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A partire dall'ipotesi che guida il presente studio, che propone che la presenza di nessi motori tra l'apertura delle dita e l'apertura della bocca sia un buon indicatore dello sviluppo motorio, linguistico e comunicativo del bambino, sono stati analizzati tali nessi in un soggetto con Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, patologia in cui si osserva un deficit nelle abilità comunicative e linguistiche, attraverso lo studio della Formante (F) 1 dello spettro vocale legata all'apertura della bocca interna in relazione alla variazione dell'apertura delle dita durante la prensione di oggetti grandi e piccoli. Anche se, per insufficienza di soggetti da includere nel gruppo sperimentale, non è stato possibile effettuare un confronto statistico tra il gruppo di bambini con sviluppo tipico  (TD) e il gruppo sperimentale di bambini con Disturbi Generalizzati dello Sviluppo (DGS), dai risultati preliminari si osserva che, nel gruppo TD, i valori della F1 sono modulati, anche se non in modo ancora statisticamente significativo, dai parametri cinematici della prensione che si modificano al variare delle dimensioni degli oggetti afferrati. In accordo con gli studi Gentilucci e colleghi (2001), tali effetti non sono stati osservati nella condizione di controllo in cui non vi era interazione manuale con gli oggetti (grandi e piccoli) presentati. Al contrario invece, dall'analisi dei valori medi del parametro vocale registrato per il soggetto appartenente al gruppo sperimentale (DGS) si osserva, rispetto al gruppo TD, un andamento profondamente diverso. In altre parole, ciò che emerge in questa fase preliminare è che, probabilmente, nei soggetti con DGS, non si osservano modulazioni specifiche del valore di F1 al variare delle dimensioni dell'oggetto afferrato e che la condizione di controllo in cui non vi è interazione con l'oggetto sarebbe sovrapponibile, per quel che riguarda i valori della F1 alla condizione sperimentale in cui vi è interazione manuale con l'oggetto. Ciò, potrebbe suggerire una probabile compromissione dei doppi comandi motori alla mano e alla bocca nei soggetti con Disturbo Generalizzato dello Sviluppo e concorrere a spiegare in termini "motori" le difficoltà comunicative e linguistiche caratterizzanti questi pazienti. Infatti, a partire dall'ipotesi teorica di Iverson e Wozniak (2007) secondo cui le difficoltà osservate in questi soggetti sarebbero spiegabili in termini di ridotta organizzazione e sincronizzazione tra il sistema motorio e il sistema vocale, il presente lavoro di tesi, anche se solo preliminarmente, confermerebbe attraverso un riscontro oggettivo tali anomalie. L'idea di cercare una spiegazione motoria dei sintomi caratterizzante la sindrome autistica e in generale i Disturbi Generalizzati dello Sviluppo è nata dall'analisi di numerosi studi che confermano la presenza nell'autismo di anomalie motorie  correlabili all'entità dei deficit sociali-comunicativi (Bauman, 1992, Scalzeri et al., 2011,Teitelbaum et al., 1998).

I primi risultati del presente studio potrebbero aprire la strada alla ricerca di implicazioni diagnostiche-riabilitative dei Disturbi Generalizzati dello Sviluppo e dell'autismo nello specifico. Portare infatti al centro dell'autismo i deficit motori, potrebbe oggettivare una diagnosi precoce basata sull'osservazione del comportamento e incentivare a rivolgere, in termini di intervento riabilitativo,  maggior attenzione alle difficoltà motorie nella consapevolezza che il miglioramento di esse potrebbe favorire dei progressi nella altre aree dello sviluppo e nello specifico nell'area linguistica-comunicativa.  

 

RIFLESSIONI SULLA PRASSI PSICOMOTORIA

 

Per comprendere l'altro, cioè per imitare i suoi sentimenti in noi stessi,
noi ci mettiamo in una prospettiva di imitazione interna che
in qualche modo fa sorgere, fa sgorgare dei sentimenti in noi analoghi,
in virtù di un'antica associazione tra movimento e sensazione.

Friedrich W. Nietzsche

 

A partire dai risultati del presente lavoro di tesi, in senso più generale, esso soddisfa il desiderio dell'autrice di ricercare un riscontro oggettivo e scientifico di ciò che la prassi psicomotoria sostiene sin dalla sua nascita collocabile in Francia, negli anni '60 circa. La psicomotricità ha sempre cercato di pervenire, teoricamente e praticamente, all'unità  bio-psico-sociale dell'individuo mettendo al centro del suo interesse le aree di confine tra dimensione biologica e psichica e occupandosi del movimento (inteso come fenomeno psichico) all'interno di un'attenzione globale allo sviluppo del bambino. I maggiori esponenti di questa disciplina sostengono che, nel bambino piccolo (0-6 anni),  le competenze emotive e cognitive in via di sviluppo si fondino su tutte quelle esperienze di vissuto che hanno come co-protagonisti il corpo e il movimento. L'assunto di base della teoria psicomotoria è che la matrice della conoscenza è l'azione, e il bambino si relaziona al mondo con i cinque sensi più il sesto senso ossia il movimento. E' attraverso la ripetizione di azioni che il bambino riceve feedback utili allo sviluppo del pensiero.

