La Comunicazione

Definizione

La comunicazione può essere definita come l’attività che permette di trasmettere informazioni mediante simboli, scambio di idee, sentimenti, intenzioni, atteggiamenti. Comprende qualsiasi comportamento verbale o non verbale (intenzionale o non intenzionale) che influenza l’atteggiamento, le idee e le attitudini di un altro individuo. La comunicazione è fondamentale per il bambino ancor prima che egli nasca: infatti da studi effettuati è risultato che comunicare con lui soprattutto nell’ultimo trimestre di gravidanza, influenza il suo comportamento e il suo sviluppo futuro.

Per il bambino, la comunicazione è la risorsa più importante poichè gli consente di apprendere nuove azioni, parole e comportamenti. Ancor prima di pronunciare termini comprensibili, infatti, i bambini sono ottimi comunicatori: esprimono i loro bisogni e desideri, il proprio stato d’animo, condividono informazioni e interessi, con lo scopo di interagire e di conformarsi al contesto sociale.

Fin dalla nascita il neonato, grazie al suo sistema uditivo, dirige il proprio interesse verso la voce umana e già nei primi mesi di vita impara rapidamente che lo sguardo e il comportamento degli altri contengono informazioni importanti; un ruolo notevole è giocato dalla “lettura” dello sguardo dell’adulto grazie alla quale il bambino interpreta lo sguardo diretto verso di lui come un segnale comunicativo: qualcuno lo guarda e lui sa di essere oggetto di attenzione.

A questa capacità innata si affianca con il tempo quella di attribuire un significato alle parole, che si costruisce attraverso l’interazione con gli altri, gioca quindi un ruolo imprescindibile l’ambiente circostante e le figure con cui entra in contatto il bambino. La propensione a comunicare con gli altri, con lo scopo di condividere con loro qualcosa, utilizzando mezzi verbali e non, viene definita “comunicazione sociale”. Le prime forme di questo tipo di comunicazione avvengono nel corso del primo anno di vita del bambino, durante il quale egli partecipa ad attività sociali con la madre che prevedono scambi di sguardi, vocalizzazioni e sorrisi.

Quando il caregiver inserisce nell’interazione e nelle attività ludiche il linguaggio (etichettando ad esempio un oggetto di interesse) e altri simboli referenziali, consente al bambino di apprendere il significato delle parole e dei gesti. È proprio da queste interazioni tra bambino e caregiver che deriva lo sviluppo del linguaggio espressivo e recettivo.

Una tappa importante per lo sviluppo comunicativo è rappresentata dall’acquisizione della capacità di triangolazione, che avviene intorno ai 9 mesi, e che permette di includere nell’interazione un terzo elemento rappresentato da un oggetto di interesse o da un’altra persona (il bambino vuole un gioco: guarda l’oggettoàguarda l’adulto > guarda l’oggetto).

Da quanto affermato fino a questo punto, possono essere elencate funzioni e competenze rilevanti per lo sviluppo della comunicazione, come:

  • La capacità di sintonizzazione con i ritmi di base, in assenza della quale emerge la difficoltà ad anticipare eventi e situazioni
  • L’attenzione verso l’ambiente esterno
  • L’iniziativa personale e la propositività
  • La comprensione (sia linguistica che non)
  • La quantità e la qualità delle esperienze e interazioni alle quali il bambino viene esposto durante il suo sviluppo
  • La capacità di rappresentarsi internamente la realtà esterna
  • Lo sviluppo di un sé distinto dall’altro
  • La rappresentazione del proprio vissuto interno e dei propri bisogni

La funzione comunicativa è caratterizzata da diverse componenti e sottocomponenti (Fig. 3.1); abbiamo le strutture processanti (che rappresentano le funzioni di base) al cui interno troviamo:

  • Sistema percettivo (uditivo, visivo, propriocettivo)
  • Sistema motorio (deambulazione e manipolazione)
  • Sistema prassico
  • Sistema fonoarticolatorio
  • Sistema linguistico (comprensione e produzione)

Oltre alle appena citate strutture, abbiamo i processi di controllo, ossia le funzioni che governano, regolano e controllano le funzioni di base, all’interno dei quali si riconoscono:

  • Sistema attentivo
  • Sistema mnesico
  • Sistema esecutivo

In aggiunta abbiamo altri sistemi che interagiscono in modo diretto, che sono:

  • Sistema cognitivo che comprende l’abilità di simbolizzazione il grado di bisogni interni
  • Sistema emozionale, affettivo, comportamentale all’interno del quale troviamo l’intenzione, la motivazione, la differenziazione di sé rispetto all’altro, la condivisione della realtà, la capacità di interazione.

