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Il termine “personalità” deriva dal latino “persona”, cioè maschera. Etimologicamente, dunque, la personalità sarebbe un’amplificazione delle caratteristiche individuali del personaggio rappresentato dall’attore, in modo che il pubblico sapesse quali atteggiamenti e comportamenti aspettarsi da lui.

Alcuni tratti del nostro modo di pensare, di fare esperienza e di comportarci tendono a riproporsi e a rimanere relativamente stabili di fronte a stimoli diversi. Quando i tratti della personalità, però,  sono troppo rigidi e poco adattivi rispetto all’ambiente e alla cultura dell’individuo, al punto da compromettere seriamente la vita affettiva, sociale e lavorativa e da produrre, nel soggetto e in chi gli sta intorno, una grave sofferenza o un marcato disagio, le probabilità che si configuri un disturbo di personalità sono molte.

Disturbi della personalità psicopatica e antisociale

La personalità è l’insieme delle caratteristiche psicologiche, inconsapevoli, che si esprimono in ogni aspetto della vita psichica e del comportamento di un individuo. Partecipano a determinare la personalità, il temperamento, componente eredo-costituzionale, e il carattere, una componente derivante dagli effetti delle relazioni interpersonali. La psicopatia è un disordine che racchiude l’essenza della mancanza di empatia.

La classificazione delle psicopatie, introdotta da Hare, include sia una componente affettiva-interpersonale (assenza di empatia e senso di colpa) sia una serie di fattori comportamentali (es. attività criminali e scarsa capacità di controllo).

Si studia attualmente il funzionamento della mente psicopatica, ma siccome i questionari effettuati risultano poco affidabili, si è ritenuto opportuno ricorrere all’utilizzo di misure fisiologiche dell’attivazione del sistema nervoso autonomo, come quando si vede o si sente qualcosa di emotivamente significativo.

Di solito si misura la risposta galvanica della pelle in base a quanto sudano i palmi delle mani quando viene mostrato materiale emotivamente carico. Questo test rivela che gli psicopatici hanno una ridotta reattività autonoma (sono meno scossi) quando guardano immagini di persone in difficoltà. Gli psicopatici raggiungono punteggi anche molto inferiori nell’identificazione delle espressioni emotive di paura. Ciò implica che questi soggetti hanno difficoltà con due principali componenti dell’empatia (riconoscimento e risposta).

Un altro elemento a favore del fatto che gli psicopatici non elaborano il materiale emotivo in modo normale è che, mentre la maggior parte delle persone è più veloce nel valutare il tipo di parola presentata quando questa è emotivamente carica (rispetto alla velocità nel giudicare le parole neutre), gli psicopatici non mostrano alcuna differenza tra le parole emotivamente cariche e neutre.

Un metodo per misurare la reazione suscitata da materiale emotivamente carico è quello di utilizzare i potenziali evocati che mostrano l’attività elettrica celebrale rilevata grazie ad elettrodi posizionati sul cuoio capelluto. Gli psicopatici non mostrano il consueto aumento dell’attività celebrale nelle regioni centrali e parietali del cervello in risposta a parole emotivamente cariche.

Una differenza tra gli psicopatici e coloro che si mostrano aggressivi è la tendenza, presente negli psicopatici, ad interpretare le situazioni ambigue come se l’altra persona avesse intenzioni ostili. Questo tratto (che è stato riscontrato in bambini con disturbo della condotta, alcuni dei quali sono poi diventati psicopatici) è indicato come “pregiudizio di attribuzione” e rappresenta un chiaro esempio di come non funzioni correttamente l’aspetto dell’empatia. [54]

Un punto di vista sulla mente degli psicopatici sostiene che essi siano semplicemente amorali. Nel test classico sulla moralità, sviluppato da Lawrence Kohlberg, viene chiesto di leggere una storia e di giudicare la moralità del protagonista.

