ESSERE GENITORI NELLA MIGRAZIONE

LA MIGRAZIONE

Migrare è un fenomeno che non coinvolge solo l’individuo, ma anche la famiglia e la società in cui egli vive. È un evento sociologico nel quale, un individuo o una famiglia, lasciano il paese originario per trasferirsi in un altro luogo per ragioni multiple che possono essere politiche, economiche, personali, storiche: possono anche coesistere tutte queste ragioni. Indipendentemente dalle ragioni, il migrare è un atto di grande coraggio perché significa lasciare il proprio paese per andare in un altro, perdere tutti i punti di riferimento certi che si hanno e ricostruire la propria vita in altri contesti. I migranti, sia quelli che sono obbligati a migrare, per esempio per fuggire dalla guerra, da condizioni di miseria o di conflitto, sia quelli che lo scelgono, come per esempio quelli che cercano fortuna in altri paesi, sanno che la migrazione avrà ripercussioni anche sulle generazioni successive. 

Ma la migrazione è anche un avvenimento psicologico di grande importanza e potenzialmente traumatico per chi lo vive: è un cambiamento di universo così profondo che produce degli effetti sulla persona, sulla sua interiorità, sul suo funzionamento. È un evento psichico segnato dalla rottura della relazione di sostegno e rinforzo reciproco tra cultura interna ed esterna, propria di ciascun individuo. Ogni migrante vive una rottura con le sue origini e con la sua cultura, alla quale risponderà in maniera diversa a seconda della sua personalità e dell’accoglienza ricevuta nel nuovo paese.

Spesso traumi successivi e di piccola entità, che si verificano dopo la migrazione, possono far riaffiorare l’esperienza e i vissuti del trauma migratorio, portando l’individuo in uno stato di grande depressione.

Nella migrazione è implicata la necessità di un cambiamento; sono necessari l’acquisizione e l’adattamento alle caratteristiche dell’ambiente di accoglienza, senza però dimenticare o cancellare gli aspetti della propria cultura d’origine. È importante un’integrazione tra le due culture: questo processo di integrazione tra la cultura di origine e quella di accoglienza viene definito da Marie Rose Moro come “métissage”.[6]

DIVENTARE MADRI NELLA MIGRAZIONE

Diventare genitori dopo essere migrati in un altro paese, costituisce un ulteriore passaggio nel percorso difficoltoso che le persone migranti devono affrontare. Interroga i genitori sul loro passato, sul perché sono migrati e soprattutto sul futuro dei loro bambini, che non nasceranno e/o cresceranno nel loro paese di origine, ma in un nuovo paese di accoglienza, per lo più sconosciuto anche ai genitori.

La mancanza del gruppo con cui condividere la gravidanza e la genitorialità rende questo evento difficile da affrontare per madri e padri migranti, a cui mancano gli insegnamenti tramandati oralmente per vivere questo evento. In molti paesi, gravidanza, parto e prime cure non sono questioni affrontate solo dalla madre o dalla coppia genitoriale, ma da tutto il cerchio familiare che mette in atto pratiche di protezione nei confronti del nascituro.

Inoltre, ciò che una futura mamma avverte maggiormente, è l’assenza della propria madre, la cui presenza e vicinanza assicurano la continuità dei legami familiari e il passaggio dei saperi. Diventare madre significa, infatti, un po’ “diventare come la propria madre” ed abbandonare definitivamente la condizione dell’infanzia.

Tutti questi processi, fondamentali durante la gravidanza, non possono avvenire in un paese straniero, perché spesso la famiglia è rimasta al paese d’origine e la donna è completamente sola ad affrontare la gravidanza, in un paese di cui non conosce la lingua a la cultura, ma anche senza sapere come affrontare la nascita di un bambino.

Nella gravidanza riemergono nella donna elementi culturali che si pensavano nascosti; durante questo periodo si parla di “trasparenza psichica” poiché riemergono aspetti della propria infanzia che in condizioni normali non sono presenti, ma anche perché i desideri e i conflitti della gestante si esprimono con più facilità. La maternità fa sì che la donna immigrata si radichi nel suo passato, anticipi il suo futuro, collocandosi, però, in piena legittimità nel suo presente.