Ognuno di questi sistemi agisce direttamente, indirettamente e reciprocamente con gli altri ed è in grado di modificarli; il risultato della loro interazione rappresenta la funzione comunicativa, e quindi la competenza, di un determinato individuo.

Fig. 3.1. Componenti e sottocomponenti della competenza comunicativa

Fig. 3.1. Componenti e sottocomponenti della competenza comunicativa

Dallo schema in Fig. 3.1 si evidenzia che un disturbo a livello comunicativo non può essere dovuto solo alle funzioni di base compromesse, ma che un ruolo importante viene svolto anche dagli altri sistemi (cognitivo, emozionale, comportamentale, affettivo, processi di controllo) e che solo agendo su di essi si può ottenere una modificazione delle competenze comunicative del soggetto.

Dopo questa introduzione e spiegazione riguardo alla comunicazione in generale, possiamo proseguire, affrontando la distinzione tra due tipi di comunicazione: abbiamo, infatti, una comunicazione verbale e una comunicazione non verbale. La prima avviene attraverso l’uso del linguaggio, sia scritto che orale, e dipende da precise regole sintattiche e grammaticali; la seconda ha luogo senza l’utilizzo delle parole, ma attraverso altri canali quali mimica, sguardo, posture e gesti.

 

La Comunicazione Verbale

La comunicazione verbale rappresenta la parte più esplicita della comunicazione, in quanto attraverso le parole viene espresso il contenuto di un pensiero; questo tipo di comunicazione è sempre intenzionale e volontaria (a differenza di quella non verbale), poiché le parole sono il frutto di un pensiero, di un desiderio, di un bisogno che si vuole esprimere.

La comunicazione verbale si avvale dell’uso del linguaggio (sia scritto che orale), un sistema di comunicazione che prevede la produzione (linguaggio produttivo) e la comprensione (linguaggio comprensivo) di suoni e parole; comprende la forma, la funzione e l’utilizzo di un sistema convenzionale di simboli (parole, gesti, immagini) attraverso precise regole sintattiche e grammaticali.

Ha la funzione di consentire una comunicazione reciproca tra due o più soggetti e di rendere esplicito e comprensibile un pensiero o un comportamento.

Il linguaggio può essere definito come un sistema multicomponenziale (Fig. 3.2) formato da: fonetica, fonologia, sintassi, morfologia, lessico, semantica, pragmatica.

Fig. 3.2. Componenti e caratteristiche del linguaggio

Fig. 3.2. Componenti e caratteristiche del linguaggio

La fonetica e la fonologia fanno parte del sistema sonoro del linguaggio: la prima riguarda la capacità di percepire e riprodurre i suoni della lingua; la seconda, invece, riguarda il sistema di consonanti e vocali di cui la lingua è costituita.

La sintassi e la morfologia rientrano nel sistema della componente grammaticale della frase, che contiene un insieme di regole grazie alle quali è possibile costruire una frase coerente. La sintassi riguarda i vari modi con cui le parole sono collegate all’interno della frase, l’uso dei verbi, la concordanza tra verbo e soggetto.

La morfologia studia come le parole cambiano la loro forma per esprimere funzioni diverse, ossia la loro appartenenza a specifiche categorie (nome, verbo, aggettivo, coniugazione dei verbi).

Il lessico riguarda il vocabolario del bambino (sia in comprensione che in produzione), la quantità, cioè, delle parole conosciute.

La semantica studia la comprensione del significato delle parole, delle frasi, dei discorsi.

