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Il motivo per il quale si parla di tecniche a mediazione corporea in ambito oncologico è dettato dalla necessità di trovare un linguaggio terapeutico che consenta al  soggetto di mettere in contatto i bisogni bio-psico-sociali con la specifica rappresentazione che i pazienti oncologici hanno del loro corpo (Spano e Vigorelli, 2007). La  rappresentazione del corpo nel paziente oncologico sembra svilupparsi essenzialmente con dei vissuti di lotta al suo interno. Fin dalla prima diagnosi, infatti, il corpo sembra lottare con una parte che non riconosce come sua,  che lo sta aggredendo (Spano e Vigorelli, 2007). La comunicazione che s’ instaura con questa parte corporea è conflittuale, distorta, caratterizzata da sentimenti di rabbia ed aggressività, che rendono difficile qualsiasi discorso terapeutico e riabilitativo (Grassi et al., 2003). La riparazione chirurgica o chemioterapica di quella parte del corpo può apparire pertanto come una riparazione parziale di questo conflitto, riparazione che manca dell’analoga  sul piano psicologico del conflitto, che continuerà ad esistere, in maniera più o meno inconsapevole, e  che si riproporrà in maggiore o minore misura, richiamato dalla paura, ad ogni visita di controllo,  a reprimere le aspettative di speranza di una vera ed autentica guarigione (Spano e Vigorelli, 2007).  Questo conflitto, che il paziente vive a livello del corpo, richiede quindi un intervento terapeutico o riabilitativo che lo riarmonizzi e che reintegri gli aspetti psichici con quelli somatici (Engel, 1974).

All’interno di questo quadro clinico generale, i soggetti sopravissuti a tumori cerebrali hanno bisogno di un’attenzione particolare (Fuemmeler et al., 2002), infatti i bambini ed i ragazzi colpiti da medulloblastoma cerebrale  manifestano molti problemi psicologici anche a parecchi anni di distanza dalle terapie (Hoppe-Hirsch et al.,1990).

La Psicomotricità è l’espressione dell’unione inscindibile dell’affettività, motricità e cognitività, che si sviluppano in modo inscindibile fin dal principio dell’esistenza (Pisaturo, 1996). La rottura di quest’ armonia, in seguito  a forti traumi di origine organica o psicologica, richiede un intervento integrato, che ripristini le intime connessioni tra le componenti costitutive. L’uso del corpo e della corporeità come espressione dell’unità psicosomatica è in grado di mobilizzare le capacità espressive e relazionali nel tentativo di ristrutturare l’insieme della personalità (Pisaturo,1996, Boscaini, 1992, Vecchiato, 2007). Il movimento, come comportamento che si attua nel rapporto tra individuo ed ambiente, presuppone il concetto di persona (Pisaturo, 1996), e si lega al concetto di schema corporeo come unità corporea, vissuta attraverso le esperienze motorie. Lo schema corporeo e l’immagine corporea fisiologicamente lateralizzata (Boscaini, 2008), mirano alla riarmonizzazione dell’idea d’insieme ed alla restituzione della possibilità di espressione della propria personalità (Wallon, 1967, Boscaini, 1992, Pisaturo, 1996, Vecchiato , 2007).

La pratica psicomotoria diventa terapia a mediazione corporea, perchè attraverso la motricità libera e spontanea (Boscaini,1992) l’organismo sperimenta e manifesta la totalità della propria realtà emozionale, cognitiva e comunicativa: anche nell’atto motorio si può trovare la chiave per accedere al mondo psicologico, cognitivo, affettivo e pulsionale dell’individuo (Wallon, 1967, Boscaini, 1992, Pisaturo, 1996, Vecchiato , 2007).