Il simbolo e il gioco nell'ambito dello sviluppo infantile

Tesi di Laurea di: Maria PANZERI Attività e Gioco Simbolico in bambini con Disturbo Generalizzato dello Sviluppo. Presentazione di tre casi clinici. - Università degli Studi di Pavia - Anno Accademico 2007-2008.

Definizione di simbolo

Il termine simbolo è un termine di uso comune che da un punto di vista etimologico deriva dai termini greci symballò: mettere insieme, collegare, e symbolon, segno, tessera di riconoscimento. Difatti nell'antica Grecia rappresentava una moneta che veniva divisa a metà e consegnata a persone diverse, come segno di riconoscimento di un patto o alleanza stabilita, quando incontrandosi nuovamente potevano riunirla.

Col tempo la parola simbolo venne ad indicare ogni relazione di rinvio nella quale un elemento sta in luogo dell'altro: "evocando la  sua  parte  corrispondente,  rinvia  ad  una determinata realtà che non è decisa dalla convenzione, ma dalla ricomposizione di un intero". Il simbolo indica perciò qualsiasi cosa la cui percezione susciti nella mente un'idea diversa da quello che è il suo più immediato aspetto sensibile. Il riconoscimento, che si riferisce al reperimento emotivo di oggetti, eventi, idee, rappresentazioni, affetti che rimandano a persone e a relazioni tra persone, è il suo aspetto fondamentale.

"In ambito psicoanalitico il simbolo rientra nella categoria dei segni, in quanto esiste un rapporto costante e attraverso l'interpretazione individuabile, tra il simbolo e il simbolizzato".

Teorie psicanalitiche su simbolo e conoscenza infantile

La ricerca psicoanalitica da sempre si è dedicata allo studio del simbolo ed al ruolo ricoperto dal simbolismo inconscio nell'ambito della vita psichica: nei suoi aspetti normali e patologici (dal gioco al sogno al sintomo nevrotico, etc.), sia individuali che collettivi, dando valore alla fondamentale  compartecipazione  dell'attività  simbolica  inconscia  con  l'attività rappresentativa, cognitiva e linguistica dell'uomo, fin dalla primissima infanzia.

A partire da Freud si è sviluppato un settore di ricerca volto ad indagare prevalentemente il tema dell'ontogenesi del simbolo nell'ambito dello sviluppo infantile, presupponendo quindi l'esistenza di uno stretto collegamento tra processi di simbolizzazione affettiva, conoscenza infantile e costruzione della realtà oggettuale.

Nell'ambito di tali ricerche si sono poi delineate due differenti prospettive teoriche fondamentali: quella elaborata da Melanie Klein (1930-1952), seguita poi anche da Wilfred Bion (1967-1970), che ipotizza la presenza nella mente umana, fin dalle primissime fasi della vita postnatale, di una tendenza alla “alterità” ed “oggettualizzazione” precoce, tendenza che si esprime, relativamente all'ontogenesi del simbolo, dal primo semestre di vita nell'emergere di processi proto simbolici, volti a ricondurre, tramite “parificazioni simboliche”, gli oggetti

che compongono la realtà a quell'universo ristretto di preconcezioni affettive, attinenti alla corporeità erotica, alle relazioni di parentela, alla nascita ed alla morte, costituenti la competenza affettiva di ogni uomo. In questa visione le prime forme di conoscenza del bambino derivano dalla sua originaria riconduzione degli aspetti distintivi della realtà al mondo degli oggetti affettivi primari.

L'altro filone teorico, riconducibile all'opera di Donald Winnicott (1953-1971) e di Margaret Mahler (1975), presuppone l'esistenza nell'ambito della vita psichica del neonato di tendenze fusionali volte a stabilire relazioni indifferenziate con gli oggetti inanimati, e colloca più tardivamente la comparsa dei primi processi di simbolizzazione (nel secondo semestre di vita) in rapporto all'emergenza dei fenomeni transizionali. Tali manifestazioni sarebbero il tentativo del bambino di stabilire un ponte tra il mondo fusionale soggettivo del primo semestre di vita, con il mondo oggettuale del secondo anno: il bambino per fare ciò utilizza specifici oggetti inanimati, gli oggetti transizionali, al fine di ripristinare attraverso una via proto simbolica, l'universo fusionale originario.

Entrambe le posizioni mettono in luce quanto il simbolismo inconscio abbia un ruolo determinante nell'ingresso del bambino nel mondo della realtà oggettuale: i primi processi di simbolizzazione infatti partecipano con regolarità alla strutturazione della conoscenza prelinguistica infantile, all'attività esplorativa, manipolata e ludica.

