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Il Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva e la Pratica Psicomotoria.

Il terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva ha il compito di analizzare il ruolo del movimento nella determinazione e nel recupero di un deficit globale, di proporre eventuali indicazioni di trattamenti di tipo psicomotorio o di suggerire una fisioterapia specifica, qualora vi siano paralisi concomitanti ( Pfanner, Margheschi, 2005).

Nell’ambito degli interventi riabilitativi rivolti a soggetti con RM e più in particolare con SD, in base al livello di gravità, di frequentemente è richiesto al terapista della neuro e psicomotricità di prendere in carico bambini con importanti ritardi motori,  ipotonia, difficoltà di coordinazione motoria e di spostamento, deficit del linguaggio e della comunicazione.
In questi casi il suo compito principale è quello di far nascere il soggetto al desiderio e al piacere del movimento, dello spostamento e della comunicazione, malgrado i deficit organici motori e cognitivi fin troppo sovente considerati irrimediabili. Nei casi più gravi questo tipo di aiuto può  avere dei punti in comune con l’intervento kinesiterapeutico o con l’intervento logopedico, ma si differenzia enormemente da essi nei  principi logici, scientifici e tecnici.

A fronte di una richiesta di intervento per il neuro e psicomotricista diventa importante fare una lettura della domanda (che può pervenire dall’ équipe, da un altro operatore inviante, dai genitori stessi), individuare l’obiettivo del trattamento in maniera condivisa con altri operatori coinvolti, oltre che con i genitori stessi, ed impostarne la <logica>, all’interno di un progetto di aiuto complessivo che definisca chi fa che cosa sulla base del ruolo, della competenza professionale, ma soprattutto sulla base della formazione personale.

Sulla base delle caratteristiche del soggetto e degli obiettivi individuati, nell’ottica di un approccio che comunque consideri il movimento espressione della globalità del soggetto, nei suoi aspetti motori, cognitivi, affettivo-relazionali, si tratta di definire il <focus> dell’intervento che può essere:

  • a prevalenza motoria, ovvero più diretto sulla funzione e alle competenze motorie di base (indirizzo neurofisiologico)
  • a prevalenza cognitiva, ovvero più diretto sulla rappresentazione (indirizzo neuropsicologico);
  • a prevalenza relazionale, ovvero più diretto agli aspetti emotivi e motivazionali che fanno capo all’organizzazione più generale della personalità, comprendendo anche la componente psiconeurologica (Camerini, De Panfilis, 2004).

A seconda dell’orientamento si potrà stabilire una modalità d’intervento più o meno direttiva e si potrà predisporre un contesto operativo (setting) più o meno strutturato, facendo attenzione ad evitare facili integrazioni di tecniche che spesso rischiano di disorientare la logica dell’intervento.  E’ da evidenziare come le diverse Scuole di psicomotricità pur mantenendo principi operativi comuni corrispondono, per quanto riguarda i modelli teorici e le strategie d’intervento, alla prevalenza di uno di questi focus rispetto agli altri.

E’ acquisito come in sintomi quali il ritardo psicomotorio, il ritardo del linguaggio, il disturbo emozionale, la difficoltà di costruire schemi di azione integrati, di concettualizzare l’azione in parole e d’instaurare  relazione “sé – oggetto” differenziate, si riverberano patologicamente in modo circolare e rendono inopportuno un intervento settoriale. Inoltre, interventi integrati, basati sulla considerazione  dello stretto intreccio  tra sviluppo funzionale e dinamiche relazionali  e sulle proposte più utile a promuoverlo, possono risultare efficaci in una gamma di disturbi che si traducono in uno sviluppo disarmonico. In questa prospettiva lo sviluppo adeguato di processi quali: l’attenzione condivisa, il coinvolgimento interattivo, la gestualità intenzionale reciproca e le sequenze comportamentali del tipo “mezzo-fine”, diventano obiettivo terapeutico specifico, in quanto indispensabile all’emergenza di processi di comunicazione  più differenziati e simbolizzati, oltre che elementi centrali nella formazione di una personalità meglio integrata.

