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La plasticità cerebrale è la caratteristica che ha permesso all’essere umano di evolvere durante il processo di filogenesi raggiungendo le competenze necessarie per adeguarsi all’ambiente circostante e garantirsi la  sopravvivenza (Levi Montalcini, 2001).

In questa interazione tra interiorità e ambiente  anche  le relazioni umane plasmano lo sviluppo delle connessioni nervose che danno origine alla mente (Siegel, 2001).

La mente però è anche un flusso d’ informazioni che rappresenta la realtà esterna sotto forma di pattern di eccitazione neuronale, che corrispondono a simboli mentali. Si pensa che ognuna di queste forme di rappresentazioni comporti il coinvolgimento di circuiti cerebrali diversi; i vari sistemi possono lavorare indipendentemente, oppure interagire in maniera importante.

I rapporti interpersonali possono facilitare o inibire questa tendenza a integrare le rappresentazioni delle nostre diverse esperienze, influenzando direttamente le modalità con cui ricostruiamo mentalmente la realtà.

Sembrano essere le emozioni  a rendere la comunicazione sociale, funzionale ed efficiente attraverso l’espressione corporea adeguata (Mayer, Salovey e Caruso, 2004) ed essere protagoniste della costruzione della realtà: in una ricerca (Clore e Palmer, 2008) condotta su adulti  nella quale si sono testati sia aspetti cognitivi che  psicologici  durante la risoluzione di problemi, emerge che emozioni positive promuovono una visuale ampia con molte opportunità di scelta, al contrario le emozioni negative restringono il campo delle possibilità .

D’altro canto, lo stesso Damasio (2009), studiando accuratamente pazienti colpiti da importanti danni cerebrali,  ha descritto le importanti conseguenze negative che si hanno sul piano decisionale in assenza di emozioni.

Il primo caso clinico documentato, riferito alla lesione dei lobi frontali (Damasio A., 2009) è  relativo a Phineas Gage, un caposquadra di operai che sistemavano i binari per il Coast to Coast negli Stati Uniti, nel 1846. Costui a causa di un’esplosione, è trafitto da una barra di acciaio che,  penetrando fra fra gli zigomi,  gli fuoriesce dai lobi frontali lasciandolo però miracolosamente in vita. Il repentino e drammatico cambiamento nella condotta sociale che egli ha dopo la lesione, denota che  non ha alcun controllo sulle proprie emozioni, non è più in  grado di pianificare le sue giornate, restando soprattutto vittima del soddisfacimento dei bisogni di base. Licenziato dal lavoro diventa un fenomeno da baraccone nel circo e muore per una forte crisi epilettica.

Damasio (2009) nel libro “L’Errore di Cartesio” descrive accuratamente il caso alla luce delle nuove scoperte neurobiologiche, ed afferma che l’incapacità di provare emozioni danneggia il pensiero logico e la progettualità delle scelte future con ricadute importanti a livello comportamentale.