Molte donne immigrate non hanno neppure il sostegno da parte del partner per affrontare la gravidanza e il parto, dal momento che in molte culture questi avvenimenti sono considerati solo questioni riservate alle donne a cui gli uomini non partecipano, oppure perché il padre del bambino non c’è. Ma anche quelle donne che sono sostenute e accompagnate dal coniuge possono presentare lo stesso sentimenti di isolamento quando affrontano la gravidanza, il parto, l’interazione precoce con il bambino e le scelte di cura.

Accanto alla solitudine delle madri si deve parlare anche di una rimessa in discussione della figura paterna poiché, nella nostra cultura occidentale, non ci sono modelli patriarcali come si possono invece trovare in paesi quali per esempio lo Sri Lanka, l’Africa Occidentale o il Maghreb.

La genitorialità si sviluppa anche grazie al contributo del bambino che, come Cramer,[7] Lebovici[8] e Stern[9] sostengono, è partner attivo dell’interazione genitori-bambino e della stessa costruzione della parentalità. Egli fa emergere il materno e il paterno dalle figure che gli stanno accanto accudendolo, nutrendolo e procurandogli piacere nei primi momenti della sua vita. L’essere genitore non è univoco o uguale per tutti: bisogna lasciare lo spazio per far sì che le potenzialità di ciascuno si esplichino nell’attuare questo compito. 

Per sviluppare la funzione genitoriale, la propria cultura di appartenenza è di fondamentale importanza, in quanto essa svolge una funzione preventiva, nel senso che anticipa, anche nell’immaginario di ciascuno, come si diventa genitore e può essere di aiuto nelle difficoltà. In questo modo la cultura si mescola e si interseca con le questioni individuali e familiari.

LA NASCITA

I momenti del parto e delle prime cure del neonato, molto spesso, sono vissute dalle donne immigrate con angoscia e preoccupazione, dal momento che non c’è chi si prende cura di loro e le aiuta. Nel periodo che segue la nascita, le madri straniere sviluppano uno stato di depressione che non corrisponde al fisiologico stato di depressione post-partum delle puerpere, ma risulta più legato proprio allo stato di isolamento e solitudine che esse sono chiamate a vivere, alla mancanza del sostegno femminile e all’insicurezza nel saper utilizzare le risorse che il mondo di accoglienza mette a disposizione.

Le modalità con cui queste neo-madri affrontano tale situazione sono diverse: spesso una visita al proprio paese d’origine per far conoscere il bambino alla famiglia e per permettere di attuare tutte le pratiche e i riti della propria cultura, favorisce la percezione di sentirsi una madre competente anche se non sostenuta e affiancata dalla famiglia d’origine; per altre donne, invece, è sufficiente la presenza di una figura femminile che appartenga al paese d’accoglienza e che possa aiutarla e sostenerla nel nuovo compito che si appresta a svolgere.

La situazione familiare che si sviluppa a seguito della nascita di un bambino in una famiglia immigrata, presenta spesso analogie e differenze, le quali sono dovute per esempio alla durata del soggiorno in Italia, alla situazione socio-economica, al progetto migratorio, al ruolo della donna, alla religione, ai percorsi di arrivo e di acculturazione e alle relazioni sociali e intracomunitarie. A seconda dei modelli familiari che si sviluppano, si attivano anche determinate modalità di cura che possono essere definite anche in base alla cultura di origine.

Le prime interazioni genitori-figlio, in situazioni di migrazione, rappresentano un momento di vulnerabilità per tutte le parti in gioco, genitori e neonato. 

IL RUOLO DELL’AMBIENTE 

Quando un bambino viene al mondo necessita di un ambiente a lui dedicato e che sia adatto ai suoi bisogni. 

