IL PROCESSO MIGRATORIO - Essere genitori e figli in un paese straniero

Migrare è un fenomeno sociale che porta un individuo o un gruppo di persone a lasciare il proprio luogo di origine per stanziarsi, anche solo temporaneamente, altrove, per ragioni multiple, che possono essere politiche, economiche, personali e/o storiche.

Nel momento in cui vengono a mancare le condizioni necessarie al pieno compimento dei desideri dell’uomo, l’individuo è spinto a cercare altrove, separandosi dalla propria terra d’origine per ricostruire la propria vita in un altro contesto.

Nella migrazione è implicata la necessità di un cambiamento, che diventa meno traumatico quando è possibile mantenere un’integrazione con la cultura di origine; è dunque necessario che la persona migrante conosca gradualmente le caratteristiche dell’ambiente di accoglienza e che vi si possa adattare purché senta che in questo processo non le venga chiesto di dimenticare gli aspetti della propria cultura d’origine.

La situazione di sofferenza vissuta dal migrante in un paese occidentale si manifesta attraverso un disagio profondo, che la società in cui si trova cerca di esorcizzare, allontanare e controllare attraverso la stabilizzazione di alcuni modelli di integrazione, che variano da paese in paese, a seconda della propria storia, e che si sono modificati ed evoluti nel tempo. Questi modelli di integrazione nascono, perciò, con lo scopo di gestire le problematiche che inevitabilmente si creano nel momento in cui il migrante deve integrarsi nella società d’accoglienza.

I modelli che ci riguardano più da vicino sono quelli europei e sono principalmente quattro 1:

  • Il modello assimilativo, sviluppato maggiormente in Francia, si sviluppa dalla visione colonialista europea, che prevede la completa assimilazione alla cultura del paese d’accoglienza da parte delle comunità, che sono dunque chiamate a conformarsi al modello culturale dominante al punto tale che gli immigrati devono rendersi indistinguibili dai nativi e devono rinunciare alle proprie tradizioni, leggi e usanze. Questo approccio assimilazionista si basa sull’idea per cui l’integrazione viene intesa come uguaglianza nel di senso di uguale trattamento, che si sostanzia nella neutralità e laicità dello Stato;
  • Il modello funzionalista, tipico della Germania, non tiene conto, così come il precedente, della cultura dell’altro: questo modello si basa sul presupposto che il processo di integrazione dell’immigrato sia particolarmente difficoltoso. La relazione che si instaura tra migrante e società d’accoglienza è puramente strumentale e utilitaristica e si fonda sul principio dell’esclusione differenziale: i migranti vengono inseriti in alcuni ambiti sociali, scoraggiandone, però, lo stanziamento definitivo. La prospettiva, quindi, è quella di una permanenza temporanea dei migranti sul territorio del Paese d’accoglienza. Al migrante viene così riconosciuto soltanto lo status di lavoratore – ospite;
  • Il modello multiculturale, diffuso in Gran Bretagna, Svezia e Olanda; questo modello ha un’impostazione plurilinguistica e multiculturalista, dove la lingua madre viene insegnata in un contesto di bilinguismo attivo che ha come fine quello di agevolare l’apprendimento della nuova lingua del paese di accoglienza. Mettendo in atto le accortezze previste dal modello multiculturale è possibile valorizzare le diverse culture, riconoscendone dignità e accettando anche ciò che viene comunemente definito “diverso”. Anche questo modello, però, possiede dei limiti: non sempre, infatti, il multiculturalismo rappresenta una strategia concepita a vantaggio del migrante. Il rischio che si corre è quello di incappare nella deriva isolazionista, che porta comunità differenti a condividere spazi, senza però entrare mai in un vero e proprio contatto culturale;
  • Il modello di fusione o melting pot, principalmente diffuso negli Stati Uniti e in Australia, si basa sulla metafora della società come una pentola in cui si mescolano le varie comunità presenti (melting pot). Il risultato è quello di dar vita ad una società di tipo omogeneo, frutto della fusione di tutte le culture che in essa coesistono. Il rischio principale è quello di ridurre la società ad una somma di comunità incapaci di entrare in contatto tra loro e confrontarsi: nel corso degli anni, infatti, la pratica di questa opzione culturale ha rivelato difficoltà, che si sono manifestate attraverso fenomeni di ghettizzazione e discriminazione.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’Italia, non è ancora possibile definire un vero e proprio modello di integrazione: il processo che ha portato i paesi mediterranei ad assumere consapevolezza del loro ruolo nel sistema migratorio internazionale e dell’esistenza di un fabbisogno di manodopera di importazione, è avvenuto lentamente e dunque l’Italia vive ancora una situazione ibrida. I migranti vengono inseriti nel sistema lavorativo e solo dopo si valuta la possibilità di concedere loro diritti e prerogative da cittadini; questo ha rallentato l’elaborazione di un modello di politica migratoria, lasciando spazio per contro ad un alternarsi di politiche incerte, con una forte delega della gestione agli enti locali e alle istituzioni religiose e laiche della società civile. Quindi il modello italiano di inclusione presenta alcuni aspetti di peculiarità giuridica rispetto ai modelli di altri Paesi europei e la normativa, ma rimane in via di definizione.