Un famoso esempio di storia è quello del marito che irrompe in una farmacia per rubare un farmaco antitumorale per la moglie che sta morendo di cancro, dato che il farmacista si era rifiutato di vendergli il farmaco per meno di duemila dollari (anche se la farmacia lo aveva pagato duecento dollari). Si chiede di giudicare se il marito abbia sbagliato o no. Quanto più è articolata la capacità di ragionare su simili dilemmi morali, tanto più è ritenuto avanzato il ragionamento morale. Se si è in grado di vedere i due lati dell’argomentazione, o che il contesto di un atto può scambiare diritti e torti, questo viene considerato come segno di una mente più sottile rispetto a chi ragioni semplicemente sulla base di regole.

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non necessariamente gli psicopatici ottengono un punteggio più basso in questo test [55]. Ciò può essere dovuto al fatto che questi, possono dire una cosa, anche se nella vita di tutti i giorni si comportano in tutt’altro modo. Il metodo di misurazione del ragionamento di Kohlberg non è l’unico approccio.

Nei test di ragionamento morale di Elliot Turiel, le storie non descrivono solo le trasgressioni morali, atti che violano i diritti umani (es. danneggiando un’altra persona), ma anche trasgressioni convenzionali (atti che violano le convenzioni sociali, parlare in una biblioteca). Qui viene chiesto di giudicare quanto cattiva sia un’azione, e se sarebbe comunque sbagliata anche se non ci fosse alcuna regola di divieto.

A partire dai 4 anni, la maggior parte dei bambini può capire la differenza tra questi due tipi di trasgressioni, e riconoscere che, mentre si possono cambiare le regole per le trasgressioni convenzionali , così che l’atto non sia più una trasgressione (si può decidere che in questa particolare biblioteca è consentito parlare), un cambiamento della regola relativa a una trasgressione morale (che stabilisca che d’ora in poi è lecito ferire gli altri) non rende l’atto meno cattivo [56]. Gli psicopatici hanno problemi con questo tipo di distinzione, come bambini con comportamenti antisociali [57].

Questo ci dice che gli psicopatici, oltre a non mostrare le normali relazioni emotive di fronte al disagio degli altri, hanno uno sviluppo morale limitato.

Ma è così semplicemente perché gli psicopatici sono meno intelligenti? C’è un chiaro legame tra Quoziente Intellettivo  (QI) basso, status socio-economico (SES) basso e comportamenti antisociali. Il legame tra basso QI e status socio-economico basso può essere dovuto al fatto che nei quartieri più poveri è più facile che riscontrare un’educazione più povera. Ma perché un basso QI e un basso SES dovrebbero aumentare il rischio di sviluppare comportamenti antisociali? Una ragione può essere che, senza un titolo di studio o un lavoro, la criminalità rappresenta un modo per guadagnarsi da vivere. Un basso QI può anche rendere più difficile immaginare le conseguenze dell’essere scoperti. Ma il fatto che esistono psicopatici intelligenti dimostra che un’intelligenza limitata non può dar conto di tutti i casi in cui qualcuno diventa uno psicopatico, e il fatto che esistono anche individui empatici con basso QI, dimostra che empatia e QI sono indipendenti.

Quindi, quando la totalità dei tratti emozionali e comportamentali di una persona si discosta dai limiti culturalmente attesi e accettati, e quando si tratta di caratteristiche di personalità che causano disfunzioni sociali ed ambientali o marcato disagio soggettivo, si configura il disturbo di personalità vero e proprio, altrimenti si parla di tratti di personalità che non raggiungono la soglia per un disturbo vero e proprio.

Il DSM-IV definisce il disturbo di personalità come una modalità di esperienza interiore e di comportamento deviati rispetto a quanto ci si aspetta normalmente. Tale modalità è patologica e si manifesta spesso in adolescenza o nella prima età adulta, e determina sia disagio sia una compromissione funzionale.

La deviazione della normalità deve riguardare almeno due delle seguenti aree:

  • capacità cognitiva;
  • affettività;
  • controllo degli impulsi;
  • bisogno di gratificazione;
  • incapacità a condurre le relazioni interpersonali.

Come riconoscere, quindi, una persona con un disordine della personalità antisociale di personalità?     

