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Lo schema corporeo e l’immagine corporea sono concetti che nascono dall’unione di aspetti fisiologici e psicologici importanti e sono alla base dell’approccio psicomotorio.

Sono direttamente coinvolti nella terapia di  tutte le patologie ove il corpo resti gravemente offeso, ed hanno giovato delle recenti teorie sulla plasticità cerebrale come possibilità di migliorare/ottimizzare le risorse disponibili  attraverso azioni in grado di tener conto di queste informazioni nella complessità dell’intervento riabilitativo (Moro, 2010).

Lo schema corporeo è "un sistema di rappresentazione del proprio corpo nello spazio. E’ la rappresentazione in parte cosciente che ciascuno si fa del proprio corpo, da fermi e  in azione rispetto alla propria posizione nello spazio e rispetto alla posizione dei vari segmenti corporei tra di loro. Esso si struttura sulla base dei dati propriocettivi, enterocettivi o viscerali, ed esterocettivi" (Boscaini, 2008, p.50).

Lo studio dello schema corporeo è stato oggetto di interesse da parte di numerosi studiosi appartenenti a diversi ambiti di ricerca.

Bonnier (1905) fu il primo ad utilizzare l’espressione “schema corporeo”, ad indicare la rappresentazione topografica  e spaziale del corpo che permette l’orientamento rispetto all’ambiente esterno. Egli definì “aschematia” l’alterazione di tale rappresentazione ed individuò nell’attività vestibolare il contributo principale.

Pick (1908) descrisse invece l’incapacità di denominare le parti del proprio corpo, definendola come autopagnosia, ed ipotizzò un’immagine spaziale del corpo che l’individuo costruisce durante lo sviluppo, una rappresentazione basata sulle afferenze sensoriali che permette una consapevolezza topografica del corpo stesso. Tra le afferenze sensoriali mise in particolare rilievo quelle visive.

Head (1920) parlò di schema posturale, che esprime l’immagine tridimensionale del corpo e assicura l’apprezzamento del tono posturale e della posizione del corpo nello spazio, ma anche la localizzazione delle stimolazioni periferiche e lo scarto temporale delle diverse stimolazioni percepite. Head aggiunse quindi alla nozione di immagine spaziale di Bonnier e Pick la dimensione temporale, concependo lo schema corporeo come una realtà non statica ma in continua costruzione ed in rapporto con le varie afferenze.

Per Schilder (1935), “l’immagine del corpo umano” è la rappresentazione mentale che l’individuo ha del proprio corpo. Questa immagine è tridimensionale e viene costruita a livello corticale sulla base delle continue sensazioni tattili, uditive, visive e cinestesiche che provengono dal nostro corpo. Schilder scrive infatti che “noi riceviamo delle sensazioni, vediamo delle parti della superficie del nostro corpo, abbiamo impressioni tattili, cinestesiche, dolorose, sensazioni indicanti le deformazioni del muscolo provenienti dalla muscolatura e dalle guaine muscolari, sensazioni provenienti dalle innervazioni muscolari e sensazioni di origine viscerale. Ma al di là di tutto questo, vi è l’esperienza immediata dell’esistenza di unità corporea, che, se è vero che viene percepita, è qualche cosa di più di una percezione: noi la definiamo schema del nostro corpo o schema corporeo. […] lo schema corporeo è l’immagine tridimensionale che ciascuno ha di se stesso, possiamo anche definirlo “immagine corporea”. Questo termine indica che non si tratta semplicemente di una sensazione o di un’immagine mentale, ma che il corpo assume un certo aspetto anche rispetto a se stesso, ciò implica inoltre che l’immagine non è semplicemente percezione sebbene ci giunga attraverso i sensi, ma comporta schemi e rappresentazioni mentali, pur non essendo semplicemente una rappresentazione“ (Schilder, 1999, p. 35). Schilder aggiunge quindi ai dati fisiologici e neurologici anche quelli psicologici. Lo schema corporeo non è più solo risultato di sensazioni e percezioni, ma anche una costruzione che il soggetto crea attraverso la rappresentazione che ha del proprio corpo.

