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La rivoluzione digitale

"La realtà è solo un'illusione,  anche se molto persistente" A. Einstein

E' il 1982 quando il TIME (acronimo di Today Information Means Everything), autorevole news magazine statunitense, proclama il computer come "Uomo dell'anno ". Ebbene sì, chi ha fortemente condizionato le vite e le società in quell'anno per il TIME non è un uomo, bensì una macchina. Quella copertina va oltre un’ ipotizzabile provocazione, quell'  immagine riflette piuttosto chiaramente l’ inizio per il genere umano di una nuova epoca, la cui nascita si colloca non solo fra due secoli, ma anche a cavallo tra due millenni. E' in atto una rivoluzione che sarà capace di impattare indistintamente su tutti gli ambiti e gli spazi vitali  dell' uomo post-moderno. Si tratta della digitalizzazione: un processo di trasformazione delle informazioni, codificate in sequenze numeriche interpretabili da un computer, con l' obiettivo di estendere e aumentare le capacità mentali e mnemoniche dell’uomo, nonché accorciare le distanze, economizzare e velocizzare le comunicazioni tra strumenti e persone.

Caratteristiche precipue dell'informazione digitale sono:

  • omogeneità: diverse informazioni sono tradotte in bit ( l'unità di misura dell'informazione ): utilizzano il medesimo canale distributivo e lo stesso supporto di memorizzazione;
  • manipolabilità: l’informazione digitale può essere modificata in maniera rapida ed economica in ogni fase della sua creazione, distribuzione e fruizione;
  • trasportabilità: le reti che utilizzano canali differenti permettono di trasportare, ad alte velocità, elevate quantità di informazioni digitali;
  • archiviabilità: ogni prodotto mediale diventa facilmente archiviabile e rapidamente accessibile agli utenti.

Media e tecnologie divengono digitali a partire dagli anni '90, quando nasce il World Wide Web (letteralmente “rete di grandezza mondiale”,  è uno spazio elettronico e digitale di Internet destinato alla pubblicazione di contenuti multimediali come testi, immagini, audio, video, ipertesti, nonché uno strumento per implementare particolari servizi come ad esempio il download  di programmi, dati, applicazioni, videogiochi, etc.) ad opera di Tim Berners-Lee, il quale pubblica il primo sito internet (International Network) nel 1991, anno in cui il governo degli Stati Uniti d'America emana la High Performance Computing Act. Con tale legge per la prima volta viene prevista la possibilità di ampliare, con finalità di sfruttamento commerciale, una rete Internet fino a quel momento di proprietà statale e destinata al mondo scientifico. L'esempio è immediatamente seguito dagli altri Paesi. I media digitali sono mezzi di comunicazione con caratteristiche nuove rispetto ai media precedenti: usano sistemi e linguaggi distintivi. Essi sono dotati di:

  • multimedialità: vi è una perfetta integrazione di dati, testi, suoni, immagini di ogni genere all’interno di un unico ambiente informativo ed un coinvolgimento di più sensi di percezione (sensory computing) da parte dell'utente;
  • interattività: gli utenti hanno la possibilità di interagire direttamente con i contenuti, producendo in tal modo un' interazione sociale tra i diversi attori all’interno di contesti condivisi, ma anche un' interazione informatica, intesa come relazione tra macchina e utente;
  • mobilità: i dispositivi digitali sono portatili e perciò modificano la dimensione del tempo e dello spazio;
  • ipertestualità: viene utilizzata una forma di scrittura non sequenziale , il cui funzionamento simula quello associativo della mente umana;
  • convergenza: diversi tipi di contenuti convergono in un unico supporto, trasformando i media che diventano sempre più “macchine universali” indifferenti al contenuto.