È diagnosticato quando qualcuno mostra un modello di comportamento caratterizzato in modo pervasivo dal disprezzo e dalla violazione degli altri che si manifesti già da quindici anni, riscontrabile dalla sussistenza di tre (o più) dei seguenti elementi:

  1. mancato conformarsi alle norme sociali di legalità:
    • compiere atti che sono puniti con l’arresto;
  2. manipolazione:
    • abitudine a mentire;
    • uso di nomi falsi;
    • sfruttamento delle persone per il proprio interesse o piacere;
  3. impulsività o incapacità di pianificazione;
  4. irritabilità e aggressività, con scontri fisici e aggressioni;
  5. indifferenza verso la sicurezza propria o altrui;
  6. costante irresponsabilità:
    • ripetute mancanze nel mantenere gli impegni di lavoro;
    • ripetute mancanze ad onorare gli impegni finanziari;
  7. mancanza di rimorso:
    • indifferenza per aver ferito, maltrattato o derubato qualcuno;
      • razionalizzazione dell’avere ferito, maltrattato o derubato qualcuno.

Il disturbo antisociale di personalità è caratterizzato dalla tendenza alla trasgressione delle regole sociali e convenzionali, dalla menzogna, dalla mancanza di una coscienza morale, dalla manipolazione degli altri, dall’aggressività e dalla criminalità. Sono, inoltre, privi di senso di responsabilità e di vincoli di appartenenza, sessualmente promiscui ed incapaci di percepire sentimenti di colpa e di rimorso per il loro comportamento anomalo. Il deficit di empatia nella personalità antisociale comporta una ridotta capacità di “sentire” lo stato emotivo delle altre persone, soprattutto se si tratta di tristezza e paura.

Oggi sappiamo che ci sono molti “percorsi della paura” nel cervello, e che l’amigdala ha un ruolo chiave nell’esperienza della paura.

Un problema delle concezione di Joseph Newman dell’ Università del Wisconsin è che essa enfatizza l’importanza dell’ansia nel processo di socializzazione dei bambini, sebbene molti bambini non imparano a socializzare solo per timore della punizione, ma anche attraverso la discussione su come si sente l’altra persona, ossia attraverso l’empatia [58]. Tuttavia, l’idea che agli psicopatici manca la paura è un’intuizione importante.

Il genetista comportamentale David Likken dell’Università del Minnesota testa questa ipotesi con un esperimento di condizionamento, in cui una scossa elettrica è accoppiata ad un suono di un cicalino. Gli individui “normali” sviluppano una “paura elettrodermica” (sudorazione) nell’udire il segnale acustico (cioè il cicalino era diventato uno stimolo condizionato). Al contrario, gli psicopatici risultano provare una minore paura elettrodermica al suono del cicalino, non apprendendo il “riflesso condizionato” alla minaccia. Essi mostrano anche un minore riflesso di sobbalzo (una reazione automatica) ad un suono forte o ad un oggetto che si proietta verso di loro. Tutto ciò indica un tipo di difficoltà di apprendimento molto specifico, che coinvolge un basso timore di punizione. Quindi, il loro basso grado di empatia può indurli a commettere atti crudeli verso gli altri. Osservando il loro cervello, dovremo aspettarci di vedere che sono interessati gli stessi circuiti sottostanti all’emopatia.

Il deficit di empatia è riferibile ad una disfunzione dell’amigdala. In accordo con quanto affermato, si potrebbe, inoltre, aggiungere che soggetti con questo disordine di solito hanno illese le funzioni esecutive ed eseguono correttamente i processi relativi alla Teoria della Mente. Pertanto, la loro mancanza di empatia potrebbe essere correlata ad un alterato processo affettivo piuttosto che una incapacità, per esempio, ad adottare la prospettiva degli altri. In realtà, le persone con disturbi di personalità antisociali sono competenti nella percezione delle intenzioni degli altri, trascurando il contenuto emotivo, così da trarre vantaggio da esso.

Questo per dire che lo psicopatico non è in grado di simulare le emozioni che non può vivere, e deve basarsi esclusivamente su fattori cognitivi alla sua teoria della mente.

Soggetti con personalità antisociale, spesso, risultano avere uno scarso rendimento ai test neuropsicologici relativi al funzionamento esecutivo. Le funzioni esecutive sono necessarie ai fini di un comportamento socialmente appropriato e giocano un ruolo di notevole importanza in relazione all’empatia attraverso l’autoregolamentazione.