De Ajuiriaguerra (1973) definisce lo schema corporeo come la rappresentazione che l’uomo ha  del proprio corpo in posizione statica o dinamica. Non si tratta quindi di una nozione , ma di un concetto  che si evolve attraverso l’esplorazione e l’imitazione. Per questo autore lo schema corporeo si costruisce attraverso un processo cognitivo-affettivo-esperienziale che deriva dall’integrazione dei dati sensoriali ed affettivi e dalla localizzazione delle posture e degli spostamenti nello spazio.
Piaget (1945 ) affronta il problema dal punto di vista psicogenetico: il bambino alla nascita possiede dei meccanismi riflessi ed automatici concatenati da stimoli entero ed esterocettivi, che determinano un comportamento istintivo ed innato. Il movimento scatenato è inizialmente finalistico, poi, con il ripetersi di questi meccanismi riflessi, si iniziano ad impostare i primi schemi motori che il bambino assimila e tende a ripetere al fine di ottenere le sensazioni già provate. Ma già in questa seconda tappa il bambino comincia a rispondere agli stimoli secondo un suo peculiare modo di essere , iniziando così a  formarsi una rappresentazione corporea personale.

Per Le Boulch (1983), lo schema corporeo è una sorta di intuizione di insieme o una conoscenza immediata del nostro corpo allo stato statico o in movimento, nel rapporto delle sue diverse parti tra di loro e nei suoi rapporti con lo spazio circostante popolato da oggetti e persone;  è importante secondo questa prospettiva  che l’apprendimento passi attraverso tentativi sperimentali, prove ed errori.

Recentemente, Maravita e Iriki (2004) hanno affermato che il concetto tradizionale di schema corporeo, inteso come integrazione di informazioni propriocettive inconsce  talvolta in contrasto con quelle consce che vanno a costruire l’immagine corporea, deve essere rinnovato alla luce di recenti scoperte avvenute in ambito scientifico. Gli autori stessi sostengono che dietro la propriocezione sembrano esserci altre modalità sensoriali (soprattutto somatosensoriali e visive)  molto importanti per la costruzione dello schema corporeo,  come appare da esperimenti sui primati, sembra che le informazioni provenienti  da un singolo neurone siano in grado di modificare  la mappa corporea del cervello spostandola da una costruzione “puramente percettiva” ad una multi composta e orientata all’azione. In questa prospettiva le connessioni multiple dell’area frontale e  parietale integrano le informazioni provenienti da zone separate della superficie del corpo e dallo spazio esterno in  modo   funzionale alle azioni specifiche eseguite da differenti segmenti.

Di particolare interesse per questa analisi è la scoperta di neuroni dell’area premotoria, parietale e putaminale, che rispondono sia a informazioni di tipo somatico sensoriale provenienti da una data parte del corpo che a informazioni visive provenienti dallo spazio adiacente ad esso. Questo sistema sembra essere cruciale per l’orientamento spaziale del corpo nello spazio, pertanto gli autori parlano di “rappresentazione corporea” proprio per indicare un sistema neurale che orienta il corpo nello spazio in base ad informazioni multisensoriali finalizzate all’azione. Il concetto di rappresentazione corporea così formulato getta anche luce sulla rappresentazione multimodale dello spazio extrapersonale nell’esecuzione dell’azione (Berlucchi & Aglioti, 1997; Maravita et al., 2002).

Il fatto che  l’utilizzo di oggetti sia in grado di apportare delle modificazioni plastiche a livello cerebrale  nella rappresentazione corporea, impone una nuova visione non solo della rappresentazione corporea stessa, ma anche nella rappresentazione multimodale  dello spazio extrapersonale. I dati della ricerca di Maravita e Iriki (2004) dimostrano che dove c’è impossibilità nel compiere un movimento, l’utilizzo di oggetti viene incorporato in modo plastico nella rappresentazione neurale del corpo. La conseguenza è che l’utilizzo di oggetti è in grado di incrementare l’integrazione di stimoli visivi biologicamente rilevanti in una rappresentazione multimodale dello spazio anche se sempre centrata sul corpo .

