in collaborazione con Boucher (1975) precisò che ci sono alcune zone del volto che più delle altre, in una data espressione emotiva, fungono da spia per il riconoscimento di quella corretta: la bocca per la felicità e il disgusto, la fronte per la sorpresa, gli occhi per la paura e la tristezza; più complessa è invece la rabbia che contempla l’analisi attenta di tutte le componenti facciali contemporaneamente.
L’adeguatezza del riconoscimento appariva nettamente aumentata quando il codificatore e il decodificatore erano due individui appartenenti alla stessa razza (Brigham e Barkowitz, 1978) ed era inoltre più probabile se a codificare era una donna, probabilmente a causa della maggiore specializzazione del loro emisfero destro.
3.2.4 Quando il corpo prova emozioni
Ekman e Friesen si proposero di classificare i comportamenti non verbali in base alla loro funzione definendo i gesti:
- Emblematici, dotati di un significato verbale condivisibile e perciò universale, ad esempio il segno “V” di “vittoria” o il pugno per quando si è arrabbiati;
- Di illustrazione, utili ad accompagnare il discorso;
- Espressori, legati alla mimica del volto;
- Regolatori, ossia i gesti che scandiscono il ritmo in uno scambio verbale, come l’annuire o l’avvicinamento all’interlocutore;
- Adattatori, come il massaggiarsi, lo strofinarsi o il toccarsi il viso in segno di adattamento all’altro.
Confrontando l’efficacia informativa degli indicatori di viso e corpo è stato possibile confermare che i segni captati dal volto sono molto più rilevanti e chiari per la corretta identificazione delle emozioni fondamentali (Ekman e Friesen, 1967). Di questa opinione fu anche Wallbot (1988) per il quale non è un caso che quando sussiste un dubbio sul tipo di informazione che l’emittente sta provando a trasmettere (dati riferiti alla persona o al contesto) la nostra ricerca miri a isolare quella canalizzata dal volto, contrariamente a quando le informazioni non appaiono dubbie o discordanti e avviene la somma di tutte le informazioni da tutti i canali.
L’individuazione di una serie di indizi captati dal volto e dall’espressività corporea dell’interlocutore è possibile stabilire che emozione egli stia provando in quell’esatto momento e in che intensità.
Tra le emozioni principali si ritrova il disgusto, letteralmente ciò che si oppone al “gusto”. Descritta come un’emozione spiacevole, si ipotizza che originariamente doveva servire a scoraggiare l’uomo dall’ingestione di sostanze velenose. Riferito a contesti sociali, il disgusto è evocato dal contatto con qualcosa che elude il concetto di piacere. Il corpo esorcizza questa emozione con l’allontanamento dell’oggetto disgustoso dal proprio campo percettivo e in concomitanza compaiono sul viso segnali come l’arricciarsi del naso alla percezione di un cattivo odore, il rovesciare le labbra e l’allargare la bocca per liberarsi del bolo, il sollevamento del labbro se riferito a comportamenti umani o persone.
Contrariamente, un’esperienza che provoca piacere è un esperienza che provoca gioia.
Essa può nascere dal rendere felice chi si ama, dal sapere di essere amati o dalla condivisione di un’esperienza positiva con chi amiamo. Quando si è gioiosi il corpo si attiva stimolando la frequenza cardiaca ad aumentare, con conseguenze di ipertono muscolare e irregolarità respiratoria. Tuttavia ciò che più del resto è connesso alla gioia è il sorriso, cioè il sollevamento innato degli angoli della bocca e gli occhi che si strizzano. Si pensi che in tutte le culture del mondo il sorriso è sempre associato alla positività ed è d’altronde fondamentale per la coppia madre-figlio sin dai primi momenti di scambio comunicativo.
Tra le più complesse delle emozioni c’è poi la paura, un profondo senso di spiacevolezza che origina da un oggetto dal contenuto orrifico o dall’immaginazione di una situazione futura o ipotetica e che sfocia nell’evitamento. Si può aver paura di persone con comportamenti che si percepiscono aggressivi, di sensazioni fisiche come il dolore o il rumore, di pulsioni e fantasie, di eventi che possono minare la reale sopravvivenza.
Quando il corpo percepisce la paura lo si può leggere dal volto: gli angoli della bocca tendono verso il basso, gli occhi restano fissi e aperti come congelati, la fronte si aggrottata e le sopracciglia si corrugano.
Tutte queste attivazioni, negli stati di minore intensità, possono tuttavia confondersi con la sorpresa. Il grido, che è caratteristico di entrambe, in virtù dello spavento simboleggia una richiesta di aiuto. Il rallentamento della frequenza cardiaca, la diminuzione della tensione muscolare, il calo della pressione sanguigna, la riduzione della temperatura corporea, la maggiore dilatazione delle pupille e l’abbondante sudorazione simulano invece una paralisi, fatto che sembrerebbe paradossale ma che può essere spiegato con il disperato tentativo di apparire fragili e indifesi ed essere risparmiati dall’oggetto spaventoso.
Un’altra delle emozioni primordiali, che compare e si palesa sin dalla prima infanzia, è la rabbia, la quale nasce alla vista di un insieme di comportamenti ingiustificabili o evitabili compiuti dall’altro. Su di essa le regole sociali, la cultura e le questioni etiche a volte suggeriscono il non agire e il lasciar scorrere ciò che ci turba, mitigando moltissimo l’espressione iraconda tra i popoli e determinando tra loro differenze sostanziali. Nonostante ciò è comunque possibile delineare dei tratti tipici della rabbia finalizzati a comunicare superiorità e aggressività, soprattutto quando scatta la “rabbia esplosiva” descritta tra i versi di Cecco Angiolieri in “S’i fosse foco, arderei ‘l mondo”. Ne sono un esempio l’aggrottamento violento delle sopracciglia accompagnato dal mostrare o dal digrignare i denti, lo stringere forte le labbra e il lampeggiare degli occhi. Tali modificazione interne del corpo accumulano energia per prepararlo a un imminente attacco, fisico o verbale che sia, oppure, in alcuni casi lo pietrificano nell’immobilità: la notevole pressione sanguigna colora di rosso il volto e fa sudare, la muscolatura è tesa e rigida e la voce s’innalza con tono minaccioso.
3.3 Empatia e successo sociale
Nell’introduzione al libro “Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman l’autore avanza una riflessione sull’arte di essere socialmente abili, frutto della sincronia e della riconciliazione tra la razionalità e l’emotività. Nei decenni precedenti si era consolidato il concetto errato per cui essere emotivamente competenti corrispondesse ad essere anche individui molto intelligenti, alludendo a una diretta proporzionalità tra intelligenza emotiva e quoziente intellettivo (QI). Spesso, in realtà, accade l’esatto opposto ed individui con punteggi di QI altissimi si rivelano essere anche quelli emotivamente più incompetenti.
Aristotele, pur senza chiamarla “intelligenza emotiva” come faremmo noi oggi, la descriveva come l’abilità di “colui che si adira per ciò che deve e con chi deve, e inoltre come, quando e per quanto tempo si deve”. Dalle sue parole traspare tutta l’importanza di un’abilità che per sua natura si riversa nelle relazioni sociali e che incide, in sua assenza, sull’esordio di gravi comportamenti disfunzionali come lo sono l’alterazione del tono dell’umore, l’abuso di alcol e sostanze stupefacenti, e anche i disturbi del comportamento alimentare. Di fatto non è un caso che chi si macchia di crimini atroci, come omicidi e violenze, condivida con gli altri criminali un’incapacità di sintonizzarsi con l’altro, residuo di un’infanzia contraddistinta da trascuratezza emozionale. Dal lato diametralmente opposto, le vittime di abusi e violenze in infanzia e adolescenza sono costantemente preoccupate dei sentimenti altrui e godono di un sistema di riconoscimento emotivo iperattivo e ipersensibile per captare ogni segnale di una potenziale minaccia.
Da quanto detto si evince che l’intelligenza emotiva si aggancia saldamente ad un’altra competenza: l’empatia (dal greco “empatheia”) o “il sentire dentro”.
Essere empatici presuppone essere consapevoli in primis delle proprie emozioni, così da traslarle e saperle leggere anche sugli altri.
Il contrario di empatico si identifica nella descrizione di alessitimico, ovvero colui che è incapace nel cogliere le sfumature emotive che il tono di voce o un adattamento posturale possono comunicare. L’alessitimico dunque è “emotivamente sordo”, una vera e propria menomazione dell’essere umani.
Saper essere empatici gioca un ruolo di primaria importanza in qualsiasi tipo di relazione, sia essa lavorativa o affettiva, e non vuol dire solo cogliere gli aspetti più o meno ovvi di una comunicazione verbale, ma anche estrapolare gli aspetti più significativi del linguaggio non verbale dalle espressioni facciali, dalla pragmatica di un discorso e dai gesti che accompagnano le parole.
