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La psicomotricità è una disciplina a connotazione pedagogico-riabilitativo-terapeutica concepita come dialogo che, considerando la persona nella sua unità psicosomatica, agisce sulla totalità dell’individuo tramite il corpo e il movimento all’interno di una relazione, con metodi attivi di mediazione corporea allo scopo di contribuire al suo sviluppo integrale.”

La psicomotricità comprende tutte le funzioni motorie che sono direttamente o indirettamente legate alla psicologia del pensiero e alle funzioni cerebrali e si riferisce ad una precisa corrente di pensiero la quale mette in risalto il legame tra corpo e mente, in contrasto con la dualità spesso evidenziata. Essa rappresenta un sistema di controllo e di feedback utili per il raggiungimento di una relativa stabilità interna, alienando la comunicazione tra attività motoria e processi cerebrali. La psicomotricità è il rapporto che si crea tra l’apparato neurologico e quello locomotorio e si esprime quando l’uno ha bisogno dell’altro per attivare un movimento interno o esterno al corpo. Il rapporto corrisponde al risultato espresso da due concetti fondamentali: 

  • La mente, per progettare e sviluppare il pensiero del movimento corporeo richiede le informazioni provenienti dal corpo (impronta tonica, dati percettivi, ecc.); 
  • Il corpo, per progettare ed attivare il movimento dell’apparato locomotorio richiede i relativi impulsi al sistema nervoso centrale i quali inevitabilmente giungono condizionati alle altre funzioni cerebrali (emotiva, affettiva, cognitiva, motivazione, ecc.).

Le due concezioni sono in stretto rapporto tra loro e le informazioni di uno condiziona l’altro in maniera tangibile. Le azioni motorie, sociali, intellettive, emotive e la comunicazione di un individuo sono il risultato di una elaborazione di dati provenienti dalle funzioni cerebrali e dalle funzioni motorie.

In effetti il connubio “mente-corpo” rimanda all’etimologia della parola psicomotricità, dove il fondamento di questa disciplina è proprio l’esperienza corporea. In psicomotricità è il corpo e il movimento ad essere al centro della persona, un corpo che supera il dato anatomico e diviene corpo proprio, capace di gestualità, carico quindi di significato, di storia: un corpo che, quindi, supera la visione meramente funzionale per essere riconosciuto come luogo di espressione delle emozioni e dei pensieri. La psicomotricità è una disciplina che ha progressivamente costruito e definito il suo campo d’azione, dilatando e contraendo i suoi confini sotto l’influsso di pratiche terapeutiche, fenomeni culturali e approcci teorici diversi. 9

Essa trova la sua collocazione in ambito sanitario. È una terapia che si rivolge prevalentemente all’infanzia, a quei bambini che presentano disturbi psicomotori (iperattività, inibizione, maldestrezze, disprassie) degli apprendimenti scolastici, in particolare le disgrafie, e patologie quali l’autismo, le insufficienze mentali, i disturbi della personalità. Come si può notare, l’intervento è con diversi tipi di disordini, anche se è corretto affermare che le sindromi psicomotorie sono il suo campo specifico, così come tutte quelle situazioni di handicap in cui l’intervento sul movimento può favorire un miglior adattamento psichico del bambino. Quindi, la psicomotricità può essere definita come una scienza che studia l’attività motoria dal punto di vista psicologico. L’obiettivo di questa disciplina è proprio quello di approfondire, esaminare e teorizzare l’interazione tra il corpo inteso dal punto di vista di movimento biologico, e l’atto psichico che da individuale diventa sociale. 

Il termine psicomotricità è un neologismo che assume il suo pieno significato in tempi che si possono definire storicamente recenti. Si tratta, dunque, di una disciplina giovane. 

Prima di occuparci della psicomotricità contemporanea, bisogna guardare ai suoi inizi, ovvero al secolo diciannovesimo. Infatti il connubio “psico e motorio” è un discorso che risale al filosofo Descartes. Il dualismo anima e corpo è stato ed è spesso considerato come uno degli aspetti deteriori della filosofia cartesiana. In realtà, quel che c’è di nuovo in tale filosofia è il riconoscimento della sostanzialità del corpo. Riconoscere che il corpo è sostanza significa, in primo luogo, per Cartesio, rendere possibile la considerazione e lo studio del corpo come tale e cioè senza riferimento all’anima o ai suoi poteri: sicché quel riconoscimento appare a Cartesio come la prima condizione per lo studio scientifico del corpo umano; e in tal senso influì sullo sviluppo degli studi biologici. Il filosofo, pur affermando che “io non sono alloggiato nel mio corpo come un pilota nel suo naviglio, ma gli sono strettamente congiunto, in modo da formare un tutto solo con lui”, presuppone comunque una distinzione tra anima e corpo ina quanto il carattere della prima (indivisibilità) si contrappone al carattere del secondo (divisibilità). 

Il problema dell’anima è presente anche nel recentissimo libro di Edoardo Boncinelli, fisico e studioso di biologia molecolare. L’autore parla dell’anima come una sintesi dell’aspetto computazionale e fenomenologico della mente e conclude con il concetto di anima che comprende quello di mente e, se è ragionevole assumere che la mente risieda nel nostro cervello, possiamo anche vedere l’anima come potenzialmente coincidente con una parte rilevante del nostro corpo. La considerazione attorno alle definizioni sopracitate è che il rapporto spirito-corpo è un fatto fondamentale nel pensiero umano, oggi, come in Cartesio nel Seicento, e naturalmente ancor prima. È importante ricordarlo quando ci si addentra in una disciplina il cui nome è già impegnativo: psicomotricità, cioè psiche e movimento, l’essenza dell’uomo (e degli animali superiori), quindi il tutto, la globalità della persona. 

Tali puntualizzazioni servono per limitare il campo d’azione della psicomotricità, per confinarla nel suo territorio, senza disconoscerne le implicazioni anche filosofiche che essa trattiene, e per riconsegnarla alla sua identità di pratica terapeutica-riabilitativa. 

La storia della ginnastica e dell’educazione fisica nel diciannovesimo secolo ci offrono l’occasione di vedere come si sono modificati i legami tra corpo e spirito. Se è vero che in Italia il termine educazione fisica sostituisce quello di ginnastica nei programmi ministeriali del 1893, liberandosi dall’influenza militare che rimane comunque notevole e offrendo una dimensione innovativa alle attività motorie, sarebbe errato connotare la ginnastica come una disciplina finalizzata esclusivamente al corpo macchina. Più significativi per il nostro discorso sono i programmi di ginnastica per gli infanti promossi all’interno dei primi “asili” nati a Milano e in altre citta del nord Italia attorno al 1850. 