ESSERE GENITORI IN UN PAESE STRANIERO

Diventare genitori nel paese di accoglienza costituisce un ulteriore e delicato elemento di complessità, che la coppia migrante deve affrontare, poiché implica il fatto che adulti con storie differenti e radici poste altrove diventino madri e padri in un luogo che rimane per molto tempo oscuro e incompatibile con le loro abitudini di vita.

Nel momento in cui la coppia si prepara ad assumere il ruolo genitoriale nel paese di migrazione, si trova inconsapevolmente al centro di diverse aspettative e, talvolta, di veri e propri conflitti. Da una parte vi è l’esigenza di portare avanti la cultura e le tradizioni della famiglia rimasta in patria, dall’altra si sviluppa il desiderio di adattarsi e integrarsi nella nuova rete sociale. La genitorialità nella migrazione si trova dunque al bivio tra modalità di accudimento differenti, decisioni da prendere e comportamenti da assumere, che tengano conto dei diversi punti di vista 2.

Diventare genitori in situazione di migrazione riattiva i genitori, portandoli a chiedersi il motivo per cui sono emigrati e se ciò che hanno trovato sia proporzionato a ciò che cercavano.

Questi dubbi e difficoltà vengono avvertiti in misura maggiore dalla futura madre, che si trova ad affrontare il delicato momento della gravidanza da sola, in una terra straniera, senza poter godere dell’aiuto del cerchio familiare3 e di una rete di supporto, come invece potrebbe avvenire nel proprio paese di origine.

In particolare, ciò che la futura mamma può percepire negativamente è l’assenza della propria madre, la cui presenza e vicinanza assicurano la continuità dei legami familiari e il passaggio dei saperi; per una donna, infatti, “diventare madre” significa in parte “diventare come la propria madre” ed abbandonare definitivamente la condizione dell’infanzia.

Queste preoccupazioni, legate alla mancanza di una rete familiare di appoggio e dei propri specifici riferimenti culturali, nascono nella mente della donna migrante durante la gravidanza e si fanno reali e concrete al momento della nascita, portando all’emergere di alcune fragilità; queste debolezze sono causate dal fatto che la trasparenza psichica, ovvero quello stato emotivo che si instaura in gravidanza durante il quale si manifestano in maniera esplicita desideri e conflitti infantili, si intreccia con la trasparenza culturale4: la madre deve infatti rielaborare gli elementi culturali associati alla filiazione, rimasti latenti, in un sistema sociale e culturale di cui non si sente parte attiva e integrata.

La donna e madre migrante vive, dunque, una situazione di estrema vulnerabilità, che deriva da diversi fattori, riguardanti la costruzione stessa della genitorialità in esilio: i dubbi legati

alla migrazione, il confronto tra diversi modelli genitoriali e le difficoltà legate al doppio compito che la madre deve affrontare alla nascita, ovvero da una parte trasmettere il mondo e la cultura a cui lei sente di appartenere e contemporaneamente presentare al bambino l’ambiente in cui sono inseriti, che però lei non conosce o conosce poco e a cui ancora non si sente di appartenere.