Freud: simbolismo, gioco e conoscenza infantile

Freud fin dall'inizio del suo pensiero, affronta il tema del simbolo: in relazione al suo ruolo nella vita psichica nelle sue espressioni normali e patologiche, analizzando la relazione simbolo-sintomo nevrotico e simbolo-sogno, ed infine in riferimento allo sviluppo del bambino. Il suo contributo mette in evidenza la relazione tra i processi di simbolizzazione inconscia e l'attività conoscitiva infantile, la sessualità e le relazioni di parentela. Inoltre indica la matrice filogenetica insita nei processi simbolici.

Nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) Freud affronta il tema dello sviluppo infantile sulla base del concetto energetico di libido, facendolo coincidere con lo sviluppo delle pulsioni pregenitali e genitali. In questo scritto, dove compare per la prima volta la nota formula del bambino come “perverso polimorfo”, non esistono cenni al tema della simbolizzazione e delle fantasie inconsce, temi che saranno trattati però nel saggio Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans)(1908). A proposito di questo saggio è interessante notare come Freud utilizzi il metodo dell'analisi simbolica per spiegare la particolare fobia di Hans: il cavallo. Secondo Freud questo simboleggiava da un lato la figura del “padre castrante” (“cavallo che morde”), e dall'altro la madre che partorisce (“cavallo che cade”); allo stesso tempo l'autore evidenzia come l'immagine fobigena del cavallo possa diventare il simbolizzante di Hans stesso, allorquando il padre di Hans gli racconta dei giochi del piccolo a “fare il cavallo, galoppa per la camera, cade per terra, scalcia,.....mi morde”, quindi si identifica col padre stesso.

Nel suo scritto dunque Freud ci spiega come la conoscenza del cavallo fatta da Hans sia guidata dagli stessi processi di simbolizzazione onirica, in cui un simbolizzante unico assume un carattere polimorfo di padre, madre e bambino stesso. Nel caso specifico di Hans però, questo normale processo di simbolizzazione sembra alterato dal fatto che il padre e la madre sono portatori di morte, piuttosto che delinearsi come figure parentali preposte alla difesa e salvaguardia del bambino.

É interessante inoltre notare che secondo Freud l'evento che ha scatenato l'emergere della fobia in Hans sia la nascita di sua sorella, che lo ha inevitabilmente costretto ad una prima dolorosa separazione dalla madre.

In sostanza nel caso clinico del piccolo Hans Freud traccia una teoria della conoscenza infantile, evidenziando che l'accesso alla realtà per un bambino di 3-4 anni è mediato da processi di simbolizzazione di stampo onirico, attraverso cui oggetti della realtà esterna, tramite  l'assimilazione,  vengono  equiparati  con  oggetti  della  realtà  interna  infantile:  la famiglia, la sessualità, la nascita.

Sempre in questo saggio emerge una linea di ricerca altamente innovativa nell'ambito della psicanalisi: l'ipotesi che il gioco infantile – ed anche il comportamento del bambino nei confronti degli oggetti inanimati - sia espressione di quei processi di simbolizzazione affettiva tipici del sogno; da qui la possibilità di tradurre gli atti ludico-esplorativi-manipolativi del bambino in atti che rimandano alle relazioni primarie del bambino stesso ed alla sua necessità di elaborare le angosce derivanti da queste.

L'analisi del gioco in tali termini emerge chiaramente in un altro saggio, Al di là del principio del piacere (1920) in cui Freud analizza magistralmente il gioco con un rocchetto, di suo nipote di 18 mesi, Ernst, dando una duplice spiegazione: la prima, di ordine economico- pulsionale, fa riferimento alla coazione a ripetere, principio al di là dello stesso principio del piacere  per il quale il soggetto è costretto a ripetere coattivamente esperienze spiacevoli (in quel  caso  l'abbandono-separazione dalla  madre  significata  dal  lancio  del  rocchetto);  la seconda  considera  il  gioco  del  rocchetto  come  un  primario  processo  di  elaborazione simbolica in cui Ernst fa esperienza della separazione-ricongiungimento dalla madre equiparandola al rocchetto. Così Freud vede nel gioco l'attività prelinguistica attraverso la quale il bambino attua un processo di simbolizzazione, rappresentando qualcosa di assente in qualcos'altro di presente.