Due decennio dopo, Emilio Baumann (1843-1917) in un suo scritto del 1873, L’educazione fisica nelle scuole specialmente elementari, espone la sua teoria che va sotto il nome di “psicocinesia”. La ginnastica si deve prefiggere di sviluppare doti fisiche, intellettuali e morali, deve giungere a “un tutto armonico”. Ai primi del Novecento Baumann scrive la sua ultima opera significativa: Psicocinesia, ovvero l’arte di formare il carattere, dove specifica che la psicocinesi, fondata su criteri anatomo-fisiologici, pedagogici e psicologici, è un metodo proprio, italiano di ginnastica. 

Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, in Italia come nel resto d’Europa, divampa la polemica sui metodi ginnici. Promotore di un’educazione fisica in aperto contrasto con la ginnastica militare all’ora in atto è Angelo Mosso, studioso italiano. Egli si oppone tenacemente alla ginnastica tedesca e guarda con favore quella svedese. Mosso è anche un attento osservatore dei luoghi in cui si svolge l’attività fisica. Egli insieme a Tissiè (1852-1935), medico francese, denuncia l’esigenza di passare da una concezione militaresca dell’educazione fisica a una concezione scientifica. Si passa così dalla “ginnastica” all’ “educazione fisica” e al fine di giustificare obiettivi e metodi di questa nuova impostazione non esita a rivolgersi a molti specialisti. Interpella fisiologi, psicologi, pedagogisti, sociologi e da questi incontri nascono idee sugli intimi rapporti che strutturano in modo reciproco processi mentali e processi muscolari, vale a dire psichismo e dinamismo. Tissiè costruisce il suo metodo di intervento psicodinamico sia in ambito educativo che terapeutico. Infatti nel 1892 interviene con un giovane affetto da instabilità mentale con pulsioni morbose. Tissiè lo descrive come una persona con totale mancanza di autostima e fiducia in sé, e un impaccio, un comportamento maldestro, che lo rendono ridicolo al primo approccio. Tissiè per prima cosa inizia un trattamento di ginnastica terapeutica, in sedute al massimo di un’ora tre volte a settimana. Tali sedute vertono essenzialmente nella esecuzione di movimenti elementari coordinati nel campo delle flessioni, dell’equilibrio, mediante salti con pedana, esercizi al trapezio lanciato o alla corda, corse a piedi, boxe, passeggiate ciclistiche. I cambiamenti sono subito evidenti: il giovane acquisisce una maggiore sicurezza di sé, diminuiscono le goffaggini motorie, il suo comportamento risulta maggiormente finalizzato. Tali progressi si sono verificati, afferma Tissiè, grazie alla deviazione degli impulsi patologici mediante il lavoro muscolare medicalmente imposto. Inoltre, è necessario fare una distinzione tra le malattie cerebrali e quelle mentali. Essa viene fatta da Karl Wernicke (1848-1905) nel suo testo Istituzioni di psichiatria- Lezioni cliniche, il quale afferma che le malattie mentali sono malattie cerebrali, ma di indole e di sede particolare, poiché esse non sono in alcun modo identiche con le cosiddette malattie organiche del cervello. A differenza di quelle organiche che evidenziano sintomatologie localizzate e generalizzate, quelle mentali non mostrano tali sintomi localizzati. È interessante notare l’uso del termine spirito nel momento in cui talune patologie sfuggono all’inquadramento diagnostico organicista dell’epoca, così come il tentativo che è stato fatto per trovare un substrato organico per particolari malattie mentali. È proprio nel corso di questo tentativo che compare l’aggettivo “psicomotorio” che nella lingua italiana è usato per la prima volta nella traduzione del volume citato di Wernicke. Egli afferma che nella corteccia cerebrale vi siano dei “luoghi” terminali deputati alle diverse funzioni: ottica, acustica, motorio-sensitiva, linguistica. Li definisce campi di proiezione. Ipotizza poi che i campi di proiezione siano tra loro collegati per mezzo di vie associative, le quali formano un ulteriore substrato anatomico molto esteso che può essere definito come sede delle malattie mentali, ossia il sistema di vie associative che servono a riunire i campi di proiezione uno all’altro. Ciò ammesso, le malattie mentali costituiscono le speciali malattie di questi organi di associazione. Nel momento in cui tratteggia le caratteristiche delle persone con malattia mentale Wernicke evidenzia il movimento. Egli, infatti, afferma che tutta la patologia degli alienati in nient’altro consiste se non nella particolarità delle loro reazioni motorie. La sintomatologia degli alienati ha dunque per oggetto i movimenti, in quanto essi appaiono come funzione dell’organo cosciente, in altre parole dell’organo di associazione. 

Così i termini acinesi, ipercinesi, paracinesi, sono utilizzati per descrivere le alterazioni di moto delle vie associative psicomotorie. Pare che il contributo di Wernicke sia notevole per i seguenti motivi: 

  1. Distinzione tra malattie cerebrali mentali; 
  2. Ipotesi sulle cause, certamente organiche per l’autore, della malattia mentale; 
  3. Attenzione al comportamento motorio degli “alienati” sganciato da una lesione localizzata o generalizzata; 
  4. Individuazione del movimento come fenomeno psichico che ha bisogno di un termine nuovo per essere definito: psicomotorio appunto.

Sia ben chiaro che non si sta affermando una relazione consequenziale, diretta, tra gli studi di Wernicke e le pratiche psicomotorie, ma sia altrettanto chiaro che qualcosa di nuovo compare sulla scena della psichiatria di fine Ottocento e questo avrà a che fare anche con le pratiche educative e rieducative che metteranno l’attenzione sulla motricità come strumento per ripristinare funzioni psichiche perturbate. 