A proposito di questo Rosenthal, per indagare la capacità empatica, mostrò ai partecipanti di un suo studio dei filmati inquadranti una donna che esprimeva sentimenti dall’ilarità all’amore materno. I video, a turno, oscuravano uno o più canali della comunicazione: talvolta veniva escluso l’audio, talvolta l’espressione facciale, e così via. Dal test egli dedusse che coloro che erano in grado di leggere le emozioni altrui dai comportamenti non verbali, che in una normale comunicazione rappresentano circa il 90% del totale, erano anche classificabili come più simpatici ed estroversi nonché più sensibili.
Essere empatici fa parte della natura dell’uomo, ci accompagna secondo alcuni psicologi dello sviluppo sin dalla nascita e viene allenata e arricchita dalle sintonizzazioni che compiamo con l’altro. Prima ancora di imparare a comprendere gli stati mentali altrui, bambini molto piccoli sono capaci di provare una “sofferenza simpatica”, ossia reagiscono al turbamento altrui come se fosse un turbamento proprio. Questo atto di mimetismo motorio è paragonabile alla versione più semplificata dell’empatia e svanisce quando, intorno ai due anni e mezzo, il bambino impara a diversificare il dolore percepito con il proprio corpo dal dolore che si personifica sul corpo dell’altro.
La prima sintonizzazione che il bambino sperimenta è quella con la madre, sin dal primo contatto sul suo petto a pochi secondi dalla nascita. Questo incontro e i suoi successivi scandiscono i tempi di quella relazione, mentre la modalità di avvicinamento o allontanamento plasmano la comunicazione tra i due: un genitore e un figlio ben sintonizzati rappresentano la base stabile su cui costruire l’empatia. Al contrario, quando il genitore non è in grado di modulare e mediare quel contatto, quando non è pronto ad entrare in sintonia e a riconoscere i bisogni del proprio bimbo, quest’ultimo cambia il suo approccio al caregiver con il rischio che le emozioni e i sentimenti che non avevano sortito effetto sull’altro vengano eliminate dal repertorio delle relazioni intime e vengano rimpiazzate con altre più efficaci e ricambiate dai genitori, sebbene spesso disfunzionali.
3.4 Conseguenze della pandemia nel riconoscimento emotivo in età evolutiva
3.4.1 Gli effetti biopsicosociali della pandemia
“Provo un senso di vuoto e rancore. Veramente, per pensare a ciò a cui teniamo, e a cosa no, abbiamo dovuto perdere tutto? Avevamo a portata di mano un mondo, e la maggior parte di noi non se n’è reso conto (…).”
Esiste un prima e un dopo la parentesi pandemica di cui chiunque sta ancora pagando lo scotto, e un durante da cui tanti sono ancora incapaci di svincolarsi.
Nei duri tempi del coronavirus ognuno, dal più piccolo al più grande, ha dovuto fare i conti con due sentimenti contrastanti, il senso della perdita e quello del ritrovarsi: la separazione dagli amici e dai parenti meno prossimi e il ricongiungimento con se stessi; la privazione delle vecchie abitudini e la costruzione di nuove; l’allontanamento dalla scuola e dal lavoro e la nascita dei sistemi della didattica a distanza (DAD) e dello smart working.
Riuscire a descrivere esattamente l’entità del danno appare ancora una sfida ardua per la molteplicità degli aspetti interessati ma ciò che resta certo è che ad esserne state colpite siano soprattutto le fasce più giovani della popolazione, coloro che ai tempi del lockdown erano bambini o adolescenti.
L’età evolutiva è una tappa estremamente dinamica del vissuto umano che si identifica nell’apprendimento per esperienza diretta, nei sensi e nel movimento. La deprivazione fisica e sociale imposta dall’isolamento non ha fatto altro che favorire uno sviluppo in direzione opposta, scoraggiando il rapporto interpersonale dal quale imparare a comunicare o come stare in una relazione, le possibilità di gioco con i pari, l’esplorazione tramite i sensi, e scoraggiando in generale l’intero sviluppo neurale, sensoriale, motorio, cognitivo, affettivo e sociale della persona.
Ad incidere ulteriormente sulla qualità di vita di questi bambini è stata una serie di altri fattori: l’area geografica di appartenenza, più o meno interessata dai contagi; la condizione sociale, che ha obbligato nuclei familiari a convivere in spazi più o meno ristretti; l’età anagrafica e le responsabilità, lavorative o scolastiche, ad essa connesse; la propria personalità; il virus stesso e come questo ha peggiorato la salute fisica; lo stress familiare. A proposito di quest’ultimo aspetto, il clima familiare ha influito davvero tantissimo sull’ambiente di vita dei più piccoli e su come questi abbiano affrontato la pandemia e le difficoltà successive. È tristemente risaputo che la scarsità di reti di assistenza, soprattutto nei primi momenti, abbia contribuito ad un netto aumento dei casi di violenza e maltrattamenti, sia fisici sia emotivi, sui membri familiari, e che la richiesta di continuare ad essere produttivi tramite lavoro in smart-working, abbia aumentato i numeri di incidenti domestici dovuti a disattenzione.
Secondo le più recenti stime, le misure di distanziamento sociale e il clima di emergenza generale non ha risparmiato nessuno, anzi ad esserne state colpite sono state soprattutto le famiglie con figli disabili, il cui rischio di burn out era nettamente più elevato rispetto a quelle normali per l’assenza di un adeguato sostegno sociale. Nei soggetti con disabilità intellettiva, i caregiver hanno riferito l’acuirsi o l’insorgere di comportamenti problema, fra tutti la scarsa concentrazione, l’irritabilità e il malessere generale giustificati dall’impossibilità di poter seguire le terapie riabilitative, dai cambiamenti nelle routine e dalla difficoltà di comprendere un nemico invisibile ai loro occhi.
3.4.2 La relazione mascherata
Da Aristotele ai giorni nostri l’interesse e la necessità che l’uomo ha da sempre mostrato verso i volti è rimasta una costante.
Con l’introduzione dell’obbligo di indossare le mascherine in qualsiasi contesto di vita si è fatta esperienza di quello che in scienza è detto “effetto McGurk”, ovvero un fenomeno percettivo che dimostra quanto sia importante, ai fini di una fluida comunicazione, la congruenza tra il suono percepito e la vista dell’articolazione labiale dell’interlocutore. In altre parole, è ciò che stranisce e fa calare l’attenzione in un film doppiato male.
La rilevanza di questo effetto in epoca evolutiva è stata osservata in una ricerca condotta da Klass, partendo dal presupposto che sin da subito il neonato è catturato dal muoversi delle labbra e che questo interesse sia il punto di partenza per sviluppare, tra i sei e gli otto mesi, il babbling. In una parte del suo esperimento egli chiese ai partecipanti di osservare delle facce proiettate su uno schermo e nel mentre di ascoltare una voce parlante, sincronizzata solo con uno dei volti mostrati. Notò che perfino i più piccoli, bambini di tre anni circa, mostravano una preferenza verso quell’unico volto sincronizzato e che questa preferenza si intensificasse con l’avanzare delle età anagrafiche.
In riferimento allo scenario pandemico, la mascherina ha certamente compromesso l’inseguimento dei movimenti e dei cambiamenti del volto, dando prova di quanto sia complesso e disorientante sintonizzarsi con l’altro quando più canali comunicativi appaiono oscurati e non si è certi da dove provenga una voce.
Ragionando sulle conseguenze negative dell’utilizzo dei dispositivi facciali di protezione in contesti pedagogici, lo psichiatra Spitzer osservava che il primo problema insorto riguardasse anzitutto la trasmissione del suono che, costretto ad attraversare gli strati protettivi, per questioni puramente fisiche vide ridurre la sua frequenza risultando in un drastico calo della percezione della voce da parte dell’ascoltatore. In più, alla compromissione sonora si accompagnava l’impossibilità di leggere il labiale, problematica che diventava invalidante in quelle persone affette da ipoacusia o sordità totale.
Gli effetti negativi sulla comunicazione si rispecchiano anche, e soprattutto, nell’intralcio alla decodifica delle espressioni facciali e dunque delle emozioni, maggiormente di quelle che si avvalgono della porzione inferiore del volto, come gioia e disgusto, rispettivamente caratterizzate dal sorriso e dall’arricciarsi del naso e della bocca.
Quanto detto rischierebbe dunque di diventare un problema sotto il punto di vista educativo, perciò la possibile implicazione della mascherina come intralcio allo sviluppo emotivo è stata approfondita in uno dei primi studi pilota condotti in Italia, entro sole due settimane dall’inizio del lockdown del 2020.
Il campione sottoposto all’esperimento di Gori era composto da 119 partecipanti, diviso tra 31 bambini prescolari, 49 bambini scolari e 39 adulti. Mostrando loro video e fotografie di persone, con e senza la mascherina, fu sondata l’abilità di riconoscere quattro emozioni (felicità, tristezza, rabbia e paura) in due livelli di intensità (moderata ed estrema), facendo particolare attenzione alla fascia più giovane.