Oltre a ciò, capita spesso che le donne immigrate siano poco sostenute dal partner, poiché, in alcune culture, la gravidanza e l’accudimento dei figli sono considerate compiti riservati alle figure femminili, oppure perché il padre si occupa in modo quasi esclusivo di adempiere ai bisogni economici di tutta la cerchia familiare, spesso anche di coloro rimasti nel paese di origine.

Anche la figura paterna appartenente alla cultura occidentale, riveste un ruolo diverso rispetto a molti paesi di origine da cui le famiglie migranti arrivano. Infatti in Occidente non esistono più modelli patriarcali come quelli presenti in paesi quali lo Sri Lanka e l’Africa Occidentale5: vi è un maggiore parità tra uomini e donne e alcune istituzioni appaiono “femminilizzate”; questo porta gli uomini immigrati a sentirsi padri in un modo totalmente diverso da quello previsto dal proprio modello, ma, paradossalmente, non si può essere padri se non appoggiandosi ad un modello, anche se lo si trasforma. Il modo migliore affinché si consenta a quel modello di trasformarsi non è denigrarlo, ma entrarvi in relazione.

L’EVENTO NASCITA NELLA FAMIGLIA MIGRANTE

L’arrivo di un figlio condiziona e modifica il progetto migratorio, le condizioni di inserimento e il rapporto sia con il paese d’origine che con quello di accoglienza. Grazie alla nascita di un bambino è possibile per l’adulto rompere l’isolamento, assumere un ruolo sociale diverso da quello, limitato e marginale, di lavoratore straniero. Avere un bambino nel nuovo paese fa sentire la coppia di avere più diritto di vivere nella comunità ospitante.

Il bambino diventa il simbolo dell’evoluzione, ma al tempo stesso della continuità delle origini e della frattura con il passato, poiché mette in crisi le certezze e i saperi tradizionali.

Il periodo successivo al parto, infatti, rappresenta per le donne straniere un momento di fragilità in quanto si ritrovano sole di fronte a compiti che tradizionalmente avrebbero condiviso con la cerchia familiare.

Oltre a ciò, la non completa conoscenza della lingua e dei servizi sociosanitari del nuovo nazione possono rendere maggiormente difficile la gestione quotidiana del piccolo, oltre ad ostacolare la creazione di una possibile rete di aiuto sociale.

Per questo, è frequente che le madri straniere sviluppino uno stato di depressione 6 legato alla situazione di isolamento che esse sono chiamate a vivere, alla mancanza di sostegno e alle difficoltà nell'utilizzo delle risorse messe a disposizione dal paese di accoglienza; si riscontra infatti tra le donne immigrate un minor numero di controlli presso medici specialisti e un utilizzo frammentario delle strutture sociosanitarie rispetto alle donne autoctone.

La dinamica familiare dopo la nascita di un bambino in una famiglia immigrata dipende da diversi fattori: tempo trascorso dall'arrivo in Italia, situazione socio – economica, ruolo della donna, religione, relazioni sociali; a seconda dei modelli familiari che si sviluppano, si attivano determinate modalità di cura e accudimento, definite in base alla cultura di origine, ma che si riadattano per poter rispondere alle esigenze del nuovo ambiente e ai bisogni del bambino che cresce in un contesto nuovo. Una successiva tappa di confronto con la cultura di accoglienza è quella dell’inizio dell’iter scolastico; attraverso l’apprendimento della lingua del paese di accoglienza, il bambino si inscrive definitivamente nel mondo esterno ed effettua il passaggio dal dentro, ovvero la casa e la famiglia, al fuori, la scuola e i coetanei.

Il progetto individuale del migrante diventa quindi un progetto familiare, che porta i genitori ad informarsi, a muoversi in modo nuovo nel paese d’accoglienza e ad usare i servizi e le strutture pubbliche a disposizione.

ESSERE FIGLI IN UN PAESE STRANIERO

Quando si parla dei giovani figli di migranti, nati o arrivati in Italia in età neonatale o infantile, è possibile usare il termine “seconda generazione”.

La seconda generazione rappresenta un fenomeno sociale relativamente recente che implica una trasformazione sociale in cui è necessario un intervento interculturale mirato all’accoglienza dell’individuo e alla valorizzazione della cultura di cui è portatore.