Successivamente, i lemmi “psicomotricità” e “psicomotorio” hanno subito un lento processo evolutivo prima di giungere ad una svolta grazie ad un grande psichiatra. Un importante contributo infatti è giunto dal francese Ernest Dupré (1862-1921), noto per i suoi studi che lo hanno condotto a rilevare la Sindrome di Debilità Motoria (Sindrome di Dupré), ad evidenziare lo stretto rapporto che esiste tra anomalie neurologiche e psicologiche e quanto motricità e psichismo siano due aspetti indissociabili. Duprè, nella sua descrizione di debilità motoria, nel 1911 apre il campo allo studio della psicomotricità del bambino. Per Duprè la debilità motoria non è un’alterazione neurologica come le altre, ma uno stato di insufficienza di imperfezione delle funzioni motorie considerate in funzione del loro adattamento alle azioni ordinarie della vita. È questa relazione tra insufficienza della funzione motoria e adattamento che è interessante da un punto di vista psicomotorio, anche perché ha avviato studi sullo sviluppo infantile nel tentativo di comprendere la genesi del disturbo. 

Duprè conia il termine di paratonia, segno clinico caratterizzato dalla debilità, cioè l’impossibilità di realizzare volontariamente la risoluzione degli spasmi muscolari. Tale entità si contraddistingue anche per le sincinesie (movimenti involontari associati ai movimenti volontari), fisiologiche nello sviluppo, ma segni patologici quando sono particolarmente intense e protratte a lungo nel tempo. Paratonie e sincinesie sono segni rilevanti della debilità motoria. 

Intanto, in questo periodo di fine Ottocento, viene praticata anche l’ipnosi, sia nelle istituzioni ospedaliere (alla Salpetrière con Charcot), sia al loro esterno (scuola di Nancy), con punti di vista diversi. Infatti, se i neurologi della Salpetrière spiegano l’ipnosi con una debolezza del sistema nervoso, la scuola di Nancy, visitata da Freud nel 1889, e al cui interno non esercitano né neurologi, né psichiatri, dichiara che sono suggestione ed emozioni a svolgere un ruolo determinante nel processo ipnotico nel corso del quale emerge il contenuto inconscio della persona. Un’ulteriore differenza è nel tipo di malato che viene curato: persone con isteria alla Salpetrière, differenti tipi di patologia a Nancy. 

Entrambe le tendenze hanno un qualche rapporto con la psicomotricità che si andrà sviluppando nel Novecento. 

Charcot constata che sotto ipnosi vi è una stretta complicità tra movimento e sistema ideativo, in una reciproca determinazione. Infatti il professore della Salpetrière, in pazienti con paralisi isterica, utilizza il movimento passivo e attivo del soggetto per ristabilire un controllo volontario sull’atto, giacché è questo che viene a mancare in tali patologie. È il movimento che gioca, in questo processo, un ruolo decisivo, infatti il movimento non soltanto rinforza il formarsi di un pensiero e quindi rinvigorisce la sua traduzione motoria, ma soprattutto è lui solo che può raggiungere con esattezza i centri formatori di una volontà, non in senso morale, ma in senso specificamente psicologico. Sul modello di Charcot si baseranno Tissiè, precedentemente citato, e Pierre Janet (1851-1947; medico e filosofo) per le loro pratiche rieducative. L’ipnosi è rimasta per Janet, in tutta la sua carriera, un metodo di trattamento che ha posto in evidenza i processi inconsci, tema preferenziale della scuola di Nancy. A differenza di Freud però i suoi studi hanno progressivamente virato verso l’analisi delle condotte dell’individuo in una prospettiva evoluzionistica, e ai termini istinto o pulsione ha preferito quello di tendenza “disposizione dell’organismo a eseguire una determinata azione caratterizzata da un certo numero di movimenti di un organo qualunque”. Il movimento impedito o disturbato, osservato da Janet in patologie non soltanto isteriche, è studiato in una prospettiva di sviluppo delle funzioni e trova nel trattamento un luogo di espressione. Un intervento su questi movimenti (i movimenti maldestri) attraverso un’educazione motoria potrebbe avere un’azione di ritorno sul complesso delle attività, arrivando per questa via a prevenire o a risolvere i disturbi mentali. 

La costante connessione tra corpo e psiche, entità non più considerate separatamente, fu ben definito anche da Wallon e Guilmain. 

Henry Wallon (1879-1962), filosofo e medico, inserisce il metodo genetico nello studio della patologia infantile, metodo che lo conduce a fondare una concezione generale della maturazione del bambino, in un’unità psicobiologica e sociale. Wallon pubblica tra il 1930 e il 1932 scritti che mettono a fuoco il rapporto tra carattere e movimento, soprattutto la componente tonica del movimento. Questi studi riprendono e approfondiscono un suo precedente lavoro, tesi di dottorato, L’enfant turbolent, che si sviluppa attorno all’analisi di oltre duecento casi di bambini con differenti forme di turbolenza derivate da deficienze o lesioni nervose. Ciò che accomuna tutte le differenti patologie sono le incontinenze motorie cui sono associate turbe affettive e carenze morali, incontinenze motorie che si possono riscontrare anche nell’individuo normale: vengono così definiti dei tipi psicomotori attraverso lo studio delle modalità motorie con cui l’individuo si rapporta all’ambiente. Il decennio successivo vede Wallon impegnato a definire la nozione di instabilità e di tipo psicomotorio che consente di porre in rapporto il campo neurologico con quello psicologico. Nel 1934 pubblica L’origine del carattere nel bambino in cui la motricità e in particolare il tono muscolare sono individuati come espressione dell’emotività e affettività del bambino. Tra l’altro, è opportuno ricordare, che il clima sociale, storico, culturale, ma soprattutto le condizioni e le esigenze economiche della società di allora, indirizzano l’attenzione verso l’infanzia disadattata ed educabile, quindi inseribile nel ciclo produttivo. Sono necessari dunque strumenti di valutazione: è del 1905, ad opera di Binet e Simon, la prima scala metrica dell’intelligenza. È evidente, che la nascente psichiatria, i pedopsichiatri, gli psicologi dello sviluppo analizzano, studiano l’infanzia e le anomalie del comportamento, e Guilmain è uno di questi. Edouard Guilmain (1897-1999) è un insegnante dei corsi di perfezionamento di Parigi, si trova a lavorare con bambini e ragazzi caratteriali, ovvero con disturbi comportamentali. Egli formula un protocollo di indagine della motricità e una pratica rieducativa che ha come riferimento le teorie di Wallon. Non solo. Guilmain è influenzato anche dai lavori di Dupré e dei suoi allievi e dai lavori che provenivano dall’educazione fisica (Tissiè, Demeny, Hebert). 