Il simbolismo, dunque, per Freud pare delinearsi come una regolare espressione del pensiero inconscio che si esprime sia attraverso il sogno che tramite ogni tipo di relazione che il bambino stipula con la realtà. Per ciò ascrive al pensiero inconscio la funzione “semiotica” di generare processi simbolici volti a costruire legami naturali tra la mente infantile e la realtà oggettiva esterna. Al contempo presuppone l'origine filogenetica del simbolismo inconscio, descrivendolo come “antico patrimonio intellettuale” ed “innato” nel bambino, addirittura antecedente all'acquisizione del linguaggio nello sviluppo infantile.

Comportamenti del bambino, che a prima vista appaiono senza significato, si riempiono di senso se letti come processi di significazione affettiva.

Melanie Klein: simbolismo e relazioni oggettuali

Melanie  Klein,  forte della sua  esperienza con  i  bambini, estremizzò  le  teorie  freudiane presenti nell'analisi del gioco del piccolo Ernst, definendo il gioco come la naturale espressione del bambino e conseguentemente l'analisi del gioco stesso, come via preferenziale per l'accesso all'inconscio del bambino.

In particolare, in relazione all'origine filogenetica del simbolo, l'autrice pone una sostanziale equivalenza tra sogno e gioco, in cui processi di simbolizzazione affettiva acquistano lo stesso posto di fondamentale rilievo: propone perciò di sostituire il metodo dell'analisi del sogno e quello delle associazioni libere, con quello dell'analisi del gioco nella terapia analitica con bambini anche di giovane età (a partire dai 2 anni e mezzo di vita), facendo un parallelo tra il linguaggio dei sogni, rappresentazione dei desideri e del mondo interno, e quello del gioco e delle sue sequenze costituenti.

In uno dei sui scritti, Analisi Infantile (1923), sottolinea, inoltre, come tra simbolo e sublimazione non esista una radicale differenza, anzi mette in luce come entrambi si fondino sull'identificazione promossa dalla libido. Secondo la Klein infatti l'identificazione permette un primario investimento “simbolico-sessuale” della realtà ancora prima dell'acquisizione del linguaggio, a partire dall'equiparazione tra oggetti reali e zone della corporeità erotica all'interno della mente infantile.

Sulla base delle evidenze cliniche emerse dall'analisi dei bambini, a partire dalla riformulazione della teoria freudiana di Al di là del principio del piacere (Freud, 1920), nel suo scritto L'importanza della formazione dei simboli nello sviluppo dell'Io (1930), la Klein rinnova profondamente la concezione psicoanalitica dello sviluppo infantile, introducendo diversi  temi  cruciali  quali:  l'origine  precoce  dell'Edipo  e  del  Super-Io,  l'universo  delle relazione fantasmatiche ad impronta sadica e pregenitale del bambino nel primo periodo di vita, le basi del simbolismo nella necessità di fronteggiare l'angoscia derivante dalle prime relazioni oggettuali del bambino con il corpo materno. Il simbolismo nella riflessione kleiniana,  svolge,  dunque,  una  duplice  funzione:  contribuisce  a  fare  fronte  all'angoscia generata dalle prime relazione oggettuali, e costituisce la prima modalità d'accesso alla realtà: “Il simbolismo, dunque, non è solo la base di tutte le fantasie e le sublimazioni ma qualcosa di più: è su di esso che si edifica il rapporto del soggetto con il mondo esterno e con la realtà nel suo complesso”(1930, p.251).

