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La psicomotricità è una disciplina poliedrica, ha varie accezioni, secondo le quali essa è ora Educazione, ora Rieducazione, ora Terapia psicomotoria. La sua evoluzione storica ha seguito due linee parallele, quella pedagogica, passante per l’ambito scolastico, e quella riabilitativa, che è stata tracciata nell’ambito neuropsichiatrico. 

Boscaini propone una definizione degli spazi che a ciascuna compete: quello della “Educazione/Rieducazione” e quello della “Riabilitazione/Terapia”. Il primo riguarda l’ambito pedagogico, che è tale proprio in ragione dei bisogni cognitivi, di apprendimento, normativi, sociali, cui l’educazione tende a rispondere; mentre il secondo è quello clinico, dove i bisogni da soddisfare sono quelli personali di disagio e di aiuto. Naturalmente gli obiettivi e gli strumenti sono diversi, e di conseguenza anche le figure professionali chiamate ad operare in un caso o nell’altro sono differenti. Infatti il compito della didattica è affidato all’educatore o all’insegnante; mentre il terapista, con la sua specificità formativa ed operativa, interviene nel campo della patologia. Ed è proprio quest’ultima figura che ha come oggetto peculiare la patologia del movimento. La peculiarità della psicomotricità sta in effetti nell’approccio ai “disturbi psicomotori”, in quanto difficoltà della realizzazione dell’atto, a livello strumentale, cognitivo, emozionale, nel momento della relazione con l’altro, e dunque in quanto difficoltà della comunicazione. Quindi: “ la psicomotricità trova la sua collocazione specifica nell’ambito clinico; è dunque terapia; e l’operatore che vi corrisponde è il terapista della psicomotricità”. 

La terapia psicomotoria si rivolge ai bambini che manifestano ritardi dello sviluppo psicomotorio, disturbo del comportamento, della comunicazione e dell’apprendimento. Quindi il “sintomo psicomotorio” non rappresenta un deficit necessariamente di natura organica (il deficit organico è considerato prerogativa della riabilitazione), ma piuttosto un disordine dell’espressività motoria, cioè delle motivazioni, della previsione e della progettualità dell’atto, dell’aspettativa e del piacere del gesto, nella situazione relazionale con l’altro, e cioè dell’intenzionalità comunicativa. 

Il riconoscimento del sintomo presuppone l’impiego di strumenti specifici. Un contributo peculiare lo riveste Wallon, il quale afferma che lo sviluppo psicomotorio ha la sua motrice nella primordiale funzione tonico-posturale e che il corpo registra nella sua organizzazione tonica, tutta la propria storia. Quindi la Psicomotricità pone al centro della sua attività il “corpo” nella sua interezza.

Nel tentativo di fare chiarezza circa gli ambiti operativi propri della Psicomotricità, Le Boulch opera un’ulteriore distinzione terminologica: “rieducazione” ed “educazione”. La rieducazione, secondo Le Boulch si applica nei soggetti con disordini motori dall’età dell’adolescenza in poi, allo scopo di facilitare un recupero dell’immagine del corpo “operatorio” e favorire un’evoluzione nel miglior equilibrio possibile, malgrado l’handicap. L’educazione ha lo scopo di favorire la genesi dell’immagine del corpo, nucleo centrale della personalità, e si applica quindi durante tutto il periodo di maturazione dello schema corporeo, ovvero fino al periodo della pubertà, e questo sia nel soggetto normale, sia con handicap. In sostanza il denominatore comune risulta essere l’immagine del corpo, della quale si deve favorire lo sviluppo nell’educazione ed il ripristino in rieducazione. 

L’Educazione si svolge principalmente nel campo pedagogico ed ha fatto propri i concetti , ormai patrimonio della Psicomotricità (che a sua volta li ha mutuati dagli assunti piagettiani, psicoanalitici, e postpsicoanalitici). Rimane sempre educazione, cioè arte intesa a sviluppare le qualità fondamentali dell’essere e mirante a preparare l’uomo al migliore adattamento al suo ambiente, attraverso l’apprendimento cognitivo e normativo-comportamentale, i quali restano obiettivi ancora specifici dell’istruzione scolastica. 

“La psicomotricità, dunque, pone al centro della sua attività il corpo nella sua interezza: e il “corpo oggetto”, sottomesso all’analisi sintomatica come struttura deficitaria, e il “corpo soggetto”, vettore di scambi relazionali, capace di manifestare comunque la sua presenza attiva sull’ambiente spazio-temporale e di esercitare la sua disponibilità sia sul mondo esterno, sia sulla propria motricità. 