Il substrato neurale che sottostà a questo processo d’ internalizzazione  sembra simile  nei primati e negli esseri umani, ma mentre in questi ultimi la capacità di integrazione degli stimoli è innata, i primati richiedono un periodo di training per indurre le necessarie modificazioni a livello di corteccia parietale che permettono di attivare lo stesso tipo di risposta comportamentale .

L’utilizzo intelligente di strumenti complessi sembra una caratteristica peculiare degli esseri umani,  probabilmente risultato dell’organizzazione e specializzazione cerebrale delle abilità prassiche e linguistiche  (Johnson-Frey, 2004; Moll et al., 2000; Paillard, 1993,op. già citate in Maravita e Iriki, 2004).

In conclusione, lo schema corporeo non è solo percezione del proprio corpo, ma una rappresentazione costante che si costruisce attraverso esperienze passate o presenti, di tipo posturale, visivo, cinestesico, e che è perennemente condizionata da esperienze affettive e da necessità biologiche. Sia che si parli di corazza, piuttosto che di involucro o di coscienza del nostro corpo (Schilder, 1935 p. 35 ), ci si riferisce sempre e comunque alla conoscenza che abbiamo del nostro essere corporeo, che comprende anche la conoscenza dei propri limiti e la consapevolezza delle proprie possibilità, motorie ed espressive .

La costruzione dello schema corporeo è in stretta relazione con gli aspetti dominanti delle varie tappe della crescita, passando quindi dall’attività orale tipica dei primi mesi, attraverso l’utilizzo della prensione, per passare al viso, al tronco, alle mani, e continuando a scoprire ed integrare un numero sempre maggiore di informazioni per terminare con la gnosia digitale (Giacomazzi, 2011), ovvero la percezione dei movimenti fini delle dita delle mani, che avviene con la fine del processo di mielinizzazione attorno ai 12 anni.

Gli apporti ambientali sono decisivi nel momento in cui la relazione con l’altro costituisce il ponte che trasmette il feedback ambientale di risposta alla propria competenza sociale. Assume grande importanza la relazione con il caregiver di riferimento (Winnicot, 1956), che attraverso l’esperienza dell’handling, inteso come sostegno,  e holding,  cioè contenimento, fisico e psicologico, offerto dalla madre al proprio bambino, permettono attraverso il contatto corporeo la percezione dei diversi stimoli sensoriali che daranno una definizione  dei confini corporei e la possibilità di integrare i vari  elementi del corpo nella sua rappresentazione.

L’immagine corporea è invece la rappresentazione soggettiva che ognuno di noi crea del proprio corpo, che si sviluppa in connessione con l’aspetto psico-affettivo. L’immagine corporea si trasforma nel tempo in conformità a tracce, immagini, percezioni e significati che raccogliamo durante il nostro percorso di vita.

Se per Schilder (1935) l’immagine del corpo ha origine nel vissuto e nello schema corporeo, e si esprime attraverso di esso, per Wallon (1954) essa è basata sull’assimilazione dell’esperienza vissuta nella relazione con l’altro, mentre per Dolto (1984) si costruisce sulle immagini passate integrate con quelle attuali e si struttura con la comunicazione nell’interazione, costituendo la sintesi delle nostre esperienze emozionali. Dolto distingue: a) un'immagine di base, che è la prima componente; b) un'immagine funzionale, che mira al soddisfacimento del bisogno nella realtà; c) un'immagine erogena, che è il luogo in cui si focalizza piacere o dispiacere in relazione con l’altro.

Il concetto di immagine corporea, a differenza di quello di schema corporeo, implica anche come ed in che modo percepiamo il nostro corpo e gli altri ci percepiscono, quindi quale e quanta importanza abbiano i fattori psicologici e sociali. Ci si pone il problema del vissuto corporeo, quello che rende ogni sentire soggettivo, in altre parole James (1890), affermava che  due persone si incontrano, sono in realtà sei, perché per ognuno ce n’è uno per come egli stesso si crede, uno per come lo vede l’altro, ed uno, infine, per come egli è realmente.

