ACQUATICITÀ E IDROKINESITERAPIA: l’uso dell’acqua in prospettiva evolutiva e terapeutica

Premessa generale

L’acqua è la molecola più diffusa in natura ed è costituita da un atomo di ossigeno legato covalentemente a due atomi di idrogeno. Le molecole d’acqua, grazie alla loro conformazione sono in grado di legarsi tra loro, portando così numerosi effetti e possibili reazioni chimico-fisiche.

Un neonato, ad esempio ha un contenuto idrico che raggiunge il 75% del peso corporeo e tale valore diminuisce gradatamente con il passare degli anni, fino a raggiungere il 60% del peso nell’adulto (Cappelli & Vannucchi, 2005). Questa caratteristica è esplicativa del fatto che un neonato possiede in genere una acquaticità, quindi una capacità di adattamento all’ambiente acquatico molto maggiore rispetto a un adulto ed è per questo che risulta vantaggioso avvicinare i bambini alla vasca, già dalla prima infanzia.

L'acqua è uno strumento utile e benefico in termini fisiologici, infatti viene spesso sfruttata come “contenitore” percettivo, per permettere una maggiore consapevolezza dei confini corporei, tuttavia l’acqua potrebbe essere anche utilizzato come strumento di intervento secondo l’ottica neuro e psicomotoria, perché è un vero e proprio materiale non strutturato psicomotorio: può essere travasata, spruzzata, bevuta, ci si può immergere dentro e può provocare sensazioni positive o negative. Può inoltre intensificare o ridurre la sensazione percettiva e se usato in modo specifico, può diventare un intenso mediatore relazionale.

Per rendere efficace un percorso in acqua, è necessario quindi che l’elemento acqua non rimanga solo un contenitore passivo, ma sia strettamente interconnesso con il gioco, con le relazioni e con le funzioni emergenti del bambino, in modo da sviluppare un contesto ideale per il suo sviluppo armonico, secondo la prospettiva evolutiva propria del Terapista della Neuro e Psicomotricità (Tnpee).

 

L’acqua e le sue proprietà chimico-fisiche

Quando un corpo si immerge subisce alcune variazioni fisiologiche nella struttura fisica e nel metabolismo, volte all’adattamento nell’ambiente acquatico (Pisano & Siccardi, 2000). Per effetto della spinta di galleggiamento il peso del corpo sembra diminuire, in quanto la forza di gravità è inferiore di circa sei volte risp etto alla terraferma. Dal galleggiamento deriva una maggiore libertà di movimenti; un minore sforzo muscolare dato dal rilassamento delle fibre; la riduzione di dolore; si agevola il carico sulla colonna vertebrale e sugli arti inferiori, facilitando così la stazione eretta e la deambulazione (Broglio, et al., 2009). Con l’uscita dall’acqua però, la ripresa della forza di gravità è avvertita con un senso di pesantezza e di carico su tutto il corpo , specialmente sugli arti inferiori.

Tra tutte le proprietà fisiche e chimiche dell’acqua, è necessario individuarne alcune,

che diventano preponderanti nella pratica acquatica. Tra queste troviamo:

  • Densità: la densità esprime la massa dell’unità di volume. È il rapporto tra la massa del corpo ed il suo volume. La densità dell’acqua varia al variare della temperatura: diminuendo la temperatura verso 0° C, la densità diminuisce gradualmente. Ogni corpo che ha densità relativa minore a quella dell’acqua, galleggia.
  • Pressione idrostatica: è la pressione che un liquido, per effetto del proprio peso, esercita sulle pareti del recipiente che lo contiene e sulla superficie dei corpi che vi sono immersi. Secondo la legge di Stevino la pressione che grava su un corpo immerso in un liquido è direttamente proporzionale alla profondità alla quale il corpo si trova. Ciò spiega perché quando ci si immerge si avverte quel senso di “oppressione”, che obbliga a compensare la differenza che si instaura tra la pressione dell’acqua (esterna) e quella del corpo (interna).
  • Principio di Archimede: secondo il principio di Archimede un corpo immerso in un fluido riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, pari al peso del volume del liquido spostato. Questa azione si oppone all’azione della forza peso, riducendo il peso relativo del corpo in acqua, a seconda del livello di immersione. Questo è il motivo per cui è più facile stare in punta di piedi dentro una piscina, piuttosto che fuori. L’acqua sostiene naturalmente il peso del corpo immerso. Il peso del corpo immerso è ridotto di una quantità pari al peso del liquido spostato.
  • Rifrazione: è la deviazione subita dai raggi luminosi al passaggio da un mezzo di densità minore, a un mezzo di densità maggiore e viceversa. Quando un raggio luminoso passa dall’aria (densità minore), all’acqua (densità maggiore), subisce una deviazione che determina la formazione dell’angolo di rifrazione. Questo fenomeno porta ad un’alterazione delle informazioni visive: l’acqua appare meno profonda e sembra esserci “un innalzamento apparente” del fondo e di ciò che è posto al di sotto della superficie.
  • Temperatura: la temperatura è una grandezza fisica che esprime lo stato termico di un corpo e indica la capacità di un corpo di scambiare calore con l’ambiente o con altri corpi a differente temperatura. La temperatura dell’acqua è un parametro molto importante poiché ogni sua variazione determina non solo una modificazione delle caratteristiche fisiche e chimiche dell’acqua stessa, ma influenza in maniera sostanziale la vita degli organismi acquatici che in essa vivono. Inoltre l’acqua, ha un effetto miorilassante e vasodilatante a seconda della sua temperatura.