Dalla lettura dei risultati generali fu possibile affermare con certezza che la correttezza delle risposte calava in presenza dei DPI nelle immagini presentate e che questo dato spiccasse soprattutto tra i toddlers. La spiegazione a questa disuguaglianza risiede nello sviluppo neurofisiologico del sistema nervoso, ragion per cui gli adulti e i bambini più grandi godono di una maggiore efficienza delle strutture prefrontali, quindi anche di una abilità cognitive superiori che si traducono anche nel riuscire ad estrapolare indizi dal contesto circostante.
Il problema legato alle relazioni sociali, tuttavia, non resta fermo alla complessità di leggere il volto dell’altro e quindi banalmente di comunicare, ma anche di attribuire credibilità alle affermazioni dell’altro.
Marini conferma che la prima impressione che si ha di un volto può potenzialmente modificare la veridicità dei fatti e delle affermazioni ad esso attribuiti. Allo stesso modo, un volto non completamente visibile a causa di una copertura può mostrarsi come poco affidabile o, al contrario, acquisire credibilità in base al tipo di copertura stesso. Dall’esperimento che condusse dedusse che la mascherina, per il tipo di significato sociale e culturale che ha acquisito, è in grado di mitigare le impressioni di affidabilità che si hanno di un volto, o quanto meno la loro rilevanza.
Il significato associato alle coperture del volto influenza quindi l’intera percezione che abbiamo di una persona e delle sue emozioni. Un esempio a favore di ciò risiede nell’usanza islamica di coprire il capo delle donne con un velo, in maniera più o meno integrale, lasciando solitamente scoperti gli occhi. Presa questa usanza come punto di partenza di una ricerca, si cercò di capire se la sola vista degli occhi potesse essere sufficiente per riconoscere la maggior parte delle emozioni. L’esperimento in questione analizzò il riconoscimento delle emozioni quando le donne indossavano il burqa (copertura completa del viso e del capo, con una sottile retina davanti agli occhi), il niqāb (copertura parziale del volto con occhi scoperti) e l’hijāb (capo coperto e volto totalmente scoperto). In un secondo momento si confrontarono i risultati ottenuti con queste coperture, aventi di per sé un significato sociale più o meno condiviso, con coperture neutrali, quali un cappello ed un cappello con una sciarpa.
Al termine del primo esperimento si concluse che la lettura delle emozioni fosse meno agevole in presenza del burqa e meno inficiata nel caso del niqāb. Sebbene questo dato fosse abbastanza prevedibile, più interessante fu scoprire che il riconoscimento della paura dagli occhi aveva un tasso altissimo quando si presentava il burqa, probabilmente per l’idea che si ha di una donna musulmana che lo indossa.
Nel secondo esperimento, quello che comparava i risultati del velo con coperture neutre, si mostrava evidente la minore associazione del niqāb con la felicità se confrontata con l’utilizzo di cappelli e sciarpe, nonostante le parti del volto coperte fossero esattamente le stesse.
Lo stesso utilizzo della mascherina, se confrontato tra i paesi occidentali e quelli orientali, presenta livelli di accettazione diversi. Ad Hong Kong e nel resto dell’Asia, per esempio, utilizzare la mascherina per proteggersi dalle malattie respiratorie e dall’inquinamento atmosferico è un’abitudine diffusa, pertanto in tempi di pandemia non è stato motivo d’ansia, tantomeno di preoccupazione verso lo sviluppo in età evolutiva.
Lo stesso Spitzer cerca di offrire un punto di vista alternativo partendo da ciò che normalmente accade nel cervello di un paziente con deficit sensoriale: le connessioni neurali che si costruiscono a seguito di un danno cerebrale tendono a compensare la funzione deficitaria, amplificando i sensi rimanenti. Sulla base degli stessi assunti, bisognerebbe prendere spunto dalla disabilità potenziando, tramite questo handicap reversibile, tutti gli altri canali del corpo rendendo la voce, la gestualità e gli occhi più espressivi.
Una soluzione in grado di esercitare entrambe le funzioni, ossia proteggere e non ostacolare la comunicazione, potrebbe essere rappresentata dalle innovative mascherine trasparenti che lasciano scoperta la bocca, ideate originariamente per consentire lo scambio verbale tra sordi e ipoacusici, e ritenute efficaci per la percezione delle espressioni facciali di paura, rabbia e gioia, altrimenti celate dietro i dispositivi di protezione classici.
Lo scopo sarà allora quello di prevenire l’impoverimento della funzione μ, ossia l’insieme dei segnali paralinguistici, scaturito dall’impaccio della mascherina, prevenendo in ambito formativo di crescere una comunità di “cetacei”, privati dell’espressione facciale per adattarsi all’ambiente oceanico.
CAPITOLO 4 PROGETTO SPERIMENTALE
4.1 Obiettivi dello studio
Lo scopo di questa tesi, sulla falsa riga dello studio pilota di Monica Gori, Lucia Schiatti e Maria Bianca Amadeo condotto nel 2021 in Italia, all’indomani delle prime disposizioni di utilizzo dei dispositivi facciali di sicurezza, si propone di portare alla luce le possibili criticità conseguenti all’impiego delle mascherine, di tipologia chirurgica ed FFP1, rivolgendo un particolare interesse verso la fascia pediatrica in età scolare e prescolare.
Pertanto gli obiettivi della ricerca sperimentale, di seguito elencati, saranno di:
- Dimostrare che l’utilizzo dei dispositivi di sicurezza possa concretamente rappresentare un rischio per lo sviluppo evolutivo del bambino e che possa nel tempo consolidare una capacità di intelligenza emotiva inefficace e un terreno potenzialmente fertile per l’esordio di patologie neuropsichiatriche;
- Valutare e confrontare l’impatto che i DPI hanno prodotto sia sulla popolazione pediatrica neurotipica sia su quella avente diagnosi “ombrello” e conclamate di disturbi del neurosviluppo;
- Promuovere il coinvolgimento dell’intera corporeità nell’espressione degli stati emotivi, al fine di abbattere la barriera fisica imposta dal DPI e l’impaccio nel riconoscimento degli stessi;
4.2 Materiali e metodi per la sperimentazione
4.2.1 Partecipanti
Lo studio in questione è stato condotto reclutando in un primo momento un campione casuale di 40 soggetti neurotipici, appartenenti tutti alla fascia pediatrica in età evolutiva, di cui:
- 20 bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni, frequentanti le classi della scuola dell’infanzia (i.e., età prescolare, media ± DS, 4.4 ± 0.82);
- 20 bambini dai 6 ai 10 anni di età, frequentanti la classe quarta della scuola elementare (i.e., età scolare, 8.1 ± 1.48);
In un secondo momento, al predetto campione di soggetti con normale sviluppo evolutivo, è stato aggiunto un secondo campione di 35 bambini con diagnosi di disturbi del neurosviluppo e aderenti alla stessa fascia d’età, già inseriti all’interno di percorsi terapeutico-riabilitativi neuropsicomotori e/o logopedici, di cui:
- 15 soggetti di età compresa tra i 3 e i 5 (i.e., età prescolare, media ± DS, 4.67 ± 0.49);
- 20 soggetti di età compresa tra i 6 e i 10 (i.e., età scolare, 7.8 ± 1.20);
Dall’analisi della tipologia dei disturbi del neurosviluppo del secondo gruppo di bambini è stato possibile riassumere che le diagnosi includevano:
- 19 pazienti con diagnosi “ombrello” di ritardo dello sviluppo psicomotorio (RSPM);
- 3 pazienti con sindrome dello spettro autistico (ASD);
- 2 pazienti con diagnosi di disabilità intellettiva (DI);
- 3 pazienti con diagnosi di disturbo specifico dell’apprendimento (DSA);
- 2 pazienti con sindromi genetiche, tra cui sindrome di Beckwith-Wiedemann e sindrome TARP (SG);
- 6 pazienti con diagnosi di ritardo del linguaggio (RL);
4.2.2 Materiale per la sperimentazione
La valutazione dell’intelligenza emotiva e delle competenze connesse ad essa può essere accuratamente effettuata avvalendosi di una testistica piuttosto ampia che riflette la moltitudine di approcci teorici esistenti in materia.
Per questa ricerca, trattandosi di un’osservazione specifica che non ritrova molti precedenti simili in letteratura scientifica poiché relativa alle recenti condizioni pandemiche, si è stabilito di valutare una delle componenti emotive più rappresentative dell’essere umano, ovvero il riconoscimento delle emozioni attraverso le espressioni facciali e corporee dell’altro, creando per l’occasione un test ad hoc, basato sulla presentazione di 24 immagini statiche di figure umane in bianco e nero, riportanti le sei principali emozioni elencate da Ekman nel FACS (felicità, tristezza, disgusto, paura, rabbia, sorpresa), suddivise in quattro set di fotografie:
- Il primo set di sei immagini, reperite dal materiale di sperimentazione di Ekman e Friesen, presentava le emozioni attraverso l’esclusiva mimica facciale di volti maschili e femminili, isolando in particolar modo gli occhi e oscurando tutto il resto del viso con una mascherina chirurgica, sovrapposta sul naso e la bocca con un comune programma per l’elaborazione di immagini digitali;