Guilmain si preoccupa di distinguere il suo esame, psicomotorio appunto, da quelli più propriamente neuromotori. Da un lato la sua utenza non rientra tra le patologie neurologiche, dall’altro il suo interesse è centrato sul rapporto motricità-comportamento-psiche: “il movimento viene considerato non per rilevare un danno organico o funzionale, ma per leggere i tratti di un carattere”. Le caratteristiche della motricità che consentono di osservare questo specifico rapporto sono l’equilibrio, la lentezza o la velocità, la scioltezza o la rigidità, la regolarità, la tensione o il rilassamento, il controllo posturale, la precisione del gesto. È comprensibile come tali aspetti non siano prerogative di soggetti disturbati, ma tratti connaturati a ogni individuo e il riferimento teorico è ai tipi psicomotori descritti da Wallon. Lo studioso tende ad individuare le corrispondenze tra particolari tratti della motricità e particolari tratti del carattere per arrivare a definire le correlazioni tra tipologia motoria e tipologia psichica. Guillman non si limita al dato diagnostico, egli è anche l’ideatore di un metodo di rieducazione psicomotoria. L’originalità di questo intervento risiede nel fatto che l’atto motorio non è una funzione separata dalla psiche, ma profondamente integrata, tanto da poterla modificare nel momento in cui è l’atto stesso a subire variazioni nel corso della rieducazione. Infatti, gli obiettivi di questo metodo erano quelli di rieducare l’attività tonica, cioè l’attività del tono muscolare, quindi le posture, l’equilibrio, la mimica facciale e stimolare l’attività di relazione tramite il gioco. 

Questa era la grande novità: nessuno ancora aveva mai pensato a far ginnastica per stimolare delle relazioni, per poi sviluppare la padronanza motoria. 

Lo scopo della rieducazione psicomotoria di Guilman era proprio quello di ristabilire un controllo mentale sull’azione. Il suo metodo oggi è criticabile, ma resta comunque il primo modello di intervento determinato, con obiettivi e finalità specifici. 

Successivamente, nel periodo tra il secondo dopoguerra e i primi anni Settanta un notevolissimo impulso alle pratiche psicomotorie viene dato da un grande neuropsichiatra: Julien de Ajuriaguerra (1911-1993). È con Ajuriaguerra che si pongono le basi per la psicomotricità contemporanea e per la sua definitiva affermazione in Francia ed estensione in Europa. Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, all’HopitalHenri-Rousselle viene creato un “Servizio di rieducazione dei disturbi del linguaggio e dei disturbi psicomotori del bambino”. Il gruppo di lavoro, guidato da Ajuriaguerra, è composto da tre medici, tre psicologi, tre rieducatori. L’originalità dell’approccio di Ajuriaguerra, è il cambiamento di ottica del disturbo del bambino. Mentre finora la clinica aveva tentato di riconoscere nel bambino gli embrioni dei disturbi mentali dell’adulto, Ajuriaguerra individua una nozione di significato ontogenetico dei disturbi, studio rigoroso delle integrazioni delle condotte diventa fondamentale al fine di attribuire il loro valore a un insieme di segni e al fine di definire caso per caso il problema terapeutico che essi pongono. 

Da qui prendono avvio innumerevoli studi e ricerche sullo sviluppo infantile con riguardo particolare ai lavori di psicologia genetica di Wallon e dell’epistemologo ginevrino Jean Piaget che diviene un riferimento fondamentale e tuttora attuale per lo sviluppo della disciplina psicomotoria. 

Gli studi di Ajuriaguerra in ambito psicomotorio si preoccupano di indagare sui diversi aspetti dell’evoluzione motoria. Si è interessato della ricerca sulla modificazione del tono muscolare nei primi anni di vita, della genesi delle scariche motorie, delle stereotipie, dei tic, sulla evoluzione fisiologica delle sincinesie fino all’adolescenza, delle paratonie, dell’organizzazione prassica del bambino. È da Ajuriaguerra che si deve un inquadramento della nosografia psicomotoria. 

Altri importanti lavori riguardano la descrizione delle disgrafie e la rieducazione dei bambini con difficoltà di scrittura (ricordiamo Marguerite Auzias che continuò i lavori in questo campo; a lei si devono anche “le prove di preferenza di lato usuale” che consentono di valutare il quoziente di lateralità). L’effetto di questo intensissimo lavoro di ricerca e di riabilitazione sfocia nella costituzione di un diploma di rieducatore della psicomotricità all’ospedale H. Rousselle. È il 1961. Da questo momento inizia una seconda fase dei lavori di Ajuriaguerra. Le tecniche elaborate si pongono in un’ottica riabilitativa, cioè di restaurazione di una funzione disorganizzata, sia in vista di una ripresa funzionale, sia con un intento sostitutivo; in termini quindi di riadattamento e di compensazione. L’individuazione di molteplici disturbi o insufficienze emergenti da una ricca serie di lavori di ricerca veniva così a essere sanzionata da tecniche specifiche, sistematizzate in programmi di rieducazione codificati e parcellari. Tuttavia dall’inevitabile incontro con una prospettiva legata a un orientamento psicodinamico, comincia da questa prima fase a delinearsi l’esigenza di una rieducazione maggiormente orientata in senso relazionale, molto più attenta a fornire, oltre che una serie di esercizi, il confronto con situazioni nuove e l’accesso a esperienze più soddisfacenti, anche nel confronto con l’adulto. Questa attenzione a mantenere un punto di vista globale, il più globale possibile al disturbo del bambino, ha caratterizzato la psicomotricità in Francia dalla fine degli anni Sessanta e nel corso del decennio successivo. Sarà davvero difficile mantenere nell’intervento una visione globale del bambino. Infatti da questo momento in poi la psicomotricità in Francia vedrà moltiplicarsi i metodi di intervento. Gli avvenimenti francesi avranno poi una ricaduta anche nel nostro paese. 

Sin dalle sue origini la pratica della psicomotricità con bambini si è svolta sia in ambito educativo-pedagogico che terapeutico-riabilitativo; anche in Italia si avrà lo stesso fenomeno. 