La pragmatica interessa il modo in cui il linguaggio viene utilizzato nel contesto e nelle interazioni sociali (per discutere, per manifestare emozioni, per comunicare qualcosa). La conquista di tutte le suddette componenti dipende dalla predisposizione genetica e dal contesto sociale: infatti l’acquisizione corretta del linguaggio avviene in una cornice di reciprocità sociale, in un contesto sociale carico di informazioni, in cui l’adulto è a disposizione del bambino, si mostra nei suoi confronti sensibile e premuroso, gli parla a sufficienza e in modo semplice durante le attività quotidiane; per questo motivo si può affermare che l’apprendimento e l’uso del linguaggio sono influenzati dall’interazione di fattori biologici, cognitivi, psicosociali e ambientali.

In linea generale, comunque, lo sviluppo del linguaggio segue precise tappe evolutive e può essere diviso in due stadi:

  • Stadio pre-linguistico (da 0 a 10-12 mesi)
  • Stadio linguistico ( da 10-12 mesi fino a 3 anni)

Lo stadio pre-linguistico può essere a sua volta diviso in un primo periodo (da 0 a 4-5 mesi) in cui si osserva il “vagito”, che inizialmente non ha valore espressivo, ma dopo qualche settimana lo diviene, prima di lasciare posto al dittongo; dai 4-5 mesi fino ai

10-12 mesi il bambino entra nel periodio della “lallazione”, ovvero una ripetizione di sillabe uguali, senza uno specifico contenuto e senza alcun fine (mam-mam, pà-pà). Questo stadio viene suddiviso in cinque periodi:

  • Iterazione monotona di sillabe (5-6 mesi)
  • Lallazione modulata (7-8 mesi)
  • Lallazione discorsiva o comunicativa (9-10 mesi); qui le vocalizzazioni divengono intenzionali e il bambino le utilizza sia per esprimere gioia che irritazione; questo periodo è molto importante, poiché da qui inizia l’imitazione.
  • Fonema affettivo (11-12 mesi), ossia specifico sempre per il medesimo gesto
  • Fonema designativo (12-13 mesi); in questo periodo il linguaggio assume il valore di “segno”, poiché ogni termine ha un contenuto specifico.

Lo stadio linguistico è suddiviso in quattro periodi:

  • Periodo intermedio
  • Periodo della parola-frase, in cui una parola esprime l’azione di una frase intera (10-12/17-18 mesi)
  • Periodo delocutorio (fino a 20 mesi) nel quale il bambino parla di se stessi in terza persona, ricorda il nome di qualcosa anche senza vederlo (ad esempio un animale), giudica.
  • Periodo del linguaggio costituito (fino a 3 anni); in questo periodo il bambino passa dalla terza alla prima persona, utilizza il pronome “io” e compone frasi complete. Successivamente acquisisce la grammatica, unisce verbo-sostantivo-aggettivo e arriva, quindi, al linguaggio completo.

Al di là di queste suddivisioni e tappe, ve ne sono altre che riguardano diversi aspetti del linguaggio e che è opportuno descrivere.

Dopo il compimento del primo anno di vita si sviluppa la componente lessicale- semantica del linguaggio che si estende fino ai due anni circa.

A 15 mesi il bambino produce moltissimi suoni affini a quelli del linguaggio, dice alcune parole riconoscibili e contestualizzate ed esprime i suoi bisogni vocalizzando e urlando. A 16 mesi il vocabolario espressivo del bambino è costituito da circa 64 parole.

Tra i 18 e i 24 mesi le parole vengono combinate in frasi brevi, e al compimento dei due anni di età si assiste al momento di maggiore espansione del vocabolario; inoltre, il bambino si riferisce a se stesso usando il proprio nome e parla tra sé e sé in continuazione dando vita, durante i propri giochi, a lunghissimi monologhi; è presente l’ecolalia con la ripetizione di due o più parole ben scandite.

A 30 mesi il bambino utilizza 200 o più parole riconoscibili, anche se il suo linguaggio presenta ancora uno sviluppo incompleto per quanto riguarda l’articolazione dei suoni e della struttura della frase; persiste l’ecolalia, fa continuamente domande in cui chiede “chi?” o “cosa?”, e può emergere una balbuzie fisiologica dovuta alla veemenza che il bambino ha nel parlare.

A 3 anni il vocabolario è ampio e comprensibile da tutti, ma il linguaggio presenta uno sviluppo fonologico immaturo che porta il bambino ad attuare sostituzioni di suoni.

