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Un aspetto che assume particolare  importanza nell’approccio psicomotorio inserito in un ambiente riabilitativo è la lateralità,  in tutte le sue forme di espressione.

Con lateralità s’ intende la predominanza funzionale di un  emilato del corpo rispetto all’altro sia a livello periferico (mani e piedi) che assiale (occhi, orecchie) (Boscaini, 2010).

Si distingue la lateralità, intesa come predominanza funzionale di un lato rispetto all’altro (Boscaini, 2008, p.60), dalla lateralizzazione, che è invece “il processo di maturazione neurologica e psico-affettiva che organizza questa asimmetria attivando la scelta di un lato rispetto all’altro”. Essa segue le leggi prossimo-distale e cefalo-caudale, che regolano la maturazione del Sistema Nervoso, e necessita per la sua completa maturazione il passaggio dal pensiero intuitivo a quello logico-concreto, nonché il compimento del processo affettivo di separazione-individuazione (Boscaini, 2008, p. 60).

La lateralità, può essere condizionata da variabili genetiche ed ambientali, assumendo caratteristiche diverse a seconda che si tratti di lateralità somatica (asimmetria del corpo),  sensoriale (discriminazione diversa dei recettori sensoriali), neurologica (organizzazione del tono muscolare), d’uso (prevalenza manuale nelle attività quotidiane), gestuale (la più globale e spontanea), o grafomotoria (lateralità di motricità grafica).

Le prime espressioni della lateralità  si hanno già  a 5-6 mesi, quando,  con la comparsa dei primi tentativi di raggiungimento dell’oggetto si può notare una certa differenza tra gli arti, lì dove una mano raggiunge lo scopo  prima dell’altra, denotando una certa asimmetria nella gestione della motricità.

Il processo di lateralizzazione vero e proprio  avviene  fra i tre ed i  sette anni e  può in realtà protrarsi fino agli otto o dieci. Serve per  organizzare  la motricità in modo asimmetrico così da renderla più funzionale allo scopo, seguendo i tempi  della maturità psico-affettiva e la specializzazione delle aree della corteccia cerebrale (Jetha e Segalowitz, 2012). L’evoluzione neuromotoria infatti avviene prevalentemente a livello corticale ma risponde sia ad  esigenze genetiche e neurologiche che a fattori ambientali .

Il processo di lateralizzazione è strettamente connesso e si sviluppa insieme allo schema corporeo ed alla coscienza dello stesso, all’immagine corporea intesa come rappresentazione di sé lateralizzata. E’ anche strettamente relazionata con il tono e la sua distribuzione, con la coordinazione motoria, soprattutto manuale fine.

Il tono è uno stato di tensione permanente del muscolo in stato di riposo mantenuta dagli influssi nervosi (Boscaini 2008, p.10), costituisce la trama del movimento partecipando a tutte le funzioni motorie (coordinazione generale e oculo-manuale, equilibrio statico e dinamico, dissociazione dei movimenti) ed espressive attraverso la regolazione della muscolatura mimica . Trova il suo centro di regolazione a livello midollare, si modula con le posture e varia con gli stati psicologici: un sistema che da un lato ci mette in contatto contemporaneamente con il nostro mondo interno e con la realtà esterna.

Nell’essere umano l’organizzazione del tono comincia sin dalla vita fetale, seguendo la maturazione neurologica permessa dal sistema sub-cortico-spinale o extra-piramidale e dal sistema cortico-spinale detto anche piramidale  (Boscaini, 2008).
La maturazione di questi due sistemi dipende dalla loro mielinizzazione e avviene in periodi diversi, tra le 24 e 34 settimane di gestazione il primo, tra 32 settimane e 24 mesi per il secondo .

Sarà quest’ultimo che, dopo la nascita, permetterà la moderazione  degli output provenienti dal sistema extrapiramidale durante l’azione.

Nella sua pubblicazione sulle sindromi da insufficienza dell’organizzazione psicomotoria e sulle tipologie psicomotorie, Wallon (1932 , 1956)  ha dato importanza alla stretta correlazione tra il tono muscolare e le caratteristiche dell’individuo relative alle variabili in rapporto alle situazioni.