Nel contesto pedagogico la psicomotricità ha fatto la sua prima apparizione nel nord Italia, verso la fine degli anni Sessanta presso alcune Scuole Speciali dei Comuni e delle Province, strutture che accoglievano bambini con ritardo mentale. La pedagogia speciale di quei tempi, non ancora slegata dal modello di scuola tradizionale, non era certamente consona alle possibilità e ai bisogni di bambini con gravi difficoltà di apprendimento derivate dal ritardo intellettivo. Seduti a malapena a un banco si richiedeva loro di punteruolare ripetutamente la sagoma di una I o di una O tracciate sopra un cartoncino foderate di feltro; in buona fede si pensava che questo esercizio “motorio” potesse aiutarli a “rappresentarsi” meglio le lettere dell’alfabeto, e introdurre così al futuro, ma ben lontano e spesso irraggiungibile, l’apprendimento della lettura , della scrittura e del calcolo. Oltre alla difficoltà motoria, da parte dei bambini, vi era l’impossibilità a realizzare tal prestazione, in quanto nessuno era in grado di capire il valore simbolico del segno grafico. 

I sistemi didattici di cui la “punteruolomania” è solo un esempio, lasciavano perplesso chi aveva uno sguardo diverso, non solo sul bambino ritardato, ma sul bambino tout court; non un adulto in miniatura, ma una persona i cui bisogni, interessi e capacità si trasformano nel corso del suo sviluppo. I problemi dei bambini con ritardo mentale di allora, come quelli di oggi, non si riducevano certamente a difficoltà di comprensione e di apprendimento, ma limitavano anche l’autonomia nella vita pratica: lavarsi, andare in bagno, nutrirsi, spostarsi ecc.. 

Non ultimo anche il problema delle relazioni sociali: negli anni Sessanta chi presentava handicap psichico era ancora tenuto nascosto dai genitori, per vergogna, senso di colpa, per paura di uno sguardo sociale certamente meno benevolo e quanto meno informato di quello odierno. 

In questo contesto socio-culturale ed educativo, l’idea psicomotoria fu accolta con molto interesse da parte di taluni pedagogisti particolarmente sensibili: la psicomotricità era un modo nuovo di osservare e di interagire con il bambino. 

All’inizio degli anni Settanta si avvertiva già la “minaccia” della chiusura delle Scuole Speciali per subnormali, che accadde nel 1977 con la legge numero 517 che aboliva le classi differenziali per alunni disadattati, mentre stabiliva il diritto all’integrazione del disabile in una classe composta di alunni normodotati con la presenza di un insegnante di appoggio. Tale legge fu motivata dai numerosi e indubbi difetti di queste strutture: oltre ai loro superati sistemi didattici, le Scuole Speciali erano anche luoghi di emarginazione; “parcheggi” quasi, non solo per i bambini ritardati, ma anche per chi, normodotato intellettualmente, era solo svantaggiato culturalmente e socialmente (figli di immigrati in particolare) ed erroneamente bollato come “subnormale”. 

Nonostante i palesi difetti della Scuola Speciale, taluni continuavano a difenderne l’esistenza, non perché ne condividessero i sistemi, ma perché speravano ina sua riforma e non nella sua abolizione. La psicomotricità era una delle risposte alternative alla “didattica speciale”. Fino alla chiusura delle Scuole Speciali e oltre, la psicomotricità ha contribuito ad arricchire le capacità di osservazione e di intervento degli insegnanti. Nella scuola dell’obbligo, vi ha trovato una sua collocazione originale. La psicomotricità era ancora a servizio di un principale obiettivo: quello di insegnare, seppur in maniera nuova, a leggere, a scrivere e a far di conto, ma senza fare i conti con il bambino reale, la cui globalità era ancora una volta persa di vista. 

Nella scuola dell’infanzia e primaria la psicomotricità fu praticata in particolare dall’insegnante di sostegno, inizialmente senza arte né parte, superstite del naufragio della Scuola Speciale; la psicomotricità diventò uno dei punti di riferimento per un ruolo ancora tutto da inventare. Detto insegnante, spesso senza preparazione professionale specifica, per poter affrontare i molteplici problemi posti dall’handicap trovò nel modello psicomotorio una delle risposte possibili. 18

Successivamente la psicomotricità viene in parte fagocitata dalla didattica: taluni “esercizi psicomotori” diventano compiti da svolgersi persino a tavolino, persino su schede prestampate atte a sollecitare alcuni “prerequisiti” per gli apprendimenti. In classe, il corpo del bambino è dimenticato: mentre viene ripreso dall’ educazione fisica che assorbe l’idea psicomotoria in maniera più o meno felice. 

In questo periodo, (anni Settanta) con l’affermazione delle teorie psicoanalitiche, che spostano decisamente l’attenzione sulla affettività e sugli aspetti profondi della psiche, produce l’inevitabile revisione del concetto di comportamento psicomotorio. Esso diventa, secondo la nuova ottica, non tanto il risultato di scelte coscienti, sotto il dominio della volontà o delle emozioni, ma piuttosto il problema dei processi inconsci sui gesti, sulle abitudine posturali, sulle azioni. Viene riscoperto in tal modo il valore della valenza irrazionale nell’azione. Attraverso il processo di simbolizzazione diviene possibile recuperare un nuovo rapporto del soggetto col mondo interno e con la realtà esterna e un rapporto più coerente col proprio corpo. Ciò che il corpo sperimenta non è soltanto di natura fisica, ma implica sempre una reazione affettiva, con tutti i suoi contenuti metapsicologici, verso l’altro. È segnato così il passaggio dall’esperienza di azione vissuta a livello emotivo a quella raffigurata in una dimensione fantasmatica. 

Accanto agli apporti delle teorie psicoanalitiche e, per certi aspetti, in antitesi ad esse, si va affermando il pensiero fenomenologico. 

Alla fenomenologia Husserliana si deve il concetto di “intenzionalità del gesto”, che contribuisce al movimento una determinazione intenzionale e cosciente. L’intenzionalità del gesto non vuol dire volontà, ma definisce l’intenzione che noi gli assegniamo e che l’Altro, cui s’indirizza il gesto può intendere. Il gesto dunque si definisce in funzione del significato che ha e di quello che riveste per l’altro. In questo senso il gesto assume il valore di “comunicazione”. Ne consegue che la motricità è veramente l’espressione corporea della personalità. 