In definitiva l’Educazione sostiene il progredire esistenziale, la dinamica della personalizzazione dell’essere, accompagna la trasformazione del programma innato, stabilito geneticamente, attraverso la relazione armoniosa con l’ambiente circostante, in una costruzione voluta e desiderata di sé. L’Educazione psicomotoria, invece, utilizza il movimento quale strumento indispensabile nella conoscenza di sé, dell’altro e dell’ambiente. Il movimento, che si effettua come piacere della relazione, desiderio di fare, gioia di esplorare e di sperimentare, consentirà al corpo di disporre di tutte le qualità che esso potenzialmente contiene, permetterà l’espressione di sé nel rapporto col mondo, ovvero l’essenza dell’educazione psicomotoria. 

Rieducazione vuol dire rinnovare l’azione educativa, riaccompagnare l’evoluzione personale, riprendendola da dove si è interrotta. Allora essa è ricostruire la coscienza del proprio corpo, rievocare il potere di autocostruzione e autoregolazione del soggetto, attraverso se stesso, ristrutturare l’equilibrio personologico, rifondare e risintonizzare il rapporto con l’ambiente, nel senso di una comunicazione ritornata armoniosa. In sostanza essa ripropone al soggetto la possibilità dell’esperienza, che si svolge con ciò di cui dispone in conformità con ciò che egli deve essere. In questo senso la differenza tra educazione e Rieducazione psicomotoria è davvero molto sottile e quasi esse sembrano sovrapporsi ed identificarsi. 

Terapia, per definizione, indica l’insieme dei mezzi e delle modalità impiegati per combattere la malattia a partire dal sintomo. 

La terapia psicomotoria dunque ha come obiettivo quello di permettere di superare l’handicap, che si è inserito nella storia evolutiva, aiutando il soggetto ad organizzare la vita di relazione, a trovare la possibilità di introdurre, nella propria esistenza, l’ordine della realtà e dei valori attuali e ancora a fargli ritrovare la condizione del potere creativo della sua persona e l’accesso di libertà di essere e di fare; in definitiva a riscrivere la sua storia, secondo i modi ed i tempi di cui dispone. Attraverso l’azione, attraverso il movimento si sollecitano le qualità di adattamento dell’individuo, le quali hanno origine nella corteccia (dove circola l’informazione e dove si elabora la soluzione di problemi). L’azione diretta sull’handicap, sia esso di natura organica, sia di natura relazionale, stimola la corteccia e la circolazione delle informazioni e da qui l’instaurarsi di schemi nuovi di comportamento, i quali restituiscono la padronanza del corpo proprio e cioè la libertà di creare i movimenti e la disponibilità corporea nella relazione e nella comunicazione. La terapia psicomotoria si avvale del contributo di diverse professioni del movimento, tra cui l’educazione fisica, la ritmica, il gioco e l’espressione corporea in generale. Tramite queste diverse attività, il terapista accoglie le difficoltà, le emozioni, le paure e i desideri del bambino, favorendone l’espressione e la comunicazione verso l’esterno. L’intento del terapista è proprio quello di stimolare il soggetto a compiere delle azioni e allo stesso tempo a provare piacere nel far ciò che gli interessa maggiormente, favorendo un’espansione armonica della personalità. 

Quindi è palese che l’ambito nel quale deve operare la psicomotricità è quello della terapia, che ha come oggetto la patologia del movimento sia strumentale, sia relazionale, e la figura professionale più adatta ad occuparsene è il terapista della psicomotricità. 

 

Indice

INTRODUZIONE
 

Cap. I. LA PSICOMOTRICITA’

  1. Cenni storici
  2. Psicomotricità: educazione, rieducazione e terapia

Cap. II. LE NOZIONI FONDAMENTALI DELLA PSICOMOTRICITA’

  1. Il tono
  2. Lo schema corporeo

Cap. III. LO SVILUPPO PSICOMOTORIO DEL BAMBINO

  1. Primo stadio: dalla vita intrauterina al terzo mese
  2. Secondo stadio: dal terzo al nono mese
  3. Terzo stadio: dal nono al diciottesimo mese
  4. Quarto stadio: dal diciottesimo mese al terzo anno

Cap. IV. L’EDUCAZIONE PSICOMOTORIA NELL’Età PRESCOLARE

  1. Attività motoria globale: gioco libero
  2. Esercizi di percezione del proprio corpo: controllo tonico; scoperta e presa di coscienza delle diverse parti del corpo con verbalizzazione; giochi d’imitazione di gesti e atteggiamenti; orientamento del corpo proprio.….
  3. Motricità fine: dallo scarabocchio al grafema
 
CONCLUSIONI

 

BIBLIOGRAFIA
 

Tesi di Laurea di: Maria PADOVANO