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I disturbi dell’attenzione possono essere temporanei come la disattenzione, la distrazione, la distraibilità, o strutturali come aprosessia.

  1. La disattenzione è una riduzione temporanea dell’attenzione dovuta a stanchezza fisica o mentale.” A questo proposito possiamo fare la semplice rilevazione che soggetti giovani o anche meno giovani, davanti ad una play station mantengono l’attenzione per tutta la notte sino quasi ad addormentarsi ma senza mai “mollare” il joistick, per non parlare di ore e ore passate a fare cose piacevoli senza sentire la minima stanchezza. Ma se riguarda lo studio… qualcosa non torna, i conti non tornano.
  2. La distrazione è un’interruzione dell’attenzione per l’azione di altri stimoli estranei all’attività in corso… La distrazione può essere superata o con maggior dispendio di energia da parte del soggetto o con un adattamento negativo ai fattori di distrazione…” Qui, forse, possiamo commentare che l’attività inibitoria (degli stimoli diversi da quelli che ci interessano) non ha funzionato o funziona male.
  3. La distraibilità, a differenza della distrazione che è un evento temporaneo, è la propensione naturale di un soggetto a distrarsi. Normale nei bambini, può rivelarsi un sintomo di disadattamento se protratta.” Anche questa considerazione può trovarci non del tutto concordi, in quanto “sintomo di disadattamento” sembra un po’ “forte” per una, “sana” interessabilità agli eventi.
  4. L’aprosessia è l’incapacità strutturale a mantenere l’attenzione o perché l’ideazione è rarefatta o concentrata su pochi temi come negli stati depressivi, o perché è sovrabbondante come negli stati maniacali, o per un eccesso di emozioni o cariche affettive che interferiscono nei processi di pensiero, o per la presenza di idee fisse, come negli stati fobico ossessivi, che imponendosi in modo coatto alla coscienza, riducono la possibilità di attenzione.” Mi sembra evidente, qui, quanto la struttura psichica del soggetto, la sua, diremo, psicologia, sia così strettamente attinente all’attenzione. Volevo proprio sottolineare come qualsiasi alterazione dello stato psichico, depressione, stati maniacali, nevrosi ossessive, incidano direttamente sulla possibilità attentiva di tutti. Non dico che sia sbagliato pensare che l’attenzione sia direttamente collegata allo stato psicologico del soggetto, è sbagliato pensare che l’attenzione non sia una attività del soggetto, un’azione di un lavoro psichico messo in atto da tutto il pensiero di quel soggetto. Non è un caso che poi si arrivi a dichiarare i disturbi dell’attenzione come un sintomo a se stante e non come sintomo di patologie più o meno gravi che hanno a che fare con la psiche.

Fino a qui ho cercato di analizzare quanto detto dal testo preso in esame, ora riporterò, per un maggior confronto, quanto detto, sempre a proposito del vocabolo “attenzione”, dal “Vocabolario di psichiatria” e dal “Grande dizionario della lingua italiana” del Battaglia.

La definizione del vocabolario di psichiatria recita così: “focalizzazione conscia e deliberata dell’energia mentale su un oggetto o un particolare di un’esperienza complessa, escludendo nello stesso tempo ogni altro contenuto emotivo o intellettivo; l’atto di interessarsi, osservare, concentrarsi. L’attenzione dipende dalla coscienza…” Questa definizione sembrerebbe sottolineare maggiormente la funzione “inibitoria” dell’attenzione più che quella diffusa e involontaria di cui si è detto prima. Il dizionario di psichiatria può darci una prima traccia utilizzabile: si tratta di un meno, non di un più. Si tratta di “chiudere” non di “aprire”. Per il momento riteniamo anche questo dato.
Il dizionario della lingua italiana invece riferisce come primo significato: “applicazione intensa della mente; sforzo di concentrazione di tutta l’attività psichica intorno a un oggetto.” Bene, qui mi sembra che, all’opposto, ci sia solo un esercizio volontario, con tanto di “sforzo” intorno ad una “cosa” oggettiva.