L’insieme di tutte queste caratteristiche rende l’acqua uno strumento unico in prospettiva evolutiva e terapeutica, per questo negli anni i suoi utilizzi sono aumentati e si sono consolidati, dando vita a pratiche ed attività svariate, come per esempio l’acquaticità.

 

IDROKINESITERAPIA: usi riabilitativi dell’acqua

L’idrokinesiterapia è uno strumento terapeutico che si basa sull’utilizzo dell’acqua e degli strumenti propri della fisioterapia e trova applicazione nel campo della riabilitazione e rieducazione, in particolare sul versante motorio e percettivo. L’ambiente acquatico possiede caratteristiche molto diverse da quello terrestre, infatti le condizioni imposte dai principi fisici dell’acqua creano facilitazioni e destabilizzazioni a livello sensoriale e motorio, che influiscono sulle condizioni psichiche ed emotive, sui processi cognitivi e sui comportamenti relazionali dell’individuo immerso (Broglio, et al., 2009). Per effetto della spinta di galleggiamento il peso corporeo è ridotto, di conseguenza il carico sulla colonna vertebrale, sugli arti inferiori e le eventuali sensazioni dolorose sono ridotte; il tono muscolare di base si riduce e le risposte propriocettive diminuiscono di intensità. In acqua si può percepire il concetto di tridimensionalità, sperimentando profondità, sotto e sopra, affondare, riemergere e l’applicazione di forze che determinano reazioni di movimento varie rispetto alla terra ferma.

Il paziente, durante l’attività di idrokinesiterapia, può sperimentare differenti tipi di posture e posizioni, ognuna delle quali può essere utilizzata per lavorare su determinati obiettivi. La posizione verticale, ad esempio, a seconda dell’altezza dell’acqua può diminuire la componente ponderale e facilitare la deambulazione in carico; la posizione seduta o accosciata permette di ridurre la stabilità per poter lavorare su equilibrio e coordinazione; il galleggiamento prono e supino porta a una possibilità di lavoro su rotazioni e svincoli di arti che sulla terra ferma non sarebbero altrimenti possibili, a causa della condizione fisica (Broglio & Colucci, 2001).

L’idrokinesiterapia è una disciplina riabilitativa, che si avvale di proposte acquatiche e di tecniche specifiche per favorire il benessere del paziente, sia esso adulto o bambino. Non potendo prescindere dalla patologia e dai deficit che essa comporta, l’obiettivo riguarda nella maggior parte dei casi il miglioramento o il recupero di una funzione, l’arricchimento delle autonomie e il mantenimento dei risultati acquisiti.

Non sempre è facile il trasferimento del miglioramento dall’acqua alla terra, tuttavia è provata l’aumentata efficienza fisica, anche del bambino, in termini di una maggiore stabilità muscolare (Broglio, et al., 2009). Anche in pazienti più gravi o compromessi sono documentati effetti positivi a livello di rilassamento, mobilizzazione dei distretti corporei e galleggiamento (attraverso ausili specifici) per lo più funzionali al raggiungimento di un benessere psico-fisico globale (Broglio & Colucci, 2001).