Possono essere distinte tre grandi tipologie di percorsi migratori, dai quali dipende il processo di costruzione identitaria di questi giovani 7.

Un primo gruppo può essere costituito da coloro che sono nati in Italia o che si sono ricongiunti alla famiglia nella prima infanzia: in questo caso il percorso di educazione e acquisizione della nuova lingua è avvenuto nel paese di accoglienza; questi individui non hanno vissuto direttamente la migrazione e di conseguenza non risentono di tutti quei meccanismi psichici che subentrano durante il viaggio.

Un secondo gruppo di giovani è composto da coloro che, giunti in Italia tra i 12 e i 15 anni per ricongiungersi ai familiari, si trovano ad affrontare ostacoli e sfide di grande portata in una fase delicata come l’adolescenza. I loro genitori (“prima generazione”, ovvero migrati in precedenza in Paesi più appetibili dal punto di vista economico sociale) a volte preferiscono lasciare i figli in patria presso parenti che si possono occupare di loro per tutelarli dalle numerose problematiche che la migrazione provoca e di cui sono a conoscenza. Questa decisione fa capire come i genitori non sempre siano consapevoli che al momento del ricongiungimento si potrebbero presentare comunque segnali di disagio. Infatti dopo una protratta separazione, risulta difficile il compito del riconoscimento reciproco di comune appartenenza: difficoltà che ricade sia sui figli “left behind”8 ed accuditi da figure sostitutive, che sui medesimi genitori che ritrovano dopo molti anni figli ormai cresciuti, cambiati ed in parte “estranei”. Per tutte queste diverse problematiche che la dimensione migratoria pone, i genitori, soprattutto in questo caso, diventano un importante punto di riferimento e riacquisiscono il proprio ruolo educativo all’interno della famiglia ricongiunta per sostenere i figli.

Un terzo gruppo di giovani può essere caratterizzato da quei minori non accompagnati che giungono nel paese d’accoglienza da soli in condizioni socio – economiche estremamente svantaggiose.

LO SVILUPPO EVOLUTIVO DEL BAMBINO NELLA FAMIGLIA MIGRANTE

Il minore immigrato, nato nel paese di accoglienza, si trova sospeso tra due mondi e tra due culture, sebbene egli non abbia una vera e propria condizione precedente con cui doversi confrontare. Il bambino nato da genitori immigrati è il vero protagonista dell’immigrazione, poiché può essere considerato sia come facente parte della cultura di origine della propria famiglia, privilegiando così il senso di continuità e il legame storico, sia facente parte della cultura occidentale del paese di accoglienza, privilegiando il presente.

Spesso, per esempio, i figli si trovano a ricoprire il ruolo di mediatore linguistico e culturale all’interno della famiglia per facilitare il rapporto dei genitori con le istituzioni ed i servizi esterni (scuola, servizi sanitari e sociali). Questo può comportare che il figlio piccolo o adolescente debba farsi carico di ruoli e responsabilità tipici dell’età adulta, sentendosi così sovraccaricato da tale delega genitoriale. I genitori immigrati, che spesso restano ancorati ai valori della cultura d’origine, faticano a comprendere che i processi d’acculturazione per i figli rappresentino una più ampia formazione culturale che favorisce i loro processi d’individuazione più che un’opposizione alla cultura originaria del nucleo familiare.

I figli, per i quali non è facile trovare un accordo tra il modello culturale ed educativo familiare e quello della società d’accoglienza, possono quindi trovarsi a vivere in una condizione di disorientamento e/o conflitto. Il minore ha dunque la necessità di dover risolvere al più presto il proprio rapporto con il passato, anche se nato nel paese in cui si trova a vivere: a differenza dei coetanei italiani, i bambini migranti non hanno un’unica identità etnica e ciò rappresenta un elemento di lacerazione identitaria.

L’ambiente in cui il bambino cresce, a lui dedicato ed adatto ai suoi bisogni, viene definito “nicchia di sviluppo”, un termine che serve per designare i processi di cura e apprendimento delle modalità di accudimento dei bambini nelle diverse culture. Ogni cultura elabora dei metodi che permettono al bambino di acquisire competenze e capacità avvalorate dalla cultura stessa 9.