In linea con questa prospettiva, un’analisi di trentanove studi (per un totale di 4589 partecipanti) ha contribuito a chiarire la relazione tra comportamenti antisociali e funzioni esecutive. I risultati di questi lavori indicano che vi è un rapporto solido e statisticamente significativo tra funzioni esecutive e comportamento antisociale.

Blair dimostra che le persone con personalità antisociale hanno un distorto meccanismo di inibizione della violenza il quale in condizioni normali viene attivato da segnali di soccorso provenienti dall’esterno e questo aspetto è proprio del funzionamento esecutivo.

Disturbi della personalità narcisistica

Il disturbo narcisistico di personalità è caratterizzato da un senso di sé grandioso, da una eccessiva ricerca di ammirazione e stima, da sentimenti di arroganza sprezzante e freddezza.

Questi soggetti tendono a manipolare le persone per raggiungere i propri obiettivi e risultano per lo più incapaci di conservare stabili relazioni nel tempo; sono invidiosi ed incapaci di riconoscere le qualità altrui, tollerano poco il rifiuto e le critiche, da cui si difendono con apparente indifferenza che cela una profonda rabbia e umiliazione. Ovviamente questi soggetti hanno una scarsa autostima e una fragile e precaria immagine di sé, che provoca una continua oscillazione della tonalità affettiva, in cui alternano fasi di umore pessimistico a fasi di euforia. Essi sono anche ignari della nocività del loro comportamento, mostrano una freddezza emotiva e la mancanza di interesse reciproco , mostrano invidia (soprattutto quando gli altri sono investiti di riconoscimenti), hanno un atteggiamento arrogante e sono pronti a biasimare e criticare gli altri quando i loro bisogni e le aspettative non sono soddisfatte . Come possiamo, quindi riconoscere un narcisista?

Le persone con questa carenza di empatia mostrano cinque (o più) delle seguenti caratteristiche:

  • senso grandioso della propria importanza;
  • costante presenza di fantasie di successo e potere, bellezza o di amore ideale;
  • convinzione di essere “speciale” e dover frequentare persone di alto rango;
  • necessità smodata di ammirazione;
  • convinzione di “aver diritto”;
  • atteggiamento di sfruttamento degli altri;
  • assenza di empatia;
  • invidia di altre persone o convinzione che gli altri siano invidiosi di lui/lei;
  • atteggiamenti arroganti.

Il narcisista è chiaramente diverso dallo psicopatico e dal borderline. In un certo modo, il suo basso/assente livello di empatia lo rende profondamente egocentrico, ma mentre può dire o fare cose che offendono altri, non può commettere azioni crudeli. Piuttosto, privi di qualsiasi forma di umiltà, i narcisisti pensano di essere di molto migliori delle altre persone, come se avessero qualche particolare dono che agli altri manca.

Di fatto, la vanagloria ed il continuo autoincensamento è parte di ciò che gli altri trovano offensivo, non perché siano gelosi, ma perché è un indicatore dell’esclusiva preoccupazione per sé del narcisista. Egli non riesce a riconoscere l’importanza della bi-direzionalità delle relazioni, poiché queste non sono considerate realmente dei rapporti in quanto sono a senso unico. Non vi è alcun tentativo di lasciare spazio all’altra persona nella conversazione, o di scoprirla. Il narcisista tiene semplicemente delle conferenze su se stesso, e decide quando porre fine alla conversazione. Sono monologhi non dialoghi.

Alcuni psicologi di indirizzo psicodinamico considerano necessario, normale e sano un po’ di narcisismo, il cui opposto è non amare se stessi [59]. Ciò implica che il narcisismo si sviluppo lungo una gamma di tratti, e diventa “patologico” solo in casi estremi, quando qualcuno si preoccupa solo di se stesso e fa attenzione agli altri solo se gli sono utili. Altrimenti detto, gli altri vengono sfruttati per la loro utilità per il narcisista, nel qual caso vengono utilizzati come oggetti. Il narcisismo può assumere forme differenti nelle diverse persone. Alcuni sono molto estroversi, vogliono rubare la scena, essere il capo di una società o il leader di un gruppo. Altri sembrano socialmente chiusi, quasi timidi, ma hanno il senso di aver diritto di aspettarsi che gli altri corrano in contro a loro, invece di doverli incontrare a metà strada, e sono arrabbiati che gli altri non facciano mai abbastanza per loro. Altri ancora possono diventare pericolosi, e questo tipo di personalità è stato a volte ritenuto alla base dei serial killer [60].

