INTRODUZIONE - Dal senso di onnipotenza al principio di realtà: un normale processo di acquisizione

Dal senso di onnipotenza al principio di realtà: un normale processo di acquisizione - Monica Manni

Riflettere sui passaggi evolutivi che portano l’individuo dal senso di onnipotenza al principio di realtà significa indagare nel vasto campo del potere. Può sembrare strano che tale argomento sia trattato  in relazione al campo terapeutico infantile, ma di seguito cercherò di spiegare quanto sia presente non solo in terapia ma anche nel normale sviluppo della persona. Dall’enciclopedia Wikipedia 1, sotto il termine “potere” si trova la seguente definizione: “In termini giuridici si potrebbe definire il potere come la capacità, la facoltà ovvero l'autorità di agire, esercitata per fini personali o collettivi. Nelle altre accezioni il potere riguarda sostanzialmente la capacità di influenzare i comportamenti di gruppi umani”. Il significato pare dunque essere legato alle parole “capacità”, “facoltà”, “autorità”, “forza”.

Consultando un dizionario etimologico2 si può invece vedere come il significato sia molto più ampio. Ho individuato tre gruppi semantici differenti in cui potremmo inserire i vari significati della parola “potere”. Nel primo gruppo si inseriscono i significati di “aver diritto, autorità, facoltà di…” e di “valere”. Nel secondo si hanno “forza di reggere, sostenere” e “proteggere”. Nel terzo “dominare, essere padrone, avere più forza di altri”. I primi due gruppi mi sembrano importanti per quanto riguarda il sano sviluppo  della persona, mentre il terzo pare una deviazione, oggi peraltro molto comune.

Se qualcuno fin dal primo istante di vita riconoscerà al bambino che ha di fronte “il suo diritto e la facoltà di…” e attribuirà significati (a credito) ai primi movimenti, ai pianti, ai sorrisi, ai silenzi…, allora farà nascere intenzioni, scopi e desideri laddove ancora non erano presenti. Il diritto, la capacità, la facoltà, il valore che un bambino sperimenta da neonato (e anche in utero) sono la garanzia per poter in futuro sostenere e proteggere a sua volta.

Di solito accade che nei primissimi mesi il genitore attribuisca non solo significati a credito alle “azioni” del bambino, ma risponda ai suoi bisogni con una prontezza tale da dare al piccolo l’illusione di poter ottenere tutto subito e di essere un re, se non un imperatore. Questa iniziale illusione di onnipotenza deve tuttavia trasformarsi in un potere contrattuale 3 cioè in un reciproco (non più univoco) riconoscimento della capacità e dell’autorità di agire, attraverso l’accettazione dei limiti propri (il campo delle proprie impotenze) e di quelli posti dalla realtà esterna e dagli altri (ciò che Freud definirebbe frustrazioni).

A mio parere in ogni relazione, sia essa tra genitore e figlio, tra terapista e bambino, tra coetanei, … dare all’altro il potere di agire, cioè di fare o non fare, di esprimersi o meno, in base ai suoi scopi, alle sue capacità, ai suoi limiti e non in base al soddisfacimento delle proprie aspettative 3 significa dargli il potere (“la possibilità, il mezzo”) di esistere, cioè riconoscerlo come persona diversa da sé, con dei bisogni e una mente pensante. Il rapporto tra potere e azione racchiude quindi in sé il più profondo rapporto tra potere ed esistenza.

Non solo in ambito evolutivo, ma anche in quello terapeutico si è portati a riflettere sull’onnipotenza, da cui il sano senso di potere (capacità, possibilità, autorità) di sé e dell’altro ha origine e sull’impotenza, chiaramente implicata in relazioni nelle quali si ha a che fare con la magica idea di una guarigione, spesso utopica.

Come sarà chiarito all’inizio della prima sezione, l’intento di esplicitare le tappe di una normale evoluzione relazionale del bambino, e quindi il  passaggio necessario dal senso di onnipotenza all’acquisizione del senso di realtà, nasce prima di tutto come esigenza di conoscenza della normalità. L’applicazione terapeutica, infatti, ha solamente lo scopo di porre domande e formulare ipotesi, del tutto suscettibili di falsificazione, riguardo al campo indagato e non rappresenta il punto di partenza da cui estrapolare una teoria evolutiva.

