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Sono avida di voci, che siano leggere o pesanti, scure o chiare, le amo per la loro straordinaria capacità di farsi corpo [16].

Quando un bambino nasce l’unico suono che la madre e i medici anelano di sentire è la sua voce. Il primo vagito, il primo pianto del bambino testimoniano che respira, che è vivo. La voce del neonato viene così collegata, fin dal primo momento, ad un’espressione di vita. Subito dopo la nascita, infatti, il pianto è la forma più immediata che il bambino ha per comunicare i propri bisogni. Questi bisogni sono collegati alle funzioni fisiologiche e alla sua sopravvivenza: alimentazione, sonno, controllo sfinterico, mantenimento della temperatura corporea. Attraverso il pianto, quindi, il neonato comincia ad instaurare una relazione affettiva con la madre, creando un dialogo sonoro che di giorno in giorno si amplierà e si modificherà. Fin dal suo esordio la voce diviene così il primo, il più immediato, il più efficace mezzo comunicativo dei propri bisogni, tendente alla conservazione della salute fisica ed emotiva.

Se si ascolta il pianto di un bambino, cosa si può cogliere?

Un ascoltatore esterno alla diade madre bambino solitamente fatica a riconoscere variazioni nel pianto. Sembra un lamento sempre molto simile a se stesso, che può voler dire fame, o sonno, o freddo, o malessere. Ma osservando il rapporto di una madre con il suo piccolo si comprenderà come ogni minimo segnale vocale abbia per lei un significato diverso. C’è un pianto per la fame, un pianto per il sonno e uno per il freddo; e infatti noi abbiamo un termine per dire fame uno per dire sonno e uno per dire freddo. Non si chiamano nello stesso modo e non significano la stessa cosa. Questo vale anche per il pianto del bambino che, con i suoi svariati aspetti, nella modulazione e modificazione continua, può considerarsi come premessa dei futuri tratti paralinguistici del linguaggio verbale, cioè di tutte quelle variabili acustiche della voce che, all’interno della comunicazione, permettono di comprendere lo stato emotivo di chi parla.

Dal secondo mese il bambino inizia gradualmente a svolgere un’attività di vocalizzazione spontanea: la lallazione. Questa nuova capacità espressiva riguarda inizialmente il piacere produttivo legato alla scoperta delle sensazioni tattili, vibratorie e sonore provocate dall’emissione vocale. Si può definire come un primo gioco esplorativo del bambino. Questa attività è tanto più vivace e ricca quanto più il bambino viene stimolato dall’ambiente familiare, e “può essere considerata una prima fase di quella che viene definita coscienza vocale. In questo periodo, infatti, si costruisce lo schema vocale, trasposizione percettivo-fonica dello schema corporale, dove si costituisce anche l’orecchio, l’essere intonato” [17].

Mano a mano che progredisce il repertorio di suoni e di lallazioni che il bambino riesce a produrre, cresce anche il così detto ‘baby-talk’, ovvero la forma di comunicazione preverbale che si instaura tra adulti e bambini. Il dialogo è in questo periodo caratterizzato da una marcata ripetitività, dall’imitazione reciproca e da un’accentuata prosodia, cioè dall’enfatizzazione di quello che è l’aspetto musicale della frase verbale. La madre, in modo particolare, utilizzerà maggiormente i toni alti della voce, accentuando le curve di intonazione in modo da attrarre l’attenzione del bambino.

“Con le prime lallazioni il bambino scopre una fonte di piacere, che gratifica anche la madre. Costei ascolta con gioia e risponde con parole che hanno solo valore sonoro, perché nessun messaggio verbale può ancora venire percepito. Si stabilisce un dialogo sonoro che esprime due piaceri complementari, che hanno in comune la risonanza del piacere” [18].

Queste prime esperienze vocali del bambino saranno fin da subito connesse a sensazioni di piacere, che coinvolgono la sfera emotiva, sensoriale uditiva e propriocettiva. Le sensazioni vissute sono generate da una relazione affettiva, in quanto si instaurano nel rapporto diretto di dialogo con la madre. La voce materna funge da “specchio sonoro, che riflette le esperienze vocali del bambino e le rinforza [19]. Questa voce stimolante e tranquillizzante, non viene situata dal bambino come voce esterna dell’altro, ma permette comunque al piccolo di cogliere qualcosa di sé, attraverso la durata delle sensazioni sonore che vive.

Nei primi anni di vita la voce viene utilizzata come un vero e proprio mezzo per il gioco senso-motorio, attività indispensabile per la crescita e lo sviluppo. Quando si parla di gioco senso-motorio, si intende generalmente un gioco di esplorazione corporea tramite la motricità grossolana spontanea. Il bambino, però, unisce a questa esplorazione il gioco vocale, che lo aiuta a provarsi e a scoprirsi attraverso le vibrazioni che la voce provoca risuonando tramite gli organi interni, le cavità e le casse di risonanza del proprio corpo. Il gioco vocale si esplicita mediante la lallazione, il bubbling, il gorgheggio, le prime risate che il bambino produce. Il piacere senso-motorio percepito dal piccolo è legato proprio alla produzione di questi suoni, che provocano delle sensazioni nuove all’interno del corpo, delle vibrazioni che risuonano dentro.