I narcisisti rappresentano circa l’1% della popolazione complessiva, anche se sono molto più comuni, arrivando fino al 16%, fra quelli che frequentano cliniche per problemi di salute mentale. A differenza del borderline, dal 50% al 75% di essi è di sesso maschile. A differenza del soggetto borderline o psicopatico, l’ipotesi è che il soggetto narcisista sia legato a troppa ammirazione, a lodi eccessive per il suo bell’aspetto o per qualche talento, ad un’eccessiva indulgenza, ossia ad una sopravvalutazione in assenza di feedback realistici (da parte dei genitori soprattutto).

Disturbi della personalità borderline

Il disturbo borderline di personalità è un disturbo considerato al confine tra nevrosi e psicosi ed è caratterizzato da una grande instabilità affettiva e dell’umore, delle relazioni con gli oggetti  dell’immagine di sé, con mancanza di controllo degli impulsi e dell’aggressività.

Questi soggetti manifestano rapide oscillazioni dell’umore con frequenti sentimenti depressivi e di noia, che rimandano ad una mancanza di un coerente sentimento di identità e che possono indurli alla promiscuità, per combattere la solitudine o il timore continuo di essere abbandonati, cercando aiuto mediante gesti autolesivi. Come riconoscere una persona con disturbo borderline della personalità? Il DSM-IV fa riferimento, per la diagnosi, ad almeno cinque dei seguenti otto sintomi:

  • relazioni interpersonali instabili e intense;
  • impulsività;
  • estreme oscillazioni di umore;
  • incapacità di controllare la rabbia;
  • minacce di suicidio o automutilazione;
  • identità confusa;
  • sentimenti estremi di vuoto (solitudine, noia, oscillazini dell’umore);
  • estremo timore dell’abbandono.

Secondo gli psichiatri, quella borderline è una forma specifica di disturbo di personalità ben distinta da altre varietà. Il tipo borderline, a quanto pare, è abbastanza comune: queste persone costituiscono circa il 2% della popolazione complessiva.  

Ai tratti caratteristici descritti sopra, si unisce anche la tendenza a pensare in bianco e nero (la cosiddetta scissione), così che le persone o sono “del tutto buone” o “del tutto cattive” (forse per questo i borderline possono essere particolarmente attratti dalle sette, il cui leader è visto come assolutamente buono). I borderline sono anche molto manipolatori, agendo per esempio come se fossero deboli ed indifesi, sfruttando la seduzione sessuale o la minaccia di suicidio per attirare l’attenzione.

Nei termini delle due componenti principali dell’empatia (il riconoscimento e la risposta) il tipo borderline può avere difficoltà su entrambi i fronti: sicuramente sono carenti nel “reagire” agli altri con un’emozione appropriata, e può essere che abbiano anche difficoltà a “leggere” con precisione le intenzioni e le emozioni sul viso degli altri.  Inoltre, i borderline nutrono “rabbia” nei confronti di coloro che amano.

Spesso si dice che c’è una linea sottile tra amore e odio; per i borderline quella linea sottile diventa infinitesimale. Nonostante tutta questa rabbia, si descrivono come “vuoti” dentro. Diranno che apertamente che il sentimento di vuoto causa un terribile dolore emotivo e uno stato di depressione. Diranno che il comportamento impulsivo (il bere, la droga, la promiscuità sessuale, il mangiare compulsivo, il gioco d’azzardo o i tentativi di suicidio) sono tutti tentativi di ottenere qualche breve momento di sollievo, un disperato tentativo di sentire qualcosa, piuttosto che sentire il vuoto.

I borderline riferiscono  pure che quella sensazione di vuoto li lascia con una mancanza di identità di base. La vita è sentita come una recita, come se dovessero far finta continuamente di essere qualcun altro.