Set a. Immagini di volti mascherati rappresentanti sei emozioni principali (da sinistra verso destra partendo dall’alto: paura, rabbia, tristezza, felicità, disgusto, sorpresa).
- Il secondo set di sei immagini, riportante gli stessi volti appena visti, mostrava ai partecipanti le emozioni in versione integrale, dunque in assenza del dispositivo di protezione lasciando completamente scoperto il viso in tutte le sue parti;

Set b. Immagini di volti scoperti rappresentanti sei emozioni principali (da sinistra verso destra partendo dall’alto: paura, rabbia, tristezza, felicità, disgusto, sorpresa).
- Il terzo set di sei immagini apre la seconda batteria del test, in cui le fotografie monocromatiche non incorniciano più soltanto il volto, bensì il corpo per intero. Anche in questo caso, utilizzando lo stesso criterio visto pocanzi, le immagini recuperate dal Web sono state ritoccate per aggiungere la mascherina alla metà inferiore della faccia, lasciando scoperti gli occhi e tutto il resto del corpo;

Set c. Immagini di corpi mascherati rappresentanti sei emozioni principali (da sinistra verso destra partendo dall’alto: sorpresa, rabbia, felicità, disgusto, tristezza, paura).
- Il quarto ed ultimo set di sei immagini, come similmente avvenuto per il set “b”, ripropone gli stessi corpi rimuovendo il dispositivo facciale e lasciando libera espressività facciale e corporea agli attori;