Dunque con la rivoluzione digitale mutano per sempre i concetti di spazio e tempo, la rappresentazione individuale e collettiva della realtà, la relazione e l'esperienza. Già nel 1967 Marshall McLuhan affermava: "Nelle ere della meccanica, avevamo operato un'estensione del nostro corpo in senso spaziale. Oggi, dopo oltre un secolo di impiego tecnologico dell'elettricità, abbiamo esteso il nostro stesso sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che, almeno per quanto concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spazio". Con l'ossimoro metaforico villaggio globale il sociologo canadese intende sottolineare come, con l'evoluzione dei mass-media, tramite l'avvento del satellite che ha permesso comunicazioni in tempo reale a grande distanza, il mondo sia diventato piccolo e abbia assunto di conseguenza i comportamenti tipici di un villaggio. Alla base del suo pensiero vi è un accentuato determinismo tecnologico, cioè l'idea che in una società la struttura mentale delle persone e la cultura siano influenzabili dal tipo di tecnologia di cui tale società dispone: qualsiasi tecnologia costituisce allora un medium, ovvero un' estensione dei sensi ed un potenziamento delle facoltà umane. Le tecnologie della comunicazione influiscono così sull’organizzazione cognitiva, che a sua volta ha profondi effetti sull’organizzazione sociale. I media digitali sono dunque definibili come delle psicotecnologie, ovvero tecnologie che estendono la mente così come altre tecnologie ‘fisiche’, come la macchina o la bicicletta, estendono il corpo. Derrick de Kerckhove, erede intellettuale di McLuhan ed esperto mondiale di tecnologie digitali, sostiene che televisione, computer, internet e realtà virtuale sono psicotecnologie capaci di influenzare la mente umana in modo molto sottile. I media elettronici, infatti, entrano in forte affinità con la realtà mentale e i processi psichici, svolgendo una straordinaria funzione di estensione del pensiero e di altre importanti facoltà umane come il linguaggio, la  comunicazione e l' intelligenza. Le psicotecnologie modificano gli stati di coscienza, ampliano le percezioni sensoriali e amplificano i vissuti emotivi ed affettivi, arrivando a funzionare come estensioni del Sé. Berners-Lee nel 1999 affermava: “Il web è più una creazione sociale che una creazione tecnica. L’ho progettato per uno scopo sociale – aiutare le persone a stare insieme – e non come giocattolo tecnologico. Il fine ultimo del web è supportare e aumentare la nostra esistenza interconnessa. Raggruppiamo famiglie, associazioni e aziende. Sviluppiamo fiducia tra soggetti distanti migliaia di chilometri e diffidenza con il nostro vicino” . Internet diventa una piattaforma software che consente di utilizzare applicazioni senza bisogno di installarle fisicamente sul PC. E  ancora una volta il TIME fornisce uno spaccato della società  attuale, definendo l' Internauta come “Persona dell'anno 2006”. Il settimanale, pubblicando in copertina un computer con uno specchio al posto dello schermo, sceglie come simbolo dell' anno che sta per concludersi "You", cioé tutte le persone che hanno partecipato all'esplosione della democrazia digitale, usando Internet per diffondere parole, immagini e video. Tutto ciò appare ancor più significativo se si pensa che il primo personal computer è stato fabbricato dalla Apple nel 1976, soltanto pochi decenni prima. L'uomo ha concepito una nuova macchina, ma questa ha generato un uomo nuovo e con lui le società ed i popoli cui appartiene, modificando per sempre la sua storia.

 

La "Tecnoliquidità"