A 4 anni la grammatica è corretta, a livello fonetico invece possono essere presenti ancora sostituzioni e qualche semplificazione di gruppi di consonanti (ad es. “gande” invece di “grande”).

A 5-6 anni il bambino presenta un linguaggio corretto dal punto di vista grammaticale, fonologico e sintattico; conosce oltre duemila parole, definisce i nomi concreti in base all’uso, parla in modo disinvolto anche se può permanere una leggera confusione, talvolta, con i suoni “r”, “s”, “l”.

Fig. 3.3. Sviluppo della comunicazione nel bambino (Vinter A., Cipriani P., Bruni G., (1993), Lo sviluppo sensomotorio del lattante, La Nuova Italia Scientifica)

Fig. 3.3. Sviluppo della comunicazione nel bambino (Vinter A., Cipriani P., Bruni G., (1993), Lo sviluppo sensomotorio del lattante, La Nuova Italia Scientifica)

Come emerge da quanto finora detto, lo sviluppo del linguaggio è un processo che va da una interazione preintenzionale e presimbolica a una intenzionale e simbolica; la maturazione della simbolizzazione consente al bambino di trasformare la sua comunicazione da concreta e contestuale ad una simbolica e legata alla rappresentazione della realtà; quindi il bambino prima acquisisce le parole, poi impara ad usarle (a 3 anni circa), ossia a comunicare con gli altri.

Si assiste, dunque, al passaggio da un “comportamento comunicativo”, tipico delle prime epoche di sviluppo, caratterizzato da segnali di comportamento rilevati negli interlocutori, a una “comunicazione intenzionale” grazie alla nascita della gestualità (simbolizzazione) e dell’indicazione (Fig. 3.3). Per il bambino le parole diventano gli strumenti per indicare oggetti, persone, idee, rapporti, concetti e questo contribuisce alla costruzione dei rapporti sociali e alla maturazione intellettiva.

 

La Comunicazione non Verbale

Comunicare non racchiude solo l’abilità di scegliere le giuste parole da dire, di dirle nell’ordine e nel modo corretti; durante il processo comunicativo è ugualmente importante controllare il linguaggio del proprio corpo e interpretare correttamente quello altrui.

La comunicazione non verbale racchiude tutte le forme di comunicazione che non prevedono l’utilizzo del linguaggio.

Questo tipo di comunicazione è uno degli aspetti chiave della competenza comunicativa e ci consente di:

  1. Esprimere emozioni, atteggiamenti, conflitti
  2. Avere un controllo sull’ambiente sociale (è sufficiente guardare in volto un bambino per comprendere se è annoiato, divertito, arrabbiato, triste…)
  3. Sostituire o rafforzare la comunicazione orale
  4. Esprimere disappunto o accordo su ciò che l’interlocutore sta comunicando verbalmente

Ognuno di noi ha diversi gradi di abilità nella comunicazione non verbale, e quando questa competenza è molto consolidata all’interno di un individuo, questo è in grado di inviare ad altri messaggi molto precisi senza la necessità di dire nulla.

Gli strumenti utilizzati dalla comunicazione non verbale sono (Fig. 3.4):