Allo stesso tempo, però, nel profondo non sanno chi sono e hanno difficoltà anche a capire chi sono gli altri. È come se il problema che hanno nel pensare a se stessi rispecchi il problema che hanno nel pensare agli altri come persone concentrandosi o sulle parti buone degli altri oppure sulle loro parti cattive, senza riuscire a vedere una persona come buona e cattiva. Anche nel giro di pochi minuti possono passare dal percepire quelli che amano come perfetti o come cattivi. Le persone vengono o idolatrate o svalutate.

Questo meccanismo di “scissione” è visto da alcuni come un meccanismo di difesa freudiano, da altri come il segno di una mente che pensa in un modo del tutto binario, senza sfumature.

Il borderline non può tollerare di essere solo: la solitudine è sentita come abbandono, per evitare quella terribile sensazione cercherà altre persone, anche rapporti con estranei. Con chiunque stia, comunque, il borderline si sente soffocato (da chi sta vicino) o abbandonato (da chi si tiene più a distanza). Non riesce a trovare una calma terra di mezzo in cui godere serenamente di un rapporto. Vive, invece, in una malsana, continua alternanza di stati in cui dapprima respinge gli altri (con rabbia e odio), e poi vi si aggrappa disperatamente (con estrema gratitudine).

Tra le cause sono state sviluppate diverse teorie. Una delle prime è stata offerta dalla psicologia infantile sullo sviluppo borderline, ossia la teoria delle relazioni oggettuali secondo cui se i genitori non rispettano i bisogni del figlio, ne abusano, lo trascurano, il bambino diventerà borderline. La teoria delle relazioni oggettuali deriva da quattro importanti idee psicodinamiche. La prima è quella di “altro significativo” (di solito un genitore), che è l’oggetto dei sentimenti del bambino, e al quale il bambino guarda per soddisfare le proprie esigenze. Il secondo è la nozione freudiana di “stadi di sviluppo”, che un bambino deve superare con successo per sviluppare una personalità sana. Il terzo è il principio freudiano dell’importanza delle prime relazioni, che influenzano tutte quelle successive. La quarta idea (derivata dalla psicoanalista Margaret Mahler) è che tipicamente i bambini partono da una fase di sviluppo “autistica”, durante la quale si sentono fusi con la madre, per poi separarsene e raggiungere la propria individualità. Durante questa fase di “separazione-individuazione”, il bambino stabilisce il senso di sé, cruciale per la sua successiva salute mentale. Si tratta di un processo che deve bilanciare il sano bisogno di autonomia e di vicinanza da un lato, l’insana paura di essere sopraffatto e abbandonato dall’altro. Uno stato dissociativo può essere causato anche da un’estrema deprivazione affettiva oppure da maltrattamenti, come gli abusi sui minori. Bloccato nella scissione, le esperienze positive e la buona immagine che il bambino ha del genitore possono venire amplificate o esagerate in una idealizzazione dell’altro e in una visione grandiosa di sé, mentre le brutte esperienze vengono messe in quarantena in un pozzo nero di sentimenti negativi (rabbia e odio).

Il risultato è un intenso bisogno di attaccamento, un’intensa paura dell’abbandono e un rapporto conflittuale con la madre.

Nonostante il comportamento instabile delle persone di tipo borderline, gli scienziati sono riusciti a studiarne il cervello, che appare decisamente diverso in buona parte del circuito dell’empatia. In primo luogo, il legame del neurotrasmettitore serotonina ai suoi recettori è più debole del normale [61]. Proprio come ci si potrebbe aspettare, queste anomali si verificano in regioni del cervello interno del circuito dell’empatia: la corteccia prefrontale ventromediale, la corteccia cingolata mediale e alcune aree del lobo temporale.

Nel cervello di tipo borderline le tecniche di neuroimmagine rivelano anche anomalie nel circuito dell’empatia. Infatti, quando un borderline legge un testo sull’abbandono, si nota una minore attività in regioni celebrali legate all’empatia come l’amigdala, la corteccia prefrontale ventromediale, la corteccia cingolata mediale, il giro frontale inferiore, e il solco temporale superiore. Altri studi riscontrano un aumento dell’attività dell’amigdala, in entrambi gli emisferi, durante la visione di diapositive emotivamente negative.