La comparsa della malattia, o la sua esperienza, fa emergere in tutte le persone sentimenti e pensieri non sempre consapevoli, che modificano il rapporto individuale e con il mondo esterno. L’essere umano ammalato lo è nella sua totalità, pertanto reagisce anche affettivamente a qualunque modificazione del suo stato fisiologico di base, colpendo sia il piano fisico che psicologico. Qualsiasi evento morboso, di qualsiasi entità esso sia, produce reazioni emozionali, psicologiche e sociali. In particolare, la perdita o la mancanza di una funzione producono nell’individuo un’importante modificazione dell’immagine di sé e dello schema corporeo, una ferita generalmente associata ad un vissuto di angoscia e di dolore che, sul piano affettivo, equivale ad una esperienza di lutto: l’ammalato non è uguale agli altri perché manca di qualcosa.

L’alterazione della propria identità ed unità psicofisica e la compromissione dello schema e dell’immagine corporea generano angoscia relativa alle parti mancanti del sé, generando senso di frammentazione. Se è vero che lo schema corporeo è il quadro della nostra fisicità, è anche vero che il corpo è ciò che trasforma le immagini della nostra vita in vissuto. Un corpo isolato dal mondo non avrà la possibilità di dialogare, il pensiero e l’azione sono separati, le potenzialità ridotte al minimo.
A questo proposito un aspetto patologico molto legato all’immagine corporea e riconosciuto in più discipline scientifiche è  la dismorfofobia, una condizione di timore della deformazione del corpo che è fortemente associato alla malattia oncologica e trova giustificazione in presenza di mutilazioni o deficit motori  (Grassi et al , 2004,  p. 71) .

Grassi e coll. (2004, p.71) affermano che non è stato ancora approfondito quanto le preoccupazioni rispetto all’immagine corporea in pazienti oncologici possano assumere aspetti patologici tali da indurre a pensare ad  un disturbo dismorfofobico, ma affermano, nei “Criteri Diagnostici per il disturbo Dismorfofobico” (Grassi, et al., 2004, p. 71) che “la preoccupazione causa disagio  clinicamente significativo oppure menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti”.

A questo proposito Hildebrandt et al., (2008) hanno svolto uno studio  su 180 studenti adolescenti sani di un college inglese, per valutare la relazione tra adeguamento dell’immagine corporea e appartenenza al gruppo dei pari, aspetto molto rilevante nella fascia d’età del campione di riferimento. Ciò che gli autori si sono proposti di  indagare, sono le conseguenze  intra ed interpersonali, visto l’importante ruolo che questo aspetto ha  nell’integrazione tra sviluppo affettivo e sociale (Jetha e Segalowitz, 2012) e nella regolazione delle emozioni, attitudini e comportamento degli adolescenti.

L’insoddisfazione  riguardante il corpo, studiata attraverso self reports, predice un certo grado di confronto sociale ed autovalutazione negativa con risultati però soggettivamente diversi. I risultati di questo studio sostengono che esiste una relazione tra immagine del corpo e relazioni sociali, dimostrando che l’insoddisfazione nei confronti dell'immagine corporea incide nelle amicizie (Paxton et al., 1999), e che il ruolo dei pari può incidere nel mantenimento dei disturbi dell’immagine corporea (Jones, 2004; Mc Cabe, et al., 2005; Paxton et al., 2006).

Come affermano  Jetha e Segalowitz (2012) bisogna tenere conto tuttavia di importanti aspetti neurologici relativi al periodo adolescenziale: la crescita e la maturazione cerebrale sono fortemente condizionate dall’esperienza e dagli stimoli ambientali, alcune aree cerebrali sono ancora in fase di sviluppo, in particolare quelle che collegano le regioni frontali e parietali e il processo di mielinizzazione delle aree coinvolte nella regolazione delle emozioni e nella memoria non è ancora giunto a termine. Sempre lo stesso gruppo di ricerca afferma che, a proposito dell’adolescenza, l’esperienza induce importanti modificazioni nella materia sia bianca che grigia che non sono indipendenti, ma sono connesse dall’attivazione funzionale.

Grazie alla neuroimmagine, stiamo iniziando a comprendere in che modo la maturazione cerebrale possa essere il risultato di un’interazione dinamica tra processi biologici, influenza di aspetti ambientali e connessioni funzionali tra le diverse aree cerebrali.