È soprattutto nelle prime fasi post-natali che è necessario un adattamento reciproco tra la mamma e il suo bambino. Le madri immigrate devono imparare ad adattarsi al loro piccolo senza il gruppo di donne che le sostiene. Durante i primi scambi con la madre, il bambino verrà impregnato da tutti i modi di essere e di fare che la madre porta con sé: la sua lingua, la sua cultura, il suo rapporto con gli altri, le sue modalità di cura… La madre immigrata deve in questa fase, sia proteggere il bambino e amarlo a suo modo, sia prepararlo ad entrare in un mondo che però neanche lei conosce. 

Secondo Winnicot, in questo primo periodo, sono tre le azioni che la madre offre al bambino durante le prime interazioni:

  • L’holding;
  • L’handling;
  • L’object-presenting (o modo di presentazione dell’oggetto), che è la presentazione del mondo “a piccole dosi”.2

Ciò che ad una madre immigrata risulta difficile è questa ultima azione. Infatti, una madre conosce il mondo tramite delle categorie determinate dalla sua cultura, attraverso un codice culturale trasmesso di generazione in generazione. I punti di riferimento e le categorie utilizzate dalla mamma immigrata non corrispondono a quelli della realtà in cui si trova a vivere e che deve presentare al suo bambino. Questo fa sì che la madre perda la sicurezza che aveva acquisito nella stabilità del suo ambiente; il suo mondo esterno non è più sicuro e di conseguenza si viene a creare un certo grado di confusione nel suo modo di percepire il mondo. Questa confusione verrà trasmessa al bambino, il che sarà per lui fonte di angoscia e insicurezza. La realtà del bambino si costruisce sulla base del contenitore estremo che è la madre, attraverso le prime relazioni. Questo contenitore è costituito da una serie di atti di accudimento (metodi di cura e allevamento), atti corporei e sensoriali (interazione madre–bambino), atti psichici (rappresentazioni materne del bambino, rappresentazioni riflessive e fantasiose della madre di quando era essa stessa bambina…) (Moro, 2011)[10].

Inoltre la madre trasmette anche dei saperi al suo bambino; questa trasmissione è resa possibile anche dal fatto che l’ambiente esterno è coerente con i saperi trasmessi. Se l’ambiente non è coerente e non trasmette le stesse conoscenze, la trasmissione sarà difficoltosa e si perderà la sicurezza del valore di quello che si sa.

LA CURA DEL BAMBINO NELLE DIVERSE CULTURE

L’ACCUDIMENTO

Winnicott riconosce, come elemento fondamentale del prendersi cura, il tenere in braccio il bambino. Prendersi cura assume per Winnicott il significato di abbracciare, contenere, ed il contenimento delle braccia materne sostituisce in qualche modo il contenimento della parete uterina[11].

Le pratiche di cura rivolte alla prima infanzia variano in maniera considerevole da cultura a cultura e, all’interno di uno stesso contesto, da un’epoca all’altra. Vi sono situazioni in cui i piccoli sono tenuti sempre a stretto contatto con la madre, altre nelle quali i tempi di contatto corporeo sono molto limitati. Vi sono tecniche di puericultura che prevedono l’allattamento per moltissimo tempo (anche fino ai due anni) e su richiesta del bambino, mentre in altre viene scandito con orari fissi e dura per poco tempo dopo la nascita.  

Le diverse pratiche possono favorire modalità di comunicazione più distanti basate sul contatto attraverso la parola e gli sguardi, oppure interazioni di maggior prossimità.

Come è stato messo in luce da diversi studi (Mauss,[12] 1934, Stork[13], 1989), la cura dell’infanzia dipende da fattori diversi quali: la situazione geografica e climatica, l’organizzazione familiare e sociale, il ruolo della donna, la concezione dell’infanzia e delle sue tappe di sviluppo, il numero di adulti coinvolti nell’accudimento, le rappresentazioni individuali e collettive dei valori da trasmettere, la salute, il  “posto” di ciascuno nella geografia familiare e sociale. La condizione migratoria costituisce un’ulteriore variabile legata alla “rottura” rispetto alla cornice culturale di riferimento e alla necessità di mettere a confronto saperi, informazioni, modelli, che provengono da quadri culturali diversi.