Questa nuova concezione si arricchisce ulteriormente attorno agli anni '40, in cui la Klein differenzia due modelli di simbolizzazione: l'equazione simbolica e la rappresentazione simbolica, diverse relazioni d'oggetto che caratterizzano il primo anno di vita postnatale, accompagnate da differenti tipi di angosce e difese, assolutamente specifiche del periodo: la posizione schizo-paranoide e quella depressiva. Si parla infatti di oggettualizzazione precoce, nelle riflessioni della Klein, appunto perché, secondo l'autrice, il neonato stabilisce la sua prima relazione oggettuale, in funzione di un Io primitivo, già dal primo contatto col seno/corpo materno. In questa relazione il bambino sperimenta un'angoscia di annientamento e  persecuzione dovutagli dall'istinto di morte operante fin dalla nascita contro gli istinti di vita, e si difende attraverso diversi meccanismi come la proiezione, la scissione, la negazione e l'identificazione proiettiva. Queste fantasie arcaiche di forma pre verbale costituiscono per la  Klein  i  prodromi  dei  processi  di  simbolizzazione: esse  sono  fondate  infatti sull'equiparazione di parti e prodotti corporali del Sé infantile e materno, con  gli oggetti del mondo esterno (Hanna Segal, 1957): prime modalità di accesso del bambino alla realtà ed allo stesso tempo prime tecniche per governare le angosce persecutive che affliggono le sue relazioni d'oggetto. La nascita del simbolo vero e proprio, intesa come differenziazione tra l'oggetto simbolizzato ed il simbolo stesso, viene però collocata durante la posizione depressiva, al secondo semestre di vita del bambino, in cui la madre viene rappresentata come oggetto “totale” (sia buono che cattivo) e “costante” (cioè sempre presente nella mente del bambino nonostante le temporanee assenze della madre). Questa integrazione dell'oggetto fa si che subentrino alle angosce persecutorie, quelle depressive, caratterizzate dalla fantasia infantile di aver rovinato, danneggiato il seno/corpo materno (perché ora è visto contemporaneamente  buono  e  cattivo,  vivo  e  morto),  alle  quali  il  bambino  reagirebbe tentando  di superare  la  sua  relazione esclusivamente duale  con  la  madre ed  andando  a ricercare rapporti con altri oggetti, in primis con il padre. A fronte di questi fattori evolutivi si costituirebbero, secondo la Klein, dei processi di simbolizzazione meno arcaici, che definisce rappresentazioni simboliche.

A partire dalla nascita della rappresentazione simbolica, attraverso il progressivo spostamento degli impulsi dall'oggetto primario ai suoi sostituti, si dischiuderebbe la strada ai successivi sviluppi sublimativi, ed al conseguente accesso al linguaggio verbale.

Donald Winnicott: fenomeni transizionali e simbolizzazione

Donald  Winnicott  prosegue  la  ricerca  sull'evoluzione  mentale  infantile  ed  apporta  un contributo originale circa lo sviluppo emotivo del neonato, differenziandosi dalle riflessioni kleiniane.

Il tema centrale del suo studio è la scoperta dei fenomeni transizionali (1953, 1971) attraverso i quali si prefigge l'obiettivo di spiegare le primissime relazioni  con gli oggetti inanimati, del bambino, durante il primo anno di vita.

Appellandosi a Freud, evidenzia quanto il bambino fino ai 5-6 mesi, viva una condizione di assoluta dipendenza dall'ambiente, rappresentato dalla madre, che lo “contiene”(1965) fisicamente, e dall'insieme delle cure materne stesse, volte al soddisfacimento dei bisogni fisiologici dell'infante.

Il neonato, infatti, benché possegga un potenziale nucleo del sé, si trova in un primordiale stato di non integrazione e di inconsapevolezza della realtà esterna poiché inconsapevole del suo stesso schema corporeo, ed è esposto a continui sentimenti di angoscia, che Winnicott descrive come “impensabili”(1965), come quelli di andare in pezzi, di precipitare all'infinito o di disorientamento. La madre “sufficientemente buona”, tenendolo in braccio (holding), manipolandolo (handling) e presentandogli la realtà in modo selettivo (object presenting), fa da sostegno allo sviluppo del bambino, facilitando l'insorgere di un processo di “personalizzazione” (1953) in cui il neonato supera le angosce di disorientamento, acquista il senso del proprio schema corporeo e permette così alla “psiche di insediarsi nel corpo”.

Da qui nasce tra la madre ed il bambino un'unità fusionale indifferenziata, in cui il bambino ha  l'illusione che ciò che la madre gli offre corrisponda alla sua stessa capacità di creare tale realtà, proteggendolo dalle angosce e  ponendo le basi per l'elevazione di un Sé differenziato. In una fase  successiva, intorno al secondo semestre di vita, qualora il bambino abbia potuto usufruire di tale “spazio illusorio” fornitogli dalla madre, inizierà ad acquisire una parziale dipendenza  ed  una  consapevolezza  della  stessa,  sperimentando  dunque  anche  dei  forti sentimenti di disillusione rispetto alla propria onnipotenza. Simultaneamente sarà compito della madre diminuire il suo stato di adattamento ai bisogni del figlio, proprio in virtù delle sue aumentate capacità di accettare limiti e frustrazioni.