La Fenomenologia dunque indica un nuovo modo di considerare il corpo, non più nelle sue caratteristiche anatomofunzionali, ma per come si dispone nel mondo. È possibile così descrivere i rapporti fra l’organismo e l’ambiente, tra l’io e il mondo esterno in maniera più prossima all’esperienza del soggetto. Le manifestazioni del corpo “che vive” in relazione con gli altri assumono appunto il significato di comunicazione, la quale si esplica nell’area dell’intersoggettività. È questa il luogo di un sentire corporeo che è contemporaneamente un sentire ed un sentirsi, un prendere coscienza di sé e dell’altro, dove ha valore non tanto l’io e il tu separatamente quanto il “fra noi”. Ecco dunque il valore centrale assegnato alla “corporeità” dall’ottica fenomenologica: essa è il sentimento della propria presenza al mondo di fronte agli altri, ed è l’espressione di un comportamento vissuto nel campo dei fenomeni. 

Le concezioni originali circa il gesto, la corporeità, la comunicazione marcano una svolta importante nell’evoluzione della cultura psicomotoria. Però anche il punto di vista fenomenologico rischia di essere riduttivo, in quanto si deve notare che tutti gli atti, i gesti, i comportamenti motori impegnano allo stesso tempo un atteggiamento psicologico, cosciente e inconscio, e un’intenzione. È pure da rilevare che le motivazioni inconsce e l’intenzionalità del movimento trovano il loro punto di incontro nella componente affettiva della personalità psicomotoria. 

Tali affermazioni, oltre ad accordare tra loro gli assunti psicoanalitici e quelli fenomenologici, rappresentano le idee portanti di quei movimenti di pensiero formatisi intorno al 1970, che valorizzano la spontaneità e la creatività del corpo e cioè la libera “espressione corporea”. In questo fondamentale periodo per la psicomotricità, si assiste ad un ampliamento dei riferimenti scientifico-culturali che stanno alla base di questa disciplina. La teoria psicomotoria fa sempre più riferimento alla psicologia, alla psicoanalisi, all’etologia e ai numerosissimi studi sulla comunicazione non verbale. Questo interesse crescente verso altre discipline fa sì che la psicomotricità integri apporti provenienti da quelle stesse discipline. In questo periodo nascono, si rafforzano, e si definiscono molte pratiche psicomotorie educative e la psicomotricità si è espressa attraverso diverse scuole, come quelle di Acoutourier, Lapierre, e Le Bouch. Quindi la culla della psicomotricità è in Francia. 

La “Psicomotricità Relazionale” di Lapierre e la “pratica Psicomotoria” di Aucouturier si sono costituite come due modelli di intervento che hanno attinto largamente all’esperienza dell’espressione corporea e del vissuto corporeo. 

In particolare Bernard Acouturier e André Lapierre, hanno lavorato e scritto insieme negli anni ’70 e da molto lavorano autonomamente. La iniziale concezione psicomotoria di questi due importanti autori parte da un corpo organico e meccanico composto di ossa, muscoli, leve ossee al quale si chiede soltanto un funzionamento corretto e un rendimento fisico ottimale. Era il concetto di base dell’educazione fisica e sportiva e, soprattutto, purtroppo, della concezione medica. 

Questo modo di pensare viene spinto fino al limite da certe costruzioni razionali della ginnastica correttiva e ortopedica. È stato lavorando proprio in quel campo che Acouturier e Lapierre si sono resi conto che la meccanica umana aveva anche altre dimensioni, se non altro quella neuromotoria. Approfondendo le loro conoscenze nel settore della neuromotricità hanno scoperto l’importanza dei centri sottocorticali. I due autori evidenziano proprio le relazioni che esistono tra strutture motorie sottocorticali e centri di integrazione delle emozioni, cioè dell’ipotalamo. Qui la dimensione affettiva e psichica appariva direttamente collegata al corpo, alla sensorialità, al tono, alla motricità e si ricollegava a tutti quei dati sull’inconscio che ci venivano forniti dalla psicoanalisi. Questa organizzazione che possiamo definire “tonico-emozionale”, gettava un primo ponte robusto tra il corpo e lo spirito, almeno nella sua dimensione affettiva, ed era riconoscibile come base per tutti i metodi di rilassamento e per tutti i tentativi di spiegazione delle pratiche orientali. In particolare il metodo Aucouturier ( ovvero la Pratica Psicomotoria ) poggia su basi semplici e universali: gioco spontaneo, movimento corporeo e piacere del vissuto relazionale. Proprio il piacere vissuto favorisce lo sviluppo armonico del bambino, base importante per un rapporto positivo ed equilibrato con se stesso e con l’altro, purché lo si aiuti nella sua consapevolezza e lo si riconosca nella sua originalità. La Pratica Psicomotoria offre ai bambini la possibilità di uno spazio di crescita complementare a quello scolastico e familiare, e permette di offrire agli adulti che lo accompagnano nel suo percorso di crescita, la possibilità di approfondire la conoscenza del bambino e di seguirne l’evoluzione durante l’esperienza psicomotoria. 

La psicomotricità, quindi, si è perfezionata ed è progredita a mano a mano che la ricerca scientifica riconosceva al corpo un’importanza nuova e realizzava innovativi orientamenti. Vinto ogni pregiudizio verso la corporeità, la scienza ha intensificato gli studi sul funzionamento psichico, sul vivere somatico e sugli effetti delle privazioni sensoriali-affettive. 

Dal punto di vista psicologico, già Freud, nel 1895 aveva promosso un concetto dinamico del funzionamento della personalità, in cui era compresa la tendenza dell’organismo a riequilibrare le tensioni. Ciò dimostra quanto gli psicoanalisti abbiano preso in considerazione i rapporti tra il tono e la vita emotiva e la dinamica motoria e psichica. La psicoanalisi ha riconosciuto al corpo nuovi significati, esso è divenuto linguaggio attraverso una semantica che ne sottolinea l’importanza nella vita relazionale e fantasmatica. 