Le madri immigrate hanno spesso interiorizzato un modello di cura dell’infanzia che si compone di tecniche più tradizionali e di pratiche “moderne”.

Le differenze individuali nel relazionarsi con i bambini si mescolano con le pratiche di accudimento del proprio paese di appartenenza e, nelle mamme immigrate, con quelle del paese di accoglienza.

Nel caso dell’immigrazione, le pratiche di cura subiscono un profondo processo di modificazione e si riadattano per poter rispondere alle esigenze del nuovo ambiente e ai bisogni del bambino che cresce in un contesto differente rispetto a quello conosciuto. Le madri immigrate si trovano nella condizione di dover interiorizzare comportamenti e pratiche della cultura di accoglienza e dover/voler trasmettere al nuovo nato legami e appartenenze della cultura familiare.  

In molte culture il bambino fin dalla nascita è immerso in un mondo di parole, di leggende, di simboli, di regole collettive e di divieti. Il loro rispetto garantisce la sua sicurezza esterna e interna e anche quella della madre: questa è una condizione essenziale per l’organizzazione della diade e per lo sviluppo armonioso dell’attaccamento. La reciprocità nella relazione mamma-bambino fa sì che, se la madre è coinvolta, il suo investimento produce degli effetti sul bambino, che modificano il vissuto del bambino, e viceversa.   

Il piccolo partecipa alla regolazione dell’equilibrio psicologico della famiglia e all’equilibrio sociale del suo gruppo di appartenenza. Il suo modo di essere allevato e il suo posto sottolineano non soltanto i fantasmi genitoriali, ma anche l’etica familiare e sociale. Egli permette, inoltre, alla madre di affermare la sua appartenenza al gruppo attraverso la sua inscrizione nella filiazione.   

Ciò di cui un neonato necessita, a qualsiasi cultura egli appartenga, è riconducibile a quattro bisogni per lo più misconosciuti. Essi sono:

  • Il contatto, inteso come contatto fisico, pelle a pelle, tra lui e la mamma;
  • Il contenimento, ovvero la sensazione di essere contenuti, di avere dei confini, di stare in uno spazio ristretto. Esso è un contenimento non soltanto fisico, ma anche mentale che permette di contenere l’Io psichico del bambino, impedendo che vada in pezzi;
  • La comunicazione, la quale avviene a tanti livelli: è una comunicazione visiva; uditiva, attraverso la voce, il canto (fondamentale per il bambino piccolo); tattile; olfattiva; ma è anche una comunicazione che arriva a livelli molto più elevati, cioè a livelli spirituali, come per esempio nelle tradizioni orientali;
  • Il cibo, inteso come latte materno.

La scelta del nome, i riti d’infanzia, il contatto fisico, il massaggio, l’alimentazione, il sonno, sono alcune delle pratiche che servono a soddisfare i bisogni del bambino e che definiscono il sistema di maternage e le interazioni madre-bambino, attorno alle quali avvengono le scelte, gli abbandoni, gli aggiustamenti e le forme di sincretismo.

In diverse culture, specie quelle arabe o africane, l’importanza che viene data al nome è ancora più grande in situazioni di migrazione, dove l’attenzione all’identità del bambino è cruciale. Dare il nome significa dichiarare l’importanza dell’individuo. L’attribuzione del nome rappresenta anche il momento ufficiale di presentazione del bambino alla comunità.

Con l’immigrazione vengono indotti comportamenti nuovi e la necessità di attribuire il nome al neonato fin dalla nascita è in contrapposizione con le usanze familiari, secondo le quali il nome al bambino può anche essere dato dopo diversi mesi dalla sua nascita, perché bisogna riconoscere il nome che quel bambino è destinato a portare: così si sceglie di dare un nome “per l’Italia” e uno vero per la famiglia e la comunità, seguendo i tempi e i modi tradizionali. Il nome viene scelto con cura e attenzione a seconda delle caratteristiche che il neonato presenta o delle circostanze in cui è nato. 