L’intero trattamento riabilitativo, che della pratica in acqua si avvale in forma complementare, è solitamente incentrato sul miglioramento della qualità della vita e ne fanno parte esperienze acquatiche che garantiscono la possibilità di vivere la socializzazione con altri bambini e la possibilità di sperimentare le capacità di adattamento, in base ai bisogni propri del singolo, permettendo agli interlocutori di usufruire del proprio tempo libero e di vivere con serenità un’esperienza ludica e di benessere.

Essendo questo progetto di tesi con finalità preventiva, verrà approfondita l’acquaticità, come promotore dello sviluppo in età evolutiva.

 

ACQUATICITÀ: definizioni e benefici

L'acquaticità è una capacità innata che consente ad un individuo di vivere in maniera positiva il contatto con l'acqua e che determina nel bambino uno sviluppo psicofisico che procede armonico e in sintonia con le capacità fisiologiche (Guinzbourg & Lucca, 2004). Per questo motivo è un’espressione fortemente consigliata al bambino sin dai primi mesi di vita (Guinzbourg & Lucca, 2004).

La pratica dell’acquaticità è infatti molto utile perché sostiene le scoperte sensoriali, le attività motorie, ludiche e relazionali, in un ambiente emozionale sicuro, creato dai genitori del bambino e dal conduttore del corso. È appurato che l’acquaticità neonatale rafforza l’organismo nel suo insieme (Moulin, 2007), i bambini che seguono percorsi di questo genere acquisiscono prima il controllo delle braccia, così come della posizione eretta e soprattutto beneficiano di un effetto positivo sullo sviluppo della socializzazione, della fiducia in sé stessi, sul gusto dell’esplorazione e più in generale sulle autonomie (Moulin, 2007).

A partire da questi presupposti di ordine generale questo progetto pensa quindi l’acquaticità come uno strumento, nelle mani di un esperto, per promuovere lo sviluppo di fattori di protezione primari, che sfruttando l’enorme varietà di stimoli forniti dall’ambiente acquatico e dalle relazioni che si instaurano all’interno di esso, vada a sostenere lo sviluppo globale e armonico del bambino. L’acquaticità è pensata come un percorso per migliorare la relazione affettiva tra bambino e genitore e alcune abilità sensomotorie che si mettono in moto nel raggiungimento dell’autonomia acquatica che possono considerarsi appunto fattori protettivi e armonizzanti lo sviluppo e che possono essere potenziati e arricchiti attraverso attività ludiche proposte in acqua che sfruttano la capacità di compiere spostamenti, di giocare e di vivere serenamente la permanenza all’interno di questo elemento, sfruttando anche la vastità di materiali propri del contesto piscina.

Ogni percorso di acquaticità possibile, indipendentemente dal modello proprio dell’operatore o della struttura in cui opera prevede che i piccoli non vengano addestrati all’apprendimento di tecniche standardizzate, i bambini vengono piuttosto resi protagonisti di una esperienza ludica nella quale genitori ed operatori si inseriscono sapendone sfruttare le potenzialità a favore della crescita.

In linea generale infatti il ruolo dell’acqua si dimostra un valido sostegno per l’intero sviluppo psicomotorio armonico del bambino e sono presenti in letteratura diversi contributi che ne sottolineano i benefici peculiari nelle sue diverse aree.

In un recente studio, Sigmundsson (2009) dimostra che i bambini che partecipano ad un regolare programma di acquaticità per la prima infanzia sviluppano prestazioni motorie superiori rispetto ad un gruppo di coetanei che non accedono a tale esperienza. Le principali differenze sono evidenti nelle abilità di prensione e di equilibrio statico. In età prescolare l’attività acquatica ha dimostrato di agire sul potenziamento di diversi aspetti dello sviluppo motorio, quali il movimento delle braccia, delle gambe; il controllo posturale del corpo e della testa e l’autonomia di spostamento (Erbaugh, 1986).

L’acqua, grazie alle sue proprietà chimico-fisiche, è inoltre in grado di favorire lo sviluppo della forza e solidità dell’apparato muscolo-scheletrico, portando ad un miglioramento della motricità globale e segmentaria e del controllo posturale dei vari distretti corporei (Broglio, et al., 2009). La stimolazione del sistema vestibolare migliora la coordinazione statica, quella dinamica e l’equilibrio; infine l’intensa attività respiratoria svolta durante le esperienze acquatiche favorisce anche un rafforzamento del sistema cardio-circolatorio e un aumentato rilascio di endorfine, che consente un rilassamento generale delle tensioni corporee (Broglio, et al., 2009).