  • Lo sguardo: è strettamente connesso alla comunicazione orale e gestuale, ci permette di comunicare atteggiamenti interpersonali e svolge un importante ruolo nell’instaurarsi di relazioni; viene utilizzato come feedback sulle reazioni dell’interlocutore ma anche come strumento di saluto, di manifestazione di accordo o disappunto nei confronti di ciò che stiamo ascoltando. Lo sguardo è uno dei primi segnali comunicativi di cui il bambino si serve per esprimere i suoi bisogni e desideri (la triangolazione ne è l’esempio più importante); soprattutto nei primi mesi di vita avviene un ricco scambio di sguardi tra lui e il caregiver (solitamente la madre) come condotta relazionale del dialogo “viso a viso”.
  • La mimica: le espressioni mimiche-facciali (un sorriso, una smorfia, una faccia arrabbiata) del bambino sono tutte manifestazioni che gli permettono di esprimere paura, spavento, gioia, allegria, rabbia e di catturare immediatamente l’attenzione dell’adulto. Grazie all’attività dei muscoli mimici del viso, si può osservare un numero infinito di espressioni altamente differenziate e contestuali per ogni tipo di emozione.
  • I gesti: le mani con i loro movimenti sono in grado di esprimere molti concetti e stati d’animo; i gesti sono legati alla comunicazione orale e hanno un significato preciso (ad esempio fare “ciao” con la mano), possono illustrare le parole (indicare parti del corpo mentre si descrivono) o esprimere uno stato d’animo (pugno come segno di rabbia, toccarsi la pancia con le mani per esprimere fame).
  • Lo spazio corporeo: l’orientazione di due persone nello spazio indica i rapporti tra gli interlocutori (collaborazione, gerarchia, confidenza, ecc.). Il modo in cui un soggetto occupa lo spazio o interviene in quello di un altro ha un significato rilevante; se un bambino non ha intenzione di entrare in confidenza con noi o tra noi e lui non c’è abbastanza simpatia, verranno mantenute le distanze, e anche solo attraverso questo particolare il bambino ci sta comunicando un messaggio di fondamentale importanza.
  • La postura: può variare in base allo stato emotivo di ognuno di noi, e bisogna essere in grado di saper leggere la modulazione tonica come espressione affettiva motoria. La variazione di posture ci consente di comprendere le emozioni che sta provando chi abbiamo di fronte e di decodificare un determinato messaggio.

L’importanza di una corretta comunicazione non verbale si evince dal fatto che se il messaggio che stiamo esprimendo non è congruente poiché il linguaggio del nostro corpo non corrisponde al messaggio verbale, l’interlocutore tenderà ad ignorare la comunicazione verbale e focalizzerà la sua attenzione sul messaggio non verbale, e le nostre parole risulteranno inutili.

Per questo motivo è fondamentale alimentare lo sviluppo di questo tipo di comunicazione nel bambino sin dai primi mesi di vita, attraverso lo sguardo e accompagnando le parole con i gesti, le posture e la mimica.

Fig. 3.4. Componenti della comunicazione non verbale

Fig. 3.4. Componenti della comunicazione non verbale

 

Il Disturbo Specifico di Linguaggio

Il Disturbo Specifico di Linguaggio (DSL), o Disordine della comunicazione, insorge nella prima o nella seconda infanzia e riguarda tutti quei bambini che presentano difficoltà nell’acquisizione e nell’uso del linguaggio e nei quali sono conservate le abilità cognitive non verbali; queste difficoltà sono dovute a deficit della comprensione o della produzione del lessico, della struttura della frase e del discorso, ed emergono nella comunicazione parlata, scritta o gestuale.

È un disturbo che si presenta con atipie di sviluppo nelle diverse competenze linguistiche:

  • pragmatiche
  • fonologiche
  • lessicali
  • sintattiche
  • semantiche

Il bambino che sviluppa questo tipo di disturbo mostra un sistema atipico di comunicazione; il primo campanello di allarme per il genitore è dato dalla produzione verbale del bambino, che parla tardi (le prime parole possono non comparire fino a 2 anni o dopo) ma soprattutto poco (tra i 18 e i 30 mesi possiede meno di 50 parole di vocabolario espressivo) e male, in maniera poco comprensibile, con frasi brevi e caratterizzate da errori grammaticali (soprattutto nei verbi coniugati al passato). Secondo il DSM-5 i criteri diagnostici di inclusione sono:

  1. Difficoltà nell’acquisizione e nell’uso del linguaggio (parlato, scritto, gestuale) causata da deficit della comprensione e della produzione che comprendono: lessico ridotto, strutturazione limitata della frase, capacità discorsive compromesse.
  2. Le abilità di linguaggio, sia qualitativamente che quantitativamente, non sono del tutto acquisite e comunque al di sotto di quelle attese in base all’età.
  3. I sintomi del disturbo compaiono precocemente fin dalle prime fasi di svilupp

I criteri di esclusione, invece, sono:

  1. Deficit uditivo (ipoacusia neurosensoriale)
  2. Disfunzione motoria causata da danno al SNC
  3. Disabilità intellettiva o ritardo globale di sviluppo
  4. Disturbo dello spettro autistico

La difficoltà del bambino di ricordare parole e frasi nuove è dovuta a una debole memoria a breve termine verbale e si manifesta con la difficoltà nel seguire istruzioni di lunghezza crescente, con la difficoltà di riprodurre sequenze di informazioni (ad es. un numero di telefono o una lista di nomi) e difficoltà nel ricordare nuove sequenze di suoni, capacità che può essere rilevante per l’apprendimento di nuove parole.