Non è un caso che, all' alba del nuovo millennio, Zygmunt Bauman abbia parlato di società liquida. Il pensatore polacco sostiene che la società sia entrata in una fase di liquefazione della modernità allorquando “le situazioni in cui agiscono gli uomini hanno cominciato a modificarsi prima che i loro modi di agire potessero consolidarsi in abitudini [...]Laddove i solidi hanno dimensioni spaziali ben definite, i liquidi non conservano mai a lungo la propria forma e sono sempre inclini a cambiarla”. L' individuo attuale risulta perciò privo di riferimenti stabili, costretto nella sua solitudine a ricostruirsi continuamente un' identità precaria, per il terrore di diventare obsoleto. Di conseguenza “il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda”. Pertanto l' uomo del nuovo millennio , secondo Tonino Cantelmi, si aggrappa al proprio Sé e alle proprie necessità, facendone una bussola costante di riferimento. Di qui il narcisismo, la velocità, la continua ricerca di emozioni, l' ambiguità, evidenziabili come caratteristiche tipiche dell' uomo digitale immerso in quella che lo psichiatra italiano definisce società tecnoliquida. Una società incessante, sempre attiva, sempre attenta a digitare e condividere, senza differenze tra giorno e notte, tra feriale e festivo, tra casa e ufficio, come se fosse avviata verso una ineludibile dipendenza dalla connessione (Grasso, 2012). E la connessione è di fatto la nuova forma di relazione tecnomediata, tipica della società tecnoliquida. La comunicazione virtuale è caratterizzata da ipertestualità, ipermedialità, elevata velocità, superamento dei normali vincoli spaziotemporali, accesso a relazioni multiple: ingredienti straordinari per trasformare il cyberspazio in un' affascinante dimensione del nostro stesso vivere, in cui è possibile amare, studiare, comprare, divertirsi e sognare. I tratti distintivi della comunicazione virtuale possono rendere la Rete più agevole della realtà, anzi tanto gradevole da instaurare una sorta di dipendenza. Nel 1996 la dottoressa statunitense Kimberly Young, pubblicò la ricerca intitolata “Internet Addiction: the emergence of a new clinical disorder”, relativa allo studio di un campione di soggetti dipendenti dalla Rete. Nel 1998 Cantelmi presentò, durante un congresso di psichiatria a Roma, i primi quattro casi italiani di dipendenza da Internet (Cantelmi et al., 2000). Dal momento che Internet sta diventando una realtà non più relegata ai soli adulti, ma vissuta anche da adolescenti e bambini, diventa dunque fondamentale indagare l' impatto che una così potente tecnologia ha sulla psiche dell' uomo, in una fase evolutiva dell' umanità caratterizzata da tecnologie sempre più umanizzate e da uomini sempre più tecnologizzati.

 

La neuroplasticità

La rivoluzione e l' evoluzione che internet e la tecnologia digitale in generale stanno favorendo nell' essere umano, si fonda su una caratteristica centrale del cervello: la neuroplasticità. I nostri cervelli sono in continuo cambiamento e si adattano a variazioni, anche minime, delle nostre condizioni e del nostro comportamento. La plasticità, osserva Alvaro Pascual-Leone, uno dei principali ricercatori in neurologia, è la situazione normale in cui si trova il sistema nervoso per l’intera durata della vita. I cervelli cambiano di continuo in risposta alle nostre esperienze e al comportamento, rimodellando i propri circuiti interni a ogni stimolo sensoriale, atto motorio, associazione mentale, ricompensa, progetto di azione o slittamento dello stato di coscienza.  Il cervello è dunque definibile come un processo esperienza-dipendente (Siegel, 2013). La neuroplasticità ci permette di sottrarci alle limitazioni del nostro genoma e di adattarci alle situazioni ambientali, ai cambiamenti fisiologici e alle esperienze. (Pascual-Leone et al., 2005). Quando alcuni circuiti nel nostro cervello si rafforzano attraverso la ripetizione di un’attività fisica o mentale, cominciano a trasformare questa attività in un’abitudine. Tuttavia la neuroplasticità, per quanta flessibilità mentale ci garantisca, può finire per rinchiuderci in comportamenti rigidi (Doidge, 2007). I nostri circuiti non ritornano allo stato precedente come un elastico: rimangono nello stato modificato. E non è detto che questa sia una situazione auspicabile. Le cattive abitudini possono radicarsi nei nostri neuroni con la stessa facilità di quelle buone. La mente, quindi, si allena ad essere “malata" (Pascual-Leone et al., 2005). Alcuni esperimenti, inoltre, mostrano che, proprio come il cervello può costruire nuovi circuiti o rafforzarne di esistenti attraverso l’esercizio, tali circuiti possono indebolirsi se trascurati. Se smettiamo di esercitare le nostre facoltà mentali, non le dimentichiamo e basta: la mappa cerebrale per quelle funzioni viene occupata da altre che invece continuiamo a svolgere (Doidge, 2007). Grazie alla neuroplasticità, ai nostri figli non trasmettiamo solo le nostre abitudini  attraverso gli esempi che proponiamo e l’istruzione che forniamo loro, ma anche tutte le modifiche nella struttura del cervello.