Portare quindi al centro della sindrome autistica i sintomi motori, per anni considerati secondari alle difficoltà sociali e relazionali, confermerebbe l'ipotesi teorica psicomotoria secondo cui le competenze di un bambino si costituiscono a partire dall'azione e dal corpo come veicolo di emozioni. Quindi, tenendo in considerazione la complessità del disordine autistico, nella consapevolezza che esso non può certamente essere ridotto a mero deficit della cognizione motoria, l'approccio psicomotorio, configurato in relazione ai più recenti studi neuro-scientifici e psicologici si potrebbe confermare   appropriato e peculiare. In aggiunta a ciò, di fondamentale importanza è la formazione corporea del terapista dal momento che l'intervento psicomotorio non può prescindere dal coinvolgimento corporeo di chi lo conduce. La formazione corporea infatti intende dare strumenti per arricchire sia l'espressività che l'agilità motoria in modo che l'interazione corporea con l'altro sia sciolta, creativa, adatta.

I disturbi del movimento osservati nell'autismo e le anomalie dell'organizzazione del sistema specchio, sono stati per anni ritenuti secondari. Tuttavia essi dimostrano un'organizzazione funzionale atipica, un'incapacità di prevedere le conseguenze di un'azione sia effettuata che osservata. Il deficit della fluidità dell'azione presente nell'autismo non consentirebbe di contenerla in un format intenzionale e ciò potrebbe essere una ragione delle difficoltà di comprensione dell'azione compiuta dagli altri. A tal proposito, l'intervento psicomotorio, che tiene in particolare considerazione la gestione del contesto nel quale si agisce, potrebbe essere per il bambino autistico molto importante per estrapolare l'obiettivo dell'azione stessa, la sua finalità e la comprensione dell'intenzione. Il bambino autistico infatti, in mancanza di una rappresentazione mentale interna che consente una comprensione immediata dell'azione osservata, attua un compenso, servendosi delle informazioni semantiche e visive che provengono dall'ambiente, giungendo così ad una comprensione puramente associativa anziché esperienziale.  L'alterazione nei soggetti autistici del sistema dei neuroni specchio ampiamente discussa nella sezione teorica, potrebbe, secondo gli autori del testo "Autismo e psicomotricità", essere plasmata continuamente dalla possibilità di vivere esperienze di reciprocità e di efficacia all'interno di interazioni interpersonali. L'intercorporeità sembrerebbe quindi il punto di partenza. Il compito del terapista, secondo l'ottica psicomotoria, sarebbe infatti quello di favorire quel tipo di esperienze in cui il corpo  è attivamente implicato attraverso l'azione affinché in esso rimangano tracce da rielaborare, integrare e rappresentare.

La terapia psicomotoria, infatti, definita "terapia dell'azione attraverso l'azione"   è la ricomposizione e la connessione di azioni o frammenti di azioni attraverso l'interazione di gioco. Essa non ha dunque come scopo primario quello di sviluppare l'efficienza motoria, favorire specifici apprendimenti o riconoscere particolari deficienze motorie. Tramite le proprie azioni lo psicomotricista cerca piuttosto di integrare le capacità motorie espressive e comunicative del bambino e attribuire un significato condiviso alle sue azioni al fine di costruire in lui l'immagine di sé agente.

Poiché nel bambino con autismo si osserva una difficoltà (non ancora chiara e da definire) ad integrare e rielaborare a livello rappresentativo le esperienze vissute, il continuo sperimentare di schemi di azioni con i loro effetti nel setting psicomotorio e il rinforzo esterno di tali comportamenti, potrebbe facilitare la generalizzazione degli apprendimenti nella vita quotidiana.

Per concludere, la riflessione che nasce dall'autrice di questo lavoro di tesi, al termine dell'esperienza formativa in ambito neuro psicomotorio, riguarda l'importanza di ricercare sempre, in un'ottica di Medicina Basata sull'Evidenza, una validità scientifica dei propri modelli interpretativi di riferimento al fine di proporre, all'interno dei percorsi di Terapia neuropsicomotoria, interventi efficaci e guidati da obiettivi razionali.