Un’altra “scuola psicomotoria”, che si è diffuse anche in Italia, è quella di Jean Le Boulch. Medico ed educatore francese, Jean Le Boulch (1924-2001), ha cercato di realizzare una concordanza fra dati scientifici e pratica pedagogica, per far luce sull’oggetto specifico elle Scienze Motorie. Nel corso dei suoi studi e delle sue ricerche Le Boulch ha cercato di dare alla disciplina una collocazione precisa e ben definita, tentando di promuovere una concezione funzionale dell’educazione fisica fondata su basi scientifiche, prese dalle scienze umane e dalle scienze biologiche. In Francia l’educazione del corpo è stata considerata per lungo tempo un aspetto minore dell’educazione e, difficilmente, poteva trovare una giusta collocazione nei programmi scolastici. In questa situazione Le Boulch deplora gli orientamenti ufficiali, sia quelli del 1945 che avallavano una giustapposizione arbitraria di metodi discordanti in opposizione dottrinale fra loro, sia quelli che focalizzano l’attenzione sull’insegnamento e sull’apprendimento delle attività fisiche, sportive ed artistiche, distogliendo l’educazione fisica dagli obiettivi che la caratterizzano. È in questo contesto che prende qualche distanza dalla nozione di educazione fisica di cui allarga il campo alla motricità, adoperandosi nell’elaborazione di un’educazione mediante il movimento. Secondo Le Boulch, bisogna partire dai gestii del corpo che manifestano la presenza dell’essere nel mondo per poi ritrovare tutta la complessità reale dei fenomeni. Egli, infatti, interpretando il movimento come una “struttura indecomponibile di comportamento”, mette in evidenza le strutture neurologiche che rendono possibile lo studio scientifico, legittimando una concezione di tipo globalistico delle prassie e della loro formazione in cui l’aspetto transitivo e quello espressivo contribuiscono, senza prevalere e senza escludersi, alla realizzazione dell’essere nella sua totalità. Il modello di Le Boulch tenta di superare il dualismo filosofico che definisce il corpo come uno strumento, rifiutando la concezione occidentale dei rapporti tra anima e corpo, che si rifaceva a Platone. La scienza del movimento umano, sostiene Le Boulch, non può essere paragonabile allo studio di una macchina fatta di leve, cerniere e muscoli. Egli evidenzia che il punto di vista fisiologico, non è indipendente dai fattori psichici. Questa solidarietà del muscolare, o più generalmente del fisico e dello psichico, sarà più tardi riscoperto da Le Boulch non più partendo dal fisico per risalire poi allo psichico, ma seguendo il processo inverso. Lo psichismo, infatti, è in strettissimo rapporto con la motricità. Così la percezione del tempo è intimamente legata alla motricità sensoriale; parimenti la lettura e la scrittura esigono, perché siano apprese l’intervento di meccanismi motori la cui mancanza conduce ad una perdita di tempo, come la dislessia è tanto stretto che Le Boulch si crede in diritto di ripudiare il dualismo. Ne conseguirà che l’educazione riguarderà l’essere umano, o il bambino, in maniera globale, che sarà “psico-cinetica”. Le caratteristiche da Le Boulch riconosciutele sono mutuate dai teorici della scuola attiva, che c’entrano l’educazione sugli interessi del bambino. I suoi fini “sono una migliore conoscenza ed accettazione di sé, un migliore adattamento della condotta, una vera autonomia e l’avvio all’assunzione delle proprie responsabilità nell’ambito della vita di relazione”. Si tratta di compiti talmente importanti che sfociano in ben altro che in una educazione libresca. Degli altri concetti cari alle scuole nuove l’Autore mantiene l’idea che l’educazione deve tendere all’azione, effettuarsi attraverso l’azione ed individualizzarsi mediante un costante riferimento ai bisogni dell’alunno. Ne deriva che l’esperienza e la tecnica dell’educatore non dovranno sostituirsi all’esperienza “vissuta” dell’alunno. 

Il ricorso alle conclusioni delle scienze umane, e soprattutto a quelle della psicologia, non ha il solo scopo di giungere più facilmente ad una definizione dell’educazione o di fissare lo statuto dell’essere umano. La psicologia, insieme alla medicina, è in grado di offrirci l’essenziale del “metodo” e di metterci a disposizione, comunque, il principio che la fonda e di cui è giustamente fiera: essendo lo psichico e il cinetico in permanente interazione, l’educazione presenterà un duplice aspetto, ovvero, sarà “psicocinetica”. Nessun progresso intellettuale può compiersi senza l’aiuto dei movimenti; e la motricità esige il concorso di fattori psichici. Ad un essere considerato come un tutto sarà dunque rivolta un’educazione globale. Ma il carattere psicocinetico dell’educazione non è il solo aspetto del metodo suggerito dalle scienze umane. È importante, infatti, anche la conoscenza del fanciullo che permette di rendersi conto delle sue diverse fasi evolutive, fisiche e psichiche. 

La concezione attuale della psicomotricità è il risultato di questa lunga evoluzione che trae origine dalla pratica pedagogica ma anche dalle diverse correnti di pensiero che caratterizzano le concezioni europee sul corpo e il movimento e la loro utilizzazione a fini educativi e terapeutici. In Italia, dagli anni Settanta, l’interesse crescente nei confronti di questa nuova disciplina porta a una vasta richiesta di formazione nel settore. Il primo corso (Corso di aggiornamento per rieducatori della psicomotricità) fu promosso, nel 1969, dall’Istituto di Neuropsichiatria Infantile dell’Università di Milano e durò quattro mesi. 

Nel 1973 la regione Lombardia organizzò un corso biennale per “Educatori e Tecnici della psicomotricità” presso l’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici) di Milano, iniziativa che non fu più ripetuta poiché, a dire dei funzionari regionali edotti in materia psicomotoria, questa pratica doveva essere svolta unicamente dagli insegnanti, poiché l’istituzione di una nuova figura esperta era ritenuta inutile; era l’insegnante a dover svolgere le funzioni non solo di psicomotricista ma anche di logopedista. Poco importava della mancanza di preparazione professionale degli insegnanti-tutto-fare. 

Difficile, o meglio, impossibile dunque far capire, sia ai politici che agli operatori, che la psicomotricità non era e non è un semplice strumento da mettere in mani volenterose, ma un’arte complessa che può essere praticata solamente da chi ha una specifica formazione. 