Oltre ad abilità propriamente motorie, l’acqua favorisce anche lo sviluppo percettivo- sensoriale, grazie allo sviluppo delle capacità di ambientamento rispetto alle particolari condizioni che caratterizzano l’ambiente della piscina (suoni, rumori, variazioni di pressione e temperatura) (Guinzbourg & Lucca, 2004).

In acqua è possibile instaurare precocemente una relazione tra i bambini e i loro genitori, che si costituisce in forma di dialogo tonico, che a sua volta può influenzare l’equilibrio energetico e migliorare le abilità senso-percettive del bambino. Numerosi studi (Bond, 2002)(Matos, et al., 2010)(Gürol & Polat, 2012), dimostrano come i neonati necessitino di una stretta costante alla pelle materna per crescere e nutrirsi: il tatto è inizialmente proprio il canale di comunicazione privilegiato (Argyle, 1992), perché la pelle è l'organo più sensibile del corpo e il sistema tattile è il primo sistema sensoriale a diventare funzionale, il contatto e le esperienze in acqua con il proprio genitore, tipiche dell’acquaticità neonatale aiutano e accompagnano questo processo, aiutando a sviluppare un mezzo attraverso il quale il bambino comincia a percepire il mondo esterno (Bond, 2002).

Durante le attività in acqua il bambino è spesso parte di un gruppo e questo senso di appartenenza che viene sperimentato, contribuisce allo sviluppo sociale, accrescendo l’autostima e le capacità di azione del piccolo, anche grazie alla continua stimolazione delle capacità imitative promosso e agli scambi che si vengono a creare con i diversi interlocutori presenti: i genitori, gli istruttori conduttori del corso, gli altri bambini e soprattutto i bambini stessi, immersi in un ambiente completamente nuovo e tutto da esplorare (Russu, et al., 2014).

Infine viene favorito anche lo sviluppo di competenze più propriamente neuro cognitive, perché la stimolazione data dal contatto corporeo, dall’interazione con materiali, ambienti e persone nuove va ad agire positivamente sulla complessiva organizzazione neurale, migliorando nel bambino linguaggio, memoria, attenzione e apprendimento, sostenendo e affiancando le tappe dello sviluppo cognitivo che il bambino vive normalmente (Broglio, 2005).

 

CONTESTO: luoghi e operatori

L’efficacia e la buona riuscita di un percorso di acquaticità è strettamente correlata al contesto in cui esso avviene, che deve essere il più possibile unico e accogliente, in modo da permettere al bambino la libera espressività, sia a livello motorio, sia a livello cognitivo. Per questo motivo è necessario differenziare il setting che contraddistingue il percorso di acquaticità, dal setting di un normale corso di nuoto.

Vi sono diverse tipologie di piscine, quelle comuni 25 x 12,5 metri sono dette regolamentari corte, per distinguerle da quelle olimpioniche di ampiezza 50 x 25 metri. Ci sono poi le vasche di grandezza più irregolare, ma sempre sufficientemente ampie (per es. 15 x 7 metri o 20 x 10 metri) per praticare attività sportiva; la cui profondità varia dai 1,20 ai 2 metri. Le vasche più piccole (per es. 3 x 6 metri, 4 x 8 metri), chiamate vasche di ambientamento o di riabilitazione, sono meno profonde, in genere non superano il metro di profondità e sono adatte per i corsi di fitness e soprattutto per l’acquaticità infantile. Questi spazi possono essere utilizzati anche per un trattamento riabilitativo e la dimensione ridotta della vasca permette un miglior contenimento del soggetto, evitando la dispersione e la condivisione con altre persone dello spazio acquatico.

La struttura ideale per un percorso di acquaticità dovrebbe prevedere una vasca poco profonda, che non superi i 120 cm, meglio se la vasca ha delle zone a profondità diverse (tra i 70 e 120 cm), per un miglior adattamento dei soggetti di altezze diverse; una grandezza variabile intorno ai 5 x 10 metri circa, per permettere il contenimento ma anche l’espressività corporea nello spazio disponibile. La temperatura ideale dell’acqua in cui eseguire la pratica dovrebbe essere compresa fra i 32-33 °C, condizione vicina alla neutralità termica, che permette la permanenza in vasca per tutta la durata del corso (solitamente dai 30 ai 40 minuti). Nelle piccole vasche la temperatura generalmente viene mantenuta più alta perché frequentate in prevalenza da neonati, con una dispersione corporea e di calore superiore e una limitata attività fisica.