IL CONTATTO CORPOREO

Uno degli aspetti che ha caratteri diversi a seconda della cultura è il contatto corporeo con il bambino nelle prime fasi dello sviluppo.

Nell’interazione madre-bambino c’è una codifica culturale che si trasmette direttamente dal corpo, attraverso il modo con cui ci si occupa di lui, lo si culla, lo si tiene in braccio. Nei primissimi momenti di vita, tutto passa attraverso il corpo.

Molte attività quotidiane, come per esempio il bagnetto o il massaggio, in alcune culture, vengono effettuate sul corpo della mamma, che, con le sue gambe forma una sorta di culla per il bambino.

A seconda del tipo di contatto che si viene a creare tra la mamma e il bambino, si possono avere due modelli di riferimento, che Whiting definisce ad “alto e basso contatto”.[14] Il primo tipo appartiene alle società cosiddette tradizionali, dedite alla caccia e al raccolto, ed è caratterizzato da uno stretto ed intenso rapporto fisico tra la mamma e il bambino. Il modello a “basso contatto”, invece, è tipico delle società industrializzate occidentali ed è caratterizzato da una relazione basata sullo sguardo e sulla parola. 

In diverse culture è presente una pratica molto diffusa, chiamata Baby-carrying, che consiste nel portare il bambino addosso; la mamma diventa in tal modo un mezzo di trasporto per il bambino, che viene messo sulla schiena oppure sul fianco sin dalla nascita fino a circa due anni. Le modalità di trasportare il bambino possono essere diverse a seconda del luogo geografico, ma il suo scopo è lo stesso per tutti: assicurare una stretta e costante relazione fisica tra la mamma e il bambino. L’essere portato sulla schiena è per il bambino un’esperienza rassicurante, che ricrea le condizioni di vita intrauterina.

Un’altra pratica importante e diffusa in Asia, in Africa e in Sud America è il massaggio: il bambino viene massaggiato dalla sua mamma sin da molto piccolo. Esso è un momento privilegiato destinato allo scambio comunicativo attraverso la pelle; è molto energico e ha la finalità di far scorrere l’energia tra la mamma e il bambino. Il massaggio rientra nelle pratiche di cura quotidiana; esso tonifica l’organismo del bambino, ne irrobustisce le membra, ne nutre la pelle, allevia i sintomi dei più comuni disturbi infantili, aiuta a rilassare e far dormire il bambino. 

Spesso si massaggia il bambino sulla testa, sulla faccia e su tutto il corpo con olio di cocco o con il latte della mamma.

Nella cultura asiatica i bambini stanno sempre in braccio alla mamma o alla nonna o alla zia o a qualche altra donna della famiglia. Per cullarlo la mamma lo adagia sulle sue gambe allungate e le muove dolcemente. Anche nelle culture arabe e africane i bambini passano moltissimo tempo in braccio a figure femminili.  

IL SONNO

Anche rispetto al sonno e all’addormentamento si possono osservare pratiche culturali diverse che riflettono le situazioni definite ad alto e basso contatto corporeo.

Il sonno, nelle società rurali dei paesi del Sud del mondo, è considerato un’attività indispensabile, ma anche gratificante a cui l’individuo deve adattarsi quando il corpo gli invia segnali di stanchezza. Nelle culture africane o asiatiche il sonno diventa anche un momento di piacere condiviso, di intimità familiare. 

Rituali particolari per favorire l’addormentamento dei più piccoli sono presenti nella maggior parte delle culture. Il cullare e il cantare ninne-nanne per far addormentare i bambini, per esempio, sono significanti della capacità di adattamento dell’ambiente, pur con modalità diverse, di accompagnare i neonati nel sonno, ricreando le condizioni di sicurezza intrauterina.