Set d. Immagini di corpi mascherati rappresentanti sei emozioni principali (da sinistra verso destra partendo dall’alto: sorpresa, rabbia, felicità, disgusto, tristezza, paura).
4.2.3 Modalità di somministrazione
La somministrazione dei test per il riconoscimento delle emozioni ha richiesto un tempo limitato di circa 15 minuti, durante i quali i partecipanti sono stati fatti accomodare su una sedia ad un tavolo di fronte allo sperimentatore. Quest’ultimo, prima di somministrare il test, trascriveva informazioni generiche del bambino sul foglio risposte circa l’età anagrafica e la data di nascita e nel caso di pazienti dei campioni aventi disabilità dello sviluppo evolutivo anche la diagnosi nosografica.
Una volta completata questa procedura, lo sperimentatore mostrava ai soggetti dello studio il primo set di immagini (a) costituito dai volti mascherati, ponendo loro tre domande di rito:
- “Cosa vedi in queste immagini?”;
- “Cosa noti sulle facce di queste persone?”;
- “Hai mai indossato una mascherina sulla tua faccia? A cosa ti è servita?” .
Dopo aver ottenuto delle risposte ed essersi accertati che i partecipanti conoscessero la mascherina e la sua utilità per scopi protettivi contro la diffusione del virus Sars-CoV-2, veniva loro richiesto di indicare con il dito indice l’immagine corrispondente all’emozione richiesta dallo sperimentatore, facendo attenzione a non influenzare la scelta dell’esaminato in alcun modo.
Le batterie dei test venivano mostrate in successione, dapprima presentando le immagini con i volti coperti, e solo dopo senza la mascherina, per confermare o correggere le scelte fatte in precedenza. Lo stesso criterio è stato rispettato anche per i set c e d.
Una volta completato anche il quarto set di fotografie lo sperimentatore congedava il partecipante dopo aver posto tre ultimi quesiti circa le eventuali criticità riscontrare durante l’esecuzione:
- “Secondo il tuo punto di vista, questo gioco è stato facile o difficile?”;
- “Hai trovato più difficile riconoscere l’emozione con o senza la mascherina?”;
- “Secondo te, è stato più semplice capire l’emozione guardando solo la faccia o guardando tutto il corpo per intero?”.
4.3 Analisi dei risultati
4.3.1 Analisi della popolazione intera (n=75)
Dall’analisi delle risposte alle domande aperte dei partecipanti alla sperimentazione, poste prima e dopo la somministrazione dei test, è stato possibile appurare che la totalità di loro aveva indossato almeno una volta nella vita un dispositivo facciale di sicurezza, dimostrato di conoscerne le funzionalità e gli utilizzi e di aver riscontrato una certa difficoltà nella lettura ed interpretazione delle interazioni con l’altro.
Considerando l’intera platea di partecipanti si è cercato di far luce sull’effettiva disomogeneità nella corretta analisi dello stato emotivo degli attori in foto in assenza e in presenza delle mascherine e con esclusiva rappresentazione del volto piuttosto che del corpo per intero.
Dall’analisi qualitativa è apparso evidente come l’emozione “positiva” per eccellenza, ovvero la felicità, occupasse quasi sempre i fondi delle classifiche nel riconoscimento emotivo dai corpi e dai visi mascherati degli attori, in contrasto con i migliori risultati per gli stati emotivi socialmente connotati come “negativi” (rabbia, tristezza, disgusto), posti sui podi in entrambe le condizioni. Questo dato appare significativo e correlato con i risultati avanzati dalle ricerche esposte nei capitoli precedenti e dimostra che la mascherina può potenzialmente investire un ruolo psicosociale nell’attribuzione di uno stato emotivo alla persona che la indossa.
Stando invece all’osservazione quantitativa tutti i partecipanti, in assenza delle mascherine sui volti, hanno raggiunto complessivamente un miglior rendimento nell’associazione dell’espressione all’emozione corretta, registrando per la mimica facciale un aumento della correttezza pari al 10% e per quella corporea pari al 9.7%. Tuttavia, pur registrando un aumento in ambedue i casi, il volto resta di gran lunga più espressivo del corpo, ottenendo punteggi più alti anche attraverso la sola vista degli occhi (58.7% del volto con la mascherina vs 48.7% del corpo con la mascherina; 68.7% del volto senza mascherina vs 58.4% del corpo senza la mascherina).
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Tabella 1. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle emozioni più riconosciute dalla visione del volto, in presenza e in assenza della mascherina facciale, tra tutti i partecipanti alla sperimentazione (n=75).
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Tabella 2. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle emozioni più riconosciute dalla visione del corpo, in presenza e in assenza della mascherina facciale, tra tutti i partecipanti alla sperimentazione (n=75).
Nonostante ciò, resta pur vero che l’intera espressione corporea garantisce una maggiore congruenza tra le emozioni indicate prima con e poi senza DPI, stilando classifiche che restano pressoché invariate nell’ordine degli stati emotivi più riconosciuti, con la sola eccezione di paura e sorpresa che per loro natura sono facilmente confondibili senza un sufficiente numero di canali espressivi cui attingere per riconoscerle.
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Volto con mascherina |
Volto senza mascherina |
Corpo con mascherina |
Corpo senza mascherina |
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1) |
Disgusto |
Felicità |
Tristezza |
Tristezza |
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2) |
Sorpresa |
Tristezza |
Rabbia |
Rabbia |
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3) |
Rabbia |
Paura |
Disgusto |
Disgusto |
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4) |
Tristezza |
Sorpresa |
Felicità |
Felicità |
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5) |
Felicità |
Disgusto |
Sorpresa |
Paura |
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6) |
Paura |
Rabbia |
Paura |
Sorpresa |
Tabella 3. Classifica delle emozioni più riconosciute nei quattro subtest dall’intera popolazione.
4.3.2 Riconoscimento emotivo nel campione prescolare neurotipico e neurodivergente
La seconda parte della ricerca si è soffermata sulla analisi singola dei quattro campioni, confrontando l’eventuale presenza di differenze tra i bambini prescolari e scolari, neurotipici e non.
Esaminando il campione prescolare nell’analisi qualitativa dei volti mascherati, la tristezza e la rabbia apparivano tra le emozioni più facilmente individuate, sia nel campione neurotipico sia in quello neurodivergente.
Il dato che però, più di tutti, lascia riflettere è quello relativo all’identificazione del disgusto, riconosciuto dai neurodivergenti cinque volte in più rispetto ai neurotipici e automaticamente influente in maniera positiva sull’intera prestazione di questi nella prova (PD=58.9%, PT=40%).

