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MIGRAZIONE E PSICOPATOLOGIA

IL DISAGIO PSICHICO

Migrare è un atto che impegna la vita dell’individuo e che conduce alla “sospensione tra due mondi” 12, quello originario e quello nuovo, in cui può crearsi una situazione di fragilità identitaria e sofferenza.

Negli ultimi decenni, il fenomeno migratorio è notevolmente incrementato ed è diventato un evento di grande impatto per il nostro Paese; molti studiosi, in ambito psicosociale, hanno iniziato a maturare interesse per questa tematica e hanno indagato le conseguenze che la migrazione porta inevitabilmente con sé, i disagi e le difficoltà che gli individui sono costretti ad affrontare una volta abbandonata la terra natia.

La separazione dal paese d’origine viene sentita come una frattura nella vita personale del migrante, poiché al dolore dell’esilio si aggiungono difficoltà economiche, linguistiche, problemi di integrazione sociale ed infine una forte sofferenza psichica; per questo motivo la migrazione viene considerata come un avvenimento psicologico13, un evento psichico segnato dalla rottura della relazione di sostegno e rinforzo reciproco tra cultura interna ed esterna, propria di ciascun individuo.

La risposta a questa rottura avviene diversamente a seconda della personalità e dell’accoglienza ricevuta nel nuovo paese.

Dal punto di vista della salute psichica, il migrante corre rischi maggiori dati dal fatto che la separazione, la partenza, il viaggio e l’arrivo, ma, più in generale, l’incognito, generano situazioni di angoscia e portano alla rottura di equilibri prestabiliti.

E’ importante sottolineare che ogni storia di migrazione è unica, è una storia a sé, ma che esistono aspetti comuni in tutti i processi migratori, come il separarsi dal proprio contesto familiare, affettivo, sociale e culturale originario. Questo costituisce un momento contradditorio di sofferenza e di aspettative, poiché il migrante si trova a dover ridefinire il proprio progetto di vita, elaborando contemporaneamente il lutto dato dalla separazione dai legami costruiti durante l’infanzia e interiorizzati nella sua dimensione psico – affettiva. Nello stesso tempo il migrante deve rinegoziare il senso della sua esistenza: come dice Sayad, il passaggio dall’ “illusione dell’emigrazione” alla “sofferenza dell’immigrazione”14 costituisce la possibilità per l’individuo di ridefinire un progetto di vita nuova nel paese di accoglienza.

Il migrante si trova inoltre in un sistema complesso di relazioni e dinamiche che non riesce ad interpretare e che lo vive come estraneo; deve affrontare vissuti di solitudine, inadeguatezza, indifferenza e talvolta addirittura di disprezzo e odio, che possono creare un “vuoto affettivo”, rendendolo così estraneo anche a se stesso.

All’interno di questo processo psico – sociale, che si trasforma nel tempo in un processo alienante che porta alla patologia, il corpo diventa lo specchio attraverso cui il disagio si manifesta 15.

Il “corpo vissuto” dal migrante rispecchia il “corpo percepito” dalla società e dunque, se la società gli rimanda un’immagine negativa, questa è l’immagine che l’individuo avrà di se stesso16; questo meccanismo mentale provoca nel migrante un complesso di inferiorità che annulla il suo potere decisionale e il suo essere se stesso.

DISTURBI DELLO SVILUPPO E IMMIGRAZIONE

Il processo di integrazione che coinvolge il migrante ha un’importanza determinante nello sviluppo evolutivo dei figli, bambini nati nel paese d’accoglienza, chiamati a vivere in un ambiente diverso da quello conosciuto dai loro genitori e che quindi rischia di rimanere estraneo.

Questi bambini presentano una vulnerabilità psicologica specifica, sia sul piano psicopatologico che cognitivo, causata appunto dalla scissione tra il mondo interiore, legato all’affettività e all’universo culturale dei genitori, e il mondo esterno retto dalle regole del nuovo paese.

Per questo motivo un numero sempre più crescente di studi in ambito europeo suggerisce che le patologie psichiche siano riscontrate con una maggiore frequenza in bambini figli di genitori immigrati; tra queste patologie sono presenti i Disturbi del Neurosviluppo. L’immigrazione può essere, dunque, considerata come un fattore di rischio considerevole per l’insorgere di queste patologie, una circostanza ricca di potenziali condizioni stressanti e svantaggiose sia per la coppia genitoriale che per i figli.

Timing della migrazione

Il momento in cui avviene la migrazione è rilevante, poiché può coincidere con alcuni periodi particolarmente sensibili della vita di un individuo, soprattutto di una donna.

La maternità, indipendentemente dalla cultura di appartenenza, permette di raggiungere il pieno statuto di donna; a maggior ragione, in alcune culture orientali e africane, il diventare madre, soprattutto di figli maschi, significa acquisire rispetto e valore.