 Il bed-sharing, la pratica di dormire insieme nello stesso letto, adulti e bambini, rappresenta la norma nella maggior parte delle culture del mondo. In Africa, in America Latina, in Asia e in Medio Oriente è abitudine non lasciare mai addormentare i bambini da soli, ma accompagnarli nel sonno attraverso gesti rassicuranti e soprattutto attraverso il contatto ravvicinato con la madre che dorme al fianco del piccolo.

Nello Sri Lanka, in Marocco e in Perù i bambini dormono con la mamma fino ad un anno e mezzo/due e poi si staccano gradualmente. Le mamme egiziane dormono a stretto contatto corporeo con i loro bambini, spesso fino ai tre anni. Il neonato africano dorme sempre nello spazio di vita degli adulti, a contatto con il corpo materno, immerso nei rumori, suoni e voci del mondo che lo circondano.

Anche in un paese altamente industrializzato e moderno come il Giappone, vige la pratica del bed-sharing e del co-sleeping: tutta la famiglia si addormenta insieme in un unico grande letto. I genitori giapponesi ritengono, infatti, che il sonno condiviso aiuti i bambini ad imparare ad “armonizzarsi con il gruppo”.

La pratica giapponese del co-slepping trova riscontri teorici in McKenna che ritiene esso crei una sintonia tra i ritmi del sonno della madre e quelli del bambino: entrambi attraversano le stesse fasi del sonno negli stessi momenti. La sincronia riguarda anche tutti gli altri ritmi di base dell’organismo, quali il battito cardiaco e la respirazione. Il sonno condiviso riduce anche il pianto, favorisce l’addormentamento e il riaddormentamento dopo un risveglio notturno (McKenna, 2001)[15].                    

Si differenziano, invece, le madri filippine, come quelle cinesi, che tendono subito a far dormire i piccoli in un loro lettino, situato comunque accanto al letto dei genitori.   

Nelle culture occidentali, più industrializzate, invece, si tende sin da subito a far dormire il neonato da solo, molto spesso in una stanza tutta sua, senza il contatto corporeo con la madre.

Nei bambini che dormono da soli, acquista notevole importanza l’oggetto transizionale, ovvero un oggetto, generalmente di qualità tattile-pressoria, che viene ad essere il primo elemento assimilato dal bambino come “non-me”. Tale oggetto, rappresentando l’unione con la madre, ne facilita anche il distacco favorendo quello che la Mahler definisce come “processo di separazione-individuazione”[16]. La particolarità dell’oggetto transizionale è che esso si situa nell’area intermedia tra il Sé e il non-Sé. Per Winnicott “l’oggetto transizionale non è mai sotto il controllo onnipotente come l’oggetto interno, né fuori controllo come la madre reale.”5

L’ALLATTAMENTO E LO SVEZZAMENTO

Durante tutto il periodo successivo alla nascita, la madre è in grado di esercitare, in modo del tutto naturale, un ascolto attivo del bambino, senza sostituirsi totalmente a lui nell’interazione con l’ambiente, né esponendolo a stimolazioni ambientali eccessive che il piccolo non sarebbe altrimenti in grado di gestire: in questo senso la madre viene definita “sufficientemente buona”. 

La madre sviluppa la capacità di adattarsi ai bisogni del bambino, di identificarsi con lui: questo è ciò che Winnicott definisce “preoccupazione materna primaria”2 e che permetterà al bambino di fare gradualmente esperienza di sé e di diventare creativo.

Quando l’adattamento della madre ai bisogni del bambino è sufficientemente buono, dà al bambino l’illusione che vi sia una realtà esterna che corrisponde alla capacità propria del bambino di creare2 e ne sostiene il bisogno di onnipotenza.

Prima che il bambino venga attaccato al seno, egli incomincia ad eccitarsi dimostrando in questo modo il suo interesse per un oggetto che può portare alla bocca e la mamma si mostra in grado di comprendere questo suo stato. L’eccitazione del bambino avviene in particolare a livello orale. L’allattare soddisfa il desiderio di cibo del bambino. Nel corso dell’eccitante esperienza dell’allattamento, si crea un legame molto intenso tra la madre e il suo bambino; questa relazione include l’eccitazione dell’anticipazione, l’esperienza dell’attività durante la poppata e il senso di gratificazione derivato dalla soddisfazione della tensione istintuale.  