Analogamente, si osserva una maggiore attività dell’amigdala di sinistra quando i borderline guardano facce che esprimono emozioni [62]. Infine, uno studio di recente ha scoperto che quando gli individui di tipo borderline partecipano ad un gioco basato sulla fiducia non si mostrano essere in grado di conservare o ripristinare la cooperazione con gli altri.

I marcatori neurali legati ai gesti di cooperazione e di fiducia (l’insula anteriore), normalmente attivi, sono del tutto assenti negli individui di tipo borderline [63].

 


[54] Dodge K. A., “ Social-cognitive mechanisms in the development of conduct disorder and depression”;  Ann. Rev. Psychol., 44, anno 1993, pp. 559–584.

[55] Lee M., Prentice N.M., “Interrelation of emphaty, cognition, and moral reasoning whit dimentions of juvenile delinquency”. In Journal of Abnormal Child Psychology, 16, 1988, pp.127-139.

[56] Smetana  J.G., Braeges J.L., “The development of toddlers’moral and conventional judgmentd”. In Merril-Palmer Quarterly, 36, anno 1990, pp. 329-346.

[57] Blair R.J.R., Coles M., “Expression recognition and behavioral problems in early adolescence”. In Cognitive Development, 15, anno 2000, pp. 421-434.

[58] Hoffman M.L., “Discipline and internalization”. In Developmental Psychology, 30, anno 1994, pp. 853-860.

[59] Stone V., Baron-Choen S., Knight K., “Frontal lobe contribution to theory of mind”. In Journal oh cognitive neuroscience, 10, anno 1998, pp. 640-656.

[60] Shlesinger L., “Pathological narcissism and serial homicide: Review and case study”. In Current Psychology, 17, anno 1997, pp. 212-221.

[61] Soloff, Price, Meltzer et al., 2000;

[62] Soloff, Kelly, Strotmeyer et al., 2003;

[63] King-Casas B., Sharp C., Lomax-Bream L. Lohrenz T., Fonagy P., Montague P.R., “The rupture and repair of cooperatin in borderline personality disorder”. In Science, 321, anno 2008, pp. 806-810.

 

Indice

PREMESSA 
INTRODUZIONE
 

Capitolo IEMPATIA: CENNI STORICI 

  1. Definizione di empatia
  2. Emozioni: correlazione neuroanatomica
    1. Corteccia mediale prefrontale
    2. Corteccia orbito frontale
    3. Opercolo frontale
    4. Giro frontale inferiore
    5. Corteccia cingolata anteriore e l'insula anteriore
    6. Giunzione temporo-parietale
    7. Solco temporale superiore
    8. Corteccia somatosensoriale
    9. Lobulo parietale inferiore ed i neuroni specchio
    10. Amigdala
  3. Evoluzione dell'empatia
  4. Componenti dell'empatia
  5. Partecipazione affettiva tra sé e gli altri
  6. Consapevolezza di sé e degli altri
  7. Flessibilità mentale e presa di prospettiva

Capitolo II Nuovi orientamenti nello studio dell'empatia ed individuazione di specifici sottosistemi

  1. Sottosistemi dell'empatia 
  2. Teoria della mente o empatia cognitiva
  3. Empatia motoria e modello di percezione-azione
  4. Empatia emotiva

Capitolo IIIQUADRI CLINICI LEGATI AI DISORDINI DELL'EMPATIA 

  1. Quadri clinici legati al deficit di empatia
  2. Disturbi di personalità
    1. Disturbi della personalità psicopatica e antisociale
    2. Disturbi della personalità narcisistica.
    3. Disturbi della personalità borderline
  3. Disturbi dello sviluppo
    1. Disturbi dello spettro autistico
    2. Disturbi della condotta
  4. Disturbi "secondari" dell'empatia

Capitolo IVModalità di approccio ai disordini dell'empatia e strategie terapeutiche

  1. Aspetti generali della riabilitazione nel bambino
  2. Educazione all'emozione
  3. Strategie di intervento e facilitatori
    1. Storie sociali
    2. Video modeling
    3. Role playing e teatroterapia
    4. Pet therapy
    5. Terapia di gruppo
 
CONCLUSIONI
BIBLIOGRAFIA
 

Tesi di Laurea di: Emanuela VARRIALE