Questa “nicchia di sviluppo” è costituita da tre sottosistemi: l’ambiente fisico e sociale, i metodi di accudimento e le rappresentazioni dello sviluppo che elaborano gli adulti che si occupano del bambino.

Lo spazio e la sua organizzazione assumono un ruolo significativo all’interno dell’ambiente fisico e sociale del bambino. Nei paesi occidentali sono previsti, nello spazio familiare, luoghi riservati al bambino, che, ad esempio, dorme in un letto proprio, separato dagli adulti; nell'organizzazione dell'ambiente si tiene anche conto dei suoi bisogni e dei suoi ritmi: per questo sono predisposti oggetti ed angoli specifici. Nei paesi di origine, spesso, il bambino è invece inserito nel mondo degli adulti, ne condivide i luoghi di vita e gli oggetti sia durante il giorno che durante la notte; ad esempio i momenti del sonno e della veglia non richiedono luoghi separati e particolari riti di preparazione.

Per “metodi di accudimento” si intende l’insieme delle tecniche di cura e di crescita del bambino. Le modalità di cura sono strettamente collegate a fattori quali la situazione familiare, il numero di adulti coinvolti nell’accudimento e la rappresentazione del bambino, del suo benessere e delle sue tappe di sviluppo. La situazione migratoria costituisce un’ulteriore variabilità legata alla rottura rispetto alla cornice culturale di riferimento e alla necessità di mettere a confronto saperi, informazioni e modelli che provengono da quadri culturali differenti.

Le madri appartenenti ad uno stesso gruppo etnico si trovano, in situazioni di migrazione, a modificare i loro sistemi di cura e accudimento per interiorizzare comportamenti e pratiche della cultura di accoglienza.

Tradizionalmente, la relazione mamma – bambino segue il modello ad alto contatto, caratterizzato da uno stretto ed intenso rapporto fisico che riguarda la quasi totalità del tempo: il piccolo dorme sul corpo della madre e viene trasportato sulla sua schiena durante il giorno. Le condizioni di vita del paese di immigrazione modificano radicalmente l’assetto familiare e ne deriva una differente tipologia di relazione madre – bambino, che si basa su un modello a basso contatto, dove l’interazione avviene attraverso lo sguardo e l’espressione verbale.

Nel nuovo contesto, anche il ruolo paterno assume una diversa importanza educativa; i padri immigrati si trovano ad assumere compiti di responsabilità e di cura diversi da quelli sperimentati da figli nella cultura di origine, scoprendosi investiti di un ruolo che contraddice le abitudini e i comportamenti che avevano finora condiviso. I tempi e i ritmi della giornata richiedono all'uomo di svolgere mansioni tradizionalmente considerate femminili, facendolo sentire inadeguato e spesso svalutato come persona.

Infine, la “nicchia di sviluppo” è condizionata, orientata e strutturata dalle rappresentazioni che gli adulti hanno dello sviluppo del bambino, che varia a seconda della cultura di appartenenza.

In particolare, due aspetti differenziano le culture dei paesi di origine da quelli di accoglienza: la cronologia riferita alle acquisizioni motorie del bambino e la relazione tra le varie acquisizioni. Nel mondo occidentale si è soliti affidare questa conoscenza a figure professionalizzate, ospedali e consultori, mentre nei paesi di origine la fonte deriva da momenti di scambio tra donne di generazioni diverse.

Ad ogni ambiente corrispondono dunque pratiche di accudimento differenti, in quanto si adattano al contesto in cui vivono.