Nella diade  mamma-bambino, l’allattamento è un momento privilegiato di contatto e scambio affettivo. Quando si allatta non è sufficiente il gesto, ma la madre deve mantenere una relazione empatica costante. Affinché l’allattamento proceda per il meglio è necessario che si sviluppi un legame emotivo tra la madre e il bambino.  

L' allattamento al seno può essere visto come un punto nodale, d' incontro, ma anche di scontro tra le culture per le diverse pratiche e modalità adottate.

Nelle società tradizionali del Sud del mondo, africane, asiatiche e sud americane, l'allattamento è una pratica costante e ricca di significato. Il bambino viene allattato a lungo, anche fino ai due anni di vita, e deve essere un allattamento a richiesta. L’allattamento prolungato riflette la situazione definita ad alto contatto.

Le madri di alcuni paesi del Sud del mondo, non danno alcuna importanza al colostro e lo ritengono dannoso, per cui aspettano alcuni giorni prima di allattare.

Nelle zone rurali del Sudan, del Kenya, del Mali, dell’Etiopia e di altri paesi africani, l’allattamento dura in media 24 mesi. Attualmente l’allattamento al seno prolungato è in declino ovunque. Unica eccezione il Bangladesh, una delle culture in cui è maggiormente radicata la pratica dell’allattamento.

In Marocco si allatta anche fino ai due anni, a seconda dei bisogni del bambino, non solo per nutrirlo, ma anche per calmarlo e per farlo addormentare. Le madri egiziane allattano per molto tempo i loro figli, sia al loro paese che nel paese di accoglienza; non hanno orari per mangiare, ma la madre risponde alle necessità del bambino.

Anche nello Sri Lanka si allatta fino ai due anni e se la donna lavora lo può portare con sé al luogo di lavoro.

Nella cultura orientale il bambino viene allattato fino al terzo/quarto mese, poi si abitua al biberon, poiché la donna deve rientrare al lavoro. Anche in Italia le madri cinesi allattano per poco tempo, circa 7/8 mesi e spesso riferiscono che per mantenere il lavoro in Italia mandano i figli in Cina alla famiglia d’origine e ricorrono quindi all’inibizione della montata lattea e ad alimentare il piccolo con latte artificiale.[17]

Nelle Filippine le madri allattano per più tempo rispetto a quando vengono in Italia, dove allattano per 3-4 mesi e poi si passano al biberon.

Nelle culture dei paesi dell’Est dell’Europa, le pratiche di allattamento risultano essere simili a quelle italiane: l’allattamento avviene al seno e le madri tendono ad escludere quello artificiale. Le donne di questi paesi sono in grado da sole di capire quando possono allattare da sole il bambino e quando, invece, hanno bisogno di latte artificiale: è la donna che è competente del proprio corpo.  

Nei mesi successivi la nascita, la madre deve favorire una graduale disillusione, diminuendo lentamente l’adattamento totale ai bisogni del bambino. Quest’ultimo si trova perciò ad affrontare quello che Winnicott definisce “stadio della dipendenza relativa, che si rivela come uno stadio di adattamento ad un graduale de-adattamento”11. Molto importante risulta in questa fase, lo svezzamento, tappa che riveste un ruolo fondamentale nel processo di saparazione-individuazione (Mahler, 1959)16 e che favorirà il processo di differenziazione somatopsichica del bambino: lo porterà a riconoscersi come “non-Sé”, come qualcosa di esterno e separato dal mondo circostante.

Se l’allattamento è stato soddisfacente, il bambino avrà qualcosa da cui essere svezzato. Pertanto la base dello svezzamento è rappresentata da una soddisfacente esperienza di allattamento. 