Tabella 4. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle emozioni riconosciute nel 1° subtest nel campione prescolare neurotipico e neurodivergente.
Eliminando il DPI il quadro delle emozioni più riconosciute subiva delle variazioni: sia per i neurotipici che per i neurodivergenti le emozioni più riconosciute erano la felicità e la tristezza.
Stando ai punteggi ottenuti, i neurodivergenti avevano totalizzato un numero di risposte corretto (64.4%) maggiore se confrontato con quello dei neurotipici (55%), sottolineando nuovamente la loro migliore performance nella richiesta dell’esaminatore.
Inoltre, in relazione con i punteggi del primo subtest, è stato possibile asserire che ci sia stato un generale aumento della correttezza delle risposte, del 5.6% nel caso dei neurodivergenti e del 15% nel caso dei neurotipici.

Tabella 5. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle emozioni riconosciute nel 2° subtest nel campione prescolare neurotipico e neurodivergente.
In un secondo momento, sono state isolate le risposte rispetto al corpo, per il 3° e il 4° subtest, notando che quando era presente la mascherina la tristezza e la rabbia apparivano come le emozioni più largamente riconosciute in riferimento all’espressione corporea per entrambi i campioni, mentre quelle meno individuate erano felicità e paura.
Analizzando la correttezza delle risposte con indosso la mascherina non è stato possibile affermare un netto miglioramento rispetto al solo volto coperto, di fatti il livello di precisione per il campione neurotipico restava fermo al 40%, mentre per i neurodivergenti calava al 32.2% confermando che l’esclusione della metà inferiore della faccia renda la gestualità corporea incapace di bypassare l’ostacolo o addirittura più capace di confondere rispetto alla mimica facciale.

Tabella 6. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle emozioni riconosciute nel 3° subtest nel campione prescolare neurotipico e neurodivergente.
Valutando, infine, i dati del 4° subtest è apparsa evidente la similarità delle risposte dei due campioni, evidenziando che le emozioni più riconosciute fossero nuovamente la tristezza, la rabbia e il disgusto, e le meno riconosciute ancora felicità e paura, a riprova del fatto che il corpo rispetto al viso orienti meglio i soggetti verso la scelta dell’emozione giusta.
I punteggi totalizzati, relazionati alla condizione di partenza in cui il corpo si mostrava mascherato, mostravano un aumento dell’indice di correttezza pari al 7.5% per il campione neurotipico e del 2.2% per il campione portatore di disabilità dello sviluppo.