Dovrebbero inoltre essere presenti sia una buona areazione dell’ambiente, sia una corretta illuminazione (meglio con luce solare proveniente da grosse finestre) e soprattutto non dovrebbe essere presente un’eccessiva rumorosità.

L’ambiente, inteso come setting di stimolazione, deve inoltre essere strutturato in modo da favorire nel bambino un buon adattamento all’acqua, in modo che anche il genitore si trovi a vivere serenamente l’esperienza con il suo bambino.

All’interno del contesto acquatico, la figura dell’operatore coordina e gestisce le attività e le proposte in vasca, in relazione alla propria qualifica e al metodo di riferimento. In particolare, tra gli istruttori si ritrovano principalmente esperti in scienze motorie, che focalizzano, per formazione propria, le attività sugli aspetti più tecnici e di preparazione al nuoto (o nei bambini più grandi di nuoto vero e proprio), ma si ritrovano spesso in tali contesti anche Tnpee specializzati, che si avvalgono del contesto e del mezzo acquatico per costruire percorsi volti a favorire lo sviluppo neuro e psicomotorio del bambino, sia a sviluppo tipico che atipico.

L’organizzazione delle attività, la disposizione e l’utilizzo dei giochi e dei supporti, il grado di coinvolgimento e la tipologia di comunicazione utilizzata, sono fortemente dipendenti dalla preparazione professionale, teorica e personale, dei diversi operatori e delle strutture di riferimento, che costruiscono i progetti di lavoro e le diverse attività da proporre ai gruppi di bambini. Le proposte vengono comunque sempre differenziate in relazione all’età dei bambini; per esempio nell’acquaticità neonatale l’operatore abbandona un ruolo di conduttore, che viene lasciato al genitore e assume quello di mediatore e regista delle scene educative, di sostegno della relazione diadica.

Per quanto riguarda l’acquaticità in età prescolare invece, le proposte sono più specifiche e si focalizzano su obiettivi funzionali, correlati alle tappe evolutive proprie dello sviluppo neuro e psicomotorio relativo all’età. Le proposte acquatiche non vengono mai imposte attraverso schemi rigidi e standardizzati, ma vengono personalizzate e calate in un contesto ludico piacevole, anche in base al grado di attitudine dei protagonisti, prevedendo sempre una fase di sperimentazione e di avvicinamento all’acqua, che precede le proposte specifiche, in cui vengono ampliate le esperienze e garantita una esperienza positiva.

In questi ultimi anni si è sviluppato un forte interesse nei confronti di tale pratica, da parte di tutti gli interlocutori, che ha portato sempre più professionisti ad interessarsi e cimentarsi in queste attività, con lo scopo di promuovere l’apprendimento precoce, vedendo nelle attività acquatiche una preziosa opportunità per sostenere lo sviluppo di abilità, già a partire dai primissimi mesi di vita, quando l’acquisizione avviene appunto in maniera istintiva e non richiede un apprendimento mnemonico ripetitivo (Guinzbourg & Lucca, 2004) (Moulin, 2007).

 

Acquaticità in età neonatale

L’acquaticità in età neonatale è un’esperienza di sviluppo e adattamento all’ambiente acquatico, svolta dai bambini sin dai primi mesi di vita, insieme ai propri genitori.

L’utilizzo dell’acqua in quest’ottica si sviluppa a partire dal 1968 in Francia, dove autorevoli studiosi hanno fondato la “Federation National de Natation Prescolaire” (FNNP), divenuta poi nel 1993 “Federation des Activities Acquatique d’Eveil et de Loisir” (FAEL).

I corsi di acquaticità oggi, in qualunque realtà, sono strumenti, promossi per favorire lo sviluppo delle competenze neuro e psicomotorie dai primi mesi di vita, sfruttando l’attrazione naturale del neonato nei confronti dell’acqua, elemento nel quale ha convissuto per nove mesi durante il periodo intrauterino e quindi una condizione di familiarità positiva, che dà al piccolo la possibilità di ambientarsi e instaurare un rapporto di fiducia con la situazione ambientale e lo rende pronto per stimolazioni ludiche che interessano il canale motorio, percettivo, cognitivo e relazionale.

