Emozione, Cognizione vs emozione, Intelligenza emotiva

Emozione

P: “E’ da così tanto che non penso alle emozioni che non me le ricordo”

(Affermazione di Paolo, durante un’attività sulle emozioni)

Il secondo capitolo vuole essere un continuum con il primo. Partendo dal concetto di interconnessione tra le aree di sviluppo, pilastro teorico neuropsicomotorio, metterò in risalto la sfera delle emozioni, e evidenzierò come essa non possa prescindere dal mondo delle cognizioni, e viceversa, in un sistema di sviluppo armonico dove i vari tasselli si combinano tra di loro attraverso un rapporto di condizionamento ed interdipendenza reciproca. L’area emotiva va coltivata, e in questo il TNPEE può assumere un ruolo determinante e guidare il bambino alla “competenza emotiva”, soprattutto in un ambiente riabilitativo-terapeutico, considerato certamente più a rischio. Fonderò la mia riflessione sul concetto di “Intelligenze emotiva”, approfondito da Goleman nel 1996 (12), proiettandolo in una dimensione più attuale; parlerò inoltre della “disregolazione emotiva”, il “rovescio della medaglia”, stretta conseguenza di un sistema psichico debole e di un mondo esperienziale insufficiente.

Concetto teorico

Molte volte, nella vita quotidiana, utilizziamo la parola “emozione”, in contesti o situazioni delle più disparate e in tutte le sue declinazioni [es. “Questo film è stato emozionante” (aggettivo) oppure “Grazie di tutto, mi hai fatto emozionare” (verbo)]; tuttavia, quando ci viene chiesto di definire il termine stesso, si possono riscontrare delle difficoltà, come è successo nel mio caso. Sono così andato in cerca di spiegazioni, o comunque di quella scintilla che mi facesse accendere la lampadina e mi permettesse di riflettere sull’argomento in chiave neuropsicomotoria.

Talvolta non occorrono chissà che ricerche o paroloni, ma basta affidarsi all’etimologia. L’origine della parola “emozione” è, infatti, riconducibile al latino “emovère”, dove il verbo “moveo” (muovere) è la radice, con l’aggiunta del prefisso “ex” (fuori, movimento da); possiamo dire, dunque, che “emozione” significa letteralmente “muovere fuori”, “smuovere” e implica, in sé, una tendenza ad agire. (13)

Cognizione vs emozione

Il fatto che la scoperta dell’etimologia del termine mi abbia sorpreso, mi fa pensare che non siamo così abituati a leggere un’emozione come un impulso al movimento o, perlomeno, non la immaginiamo come prima ipotesi. Facendo un ragionamento più ampio, ci viene sicuramente più facile pensarla in questi termini se riferita agli animali o, soprattutto ai bambini.

I bambini vivono le emozioni in modo differente rispetto agli adulti. Le emozioni guidano il comportamento e, in particolare, il movimento; esse “corrono e saltano”, non c’è spazio fra ciò che il bambino sente, prova in termini emotivi e il movimento che tale emozione determina. Il processo si conclude attraverso una rielaborazione dell’esperienza, che non avviene, almeno inizialmente, attraverso il pensiero, ma tramite il corpo. Lo stesso corpo per mezzo del quale il bambino ha sperimentato l’emozione attraverso il movimento, diventa una “banca dati” delle esperienze, tramite cui, nel tempo, conoscere, gestire e regolare al meglio le emozioni stesse. (14)

Con la crescita, parallelamente al processo di “mentalizzazione dello sviluppo”, la cognizione diventerà sempre più forte, predominante; il pensiero diverrà così più rapido e immediato dell’azione, tanto da modificare il modo attraverso cui l’individuo sperimenta le emozioni. (14) E’ come se talvolta, l’adulto separasse l’emozione dalla reazione fisiologica corrispondente, sostituendo quest’ultima con una risposta molto diversa rispetto a quella cui sarebbe naturalmente predisposto, avvalendosi delle proprietà del pensiero. Il tutto è avvenuto progressivamente, nel corso dell’evoluzione, quando delle reazioni corporee e di movimento predisposte per la sopravvivenza, per preservare la propria incolumità, furono via via sostituite da meccanismi, processi mentali, risposte sicuramente più adattive in una società che sta trasformandosi. (13)

Come possono dunque coesistere e integrarsi cognizione ed emozione, due istanze così diverse e apparentemente incompatibili?