 

PREMESSA - L’esigenza di indagare sullo sviluppo normale del bambino e delle sue relazioni

“Tentare di immaginare che cosa provi un neonato può sembrare una perdita di tempo, dato che non potremo mai introdurci nella sua mente. E invece è proprio questo che vogliamo e dobbiamo fare. L’immagine che noi ci formiamo dell’esperienza del bambino plasma le nostre idee su di lui, e su queste idee fondiamo le nostre ipotesi sulla prima infanzia. Esse sono i modelli che orientano le nostre teorie cliniche riguardo a come, quando e perché ha inizio la psicopatologia, e che ci suggeriscono gli esperimenti da fare su cosa pensano e sentono i bambini. Tali modelli influenzano altresì il modo in cui noi, come genitori, ci comportiamo con i nostri figli e, in ultima analisi, influenzano le nostre concezioni riguardo la natura umana.”

(Daniel N. Stern, Il mondo interpersonale del bambino, p. 21)

L’osservazione del bambino e delle sue interazioni con l’adulto si confronta con l’esperienza personale che ognuno ha vissuto nella propria infanzia; è proprio la miscela di dati oggettivi (osservati) e di dati soggettivi (sentiti, provati, sperimentati) che permette di ottenere maggiori informazioni su ciò che un bambino prova nell’arco della sua crescita.

A differenza di quanto sostengono le teorie psicoanalitiche  di Freud, Erikson e Mahaler 5, lo studio dell’evoluzione del mondo interpersonale del bambino, intrapreso da Stern e da me appoggiato, non trae le sue origini dall’esigenza psicoterapeutica di comprendere sviluppi psicopatologici (posizione retrograda) ma nasce principalmente per far luce sull’evoluzione normale del modo di percepire sé stessi e di relazionarsi all’altro e alla realtà. Questa prospettiva, anterograda, non esclude che lo studio dello sviluppo normale possa in seguito rivelarsi utile per chiarire alcune forme psicopatologiche, ma chiaramente non nasce dall’esigenza di spiegarne l’ontogenesi.

Ancora, nel campo terapeutico, in particolare  quando si ha a che fare con l’età evolutiva, necessariamente ci si trova ad utilizzare strategie operative che attingono dal rapporto che una madre ha col suo bambino (o dovrebbe avere). Per questo motivo ritengo fondamentale in questa prima sezione chiarire i passaggi attraverso i quali si sviluppa, cresce e cambia la relazione tra bambino e datore di cure e che implicazioni ha in termini di attribuzione e contrattazione di potere.

Ciò di cui proviamo a renderci conto quindi, è la natura dell’esperienza del neonato e poi del bambino, con due convinzioni di base: la prima è che per tenere in considerazione l’altro, la realtà esterna con i limiti che necessariamente impone, e quindi essere disponibili a mettere in discussione il proprio potere per giungere ad una contrattazione e ad un equilibrio di poteri, bisogna che si crei un senso di sé vale a dire la percezione di poter essere la causa delle conseguenze desiderate; la seconda è che siano proprio i primi momenti (mesi, anni) della vita a dare le basi per uno sviluppo di un senso di sé, dell’altro e della realtà esterna.

 


1 http://it.wikipedia.org/wiki/Potere

2 http://www.etimo.it

3 “Si è veramente persona solo quando si ha potere contrattuale. Il potere contrattuale, sintetizzabile nel poter agire (inteso nella doppia accezione di essere capaci ed avere l’autorità di agire) riconosciuto a se stesso, dall’altro e all’altro è una delle manifestazioni alte della coscienza che nasce dall’azione .” E.Berti e F.Comunello.

4 Si rimanda al pensiero di Alice Miller.

5 Freud  nelle  fasi orale, anale, fallica, di latenza e genitale individua i successivi stadi dello sviluppo pulsionale   (basato  sull’equilibrio  tra  eccitazione,  soddisfazione,   frustrazione  e  superamento  della frustrazione) ma anche i potenziali periodi di fissazione che possono essere l’origine di specifiche entità psicopatologiche successive. Analogamente, Erikson cerca nelle sue fasi evolutive le radici specifiche di una successiva patologia dell’Io e del carattere. Infine la Mahaler, mossa dal bisogno di comprendere fenomeni clinici della seconda infanzia, quali l’autismo, la psicosi simbiotica e l’eccessiva dipendenza, ipotizza la presenza di queste entità in qualche forma preliminare nelle fasi precedenti dello sviluppo (fase artistica, simbiotica e di separazione- individuazione).