Vivere il movimento in acqua permette al bambino di sperimentare uno spazio nuovo, sfruttando la possibilità di arricchire il proprio patrimonio percettivo, grazie al movimento libero e naturale, caratteristico della parziale assenza di gravità. Le attività e i contesti possibili sono differenti, secondo le diverse Strutture e realtà interessate, con i relativi modelli e metodologie, ma gli obiettivi generali dell’esperienza sono sempre rivolti al benessere globale del bambino, sia a livello fisico, che cognitivo e psichico.

L’attività, strutturata solitamente in corsi brevi, è organizzata in spazi predisposti ad hoc, all’interno delle piscine e indirizzata alla fascia d’età tra i 3 e 36 mesi. Un corso di acquaticità neonatale promuove il sentirsi a proprio agio nell’acqua e il rilassamento, necessari per sviluppare una capacità di adattamento ambientale necessaria per mantenere differenti posture e posizioni che vengono fatte sperimentare al bambino, in maniera regolata e fisiologica, sfruttando le proprietà fisiche e chimiche dell’acqua per il galleggiamento e la respirazione.

La difficoltà dell’essere acquatici, anche ad età superiori, nasce infatti dalla mancata abitudine a stare in acqua in maniera positiva, che spesso non è dovuta al qui ed ora, ma dipende dall’idea che un soggetto si è costruito dell’acqua e della piscina nel corso del tempo: spesso ciò che ostacola sono i vissuti relativi all’acqua, la concezione di essa, oppure quello che è stato insegnato e che “si deve fare” nell’acqua (respirazione, bolle, bracciate, movimenti delle gambe). Proprio per questo motivo viene consigliato, attraverso le proposte dell’acquaticità, un ingresso precoce in acqua, quando il bambino incontra meno difficoltà dal punto di vista emotivo, perché non ha ancora sviluppato ansie o paure, che invece caratterizzano frequentemente lo stadio successivo dello sviluppo, in età prescolare (Belloni, 2007).

Acquaticità viene intesa quindi come sinonimo di una differente e nuova conce zione dell'acqua, considerata come ambiente rilassante e come esperienza ludica e sensoriale, in cui vengono messi al primo posto il piacere, i bisogni e i tempi di ognuno. Avere acquaticità significa avere confidenza con l’acqua , essere in sintonia con essa, comportandosi con grazia, efficacia e fluidità, come se fosse il proprio habitat ideale (Belloni, 2007).

La finalità dunque dei primi percorsi in acqua è quella di stimolare nel bambino, la capacità di ritrovare il piacere e la sicurezza di essere immerso in un ambiente prenatale noto e quella di costituire una relazione affettiva privilegiata con il genitore, in questo ambiente riconosciuto come eccellente mediatore relazionale. Anche la presenza del genitore in vasca con il bambino, in questa fase, è prioritaria, rispetto alla presenza dell’istruttore e dei coetanei, perché sebbene le sedute in acqua si svolgano in gruppo con altri bambini (con enorme vantaggio anche dal punto di vista della socializzazione), risulta stimolante in primo luogo la relazione affettiva con il proprio genitore, che diviene strumento di apprendimento e di adattamento alle nuove esperienze.

 

Acquaticità in età prescolare

L’acquaticità in età prescolare è un’attività che permette di scoprire e utilizzare schemi motori acquatici nuovi e più complessi, rispetto a quelli appresi o proponibili nel periodo neonatale. Si differenzia da quest’ultima anche perché il bambino non entra più in acqua con il genitore, ma entra da solo, con gli altri bambini e con l’operatore.

A questa età infatti il bambino potrebbe già aver consolidato una buona capacità di adattamento all’ambiente acquatico, ha sviluppato generalmente un attaccamento sicuro con la figura genitoriale e può quindi iniziare a porre le basi per le future abilità natatorie, in particolare la capacità di coordinare la respirazione con il movimento funzionale di gambe e braccia.

L’obiettivo dei percorsi di acquaticità diventa infatti soprattutto l’insegnamento delle abilità che costituiscono le basi del nuoto vero e proprio (pre-nuoto), tra le quali ci sono la capacità di regolare l’alternanza tra respirazione e apnea, le capacità di galleggiamento, il tono muscolare e posturale, la coordinazione statica, dinamica e l’equilibrio.

Alla base dello studio presentato in questa tesi c’è la convinzione che integrando a questi percorsi, delle tecniche e degli strumenti propri della neuro e psicomotricità, si possano andare a potenziare anche altre abilità, tra cui le funzioni esecutive e cognitive, che approfondiremo nei capitoli successivi.