In una condizione evolutiva normale il bambino, dopo aver sperimentato uno spazio illusorio dell'esperienza, inizierà a manifestare una “capacità di preoccuparsi” (1965). Questa nuova condizione mentale, che in parte si rifà al concetto della Klein di posizione depressiva,   è rappresentata dal nuovo sforzo evolutivo del bambino di integrare due aspetti della madre, una volta non scissi: la “madre-oggetto” che soddisfa i suoi bisogni pulsionali e per la quale ha fantasie depressive di distruzione, e la “madre-ambiente”, che invece favorisce il suo stato di integrazione psicofisica contenendolo. L'accettazione del progressivo allontanamento dalla “madre-ambiente” e  l'elaborazione delle  fantasie depressive sulla  “madre-oggetto”, permettono secondo Winnicott l'instaurarsi di primissimi processi di simbolizzazione.

Nel  famoso  saggio  Oggetti  transizionali  e  fenomeni  transizionali  (1953),  Winnicott  ci descrive un'area intermedia di esperienza del bambino in cui si inizia a relazionare con “oggetti-non me”, adoperandoli come sostituti del primo oggetto esperito, il seno/corpo materno.

L'uso di tali oggetti, che egli definisce transizionali, permette al bambino di presentificare la madre assente, attraverso operazioni di manipolazione di tipo sensomotorio, e da questo punto di vista origina da primordiali processi di simbolizzazione, in cui il bambino proietta oggetti interni affettivi (il corpo della madre) su stati del mondo esterno (l'oggetto transizionale).

Tali fenomeni transizionali potrebbero dunque essere equiparati alle equazioni simboliche della Klein, sebbene antecedenti nello sviluppo per quest'ultima; difatti anche in Winnicott ritroviamo la concezione che vi sia una certa confusione tra simbolizzante e simbolizzato, attestata dalle qualità percettive che accomunano spesso gli oggetti transizionali con il corpo materno (un morbido e profumato pezzo di stoffa, una copertina, un orsacchiotto, etc...).

Nel suo successivo saggio Gioco e Realtà (1971), Winnicott ci delinea in una nuova ottica le caratteristiche dell'oggetto transizionale, come simbolizzante della situazione fusionale del bambino con la madre: “L'oggetto è un simbolo dell'unione del bambino e della madre..... È nel luogo, in termini di spazio e tempo in cui la madre è in transizione dall'essere nella mente del bambino, fusa col bambino, all'essere per contro vissuta come un oggetto che viene percepito piuttosto che concepito. L'uso di un oggetto simbolizza l'unione delle due cose separate,  ....  al  punto,  in  termini  di  spazio  e  tempo,  in  cui  ha  inizio  il  loro  stato  di separazione” (Winnicott, 1971; p.167). Per cui il fenomeno transizionale prima,  ed il gioco simbolico  poi,  si  configurano  come  prove  del  bambino  per  accettare  e  sopportare  la progressiva uscita dalla relazione fusionale con la madre.

A differenza della Klein, che  vede le equazioni simboliche evolversi in rappresentazioni simboliche, in Winnicott il fenomeno transizionale nell'ambito del normale sviluppo della funzione simbolica del bambino, finisce per “essere rilegato al limbo” (1953); tuttavia, pur differenziandosi dalla posizione kleiniana per quanto concerne questo aspetto, il modello di sviluppo ed il significato dei processi simbolici, concorda con la Klein nell'affermare che i processi simbolici preverbali abbiano un ruolo fondamentale nella costruzione di un primo “ponte” tra il soggetto ed il mondo, e che vi sia una certa continuità tra questi e quelli più evoluti di marca linguistica, relativi all'acquisizione verbale ed il gioco infantile più tardo.

Wilfred Bion: nascita della simbolizzazione e  rêverie materna

Nel contesto della riflessione psicoanalitica circa il sorgere della funzione simbolica, vicino alle ipotesi teoriche di Winnicott (e della Mahler) sul modello di sviluppo mentale che pone l'accento sui concetti di fusione e di separazione/individuazione, ne è rintracciabile un'altra volta ad approfondire la tesi della Klein circa l'esistenza, nella psiche umana, di una tendenza alla relazione d'oggetto presente fin dalle primissime fasi della vita postnatale.

In quest'ambito Wilfred Bion (1962, 1967, 1970, 1980), ha sviluppato una linea di ricerca che risalta l'importanza cruciale rivestita dalla relazione contenitore-contenuto, nell'ambito dello sviluppo infantile precoce, la quale presenta, allo stesso tempo, caratteristiche estremamente interessanti ed originali proprio circa il tema del simbolo.