La gravidanza, dunque, è spesso l’unica via per la donna verso l’emancipazione e la liberazione da una condizione di precarietà sociale e psicologica. Il desiderio di affrancarsi dal disagio economico e sociale che alcune donne sono costrette a subire, le porta a vedere la gravidanza come un pretesto per iniziare una nuova vita, anche al di fuori del paese in cui vivono. Queste donne si trovano, dunque, a dover affrontare due fenomeni estremamente complessi, portatori di alta vulnerabilità psichica nello stesso periodo. Gli agenti stressanti che si manifestano in questo momento sono legati alle difficoltà di separazione dal proprio paese, all’angoscia di un futuro incognito per sé e per il proprio figlio e alla rottura dell’equilibrio presente nella vita della donna migrante; questi stress influenzano negativamente la salute psicofisica della madre e, di conseguenza, quella del nascituro.

LA PRESA IN CARICO

La presa in carico si basa sui concetti di interazione e integrazione tra più “agenti attivi”.

Il primo di questi è il bambino, considerato nella sua globalità ed unicità: risulta fondamentale una presa in carico globale del bambino da parte di un’équipe multidisciplinare che preveda un intervento terapeutico individuale, un sostegno alla famiglia ed un lavoro con l’istituzione educativa e scolastica in cui il minore è inserito.

Tutte le strategie terapeutiche ed educative attivate devono nascere dalla condivisione del progetto e da un’“alleanza terapeutica” con i genitori alimentata dal dialogo continuo e dalla collaborazione reciproca di tutti i soggetti coinvolti.

L’intervento ri – abilitativo in età evolutiva deve quindi essere finalizzato ad un’azione sinergica ed equilibrata che, pur tenendo conto dell’atipia di sviluppo che si sta manifestando o che si è già strutturata, abbia lo scopo di innescare un processo reattivo di mobilizzazione delle potenzialità residue o inespresse presenti in modo differente in ciascun bambino. Una volta avviato il processo, l’intervento procederà seguendo la storia evolutiva di ogni bambino, con lo scopo di intercettare, attenuare ed eventualmente estinguere il nascere di comportamenti inadeguati e, al contempo, di favorire l’appuntamento del bambino con l’apertura di quelle finestre temporali evolutive fondamentali allo sviluppo delle principali funzioni adattive. 17

La presa in carico del bambino migrante con Disturbo del Neurosviluppo

Con minori migranti si deve tenere conto soprattutto del loro ambiente di vita, sia culturale che familiare. Le famiglie immigrate incontrano maggiori difficoltà a stabilire un’alleanza terapeutica con le figure professionali, con conseguente abbandono del servizio (drop – out), non soltanto per difficoltà linguistiche, ma anche per differenze culturali che rendono più faticosa la comprensione reciproca. Per questo motivo risulta di estrema importanza la presa in carico del minore e della sua famiglia in ottica transculturale18: per riattivare e sostenere le capacità genitoriali spesso bloccate da traumi non elaborati o messe in discussione da un contesto e valori socio – culturali estremamente differenti da quelli di appartenenza.

In modo particolare, nei bambini migranti che presentano un Disturbo del Neurosviluppo conclamato, come analizzato dallo studio che verrà presentato, Ritardo globale dello sviluppo e Disturbo dello Spettro dell’Autismo, la presa in carico si concretizza in trattamenti globali e tempestivi, con l’obiettivo di ridurre l’impatto del disturbo sullo sviluppo globale del bambino19 20.

La possibilità di offrire uno spazio di accoglienza e ascolto dei vissuti dei genitori, in particolare della figura materna, secondo un approccio transculturale e multidisciplinare, permette ai bambini, soprattutto ai più piccoli, un’evoluzione più rapida delle difficoltà manifestate in prima visita.

Inoltre l’utilizzo e la presenza del mediatore linguistico – culturale, consente alle famiglie di riconoscere e valorizzare il proprio patrimonio culturale e integrarlo con i riferimenti socio – culturali del mondo occidentale a cui i loro figli sono maggiormente esposti, facilitando il raggiungimento delle tappe del processo evolutivo.


  • 12 Nathan T., Principi di etnopsichiatria, Bollati Boringheri, Torino, 1996
  • 13 Moro M.R., I principi della clinica transculturale. Il trauma dell’esilio, Seminario introduttivo alla clinica transculturale, Milano, 2000
  • 14 Goussot A, Disagio psichico e immigrazione, 2011
  • 15 Jelloun T.B., L’estrema solitudine, Ed. Bompiani, 1999
  • 16 Merleau – Ponty M., Fenomenologia della percezione, Ed. Bompiani, 2003
  • 17 Valente D., Fondamenti di riabilitazione in età evolutiva, Ed. Carocci Faber, Roma, 2009
  • 18 Moro M.R. Il disagio nella migrazione. Il lavoro transculturale con i genitori migranti e i loro figli in Atti del Convegno “Famiglie migranti e stili genitoriali”, Bologna, 2006
  • 19 Muratori F., Narzisi A., Tancredi R., Interventi precoci nell’autismo: una review. Giornale Neuropsichiatria Età Evolutiva, 2010
  • 20 Tagliabue L., Broggi F., Monaco E., Ricci C., La terapia neuropsicomotoria nel bambino con “Ritardo Psicomotorio”. Rivista Psicomotricità Vol.3, n.2, 2017

 

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