Lo sviluppo di un DSL modifica la comunicazione linguistica e altera le funzioni d’uso del linguaggio, crea nel bambino una vulnerabilità nella correlazione tra comprensione e produzione verbale, tra le quali la prima può essere discontinua, imprecisa e poco produttiva, poiché il bambino tende a disattivare i meccanismi di controllo.

Inoltre, i DSL possono pesare nello sviluppo di una singola competenza linguistica: accade che l’atipia di una singola competenza induca meccanismi di compenso o scompenso a carico anche di altre competenze linguistiche.

In generale il quadro di un bambino con Disturbo Specifico di Linguaggio può essere così rappresentato (Fig. 3.5):

Fig. 3.5. Quadro clinico di un bambino con Disturbo Specifico di Linguaggio

Fig. 3.5. Quadro clinico di un bambino con Disturbo Specifico di Linguaggio

Il DSL è un disordine che può essere definito disomogeneo, ma comprende al suo interno diversi sottotipi di deficit che possono essere così descritti (Fig. 3.6):

  • DEFICIT RECETTIVO/ESPRESSIVO: è anche conosciuto come Agnosia uditiva-verbale o Disordine globale; questo deficit è caratterizzato da carenze fonologiche, morfosintattiche, semantiche, con frasi o parole non sempre inerenti al contesto. Il bambino ha un vocabolario limitato sia in comprensione che in produzione e le frasi che costruisce sono semplici nella struttura.
  • DEFICIT FONETICO-FONOLOGICO (o Disprassia verbale): il bambino presenta difficoltà nella pianificazione motoria necessaria per produrre le parole, che appaiono quindi poco articolate, spesso incomprensibili e pronunciate con sforzo a causa della produzione disfluente.
  • DEFICIT SINTATTICO-LESSICALE: la programmazione fonologica avviene con difficoltà, la frase è limitata nella struttura, la produzione verbale è debole, la comprensione è complessa se viene richiesto al bambino di collegare elementi del discorso.
  • DEFICIT DI PROGRAMMAZIONE FONOLOGICO-SINTATTICA (o Disfasia Evolutiva): è un disordine espressivo, il bambino utilizza parole poco articolate, il suo lessico è limitato e le frasi che compone sono asintattiche e disgrammatiche.
  • DEFICIT SEMANTICO-PRAGMATICO: è anche definito Disturbo della comunicazione sociale (pragmatica) ed è caratterizzato da una difficoltà elevata con la pragmatica e con l’uso sociale della comunicazione verbale e non verbale; il bambino con questo disturbo:
    1. Presenta deficit nell’uso della comunicazione per scopi sociali (come salutarsi)
    2. Non è in grado di modificare la comunicazione per renderla adeguata al contesto in cui si trova o alle esigenze del suo interlocutore
    3. Ha difficoltà nel seguire le regole della conversazione e della narrazione, come rispettare i turni, saper regolare il linguaggio verbale e non verbale per regolare l’interazione
    4. Non comprende ciò che viene espresso implicitamente e i significati ambigui del linguaggio (metafore, idiomi, espressioni umoristiche)

L’esordio di questi sintomi avviene precocemente nel periodo dello sviluppo e non devono essere attribuibili a un’altra condizione medica, a disabilità intellettiva, a disturbo dello spettro autistico, a ritardo globale dello sviluppo o ad un altro disturbo mentale.

Innanzi tutto, il bambino con questo tipo di disturbo inizia a parlare tardi e utilizza un linguaggio ecolalico, che spesso risulta incomprensibile; in seguito fa uso di un linguaggio più strutturato ma persistono difficoltà nella comprensione; intorno ai 7 anni di età, il linguaggio in comprensione migliora ma emergono carenze nelle interazioni sociali: il bambino parla in modo inappropriato, cambia argomento in continuazione e non riesce a portare avanti una conversazione; man mano che cresce ha difficoltà a comprendere le regole delle situazioni sociali e delle conversazioni, interpreta il linguaggio in modo molto letterale e non comprende quello non letterale (la metafora può confonderlo in quanto egli non è in grado di considerare in modo ampio il contesto e il tono della voce della persona).