Riporta poi altre due definizioni che a mio parere sono molto importanti e che cominciano ad introdurci in un discorso più interessante e stimolante: “- destare, stimolare l’attenzione: provocare, eccitare l’interesse, la curiosità.” Sottolineo solo che la parola provocazione può essere suddivisa in pro-vocazione cioè: per la vostra vocazione.

Poi nuovamente il dizionario di italiano ci dice che attenzione equivale a: “Riguardo, rispetto; gentilezza, cortesia; atto gentile, premura affettuosa”. Ecco finalmente una traccia utilizzabile, l’attenzione, per qualcosa, per qualcuno, è gentilezza, accuratezza, cortesia. Ha quasi il sapore di una scoperta: stare attenti è cortesia nei nostri riguardi e cortesia nei riguardi del prossimo, gentilezza d’animo significa anche prestare attenzione ai sentimenti e alle emozioni della gente che ci circonda. Il ruscello che scorre e l’occhio appena velato di sofferenza del soggetto offeso o emozionato da qualcosa, il rossore sulle guance come la brezza del mattino. Allora volendo mettere insieme queste ultime definizioni sembrerebbe proprio che l’attenzione sia una costante e continua ricerca di inviare stimoli e riceverli in un moto quasi perpetuo di scambio, di azione sia verso l’esterno che verso l’interno del soggetto. Ma andiamo ancora un pochino avanti.
Riferivo inizialmente che oltre ai significati della parola attenzione ho anche cercato il significato della parola “concentrazione”, anch’essa inclusa nel titolo, il dizionario di psicologia dà questa definizione: “Forma di orientamento dell’attenzione volta alla ricerca e alla organizzazione dei contenuti della realtà soggettiva e/o oggettiva, dove si richiede una restrizione cosciente dell’area dell’attenzione e l’accumulo delle energie impulsive in una precisa configurazione.
Il livello e la capacità di concentrazione variano in relazione a fattori fisiologici, come lo stato di affaticamento, l’equilibrio ormonale, l’efficienza del sistema nervoso centrale, e a fattori psicologici che riguardano gli interessi personali, l’equilibrio emozionale, la situazione attuale in cui è inserito il soggetto.” La concentrazione è quindi, in questa definizione considerata, come l’attività di organizzazione dei contenuti della realtà, mescolando, per la corretta riuscita, fattori sia organici, stanchezza e ormoni con quelli psichici, gli interessi personali e l’emozione del soggetto.

Il vocabolario di psichiatria rimanda semplicemente alla voce attenzione, mentre il dizionario di italiano riporta tre definizioni:

  • Il concentrare, il concentrarsi; unione raggruppamento.
  • Attenzione intensa, tutta rivolta ad un solo oggetto; raccoglimento.
  • Ciò che si viene formando o componendo dall’unione ordinata di molte parti.”

Devo rilevare che tutte le definizioni date attorno ai lemmi attenzione e concentrazione dal dizionario di psicologia non mi hanno soddisfatta molto, a parte le sottolineature già fatte, non ritengo che non siano corrette, ma sono definizioni che restano molto lontane da ciò che realmente ci interessa sapere affinché il rapporto che abbiamo quotidianamente con bambini e ragazzi sia un rapporto fruttuoso e ricco per entrambi, insomma un rapporto soddisfacente. Ho già, qui e là, sottolineato qualcosa adesso andremo a cercare di riepilogare.

Ho individuato nel termine “ascolto”qualche cosa che ha a che fare con quanto detto fino ad ora, ma comincia ad essere un termine che si avvicina maggiormente, a mio parere, a quanto ci può interessare nel lavoro con i bambini e i ragazzi; la terminologia utilizzata dal vocabolario di psicologia è una terminologia “scientifica” lontana dall’esperienza di tutti i giorni, dall’implicazione di tutti i giorni, con quelle facce che incontriamo tutti i giorni e con le quali alcune volte ci scontriamo senza sapere che pesci pigliare.