Tabella 7. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle emozioni riconosciute nel 4° subtest nel campione prescolare neurotipico e neurodivergente.
4.3.3 Riconoscimento emotivo nel campione scolare neurotipico e neurodivergente
In un secondo momento, la ricerca si è concentrata sui restanti bambini in età scolare, secondo stesso ordine e criterio di analisi.
Dall’osservazione qualitativa dei volti mascherati nei due gruppi non è stato possibile riscontrare alcuna similarità nell’ordine delle emozioni più identificate, riscontrando che se tra i neurotipici quella più frequente era la tristezza e la meno frequente la paura, per i neurodivergenti lo erano rispettivamente la sorpresa e la tristezza.
Sommando le risposte giuste di questi partecipanti è stata riscontrata invece una performance quantitativamente migliore nei neurotipici (70%), rispetto ai neurodivergenti (49.2%), ossia il contrario di quanto osservato per i bambini prescolari.

Tabella 8. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle emozioni riconosciute nel 1° subtest nel campione scolare neurotipico e neurodivergente.
Nell’indagine sul 2° subtest l’assenza di mascherina per il campione neurotipico comportava una crescente abilità nell’individuazione di felicità e tristezza, minore invece per la rabbia, di pari passo con i neurodivergenti.
Calcolando i punteggi delle risposte giuste e paragonandoli a quelli del 1°subtest si registrava un aumento del 13.3% della performance neurotipica e del 22.5% di quella neurodivergente, dimostrando ancora una volta che liberare la parte inferiore del volto facilita il riconoscimento emotivo.

Tabella 9. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle emozioni riconosciute nel 2° subtest nel campione scolare neurotipico e neurodivergente.
Passando all’esame dei dati alla vista dei corpi mascherati la tristezza, la rabbia e la felicità si palesavano come le emozioni più comunemente riconosciute tra i neurotipici, similmente per i neurodivergenti che identificavano più frequentemente la rabbia, la felicità e il disgusto, con un totale di risposte corrette per i primi pari al 65.8% e per i secondi al 45.8%.
Tuttavia se si relazionasse la correttezza delle risposte tra la condizione del volto mascherato e del corpo mascherato, si evidenzierebbe una lieve riduzione della stessa calcolata del 4.2% per i neurotipici (70% per il volto mascherato e 65.8% per il corpo mascherato) e del 3.4% per i neurodivergenti (49.2% per il volto mascherato e 45.8% per il corpo mascherato).

Tabella 10. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle emozioni riconosciute nel 3° subtest nel campione scolare neurotipico e neurodivergente.
Valutando infine le risposte dal 4°subtest la rabbia diventava l’emozione più riconosciuta dai neurotipici, seguita da tristezza e disgusto, come accadeva anche per i neurodivergenti che identificavano maggiormente tristezza, rabbia e felicità, con un aumento complessivo della congruenza tra i due gruppi rispetto a quando veniva solo mostrato il volto.
Sul totale i neurotipici totalizzavano il 76.7% delle risposte corrette, con un aumento rispetto al 3°subtest del 10.8%, e i neurodivergenti il 67.5%, con un aumento del 21.7%, mostrando ancora quanto il corpo smascherato sia più agevole nel riconoscere gli stati emotivi in assenza di DPI, soprattutto nei neurodivergenti.
Gli scolari neurotipici registravano ancora una diminuzione della correttezza del riconoscimento emotivo del 6.6% tra le immagini con volto e corpo non mascherato (rispettivamente 83.3% e 76.7%) e per i neurodivergenti del 4.2% (71.7% e 67.5%), ribadendo che il corpo, pur smascherato, non può da solo sostituire il volto nella decodifica dell’emozione corretta.

Tabella 11. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle emozioni riconosciute nel 4°subtest nel campione scolare neurotipico e neurodivergente.
4.3.4 Confronto tra campione scolare e prescolare
Riepilogando i risultati ottenuti finora deduciamo che l’intero campione scolare, con o senza disabilità dello sviluppo, tende ad un miglior riconoscimento degli stati emotivi, sia dal corpo che dal volto, sia in presenza che in assenza di dispositivi di protezione.
Dal confronto di tutte le prove è evidente che i punteggi in presenza di mascherina siano oggettivamente più bassi rispetto a quando queste vengono rimosse: negli scolari si ricava un aumento di risposte esatte del 17.9% per l’espressione facciale e del 16.2% per l’espressione corporea, mentre nei prescolari si registra rispettivamente un aumento del 10.9% e del 5.2%.
Oltre questo, i punteggi che si ottengono dal riconoscimento emotivo dal volto mascherato sono sempre più alti rispetto a quelli ottenuti dal corpo in presenza di mascherina sul volto e la stessa diminuzione si verifica anche nel passaggio da volto senza mascherina a corpo senza mascherina.
Da ciò si deduce che osservare l’emozione dall’espressione gestuale del corpo non basta per comprenderla e interiorizzarla, anzi è assolutamente insufficiente quando l’immagine è statica o non si può accedere al registro vocale.
Tali deduzioni rispecchiano e rafforzano il significato delle risposte fornite alle domande aperte finali, subito dopo la conclusione del test, secondo le quali la percezione dei bambini fu di aver avuto maggiore difficoltà di associazione nelle immagini presentanti i corpi integralmente e. soprattutto, in presenza del dispositivo di protezione.