Poiché il linguaggio è, per gli esseri umani, il principale veicolo del pensiero cosciente, le tecnologie che ristrutturano il linguaggio tendono a esercitare un enorme influsso sulla nostra vita intellettuale, sul nostro modo di esperire e sul nostro cervello. Una delle prime abilità che è stata influenzata dalla tecnologia digitale in generale, e da Internet in particolare, è stato il nostro modo di leggere, in conseguenza dell’approccio che abbiamo con uno schermo animato e interattivo e non più con le pagine statiche della carta stampata. Una serie di studi condotti in Cina, Norvegia e USA hanno dimostrato che con la lettura sui libri rimangono impresse nella mente più cose rispetto alla lettura dello stesso testo su un dispositivo digitale (Chen et al., 2014; Mangen, Walgermo e Brønnick, 2013; J.T. Schugar e H.R. Schugar, 2014). In due ricerche è emerso che, nella lettura di un libro rispetto a quella del corrispettivo e-book, i genitori fanno più osservazioni sul contenuto e con le loro domande incoraggiano il bambino a riflettere e a raccontare le proprie esperienze (Parish-Morris et al., 2013). Decifrare ipertesti aumenta quindi il carico cognitivo dei lettori e indebolisce la loro capacità di comprendere e assimilare ciò che leggono. Da varie ricerche è emerso che la lettura di ipertesti produce maggior confusione e incertezza riguardo i contenuti, maggiore distrazione durante la lettura, minore ricordo del contenuto letto, minore concentrazione. (Miall e Dobson, 2001; Niederhauser et al., 2000; Beishuizen, Stoutjesdijk e Zanting, 1996; Rouet e Levonen, 1996; DeStefano e LeFevre, 2007). Per quanto riguarda l' abilità di scrittura, si è visto che rispetto all’approccio con la matita, l’apprendimento delle lettere attraverso la tastiera porta a una difficoltà maggiore nel riconoscimento delle singole lettere. Studi di neuroimaging condotti con la risonanza magnetica funzionale mostrano, che il riconoscimento di lettere imparate per mezzo della scrittura con la matita portano una maggiore attività nelle regioni motorie del cervello, cosa che non accade per le lettere apprese tramite la tastiera. Se ne deduce che solo la scrittura di lettere con una matita stimola tracce mnemoniche motorie che si attivano nella percezione delle lettere e ne facilitano il riconoscimento visivo. Questa ulteriore traccia di memoria visiva utile alla lettura non si attiva con l’uso della tastiera, in quanto il movimento di digitazione non ha alcun rapporto con la forma della lettera (Spitzer, 2012). Ma la tecnologia digitale e Internet non hanno solo modificato l’esperienza della lettura e della scrittura. Grazie all’interattività stanno ristrutturando il modo con il quale percepiamo e viviamo le relazioni, la base di partenza della costruzione della nostra esperienza di noi stessi e del mondo. Alla relazione si sostituisce la connessione. Da uno studio dei ricercatori della Stanford University su 3461 ragazze di età compresa tra 8 e 12 anni, è emerso che la media di ore di utilizzo di Internet al giorno era pari a 6,9 ore e che spendevano troppo tempo con cellulare, pc, televisore, video e Internet (Rideout, Foehr e Roberts, 2010). La ricerca ha dimostrato che un uso frequente di tecnomediazione della relazione si ripercuote in maniera negativa sulla capacità di instaurare rapporti sociali. Le ragazze che parlano più spesso direttamente tra di loro, hanno relazioni migliori e si sentono in generale più normali e meno isolate. Un’ indagine pubblicata su Science da un gruppo di scienziati della Oxford University ha indagato il rapporto tra dimensioni del cervello e dimensioni della rete sociale nei macachi, per mezzo della risonanza magnetica dei cervelli di 23 animali che avevano vissuto più di un anno in gruppi sociali di grandezze diverse (Sallet et al., 2011). Queste ricerche hanno dimostrato che la vita in un gruppo sociale più ampio aumenta la competenza sociale e porta a un incremento delle regioni cerebrali preposte alla funzione sociale.