Secondo Winnicott, nelle prime fasi post – natali, è necessario un adattamento totale e reciproco tra la mamma e il suo bambino; l’ambiente deve adeguarsi completamente ai bisogni del piccolo attraverso tre azioni che la madre offre al bambino durante le prime interazioni:

  • Holding, ossia il “sostegno”, è un termine introdotto per definire la capacità della madre di assumere il ruolo di contenitore, non solo fisico, ma anche psichico, delle angosce e paure del bambino; all’interno dell’holding il bambino può sperimentare una sorta di onnipotenza, ovvero di essere lui stesso a creare ogni cosa;
  • Handling, con cui si fa riferimento al modo in cui il neonato viene manipolato e accudito dal punto di vista fisico: la cura e la pulizia del bambino, così come i giochi corporei e i gesti affettuosi (le carezze, i molteplici scambi cutanei, ecc.); tutto ciò favorisce l’integrazione psicosomatica;
  • Object – presenting (o modo di presentazione dell’oggetto): è la capacità materna di rendere disponibile al bambino l’oggetto nel preciso istante in cui lui ne ha bisogno, né troppo presto né troppo tardi10. Nel caso di una madre immigrata, quest’azione risulta particolarmente difficoltosa in quanto una donna conosce il mondo tramite delle categorie determinate dalla sua cultura e i punti di riferimento che possiede non corrispondono a quelli della realtà in cui si ritrova a vivere. Se la trasmissione dei saperi non è sintona con l’ambiente di vita, perderà il suo vero valore e creerà confusione, che verrà trasmessa al bambino e potrà essere per lui fonte di angoscia e insicurezza.

Le donne devono dunque riadattarsi per poter rispondere alle esigenze del nuovo ambiente e per poter garantire coerenza al proprio bambino.

LA COMPLIANCE DELLA FAMIGLIA IN TERAPIA NEUROPSICOMOTORIA

L’importanza di osservare, leggere e misurare la compliance della famiglia migrante in terapia neuropsicomotoria ha reso necessaria l’individuazione di uno strumento che potesse leggere e conoscere la storia della famiglia, l’integrazione di quest’ultima nella società e di capire quanto i genitori riescano a comprendere il percorso terapeutico intrapreso con il proprio figlio.

Per questo motivo è stato costruito uno strumento che indagasse quanto descritto sopra.

Le ipotesi di partenza formulate per la creazione del Questionario sono:

  • Le famiglie affrontano la migrazione soprattutto per dare nuove opportunità e per costruire un futuro più sicuro ai propri figli;
  • All’aumentare del tempo di permanenza in Italia corrisponde una maggiore percezione di integrazione nella società di accoglienza;
  • Più i genitori conoscono la lingua italiana, più i bambini riusciranno ad integrarsi nel contesto scolastico;
  • All’aumentare del tempo che i genitori dedicano ai loro figli, corrisponde una diminuzione del senso di smarrimento del bambino nella società.

 


  • 1 Giovanna rossi, Quali modelli di integrazione possibile per una società interculturale? in Donatella Bramanti (a cura di), Generare luoghi di integrazione. Modelli di buone pratiche in Italia e all’estero, Franco Angeli, Milano, 2011
  • 2 Favaro G., Essere genitori altrove. Le famiglie immigrate: caratteristiche, storie, modelli educativi, http://www.csem.org.br, 2008
  • 3 Moro M.R., Genitori in esilio. Psicopatologia e migrazioni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002
  • 4 Moro M.R., Neuman D., Rèal I., Maternità in esilio. Bambini e migrazioni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010
  • 5 Moro M.R., Far crescere bambini e adolescenti: un approccio transculturale, Il trauma della migrazione e i bisogni della crescita. Piccoli sordi in terra straniera, Trieste, 2008
  • 6 Moro M.R., Far crescere bambini e adolescenti: un approccio transculturale, Il trauma della migrazione e i bisogni della crescita. Piccoli sordi in terra straniera, Trieste, 2008
  • 7 Spinelli A., Donati S., Salute delle donne immigrate, Contributo per la Commissione Salute e Immigrazione del Ministero della Salute, 2007
  • 8 Winnicott D.W., Sviluppo affettivo e ambiente, Ed. Armando, Roma, 1974
  • 9 Reanda B., La casa di tutti i colori, Mille modi di crescere. Bambini immigrati e modi di cura, Ed. Franco Angeli, 2002
  • 10 Winnicott D.W., Sviluppo affettivo e ambiente. Studi sulla teoria dello sviluppo affettivo, Armando Editore, Roma, 2002

 

Tratto da www.neuropsicomotricista.it  + Titolo dell'articolo + Nome dell'autore (Scritto da...) + eventuale bibliografia utilizzata