Lo svezzamento è un processo complesso e non consiste solo nel convincere il bambino a mangiare altri tipi di cibi o ad usare il cucchiaio, ma implica una graduale e progressiva disillusione, che rientra nei compiti di un genitore. Una madre e un padre sufficientemente buoni sono in grado di sopportare gli estremi dell’odio e dell’idealizzazione, sperando che infine il bambino impari a percepirli come esseri umani normali.

Nei diversi Paesi lo svezzamento viene considerato un momento significativo per la relazione madre-bambino, nonostante tempi e modalità di introduzione di alimenti solidi caratteristici per ogni cultura. Esso è una tappa fondamentale per i bambini di tutto il mondo e in diverse culture è accompagnato da feste e rituali con lo scopo di sottolinearne proprio la sua importanza.

Nello Sri Lanka lo svezzamento viene vissuto come un appuntamento fondamentale, avviene intorno al sesto/settimo mese, e si organizza una festa, in cui si invitano tutti i familiari e i parenti. Davanti al bambino si mettono vari oggetti (una penna, un libro, strumenti di lavoro) e, a seconda dell' oggetto che il bambino prende o tocca per primo, si può capire che lavoro farà “da grande”.

In Egitto lo svezzamento, così come la circoncisione, vengono ritenuti tappe fondamentali per lo sviluppo del bambino, in quanto segnano i momenti della separazione dalla madre. Lo svezzamento avviene intorno all'anno e la madre viene aiutata dalla nonna, che consola il bambino per la perdita del seno, coccolandolo.

In Marocco quando avviene lo svezzamento viene organizzata una grande festa con tutta la famiglia; il cibo dello svezzamento è il dattero, frutto molto dolce e nutriente da poter compensare la perdita del seno materno. 

In Oriente lo svezzamento avviene intorno al quinto mese con cibi locali. In Cina si usano cibi tipici come la zuppa di riso molto cotta; intorno ai cinque mesi i bambini iniziano a mangiare l’uovo al vapore, il riso e gli spaghetti cinesi. Nelle Filippine i cibi della svezzamento sono la crema di riso, le pappe e le patate schiacciate.


[6] Moro M.R. Genitori in esilio. Psicopatologia e migrazioni. Milano: Cortina Raffaello Editore, 2002

[7] Cramer B.  La psychiatrie du bèbè une introduction,in  La dynamique du nourrisson. 1982 ;  28-33

[8] Lebovici S. Psychopathologie du bèbè. Paris: Puf, 1989

[9] Stern D. Le prime relazioni sociali: il bambino e la madre. Roma: Armando Editore, 1979

[10] Moro M.R. I nostri bambino domani. Per una società multiculturale. Milano: Franco Angeli Editore 2011

[11] Winnicott D.W. Sviluppo affettivo e ambiente. Studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Roma: Armando Editore, 2002

[12] Mauss M. Le tecniche del corpo, in Teoria generale della magia e altri saggi. Torino: Einaudi, 1965

[13] Stork H. Enfances indiennes. Ètude de psychologie transculturelle et comparée du jeune enfant, Paidos. Paris: Le Centurion, 1986 Stork H. Techniques de maternage dans différents cultures, in Migrations Santé. 1989; 60

[14] Whiting B.B. Children of Different Worlds: The Formation of Social Behavior. Harvard University Press, 1992

[15] McKenna J. Cultural Influences on Infant and Childhood Sleep Biology, and The Science that Studies It: Toward a Mmore Inclusive Paradigm, 2000, www.nd.edu/alfac/mckenna, ultima consultazione settembre 2001

[16]Mahler M, Pine F, Bergman A. La Nascita Psicologica del Bambino. Simbiosi E Individuazione.. Torino: Bollati Boringhieri,, 1978

[17] Nacinovich R, Rossi A, Cacciago E, Bomba M. Maternità, stili relazionali ed outcome neonatale in diadi madre-neonato di etnia cinese ed africana, in Imago 2006; 3: 185-195 


 

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