 

Adulti bambini e bambini adulti

Accanto alla neuroplasticità, processo che risulta essere fisiologicamente più attivo nei bambini che negli adulti, vi è un altro importante fattore in grado di influenzare le giovani menti. E' il ricorso sempre più frequente alle tecnologie da parte dei genitori per "stimolare" ed, al contempo, "accudire" i figli della globalizzazione. Nella sua profonda analisi della società attuale, Marina D'Amato, professore ordinario di Sociologia presso l'Università Roma Tre, sostiene che esistono i bambini ma scompare l'infanzia. E ciò accade non solo perché vi è un oggettivo calo delle nascite, ma soprattutto perché gli adulti non riconoscono ai bambini una loro specificità. Con l'era dei media e quindi con l'accesso indifferenziato alla conoscenza, si assiste ad una progressiva omologazione culturale che, se da un lato obbliga il bambino ad adattarsi ad una società in rapida trasformazione, dall'altro getta il genitore in una condizione di crisi. Quest'ultimo infatti, seppure spinto da una nuova sensibilità nei confronti del mondo cognitivo ed affettivo del proprio figlio (grazie ai contributi della psicologia dello sviluppo), "non è impegnato nel compito di educare (ex-ducere), bensì sedurre (sè-ducere), attirare il bambino a sè, compiacendolo in ogni suo bisogno, spesso iperstimolandolo, complice in questo la società dei consumi, che è ovviamente gestita dagli adulti". Il bambino viene così sempre più visto come un "prodotto" da migliorare in modo esponenziale, in quanto prolungamento dell'adulto. La post-modernità risulta dunque permeata da un puerocentrismo narcisistico. D'Amato osserva: "Nella nostra società i genitori investono fortemente sul piano affettivo nei pochi figli che mettono al mondo, tendono a rispecchiarsi in essi e a riversare su di loro le proprie attese e i propri bisogni". L'imperativo categorico della realizzazione personale si traduce pertanto in una indifferenziazione dei ruoli, per cui genitori immaturi inducono i bambini a diventare precocemente grandi, così da poterli trattare come dei pari. In questo scenario di bambini adulti e adulti bambini, i media giocano un ruolo fondamentale, in quanto essi riflettono un'idea di infanzia precocemente adultizzata, perennemente esposta ad una cultura che definisce bisogni e desideri degli adulti. Adulti che, rimanendo allo stadio infantile, non riescono di fatto ad esercitare il proprio ruolo di genitori responsabili e tentano di risolvere la loro inadeguatezza attraverso il controllo e la delega emotiva al sociale. E ricorrono così sempre più spesso ai media, alle tecnologie, agli schermi. La generazione touch screen fruisce quotidianamente e costantemente di tv, videogiochi, pc, tablet, smartphone, soprattutto per motivi di svago. I media digitali sono onnipresenti nelle loro vite e concorrono con la famiglia e la scuola alla loro socializzazione.  La tv, in particolare, interviene in questo processo precedendo anche la scuola. Essa rappresenta infatti, per la facilità di accesso, la prima interazione extrafamiliare per la maggior parte dei bambini occidentali. Tuttavia "moltissime ricerche dimostrano che i bambini, quando hanno altro da fare, non guardano la tv né digitano su una tastiera: l'una e l'altra, semplicemente riempiono il vuoto delle assenze". Assenze che si fanno sentire e che sono imputabili, in parte, alle mutate esigenze socio-economiche della famiglia contemporanea, in cui sempre più spesso lavorano entrambi i genitori. Questi ultimi affidano agli schermi, alla scuola, allo sport, al gruppo dei pari e ai nonni la cura dei figli e la responsabilità che essa comporta. D'Amato afferma: "L'ansia, placata dall'organizzazione attivata con le deleghe, finisce per essere l'alibi per non stare con i bambini, per non condividerne la quotidianità e i bisogni.[...] Preoccuparsi per qualcosa, anzi per qualunque cosa, è la strategia che offre alla madre e al padre da un lato la possibilità di confermare l'attendibilità e l'efficacia del ruolo genitoriale, e dall'altro la possibilità di non fare, ma più semplicemente gestire.[...] Padri e madri difficilmente accettano la fatica di crescere i figli, e negandoli come un mondo a parte, cercano di assimilarli al più presto alla propria vita."

Il pensiero della sociologa si pone dunque come un monito, più che come critica, alle attuali generazioni  di genitori. La loro infantilizzazione può pericolosamente rappresentare terreno fertile per un' adultizzazione precoce dei loro figli, ma anche comportare una sovraesposizione di questi ultimi  all' uso dei media digitali e ai rischi che ne conseguono.