Quand’ anche conoscessimo a memoria tutte le definizioni o i meccanismi riferiti riguardo all’attenzione saremmo poi punto e a capo, non c’è una ricetta per aumentare l’attenzione, eventualmente ci sono delle strategie, ma abbiamo già detto che non vanno nell’ordine del rapporto, che di fatto è ciò che ci interessa.

E’ curioso comunque notare come nel vocabolario di psicologia non siano minimamente riportate le voci: ascolto e ascoltare.
Nel dizionario di italiano invece alla voce “ascoltare” si legge: “udire con attenzione, con interesse; stare a sentire; udire con animo non turbato da passione, obiettivo.”

Per chiedere ascolto, per chiedere attenzione, occorre essere in ascolto, essere capaci di ascolto, non avere un animo turbato, cioè a dire sgombro da preconcetti, il preconcetto è qualche cosa che viene prima e che falsa il rapporto; da ciò ne consegue che l’ascolto è una competenza del soggetto che viene messa in gioco nel rapporto e il fine, la meta del rapporto, è la reciproca soddisfazione.

Come già si diceva prima per sostenere l’attenzione dello studente non occorrono semplici stimoli o strategie, ma occorrono eccitamenti, chiamate nel senso latino del termine cioè “vocare”, che ha a che fare con la vocazione quindi, che non ha solo un senso religioso come già sottolineato prima, tutto ciò ha a che fare con la competenza del bambino e del ragazzo e perché questo avvenga occorre che il docente sappia farci tanto con la propria disciplina, intesa come conoscenza accademica di questa, ma anche come amore alla disciplina che è chiamato ad insegnare, tutto ciò ovviamente vale anche per il terapeuta Non è la stessa cosa fare con amore o senza. Dove per amore si intenda una vera e propria divisione del lavoro: dal semilavorato al lavoro finito, dalla materia prima al prodotto completo. Da “io che inizio” a “tu che finisci”.
Credo che ognuno di noi possa in qualche modo ritrovare nella propria memoria insegnanti incontrati nel proprio percorso scolastico che amavano talmente tanto la propria materia che ci hanno trasferito questo amore, o viceversa insegnanti che evidentemente non amavano ne il proprio lavoro ne la propria materia e che sono riusciti a disamorarci di una certa materia che di per sé avremmo anche potuto apprezzare. Quell’amore di quegli insegnanti è ancora oggi in opera presso di me che, divenuto insegnante, continuo l’opera iniziata da un altro. Non solo gli insegnanti hanno potuto motivare il nostro apprendimento, a volte è stato un genitore, un sacerdote, un amico.

Ascolto dunque; spesso siamo portati a utilizzare la parola ascoltare come sinonimo di sentire, occorre invece fare una distinzione, non hanno infatti il medesimo significato, si può sentire senza ascoltare.

Provo a fare un esempio per essere più chiara: un insegnante può sentire una interrogazione di un allievo o può ascoltarla, a seconda che faccia l’una o l’altra cosa la situazione cambia; sentire un’interrogazione, a mio parere, riguarda la non apertura all’altro; io sento l’interrogazione, cioè voglio sentire dal ragazzo qualche cosa che di fatto già so perché sono io che gliel’ho insegnato, ma questo esclude un lavoro personale, se non quello, da parte del ragazzo, di studiare senza poter apportare nulla di nuovo. Quindi se il ragazzo mi porta qualche cosa che riguarda una sua elaborazione personale, ovviamente attinente a quello che è l’argomento, ma comunque una sua elaborazione, vale a dire io gli ho messo a disposizione un principio di elaborazione e lui ha proseguito in questo lavoro di pensiero, ma io sono nell’ordine del sentire, non apprezzerò ciò che l’altro mi sta dicendo perché lo considererò fuori tema; non mi dice ciò che io voglio sentire. Diverso è l’ascolto, ciò che l’altro va dicendo mi interessa, mi dice qualche cosa di nuovo, magari proprio a proposito di quel bambino o di quel ragazzo, del suo interesse, del suo desiderio, se non addirittura qualche cosa di nuovo riguardo all’argomento oggetto dell’interrogazione. Questo appena descritto, a maggior ragione, dovrebbe essere l’atteggiamento di un terapeuta che si trova, ancor più che l’insegnante, ad occuparsi di bambini e ragazzi che sono lì proprio perché portatori di qualche difficoltà.
Come praticamente si agisce nell’ascolto? Voglio passarvi uno strumento molto tecnico ed è quello di suddividere l’agito dell’altro, dell’allievo o del paziente, in quattro articoli o quattro segmenti, che sono i seguenti:

  1. L’interessabilità del soggetto
  2. Le energie investite del soggetto.
  3. L’uso degli strumenti del soggetto.
  4. La capacità di concludere del soggetto.

L’interessabilità del soggetto è rilevabile attraverso l’ascolto, si proprio l’ascolto, della capacità del soggetto di interessarsi, di entusiasmarsi, di lasciarsi catturare da qualcosa di stimolante, di eccitabile, la sua possibilità di rispondere a una chiamata, ad una vocazione come dicevo prima.

Le energie investite dal soggetto riguardano la voglia che il soggetto dimostra di voler fare quella cosa, il desiderio di metterci i suoi pensieri e le sue energie per concretizzare l’azione che si sta compiendo o che gli si è proposta. Si ascolta anche questo: la voglia di fare.

L’uso degli strumenti è importante rilevarlo perché questo segmento dell’azione del soggetto determina la sua capacità di avvalersi degli strumenti, dei concetti, del computer ma anche delle persone, dei giochi, dei vocabolari e delle enciclopedie che hanno a disposizione. Ascoltare questa capacità del soggetto di utilizzare al meglio ciò che l’universo gli mette a disposizione ci porta a saper valutare l’efficacia e il potenziale di ognuno.

Infine la capacità di concludere. Concludere è sinonimo di soddisfazione, di meta, di conclusione con gioia del lavoro svolto. Anche qui, saper ascoltare l’altro che giunge al traguardo non è cosa banale.

Allora se sappiamo ascoltare l’interrogazione di un allievo sapremo individuare il suo interesse, la sua voglia, gli strumenti che ha usato e la soddisfazione ricavata dallo studio, allo stesso modo saremo in grado di ascoltare il piccolo paziente. E’ chiaro che avremo ascoltato non solo sentito. Inoltre possiamo aggiungere che si può, attraverso questo semplice strumento individuare dove eventualmente ci fossero dei problemi. Sappiamo ad esempio di quanti bambini e ragazzi non siano più interessabili, oppure di quanti interessabili non abbiano poi voglia di fare, o, ancora di quanti, interessabili e con voglia di fare si fermino quando debbono utilizzare degli oggetti o fare una telefonata o consultare una persona, o chiedere aiuto, infine vi sono dei soggetti che pur interessabili, vogliosi, capaci di utilizzare gli strumenti non riescano mai a concludere, a terminare, a finire non solo un compito ma anche ciò che gli si è messo nel piatto. Persone sempre scontente anche se hanno tutto, ne conoscete anche voi immagino. Ebbene queste semplici indicazioni potrebbero veramente darvi la possibilità di ascoltare e vedere l’azione dell’attenzione: un movimento di scambio e di rapporto tra un soggetto e un altro, tra un soggetto e un elemento, tra un soggetto e un suo bisogno, tra un soggetto e l’universo.

Cercheremo ora di tirare un po’ le fila e di concludere sul tema dell’attenzione e della concentrazione. Potremmo concludere con il dire: “Esserci in ciò che si sta facendo”, vuol dire essere presenti a noi stessi in ogni azione del quotidiano vivere, significa il saperci fare, la competenza nelle scelte e nelle decisioni che siamo chiamati a prendere in continuazione. L’attenzione? L’attenzione per quello che si fa e la concentrazione non sono altro che le energie che impieghiamo per fare.

Attenzione, Concentrazione: al centro l'azione

Bibliografia - Attenzione, Concentrazione: al centro l'azione -