 

 


 "SEI CIECHI E UN ELEFANTE"

 

Come succede nella favola del cieco e dell’elefante,
ogni disciplina esamina un’area necessariamente limitata dell’elefante, della realtà,
al fine di conoscere in modo approfondito e dettagliato quella dimensione.
Ma per vedere tutto il quadro, per avere un’impressione complessiva dell’intero elefante
è fondamentale cercare di mettere insieme i diversi campi.
Mentre ogni singolo cieco può non essere d’accordo con la prospettiva dell’ altro
tutti possono fornire contributi importanti a un’idea dell’insieme.

Siegel 2009

 

C'era una volta, in un paese molto lontano un re, che stava seduto a un tavolo con i suoi distinti cavalieri. I cavalieri stavano litigando su un argomento, quando fu portato al re, come dono da un nobile amico, un animale gigantesco e molto strano.

L'ambasciatore, che aveva portato lo strambo omaggio, riferì che il nome dell'animale era "elefante". Il re, un saggio burlone, decise che la discussione tra i cavalieri non sarebbe stata ripresa e ordinò a un paggio di radunare in piazza tutti quelli che erano ciechi fin dalla nascita.

Dopo che i sei ciechi del paese furono radunati, il re giunse con i suoi cavalieri e l'elefante. Fece, dunque, toccare a ognuno dei ciechi, una parte dell'animale. Il primo toccò una gamba, il secondo la coda, il terzo la proboscide e così via; ad ognuno fu detto "questo è l'elefante".

Quando l'esperimento fu terminato, il re chiese: "Avete toccato l'elefante?"

Tutti i ciechi risposero di sì. Il re chiese loro, dunque, com'era fatto; il primo disse che somigliava a una colonna, il secondo affermò che pareva uno scacciamosche, il terzo che rassomigliava a un manico e così via, finché il sesto, che aveva toccato un orecchio, disse: "Maestà, un elefante assomiglia a un ventaglio ".

I ciechi, singolarmente convinti di essere nel giusto, principiarono a discutere tra di loro; poi la discussione degenerò e questi giunsero ad azzuffarsi. La rissa, inizialmente, fece divertire il re, che, tuttavia, dopo un po' se ne stancò e li fece smettere.

Rivolgendo lo sguardo ai suoi cavalieri, il re disse: "Non avete torto, ma nessuno di voi ha ragione. Fate tutti delle affermazioni differenti, semplicemente perché ognuno ha toccato una parte diversa dell'elefante. In verità vi dico che l'elefante ha tutte le caratteristiche dette, ma non si limita a nessuna di esse. Solo toccando il più possibile con i sensi a nostra disposizione, dicendo la verità e accumulando il sapere di ognuno, tutti noi potremo avvicinarci sempre più ad una conoscenza corretta dell'elefante. Non ascoltare l'altro e litigare stupidamente sono cose che non conducono a nulla di buono".

 

SEI CIECHI E UN ELEFANTE

 

UDANA 6.4, BUDDHA


 

 

Indice

 
All’inizio era il verbo? No, all’inizio era l’azione! Alla ricerca di una spiegazione motoria delle difficoltà comunicative nell’autismoRiassunto; Abstract
 
 INTRODUZIONE: premesse; scopi.
 
  1. L' AUTISMO: definizione di autismo; incidenza e prevalenza; criteri diagnostici e sintomi; disturbi pervasivi dello sviluppo; strumenti diagnostici, la valutazione funzionale; diagnosi differenziale; eziopatognesi, eredita' e geni coinvolti, teorie neurologico-patofisiologiche, teorie interpretative e neuropsicologiche.
  2. ALLA RICERCA DI UNA SPIEGAZIONE MOTORIA DELL’AUTISMO E DEI SUOI SINTOMIcenni introduttivi; azione e linguaggio, dalla mano alla bocca: evoluzione della comunicazione verbale; sistema specchio, cognizione sociale e evoluzione del linguaggio, caratteristiche anotomo-funzionali del sistema specchio, sistema specchio e linguaggio; controllo motorio accoppiato di mano e bocca, associazione del sistema specchio con i doppi comandi; sviluppo del sistema orale-manuale precoce in soggetti con sviluppo tipico; spiegazione motoria delle difficolta' comunicative verbali nei soggetti con autismo.
  3. MATERIALI e METODIpresupposti teorici; partecipanti, gruppo sperimentale, gruppo di controllo; apparato, stimoli e procedura; registrazione e analisi dei dati, registrazione e analisi cinetica, registrazione e analisi vocale, analisi statistica.
  4. RISULTATIanalisi cinematica; analisi vocale.
  5. DISCUSSIONE
 
CONCLUSIONI
 
BIBLIOGRAFIA
 
RINGRAZIAMENTI
 

Tesi di Laurea di: Valentina DEL BELLO