In considerazione della mancanza di iniziativa per il riconoscimento della figura professionale da parte di organi ufficiali competenti, e dell’aumento di richieste di formazione nel settore, cominciarono a sorgere in tutta Italia molteplici stage, corsi di aggiornamento, seminari di breve durata, dopo i quali si praticava una psicomotricità spesso abborracciata, per non dire sfigurata. Ciò fu molto dannoso per l’immagine della professione. Accanto a queste formazioni, alcuni professionisti medici e paramedici istituirono, presso strutture riabilitative private, o patrocinate da enti pubblici, corsi di formazione in psicomotricità biennali, quindi triennali. Le prime formazioni risalgono alla seconda metà degli anni Settanta, a Milano; mentre negli anni successivi seguirono altre città tra cui Torino, Padova, Verona, Genova, Bari, Napoli, Palermo. La sua iniziale espansione nazionale e internazionale, la psicomotricità la deve alla compianta Yolanda Sattler, neuropsichiatra infantile di origine ungherese. Y. Sattler partecipò con propri lavori a une delle prime iniziative internazionali della psicomotricità europea: “Colloque International” di Grenoble, nell’estate 1974. 

Ed è sicuramente ad Eugenio Ghillani che si deve la diffusione della psicomotricità italiana: membro della delegazione italiana ai Congressi Internazionali di Psicomotricità, psicomotricista presso la Fondazione Don Carlo Gnocchi di Parma, promotore assieme a Giovanni Bollea ( presidente della Società di Neuropsichiatria Infantile e direttore dell’Istituto di Neuropsichiatria Infantile di Roma ), organizzò i primi Convegni Italiani di Psicomotricità. Nel 1897 fu presidente della prima associazione di categoria: l’ANUPI. (Associazione Nazionale Unitaria Psicomotricisti Italiani). 

Dagli anni Ottanta l’Italia partecipò ai Congressi Internazionali; il confronto con altri approcci sul piano scientifico, teorico e istituzionale provocò un ulteriore interesse a chiarire sempre questa disciplina , le sue applicazioni e la sua regolamentazione .
L’attenzione alla situazione interna della psicomotricità nacque nel 1981 attraverso l’organizzazione del primo Convegno Nazionale di Psicomotricità ( 26/27 Giugno 1981 Salsomaggiore T. ). Questo convegno era finalizzato alla preparazione di internazionale che si sarebbe svolto a Firenze nel Maggio 1982. Sia l’uno che l’altro si rivelarono occasioni determinanti non solo per fare il punto della situazione e per registrare i progressi e la qualità della ricerca psicomotoria in Italia, ma anche per porre le basi del futuro lavoro di armonizzazione e di riconoscimento scientifico e legale. L’organizzazione del Congresso Internazionale continuò con quello dell’Aia del 1984, e di Nizza, nel 1896.

Nel Novembre 1985, ancora a Salsomaggiore T. ha luogo il Convegno Nazionale per la preparazione del Congresso di Nizza. L’intento è quello di riuscire a dare il più possibile una definizione chiara e coerente dell’intervento psicomotorio e una ricerca comune per il riconoscimento. È in questa occasione che il professor Bollea, lancia la proposta di cercare, assieme a tutti i responsabili delle Scuole di Psicomotricità, una base comune di lavoro per poter avviare le richieste di riconoscimento della professione. La prima necessità era quella di poter approntare un progetto comune e una piattaforma minimamente omogenea per la definizione della figura professionale. 

Il 5 Aprile 1986 a Roma, presso l’Istituto di Neuropsichiatria Infantile, ha luogo la prima riunione di tutti i direttori delle Scuole di Psicomotricità e i responsabili di centri e organismi che si occupavano di questo settore. È la partecipazione italiana ai congressi internazionali che contribuisce a diffondere sempre più la professione in Italia e all’estero, a cominciare dal Congresso di Madrid nel 1980, ma anche l’organizzazione di convegni nazionali. 

Sulla scia della Commissione Bollea nasce nel 1987 un’importante associazione di categoria: l’Associazione Nazionale Unitaria Psicomotricisti Italiani ( ANUPI ). Questa associazione venne chiamata “unitaria” proprio perché riuniva tutte le varie tendenze della psicomotricità italiana, con le sue differenti provenienze nazionali e metodologiche. 

Oltre alle numerose iniziative sul piano scientifico e culturale, l’ANUPI ha tra i suoi principali obiettivi l’ottenimento di un riconoscimento ufficiale della professione di “psicomotricista”, termine corretto che raduna operatori della psicomotricità sia in ambito educativo che terapeutico. Infatti l’ANUPI persegue, nonostante le perplessità di molti, un’intesa con i direttori neuropsichiatri infantili delle Scuole a Fini Speciali per Terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, appoggiando la loro richiesta di riconoscimento di questa figura. L’ANUPI, sotto l’energica presidenza di Mauro Zaccaria, si batte dunque per il riconoscimento di una figura professionale (che non è la propria, anche se parzialmente affine), per ottenere in cambio un’equipollenza che consenta ai colleghi , che esercitano nelle strutture pubbliche del servizio sanitario, di poter mantenere il proprio posto di lavoro minacciato dal decreto Costa. Oltre all’equipollenza, l’ANUPI chiede anche che venga ampliato il programma di formazione dei Terapisti della neuro e psicomotricità con i propri apporti specificatamente psicomotori. Da questo accordo tra l’ANUPI e la Neuropsichiatria infantile nasce, sotto il governo Prodi un nuovo decreto emanato dal Ministro della Sanità Rosy Bindi, che definisce la figura del Terapista della neuro psicomotricità dell’età evolutiva. 

 

Indice

INTRODUZIONE
 

Cap. I. LA PSICOMOTRICITA’

  1. Cenni storici
  2. Psicomotricità: educazione, rieducazione e terapia

Cap. II. LE NOZIONI FONDAMENTALI DELLA PSICOMOTRICITA’

  1. Il tono
  2. Lo schema corporeo

Cap. III. LO SVILUPPO PSICOMOTORIO DEL BAMBINO

  1. Primo stadio: dalla vita intrauterina al terzo mese
  2. Secondo stadio: dal terzo al nono mese
  3. Terzo stadio: dal nono al diciottesimo mese
  4. Quarto stadio: dal diciottesimo mese al terzo anno

Cap. IV. L’EDUCAZIONE PSICOMOTORIA NELL’Età PRESCOLARE

  1. Attività motoria globale: gioco libero
  2. Esercizi di percezione del proprio corpo: controllo tonico; scoperta e presa di coscienza delle diverse parti del corpo con verbalizzazione; giochi d’imitazione di gesti e atteggiamenti; orientamento del corpo proprio.….
  3. Motricità fine: dallo scarabocchio al grafema
 
CONCLUSIONI

 

BIBLIOGRAFIA
 

Tesi di Laurea di: Maria PADOVANO