Tabella 12. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle risposte corrette ottenute complessivamente dai prescolari e dagli scolari in tutti i subtest.
4.3.5 Confronto tra diagnosi
Nella terza ed ultima sezione della rielaborazione dei dati ottenuti dalla sperimentazione si è posta, invece, maggiore attenzione all’andamento della complessità nel riconoscimento emotivo da volti e corpi mascherati nella sola parte di popolazione avente diagnosi inerenti ai disturbi del neurosviluppo.
Dall’esame delle emozioni più facilmente riconosciute è stato possibile evidenziare che dai volti mascherati, quella più identificata fosse la felicità, mentre sorpresa e disgusto le meno riconosciute, con gradi di correttezza per ogni diagnosi altalenante: 61.1% per i disturbi specifici dell’apprendimento, 55.6% per i ritardi del linguaggio, 54.4% per i ritardi dello sviluppo psicomotorio, 50% per le sindromi genetiche, 33.3% per la sindrome dello spettro autistico e per le disabilità intellettive.
Dai corpi mascherati, invece, la rabbia si attestava come emozione più riconosciuta, mentre la paura come quella meno riconosciuta, totalizzando un generale calo delle risposte corrette per ogni diagnosi rispetto ai volti mascherati, ad eccezione dei disturbi specifici dell’apprendimento (66.7%, con aumento del 5.6%): per i bambini con ritardo dello sviluppo psicomotorio (44.7%) un calo del 9.7%, per quelli con autismo (12.5%) del 20.8%, per quelli con sindrome genetica (30%) del 20%, per quelli con ritardo del linguaggio (47.2%) dell’8.4%, per quelli con disabilità intellettiva (8.3%) del 25%.

Tabella 13. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle risposte corrette per ogni emozione ottenute complessivamente dai volti mascherati per ogni diagnosi.
Tabella 14. Rappresentazione grafica e riassuntiva delle risposte corrette per ogni emozione ottenute complessivamente dai corpi mascherati per ogni diagnosi.
In conclusione, analizzando nello specifico ogni diagnosi e le loro performance, è stato riscontrato che l’autismo e la disabilità intellettiva siano le due patologie con minore abilità di riconoscimento emotivo dai volti mascherati, mediamente incapaci di identificare almeno la metà degli stati emotivi proposti o nel caso particolare della disabilità intellettiva incapace di riconoscere quasi tutte le emozioni mostrate senza DPI sul viso.
Similmente la difficoltà di identificazione dell’esatto stato emotivo dai corpi coperti è stata sottolineata con maggiore impatto sia nella disabilità intellettiva e nella sindrome dello spettro autistico visti pocanzi, sia nel ritardo di linguaggio, riconoscendo l’emozione giusta in meno della metà delle immagini presentate. La stessa condizione si ripropone anche in assenza di mascherina sui corpi interi.
Pertanto si evince che la sindrome dello spettro autistico, la disabilità intellettiva e il ritardo di linguaggio siano tra tutte le diagnosi attenzionate quelle con più in difficoltà per il riconoscimento delle emozioni attraverso i DPI e per un eventuale rischio di complicazioni neuropsichiatriche a lungo termine.

Tabella 15. Rappresentazione grafica e riassuntiva della media di risposte corrette per ogni diagnosi nei quattro subtest presentati.
CONCLUSIONI
I risultati ottenuti dall’elaborazione e dall’interpretazione dei dati forniti dalla sperimentazione hanno contribuito all’arricchimento delle conoscenze in materia di conseguenze pandemiche, a breve e lungo termine, sul versante psicologico e comunicativo-sociale in età evolutiva, confermando l’ipotesi di ricerca iniziale.
I dati, in linea con gli studi svolti in precedenza, suggeriscono che l’interposizione dei dispositivi di protezione individuale sui volti interferisce realmente sul potere e sull’efficacia del riconoscimento dell’esatto stato emotivo dell’interlocutore, ostacolando la visione completa del canale mimico-gestuale e di tutte quelle tracce corporee che fungono da segnalatori per l’associazione corretta dell’emozione corrispondente.
In particolar modo, la maggiore associazione delle emozioni a valenza “negativa” in presenza della mascherina sui volti dimostra, in primis, che esiste una gamma di stati emotivi che per comunicare si avvale prevalentemente dell’espressività della metà superiore del viso e molto meno di quella inferiore comprendente la bocca, e in secundis che l’accezione negativa che la mascherina ha assunto in epoca pandemica, legata al forte stress emotivo e alle preoccupazioni di quel momento storico, possa aver reso la popolazione pediatrica più sensibile ad emozioni come la tristezza, la rabbia e il disgusto e pertanto più abili nella loro identificazione a partire da volti e corpi mascherati.
In aggiunta a quanto appena detto, è stato rilevato un dato che più di tutti gli altri potrebbe sembrare un nonsense, quello relativo alla caduta delle performance legata all’identificazione dell’emozione corretta dai corpi interi. Tale dato, in accordo con studi già affermati, dimostrerebbe la supremazia della mimica facciale sulla gestualità corporea e offrirebbe uno spunto di riflessione su cui elaborare strategie innovative in ambito sia educativo sia riabilitativo.
Da qui la proposta di introdurre strumenti di protezione che non ostruiscano il canale espressivo del viso, come mascherine trasparenti che non blocchino la vista della bocca e del naso, o ancora l’avviamento di percorsi teatrali educativi nelle scuole volti alla maggiore consapevolezza dei messaggi che permeano attraverso il corpo, supportando ed enfatizzando l’importanza della gestualità nella compensazione dei canali espressivi occlusi dai DPI.
L’interesse verso questa tematica deve essere inteso, inoltre, come punto di partenza per la prevenzione di patologie neuropsichiatriche degli adulti del domani, conseguenti alle ridotte abilità intellettivo-emotive dei soggetti che oggi rientrano nella fascia evolutiva. L’interesse deve pertanto essere vivo tanto nei bambini con sviluppo tipico tanto nei bambini con diagnosi, “ombrello” o conclamata, di disturbi del neurosviluppo mediante l’attuazione di interventi educativi e riabilitativi volti alla sensibilizzazione sull’importanza e sull’adeguatezza della comunicazione, sia verbale che non verbale, attenzionando maggiormente i soggetti che già presentano deficit quali-quantitativi nelle relazioni interpersonali, soprattutto pazienti con sindrome dello spettro autistico, disabilità intellettiva di severità variabile o ritardo di linguaggio.
In conclusione, questa tesi sperimentale ha fornito una continuazione delle neonate ricerche sull’argomento e una base per ulteriori studi futuri, auspicandosi che queste scoperte possano contribuire al progresso nel campo della psicologia delle emozioni e possano supportare l’esigenza degli interventi di educazione psicomotoria e riabilitazione neuropsicomotoria in età evolutiva.
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