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Nell’ambito percettivo, l’attenzione è un processo di focalizzazione di alcuni fra i molti stimoli percepiti in base alle caratteristiche dello stimolo, ai bisogni interni, alle aspettative e all’esigenza passata.

La combinazione di questi elementi è alla base dei diversi livelli di attenzione tra individuo e individuo…”, cominciamo a questo punto a sentir parlare di bisogni, di aspettative, quindi non si può disgiungere il processo fisiologico da quello psicologico; perché ci sia attenzione occorre che da una parte ci sia un certo tipo di proposta, quella che il dizionario chiama “caratteristica dello stimolo”, ma dall’altra occorre che ci sia un bisogno, una aspettativa.

Forse sarebbe bene dire qualcosa in merito ai rapporti. Cos’è un rapporto? Un rapporto è un legame. Non voglio in questo contesto approfondire l’argomento del rapporto, mi basterà, semplicemente, enunciare le due leggi che presiedono il rapporto tra Soggetto e Altro.

La prima è che, perché ci sia rapporto, debbono esserci due precisi posti: quello di Soggetto e quello di Altro, appunto. Due posti diversi per due soggetti, che sono in rapporto, uno nel posto di Soggetto, uno nel posto di Altro. Chiarisco che il soggetto è colui che è beneficiario nel rapporto e l’alto è la fonte del beneficio.

La seconda legge è che ci sia interscambiabilità, vale a dire che di volta in volta una persona possa trovarsi sia nel posto di Soggetto che nel posto dell’Altro in maniera scambievole e la medesima cosa è garantita all’altra persona implicata nella relazione, ovviamente.

Queste due leggi, differenza dei posti e interscambiabilità, consentono il rapporto. Se vi trovate sempre sempre nel posto dell’altro, non essendoci interscambiabilità, non siete in rapporto. Così come non c’è rapporto quando entrambi i soggetti sono nello stesso posto o di Soggetto o di Altro. Questo argomento potrebbe essere approfondito ulteriormente in un altro articolo.

Possiamo notare quindi che, per un certo tipo di attenzione, occorrono due individui che lavorano contemporaneamente, ma in maniera diversa per giungere alla meta, nel caso del rapporto fra docente e discente la meta sarà per il docente quella di essere ascoltato e da parte dell’allievo quella di accogliere qualche apporto nuovo sul quale poi potrà personalmente proseguire nel lavoro.

Torneremo più avanti su questi argomenti, ora proseguo nella citazione del dizionario: “si è soliti distinguere un’attenzione spontanea o involontaria dove la risposta d’orientamento del soggetto viene provocata dalle caratteristiche di un determinato stimolo, e un’attenzione volontaria e controllata caratterizzata da un orientamento cosciente e deliberato del soggetto verso uno stimolo.

Solitamente queste due forme di attenzione hanno un funzionamento alternato, in quanto la concentrazione volontaria su un oggetto inibisce l’orientamento spontaneo sugli altri e viceversa; inoltre l’attenzione spontanea non implica alcun affaticamento, mentre quella volontaria richiede uno sforzo la cui intensità varia in relazione alle motivazioni del soggetto verso l’oggetto preso in esame”

Sottolineiamo, a questo punto della definizione, che non si può prescindere, nella distinzione tra volontaria e involontaria, un’attenzione che non tenga conto delle “motivazioni” del soggetto. Vediamo, quindi, che le o la motivazione può determinare, nel soggetto, una scelta di dove investire il suo interesse modificando in parte o in tutto l’attenzione per le cose che succedono intorno o dentro di lui/lei. Se è pur vero quindi, che possiamo distinguere l’attenzione in spontanea e in volontaria, buona parte di queste distinzioni deve fare i conti con le “motivazioni”. Vale appena la pena di definire le motivazioni come quelle “spinte” più o meno coscienti che indirizzano il soggetto a fare delle cose e a non farne altre. Le motivazioni non sono esclusivamente coscienti, basti pensare alle “vocazioni” (che non è solo termine religioso), ma che indirizzano un soggetto su una strada anziché un’altra. Sarà successo anche a voi qualche volta di trovarvi in certe situazioni anziché altre che tornavano “facili”, mentre invece altre, per quanto ci mettevate impegno e investimenti, risultavano “difficili”, anche se, obiettivamente, magari ci voleva più competenza in quelle facili.

Ma ritorniamo alla citazione: “Dal punto di vista della qualità dell’attenzione come prerogativa soggettiva si distingue un’attenzione selettiva con caratteristiche di concentrazione e selezione che manifesta, dal punto di vista comportamentale, tempi di reazione rapidi ed efficienti e ottima discriminazione, e un’attenzione diffusa con predisposizione a libere associazioni che manifesta, sul piano dell’efficienza comportamentale, riflessione e pensiero creativo”.

Questo punto è molto interessante, in quanto l’attenzione selettiva, dalla quale ricaviamo un’ottima discriminazione, cioè siamo capaci di selezionare ciò che interessa da altro, e una grande efficienza, con tempi rapidi e azione conseguente, permette poco o nulla alla creatività e alla libera associazione che sarebbero le due funzioni o facoltà che permettono la risoluzione dei problemi. Teniamo presenti queste considerazioni e proseguiamo con la stessa definizione: “Infine l’attenzione può essere promossa da stimoli denominati esterni che colpiscono la normale percezione del soggetto, o interni quali la familiarità, la risonanza emotiva, l’interesse personale, la motivazione che può essere tanto consapevole quanto inconscia”. Vedete infine che la nostra definizione intorno alla attenzione e percezione finisce con il mettere in campo fattori inerenti la “famigliarità”, l’emotività, l’interesse personale e la motivazione che, essendo elementi vicini al soggetto possono addirittura eliminare la percezione “esterna” dovuta a quell’elemento inibitore che, smorzando i recettori, ci estranea, a volte, da quanto succede intorno a noi. Ho voluto sottolineare questo in quanto sovente l’attenzione degli alunni può essere talmente stimolata da situazioni interne del soggetto che nemmeno le “cannonate” degli insegnanti riescono a smuovere, qualche volta, sentendosi minacciati nella loro autoconservazione, allora possono prestarci un po’ di attenzione.

Passiamo ora ad:
3) Attenzione e apprendimento