I deficit nella competenza semantica del linguaggio portano il bambino ad apprendere le nuove parole memorizzandole per ripetizione meccanica, senza comprenderne il vero significato, quindi egli farà fatica a comprendere che le parole cambiano di significato in base al contesto e a capire ulteriori significati non letterali di parole e frasi; proprio a causa del fatto che il bambino memorizza frasi intere o parti di esse, il suo linguaggio è considerato un residuo dell’ecolalia.

I deficit nell’uso pragmatico del linguaggio portano il bambino ad avere difficoltà a organizzare le informazioni per dare senso alle situazioni in cui si trova; se vuole conversare ha pochi elementi che lo supportano, quindi tenderà ad usare un linguaggio poco significativo, a dominare la conversazione e per lui gli aspetti non verbali dell’interazione (gesti, tono della voce, mimica) sono incomprensibili, poiché egli non ha sviluppato il loro significato mediante l’esperienza (per questo motivo, durante il dialogo, tende a non guardare in viso il suo interlocutore, poiché per lui non ha significato).

Il linguaggio è, inoltre, ripetitivo, in quanto il bambino conosce poche parole memorizzate e tende a ripeterle in ogni situazione che gli sembra simile.

È importante notare che anche gli schemi di azione di questi bambini saranno ripetitivi, poiché essi tendono a imitare le azioni senza interiorizzarle (non comprendendone il significato), di conseguenza non le ampliano ad altri contesti.

Fig. 3.6. Rappresentazione schematica dei deficit contenuti all’interno del quadro generale di Disturbo Specifico di Linguaggio

Fig. 3.6. Rappresentazione schematica dei deficit contenuti all’interno del quadro generale di Disturbo Specifico di Linguaggio

 

Comunicazione non Verbale ed Emozioni

In tutto l’arco della nostra vita è infinito il numero delle emozioni, positive o negative, dalle quali veniamo travolti; emozioni interne, che nascono dentro di noi, ma che abbiamo la necessità di esprimere nel mondo esterno. Questo processo di esternalizzazione delle nostre emozioni è reso possibile grazie alla comunicazione non verbale che può essere definita, appunto, come il veicolo attraverso cui le emozioni vengono espresse.

Infatti, non è sempre possibile riconoscere ed etichettare verbalmente le proprie emozioni e i propri sentimenti, e spesso l’espressione dell’emozione richiede un grado di immediatezza espressiva che la comunicazione verbale non consente.

Attraverso i vari strumenti di cui si serve questo tipo di comunicazione possiamo esprimere qualsiasi tipo di emozione.

Soprattutto laddove la comunicazione verbale non è adeguatamente sviluppata per poter esprimere a parole ciò che si prova, quella non verbale riveste un ruolo fondamentale: ne è un tipico esempio il bambino che, ancor prima di iniziare a parlare, riesce a comunicare al suo caregiver i bisogni e i desideri: piangendo, sorridendo, triangolando con lo sguardo, indicando con il dito. La comunicazione tra madre e bambino, sin da quando egli viene al mondo, è importante che sia verbale, ma allo stesso tempo è il modo in cui le parole vengono dette che è rilevante: il timbro della voce, il ritmo, la postura, i gesti, lo sguardo, la mimica; sono questi elementi che per primi arrivano al bambino, che riesce così a interpretare il contenuto verbale che, magari, è ancora incomprensibile per lui. Se la madre guarda il bambino e afferma “ti voglio bene” con un tono di voce dolce e sorridendo, il bambino, che probabilmente non conosce il significato dell’affermazione appena fatta, attraverso i segnali non verbali della madre può comprendere che quello che ha appena sentito è qualcosa di positivo e di amorevole, e classificherà quella frase come piacevole.

Quando la comunicazione non verbale è deficitaria nel bambino, egli farà fatica a esprimere le proprie emozioni, i propri bisogni, e male si adatterà al contesto sociale in cui verrà a trovarsi, un contesto in cui gli altri non potranno comprendere cosa sta provando in una determinata situazione, quali sono le sue intenzioni, e prevedere il suo comportamento.