Goleman parla addirittura di “due menti” per descrivere altrettante modalità di conoscenza: la mente razionale, cosciente, pensante e capace di riflettere, e la mente emozionale, più impulsiva e potente. Attraverso la fusione di queste due menti, all’interno di una dicotomia inconciliabile solo all’apparenza, si costituisce la nostra vita mentale. (15)

Il rapporto tra razionale ed emozionale nel controllo della mente varia da soggetto a soggetto, ma varia anche nel corso della vita di un singolo individuo. Come abbiamo già accennato, ad esempio, durante lo sviluppo del bambino in età evolutiva il rapporto si modifica molto rapidamente, e non sempre il delicato equilibrio che contraddistingue la mente umana si mantiene tale. (15) Specialmente in ambiente riabilitativo, dove la simmetria tra i vari sistemi di sviluppo è messa alla prova da un qualsiasi disagio, è fondamentale intervenire precocemente per ristabilire il più possibile la sincronia attraverso la quale i sistemi stessi si integrano ed evolvono reciprocamente.

Vediamo cosa si intende per “intelligenza emotiva” (Goleman, 1995) ed il perché è così importante.

Intelligenza emotiva

Nei decenni del dopoguerra, le società del mondo occidentale furono protagoniste di una fortissima crisi, che tuttavia non riguarda in primo luogo aspetti economici, culturali o politici, come ci si potrebbe aspettare. Ogni giorno le cronache raccontarono di attacchi furiosi, risse, omicidi, per i quali è difficile darsi una spiegazione in quanto spesso vi prendono parte cittadini qualunque, dai ragazzini agli anziani; si parla addirittura di “disintegrazione della civiltà”.

In una epoca che, parallelamente, fu testimone di un’esplosione di tecnologie e metodi innovativi in campo medico-scientifico senza precedenti, gli scienziati si sono messi disperatamente alla ricerca di qualche evidenza scientifica che possa rispondere ai quesiti urgenti riguardanti gli aspetti più irrazionali sulla psiche.

Già molto si era detto sulle emozioni, ma la maggior parte dei documenti rimaneva sul piano del consiglio, dell’opinione superficiale, in un territorio fin’ora quasi totalmente inesplorato dalla psicologia scientifica e trascurato dalla ricerca. La forte espansione degli studi scientifici riguardo al tema delle emozioni, e le prime grandi intuizioni, hanno permesso di parlare liberamente di “crisi emotiva” che affligge la collettività, e ha dunque permesso a Goleman di validare la propria tesi alla quale lavorava da anni. Egli conia una nuova espressione con la quale riassume la propria teoria e la propone come modalità principale per combattere l’irrazionale: “intelligenza emotiva”. Goleman non ne dà una chiara definizione, ma in essa include tutta quella serie di meccanismi che permettono di comprendere, leggere, gestire ed esprimere le proprie emozioni e quelle altrui, al fine di raggiungere ognuno la propria “alfabetizzazione emotiva”. L’espressione, in sé, è carica di un significato quasi ossimorico per le credenze del tempo, in quanto significherebbe implicitamente introdurre l’intelligenza nella sfera delle emozioni, portare a conoscenza il sentimento. (16)

Oggi, fortunatamente, si parla molto di più di competenza emotiva o, in termini più attuali, di regolazione emotiva; tuttavia, non sempre le viene attribuito un ruolo di primo piano nel processo di sviluppo in età evolutiva, soprattutto in riabilitazione. Vediamo come Goleman, nei suoi studi, aveva già portato alla luce questo aspetto, e successivamente, come sia tutt’ora una tematica molto dibattuta.