Una corretta distribuzione del tono permette un’ottimizzazione dell’organizzazione del movimento e conseguentemente  una migliore organizzazione funzionale della lateralità.

Per compiere un movimento balistico come quello di lanciare una palla, è necessario che la corteccia motrice sia in grado di regolare il tono, cioè di esercitare il suo controllo sugli input provenienti dalle aree extrapiramidali .

I disturbi della lateralità, secondo Boscaini (2008) ovvero quei disturbi che si realizzano a livello psicomotorio quando c’è una scarsa regolazione del tono ed il movimento non è più eseguito economicamente, si esprimono con: impaccio, lentezza motoria, sincinesie, ovvero la presenza di movimenti involontari che si realizzano nell’emilato contro laterale  durante un’azione volontaria. Wallon (1946) concepisce le sincinesie come segni di una scarsa regolazione tonica. Altri disturbi che possono manifestarsi durante l’infanzia e persistere per tutta la vita sono: la  prensione inadeguata, tensione muscolare durante l’atto grafico (crampo dello scrivano), la disgrafia; disortografia, inversione di lettere e numeri; disattenzione; disturbi spaziali; disturbi dello schema corporeo; autosvalutazione, ansia, insicurezza, aggressività. La scarsa regolazione del tono può avere cause neurologiche o neuropsicologiche (compenso da deficit funzionale, immaturità e ritardo neuromotorio, disprassia), così come psichiatriche o psicologiche (disturbi di personalità, psicosi, mancinismo contrastato, difficoltà ad interiorizzare le regole, inversione e confusione dei ruoli familiari).

Il processo di lateralizzazione, quindi, fa parte dello sviluppo dell’essere umano e sembra essere uno step indispensabile per il raggiungimento di importanti competenze, come per esempio, lo scrivere correttamente .

Quello su cui si vuole porre l’accento in questo capitolo è il l’importanza del concetto di plasticità cerebrale come base sulla quale generare nuove e valide proposte riabilitative in grado di integrare l’approccio terapeutico del paziente colpito da tumore cerebrale .

Il recupero funzionale nel processo riabilitativo è spesso lungo e faticoso perché la nostra struttura cerebrale è complessa, le funzioni si intrecciano tra loro in modo originale per ogni individuo, con il suo personale equilibrio emotivo, con il sistema delle motivazioni e delle aspettative con numerosissime altre variabili come il contesto familiare e sociale di provenienza, le abilità antecedenti il trauma e le possibilità di un eventuale reinserimento scolastico o lavorativo (Moro, 2010, p.61).

D’altro canto nel libro  “L’Errore di Cartesio” (2009), Damasio (2009, pp.24.-26) afferma che:
“il cervello umano ed il resto del corpo costituiscono un organismo non dissociabile, integrato grazie all’azione di circuiti regolatori neurali e biochimici interagenti (che includono componenti endocrine, immunitarie e nervose autonome); l’organismo interagisce con l’ambiente come un insieme: l’interazione non è ne solo corpo ne solo cervello, i processi funzionali che noi chiamiamo "mente” derivano dall’insieme strutturale e funzionale piuttosto che dal solo cervello. Soltanto nel contesto dell’interagire di un organismo con l’ambiente si possono apprendere appieno i fenomeni mentali. Il fatto che l’ambiente sia, in parte, un prodotto dell’attività stessa dell’organismo semplicemente sottolinea la complessità delle interazioni  che bisogna tenere conto […] mi è difficile considerare i risultati scientifici, specialmente in neurobiologia, come qualcosa di più di approssimazioni provvisorie, da usare per un po’ e poi gettare via non appena se ne rendono disponibili di migliori ”.

La psicomotricità in quanto ponte tra l’aspetto psicologico, quello espressivo relazionale e motorio, può dare il suo contributo a questo quadro così complesso, offrendo informazioni ottenute dall’osservazione di  aspetti originali (schema corporeo, immagine corporea, lateralità) comuni ad altre discipline come la psicologia e la fisioterapia  armonizzandone  i contenuti ed influendo positivamente sui loro interventi.