La metodologia psicomotoria, per la sua base epistemologica (integrazione tra psicologia dell’età evolutiva e psicodinamica, etologia e semiologia) e per il setting che propone, può essere un approccio privilegiato per affrontare difficoltà specifiche di questi livelli precoci  di sviluppo , spesso presenti anche in bambini che possiedono già alcune capacità simboliche, ma sono rigidi, ripetitivi, disorganizzati o inibiti. La possibilità che offre di servirsi in modo dinamico della varietà di espressioni del soggetto, da quelle senso-motorie a quelle simbolico-immaginative e costruttivo-grafiche, consente di graduare l’aiuto terapeutico, adattandolo anche a stadi precoci e disorganizzati di sviluppo. Si tratta della possibilità di utilizzare proposte interattive che usino il movimento come organizzatore di esperienze di integrazione psicosomatica e lo spazio come contenitore ed organizzatore delle comunicazione preverbali (Piperno, Fabrizzi, 1996).

Poiché in fase precoce l’attività mentale può essere descritta in termini di spazio interno/esterno, è possibile usare lo spazio come virtuale spazio mentale in cui il bambino può essere aiutato, dalle discontinuità e dalle significazioni  proposte dall’adulto, a costruirsi la rappresentazione dei propri confini rispetto all’altro e delle propria continuità psichica.
Dimensioni esperenziali concrete vengono così ad assumere il valore di “significanti presimbolici” sui quali far emergere i primi segnali di coinvolgimento  intenzionale.

E’ a partire da questi, in un contesto di attenzione condivisa, che il terapista della neuro e psicomotricità svolge la funzione integratrice necessaria selezionando, mantenendo, rilanciando i segnali che il bambino invia (in modo caotico, frammentato, rigido e/o perseverativi) per ampliare l’ambito della segnalazione intenzionale e della significazione.

In particolare, nei disturbi della comunicazione, il contesto sensomotorio si rileva ideale, in quanto permette di mediare la presenza dell’adulto  in funzione iniziale di supporto, contenimento, specchio di ricezione dell’attività del bambino e di organizzazione delle sollecitazioni che ne derivano, orientandole in senso interattivo. E’ inoltre un contesto ideale per affrontare nei giochi di rassicurazione profonda (apparire-scomparire, distruggere-ricostruire, perdere-ritrovare l’equilibrio) paure arcaiche connesse al deficit di integrazione e differenziazione (Aucouturier, 1986).

Anche nelle situazioni più gravi, come soggetti con disturbo generalizzato dello sviluppo,  si osserva  che non appena è possibile instaurare un codice di reciprocità, a partire dai parametri preverbali, è possibile anche stabilizzare l’attenzione verso sequenze interattive e veder comparire isole di attività rappresentazionale e parole che fissano il senso dell’interazione. A partire da questo momento è più facile costruire col bambino sequenze di gioco più articolate, affrontando quelle che appaiono, sempre più chiaramente, come le principali aree tematico-affettive problematiche (fase dell’elaborazione e differenziazione rappresentazionale, secondo il modello evolutivo strutturalista).

E’ a questo punto che il lavoro può essere affiancato, se necessario, dall’intervento logopedico, quando una maggiore strutturazione del sé permette di lavorare specificatamente sugli aspetti linguistici.

Nell’ottica di favorire al massimo la qualità di vita dei giovani soggetti con RM grave, la pratica psicomotoria si pone come obiettivo principale a lungo termine quello di sviluppare un’area di benessere permanente, di dare spazio al piacere personale, stimolando, quando è possibile la capacità di realizzare scelte libere, che si discostino dai meri comportamenti esecutivi. Prendendo come perno l’azione, l’intervento psicomotorio ha la funzione sia di sollecitare le funzioni neuro-psicologiche che l’aspetto espressivo del movimento, in un clima di sicurezza e di empatia tonico-emozionale con l’operatore, lasciando sullo sfondo gli obiettivi metodologici. 