Il piacere sensoriale della scoperta del suono diminuisce però progressivamente con la crescita del bambino e con le percezioni della portata comunicativa di alcuni particolari suoni, che orientano la produzione verso lo scopo della comunicazione, piuttosto che verso il piacere della produzione. Questo è un passaggio critico, perché anche l’adulto comincia a dare meno importanza alla componente acustica-prosodica della voce, ponendo maggiore attenzione a quella che è l’intenzione comunicativa esplicita. Il rischio si concretizza nel fatto che l’attenzione si sposti su quello che il bambino dice e non su ‘come lo dice’. A questo punto, quindi, potremmo affermare che il progressivo sviluppo del linguaggio confina in secondo piano la voce del bambino. E’ di fondamentale importanza, invece, che sia la voce ad essere protagonista, e non il linguaggio: la voce conserva ed offre molti più aspetti significativi e comunicativi delle parole in sé. Le parole possono essere travisate, possono essere usate impropriamente, e le parole nel bambino sono spesso poche e limitate. Ma l’ampiezza di significati, sfumature, particolari e dettagli che la voce e il suono portano con sé, sono il nucleo per giungere ad una comprensione profonda di quello che un bambino ha dentro di sé e vuole portare all’esterno.

Nel corso dell’infanzia e poi dell’adolescenza, il ragazzo comunque continua ad utilizzare gli aspetti non-verbali della voce per esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni. Nonostante tali aspetti vengano spesso ‘soffocati’ dal significato veicolato dalle parole, esistono e sono sempre presenti, e un ascoltatore attento è in grado di catturarli anche sotto uno strato ricco e pieno di frasi verbali. E’ importante che l’adulto mantenga desta l’attenzione verso questi aspetti della voce, soprattutto durante la fase di crescita del ragazzo. Si è visto infatti che un’esuberanza corporea spesso di collega ad un’esuberanza vocale,  che può essere indicativa di un eccesso di energia in cerca di sfogo o un sintomo di malessere. Il grido, il parlare a voce troppo alta, la voce stridula sono tutti segnali da non sottovalutare, che possono indicare stati di disagio che il bambino o il ragazzino non sa (o non vuole) comunicare in altro modo. Questo continua a valere anche per l’età adulta, in cui spesso la voce è uno dei pochi elementi che sfuggono al controllo razionale. Le sfumature della voce permettono quindi di cogliere meglio il mondo interno del neonato, adolescente o adulto che sia, oltre la maschera: la percezione di essere ‘nudi’, quando si tira fuori la voce di fronte a qualcuno, ne è una conferma.

Dopo aver considerato alcuni punti essenziali dello sviluppo della voce e delle sue  funzioni, diviene importante comprendere come la voce si integri con gli altri aspetti della vita di una persona.

Qual è, per esempio, il legame che la voce può avere con lo spazio? O con il tempo? O con gli oggetti? Nel seguente capitolo si cercherà di rispondere a queste domande, ponendo in rilievo i legami esistenti tra la voce e le altre ‘categorie’, utilizzate anche nella terapia neuro e psicomotoria per l’osservazione e l’analisi dello sviluppo di un bambino.

 


[16] I.M.Tosto, La voce musicale, EDI ed., Torino 2009, p. 7.

[17] Ibid, p. 42.

[18] G. Roi, Psicodramma e Musicoterapia, quaderni dell’Istituto Medico Pediatrico, Zyklus, Maggio 1983 n° 0.

[19] I.M.Tosto, La voce musicale, EDI ed., Torino 2009, p.43.

 

Indice

INTRODUZIONE
 
 
  1. PRIMA PARTE: LO SVILUPPO DELLA VOCE
    1. Dalla voce udita alla voce prodotta
      1. "In principio era il suono": la voce udita nella vita fetale 
      2. Lo sviluppo della voce nel primo anno di vita: la voce prodotta
    2. La voce e le categorie psicomotorie
      1. La voce e lo spazio
      2. La voce e il tempo
      3. La voce e il tono muscolare
      4. La voce e la postura
      5. La voce e gli oggetti
    3. La voce parlata e la voce cantata
  2. SECONDA PARTE: LA VOCE IN TERAPIA
    1. Il Dialogo tonico e sonoro
      1. Il dialogo tonico
      2. Il dialogo sonoro
    2. In Dialogo con bambini "Speciali"
      1. Casi Clinici
      2. Area Neuromotoria
        1. C.
        2. I.
      3. Tirocinio in Musicoterapia
        1. N.
        2. A.
        3. E.
    3. Dal Dialogo Tonico al Dialogo Sonoro
      1. E' sufficiente il dialogo tonico?
    4. Obiettivi del trattamento
      1. Dialogo tonico e schema corporeo
      2. Dialogo sonoro e schema corporeo
      3. Dialogo tonico e comunicazione di bisogni ed emozioni
      4. Dialogo sonoro e comunicazione di bisogni ed emozioni
    5. Dialogo Tonico e Sonoro: semplicemente Ninna-nanna
 
CONCLUSIONI
APPENDICE
BIBLIOGRAFIA
 

Tesi di Laurea di: Maria Vittoria BERNO

Sito internet: http://dialogoconbambinispeciali.blogspot.it/