Sentimenti positivi ed emozioni tossiche

Goleman affronta il tema delle emozioni in campo medico-sanitario in un capitolo del suo libro, del quale ho ripetuto l’intestazione. Il titolo ci riporta ad un significato molto forte, quasi azzardato, ma che ci trasmette appieno il messaggio che l’autore voleva effettivamente trasferirci.

La medicina convenzionale adotta il metodo scientifico attraverso il quale scinde il tutto nelle sue singole parti; si tratta certamente della via più efficace per individuare il sintomo, espressione della malattia, e dunque lavorare in modo specifico per eliminarlo. Tuttavia, seppur questo tipo di approccio sia funzionale nel qui ed ora e rappresenti la priorità, spesso non viene preso in considerazione a sufficienza il ruolo altrettanto determinante della realtà emozionale, a meno che non si tratti nello specifico di una diagnosi di disturbo psichico. (17) (18)

Il paziente, indipendentemente dal disagio che presenta, è soggetto ad una vulnerabilità emotiva nettamente superiore alla media. Parallelamente al mondo della “cura della patologia”, vi è quello dell’”esperienza della malattia”, formato da tutte quelle modalità assunte dall’individuo per far fronte al disagio sul piano emozionale e psicologico. Le stesse modalità di “approccio al problema” assunte, saranno differenti da caso a caso, e possono spaziare da una predisposizione matura e consapevole, a una serie di manifestazioni emotive disadattive, ma possono coincidere anche con un atteggiamento che ignora e rifiuta le proprie stesse emozioni. (18)

Il fatto che il paziente possa facilmente non essere in grado di assumere delle risposte emotive adattive, messo alla prova dall’indebolimento dei sistemi psichici che dovrebbero sostenere le angosce, le ansie, le preoccupazioni che la patologia porta con sé, dev’essere per il medico, l’operatore, il terapista che sia, un campanello d’allarme per il benessere psico-fisico della persona nella sua globalità.

Il ruolo assunto dall’ambiente che circonda il paziente è determinante; se poi facciamo riferimento all’età evolutiva, l’influenza dei caregivers (di cui parlerò specificatamente più avanti), delle insegnanti, dei medici, dei terapisti nelle diverse modalità assunte dal bambino risulta di primaria importanza.

Il TNPEE è il professionista sanitario specializzato in età evolutiva il quale lavora, nella maggior parte dei casi, con patologie croniche; questi 2 elementi fanno sì che non debba limitarsi a contemplare ma debba addirittura esaltare la funzione che la regolazione emotiva ricopre all’interno del progetto riabilitativo, come fattore terapeutico a breve, medio, ma anche lungo termine (a livello prognostico). Goleman parla principalmente di età adulta. Egli individua i 2 punti fondamentali sui quali dovrebbe concentrarsi il medico per coltivare l’intelligenza emotiva nel paziente, e questi 2 suggerimenti, se opportunamente contestualizzati, sono delle disposizioni ideali anche per il TNPEE in età evolutiva:

  1. Guidare il bambino nella gestione dei sentimenti negativi, come rabbia, ansia e paura invalidanti, episodi depressivi, pessimismo e disperazione, è una forma di prevenzione. La sperimentazione e l’espressione di queste “emozioni tossiche”, nel nostro caso in un ambiente sicuro e facilitante per il bambino, come lo può essere il setting neuropsicomotorio, aiuta il bambino stesso a conoscere sé stesso e le proprie reazioni, e consente al terapista di attuare un lavoro di prevenzione. (18).
    • Ignorare questi aspetti ha come rischio più grande quello del veder radicarsi di fenomeni disadattivi sopra citati nel bambino, come forme consuete di espressione della propria fragilità emotiva, e la conseguente possibile trasformazione in vere e proprie psicopatologie, soprattutto in età considerate più a rischio (pre-adolescenza e adolescenza).
  2. Lavorare parallelamente sulle proprie risorse, coltivando tutti quegli aspetti che alimentano l’autostima, la positività, l’ottimismo, è un buon viatico verso il benessere psicologico e può portare ad un beneficio misurabile, a livello clinico, a fianco degli interventi più specificatamente condotti seguendo la diagnosi. (18)
    • Non sempre il bambino è abituato a veder esaltate le proprie qualità, all’interno di un ambiente che spesso privilegia gli aspetti di cura e, conseguentemente, si trova egli stesso a considerare solo le parti di sé che “non funzionano”. Il recupero di quella serenità e di quella libertà di espressione che dovrebbe contraddistinguere il bambino, attraverso la costruzione di cornici di gioco che esaltano i “sentimenti positivi”, così come li chiama Goleman, risulta dunque indispensabile. Senza sconfinare nel sostegno psicologico, che non rientra nei nostri ambiti di intervento, la valorizzazione delle risorse, accompagnata da una serie di manifestazioni emotive favorevoli e rassicuranti, può avere un peso clinico e riabilitativo, all’interno del processo di interconnessione e influenza reciproca dei vari sistemi di sviluppo.

Nel paragrafo successivo, riporto un esempio specifico di come un lavoro sulla sfera delle emozioni sia sempre imprescindibile in età evolutiva. Affronterò le tematiche precedentemente discusse, proiettandole all’interno del mondo della patologia neuromotoria.

Emozioni e PCI

Parlare nello specifico di emozioni, riferendosi a bambini con Paralisi Cerebrali Infantili (PCI), non è così consueto. Il fatto che il bambino presenti, per definizione, “un gruppo di disturbi permanenti dello sviluppo del movimento e della postura che causano una limitazione delle attività” (Rosenbaum et al., 2006), fa sì che, inevitabilmente, vi sia costruito attorno un piano riabilitativo che abbia come obiettivo primario il miglior sviluppo neuro-funzionale possibile. Alla massima esplicitazione di quest’ultimo, concorrono una serie di aspetti concatenati, che non riguardano solamente l’efficacia dell’esercizio motorio in sé, ma anche ad esempio la compliance del paziente, soprattutto se parliamo di un bambino. Fiducia, collaborazione, motivazione al movimento sono elementi indubbiamente determinanti per decretare la funzionalità del trattamento neuromotorio, ed essi non possono che essere conquistati attraverso un lavoro integrato che vada a “scavare” all’interno del bambino. L’impostazione di un programma incompleto, che ignori il concetto più globale di salute come stato di benessere psicofisico, non solo mette in discussione l’efficacia dell’intero lavoro riabilitativo, ma può parallelamente avere un impatto negativo sullo sviluppo emozionale del bambino.

Dall’analisi dei risultati di uno studio condotto dal Gruppo Italiano Paralisi Cerebrali Infantili (GIPCI), emerge che i ragazzi con PCI (pre-adolescenti ed adolescenti), pur con capacità cognitive nella norma, hanno maggiori problemi emotivo-relazionali rispetto ai coetanei con sviluppo tipico. Questa tendenza deriva dai riscontri continui con il proprio corpo percepito come “leso”, “difettoso”, “mal funzionante”. La conseguenza di ciò non può che essere un aumento progressivo dei livelli di frustrazione, rabbia, paura e rifiuto nel bambino, i quali si possono tramutare negli anni in tratti depressivi, ansia generalizzata, disturbi della condotta, come confermato dallo stesso studio. (19)

La dispercezione di sé, il non accettarsi come persona, il sentirsi ostacolato dalla patologia e quindi non idoneo nella quotidianità, sono dunque tutti elementi molto pericolosi, cui dobbiamo pervenire, ma soprattutto, prevenire in terapia.

Il bambino con PCI dev’essere guidato ad utilizzare il proprio patrimonio cognitivo ed emozionale, al fine di costruire un’immagine di sé integra, di trovare spontaneamente le strategie per gestire situazioni pericolose a livello personale e, soprattutto, sentirsi bene con sé stesso. (19) (20)