Gli assunti di base della moderna neuropsicologia  ci consentono di dire che le connessioni umane plasmano le connessioni dello sviluppo delle connessioni nervose, che costituiscono il substrato neurologico della mente. In quest’ottica la funzione principale del progetto riabilitativo dovrà essere proprio quello di facilitare lo sviluppo della qualità dell’interazione e della relazione, per riabilitare i circuiti cerebrali che danno origine ai diversi processi mentali (Siegel, 2001).

Tanto più il RM è grave, tanto più il processo terapeutico si caratterizzerà per la lentezza evolutiva, per una ripetizione delle azioni, per una resistenza al cambiamento: fattori, questi, che si intensificano con il progredire dell’età. Tali fatti rischiano di avere una ricaduta sul comportamento del Terapista.Tanto più il ritardo imprigiona il soggetto, tanto più sarà necessaria una riflessione sulla scena che si dovrà predisporre per il suo aiuto. Infatti la rigidità degli schemi nel soggetto con RM non è solo di ordine cognitivo, ma anche affettivo e motorio, con una forte ricaduta sulle possibilità espressive e ludiche.

E’ la frammentazione o, a volte, l’assenza di un codice comunicativo a determinare il ruolo del terapista, che diventa simile a quello dell’etologo o del criptoanalista, di qualcuno cioè che riceve i messaggi non destinati a lui. 

La funzione del Neuro e psicomotricista può allora diventare fondamentale, all’interno di un approccio integrato, se riesce a individuare e sottolineare i tratti minimi del comportamento , cogliendo nel soggetto le modalità d’uso dello sguardo, le sfumature del tono muscolare nel contatto corporeo, le variazioni posturali, l’uso dello spazio prossemico e le modulazioni della voce, e a ricondurle in possibili microsequenze di azione dotate di senso relazionale.

A partire dalle proprie competenze, la funzione del neuro e psicomotricista, all’interno del progetto educativo- riabilitativo,  sarà quella di favorire la lettura e l’interpretazione delle espressioni del soggetto con RM grave, del suo comportamento e delle sue manifestazioni, anche negli altri soggetti responsabili degli interventi, fornendo così un sostegno anche all’azione educativa, legata all’acquisizione di comportamenti adeguati o finalizzata all’attivazione di apprendimenti minimali.

 

Indice

 
PREMESSA

 

PARTE PRIMA

  1. Ritardo Mentale e Sindrome di DownEziologia del ritardo mentale; Classificazione del ritardo mentale
  2. La Sindrome di DownEziologia; Epidemiologia; La dimensione biologica; Caratteristiche cliniche, Caratteristiche neuropsichiche della Sindrome di Down, Aspetti psicopatologici

PARTE SECONDA

  1. Il progetto Educativo-Riabilitativo di soggetti con Sindrome di Down: Linee generali del trattamento; Obiettivi generali del trattamento; Sorveglianza dello sviluppo neuropsichico; La valutazione; Impostazione del trattamento; Verifica e modificabilità del trattamento; Per quanto tempo?

PARTE TERZA

  1. L’Intervento Neuropsicomotorio: Il Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’ Età Evolutiva e la Pratica Psicomotoria
  2. Sindrome di Down - Un Caso ClinicoIl contesto operativo e la presa in carico; La storia di Andrea; L’ incontro con i genitori; Inquadramento diagnostico-funzionale; Come si presenta; La valutazione psicomotoria e il progetto di presa in carico, Il contratto, Sintesi dell’osservazione iniziale e obiettivi generali; Il Piano Educativo Individualizzato (P.E.I.); L’efficacia dell’intervento e i passaggi rilevanti del trattamento, Schede analitiche di osservazione, I passaggi rilevanti del trattamento e i cambiamenti intercorsi nei diversi ambiti
 

CONCLUSIONI

 

BIBLIOGRAFIA
 

Tesi di Laurea di: Maria PISCITELLO