Bion, infatti, studia il nascere della funzione simbolica collegandola alla relazione che lega reciprocamente il neonato alla madre, attraverso l'identificazione proiettiva e la facoltà di rêverie materna.

Nell'ambito di una complessa teoria della mente, l'autore creò la nozione di elementi beta ed elementi alfa. Gli elementi beta sono elementi grezzi della vita psichica, radicati nella corporeità del soggetto: impressioni sensoriali ed emotive non trasformate né elaborate, che vengono vissute come cose o come corpi estranei all'interno della mente (“cose in sé”), e vengono evacuate (attraverso l'identificazione proiettiva) perché non aventi significato. In alternativa, gli elementi beta possono essere raccolti dalla funzione alfa per divenire atti all'uso del pensiero.

La funzione alfa è una particolare funzione mentale che rende possibile il pensiero trasformando qualsiasi impressione sensoriale ed esperienza emotiva in elementi alfa, cioè “pensieri incipienti”, materiale sia del pensiero onirico inconscio che di quello cosciente diurno.

Bion  ipotizza che la funzione alfa abbia origine dall'interiorizzazione da parte del soggetto di quella facoltà di   rêverie messa in atto dalla madre. Infatti, gli elementi beta evacuati dal bambino vengono collocati nella madre (se attenta e sensibile ai bisogni del figlio) che agisce da contenitore per ciò che al bambino risulta incontenibile ed intollerabile: è il processo di identificazione proiettiva.

La  funzione  di  contenitore  delle  identificazioni  proiettive  del  bambino  è  direttamente collegata al fatto che la madre accoglie questi elementi ed applica ad essi la propria funzione alfa per restituirli trasformati e rielaborati al bambino. Ad esempio: la madre accoglie le angosce del bambino perché, per la natura del loro legame e per la simbiosi che li ha tenuti insieme prima e dopo la nascita, ella può comprendere tutto quello che accade al piccolo, ovvero ha una sensibilità corporea per gli eventi del mondo interno del figlio; inoltre, questa madre è anche capace di dare un senso ed una forma a quelle angosce, di restituirle al piccolo con parole ed atteggiamenti rassicuranti in modo tale che egli possa, da parte sua, dare un nome ed una forma a quello che prova. Questa funzione è dunque, ciò che Bion definisce rêverie materna.

In questo modo ogni attività rappresentativa e di simbolizzazione del soggetto nascerebbe, secondo l'autore, dall'interiorizzazione dell'originaria funzione di simbolizzazione messa in atto  dalla  madre    nei  confronti  delle  esperienze  emotive  inaccettabili  (elementi  beta), proiettate su di lei dal neonato. Qualora questo non avvenga, come si può riscontrare secondo Bion  nel  caso  dei  soggetti psicotici,  il  sintomo  più  eclatante  consisterebbe  proprio  nei “disturbi del pensiero”, con l'interiorizzazione da parte del bambino di una funzione simbolica monca: incapace di trasformare impressioni sensoriali ed esperienze emotive in pensieri “incipienti”, ma in grado solo di generare elementi beta:

“Se la relazione seno-bambino permette al neonato di proiettare una sensazione, per es. quella di stare per morire, dentro la madre, e di re introiettarla dopo che il suo soggiorno nel seno l'ha resa assimilabile per la sua psiche, allora si avrà uno sviluppo normale. Se, invece, la madre non raccoglie dentro di sé la proiezione, l'impressione che il neonato avverte è che la sua sensazione di stare per morire è stata spogliata di senso: ciò che introietterà non sarà più una paura di morire resa tollerabile, ma un terrore senza nome” (Bion, 1967; p.178).

I contributi esposti finora concernenti lo sviluppo infantile giungono, sebbene nella diversità delle posizioni, a conclusioni, in parte comuni, volte a sottolineare il ruolo cruciale ricoperto dai  processi  di  simbolizzazione affettiva  nel  mediare  l'accesso  alla  realtà  da  parte  del bambino, come fonte privilegiata delle prime forme di conoscenza, di sviluppo linguistico, e di costruzione della realtà oggettuale.

Nella stessa direzione troviamo, nell'ambito della psicologia dell'età evolutiva, numerosi studi che indagano da un punto di vista cognitivista ed interazionista, l'affiorare dei processi proto simbolici durante il periodo prelinguistico dello sviluppo infantile, evidenziando la loro stretta correlazione con i patterns senso motori  adoperati dal bambino nell'uso degli oggetti (Piaget, 1945), e la loro matrice comunicativa.