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La proposta

Per questa quarta seduta avevo intenzione di introdurre il gioco simbolico, utilizzando come oggetti o le macchinine, o i coccini, o i bambolotti, o qualsiasi altra cosa adatta al gioco del “far finta di”.

Sapevo bene che questa modalità di gioco era ancora molto immatura nel bambino e che, quindi, per riuscire a giocare, sarebbe stato necessario un intervento molto più strutturante da parte dell’adulto. Ho pensato, però, che proprio questo aspetto potesse rappresentare un elemento di rinforzo alla relazione madre-bambino: essendo un gioco più complesso, forse la madre si sarebbe sentita più motivata ad interagire con N. e anche il tipo di attività avrebbe incontrato di più i suoi gusti, creando così un’atmosfera piacevole e rendendo più spontaneo il divertimento condiviso.

 

Il setting

Considerata l’esperienza della seduta precedente, ho pensato che un modo per riuscire a coinvolgere di più la madre di N. poteva essere quello di non farle trovare un setting già completamente strutturato, al quale la signora si sentisse obbligata ad adattarsi senza la possibilità di modificarlo, ma di renderla partecipe della scelta dei giochi, dell’organizzazione dello spazio e della decisione riguardo al tipo di attività da fare insieme al bambino.

Perciò, la mattina in cui avevamo fissato il nostro quarto incontro, non sono arrivata prima al Centro per preparare la stanza, ma sono arrivata all’ora concordata, sono entrata nella stanza con N. e la madre e ho detto loro che quel giorno avremmo scelto insieme il gioco da fare.

Per non far pesare troppo sulla madre il carico della decisione, ho iniziato a dirle le mie idee e lei, tra quelle, ha scelto di usare i coccini; poi siamo andati insieme a prendere le cose che ci servivano e le abbiamo portate nella stanza.

Ho lasciato che la signora e N. si sistemassero come volevano ed iniziassero a giocare liberamente con gli oggetti scelti; io, per i primi minuti, sono rimasta volontariamente all’esterno del contesto di gioco, per dare il tempo e la possibilità al bambino e alla mamma di organizzare fra loro l’attività. Io ero nella stanza, ma mi mostravo impegnata a fare altre cose per non interferire né direttamente (agendo) né indirettamente (osservando in modo troppo ravvicinato le loro azioni) con il setting che loro stessi stavano costruendo.

Quando mi è sembrato che il contesto avesse raggiunto una certa stabilità, allora anch’io mi sono inserita, offrendo la mia presenza come opportunità di ampliare il gioco (nel caso avessero voluto coinvolgermi), ma senza invadere lo spazio che N. e la mamma si erano ritagliati. Stavolta il setting non era più caratterizzato da una triade, con il bambino al centro e me e la madre sedute accanto a lui alla stessa distanza, bensì era costiuito dal nucleo diadico madre-bambino, all’interno del quale si stava compiendo il gioco, ed io che, come una specie di satellite, rimanevo a distanza, pur mantenendo una connessione con loro.

È stato possibile conservare queste posizioni all’incirca per una decina di minuti, fino a quando la relazione ludica tra N. e la madre ha iniziato a destrutturarsi e a perdere la sua funzionalità: a quel punto, per evitare che il setting crollasse, ho dovuto avvicinarmi e prendere la conduzione del gioco.

Gli oggetti utilizzati per tutto il tempo della seduta sono stati i pentolini, le cose da mangiare e poi la cucina, che ho introdotto io a fine seduta per chiudere la cornice di gioco, chiedendo a N. di lavare nell’acquaio tutti i coccini che avevamo usato per cucinare.

Poi, insieme alla mamma, siamo andati a rimettere a posto i giochi dove li avevamo presi all’inizio.

 

I ruoli

All’inizio della seduta la madre di N. ha partecipato con molta enfasi al gioco: ha aperto la scatola dei pentolini, ha chiesto a N. di prendere i piatti, sceglieva le cose da mangiare e sembrava divertirsi. Anche N. mi è sembrato da subito molto coinvolto in questo gioco e attento a ciò che faceva la mamma.

La positività della situazione mi ha consentito di restare sullo sfondo e di assumere un ruolo assolutamente non intrusivo, almeno per la prima parte della seduta.

Ho cercato poi di inserirmi, ma sempre mantenendo una distanza considerevole dal nucleo madre-bambino, chiedendo a N. di portare un piattino anche a me e qualcosa da mangiare: mi sembrava un intervento utile e non troppo invadente per dare un input alla madre e facilitarla nell’organizzazione del gioco, dato che, fino a quel momento, la sua attività con N. era stata solo il tirare fuori gli oggetti dalla scatola, appoggiarli sul tavolo, ma senza un ordine né uno scopo ben precisi (come, ad esempio, apparecchiare, mettere la pentola sul fornello, cuocere qualcosa, ecc.) .

Questo tipo di attività è andato avanti per circa 10 minuti, poi l’interazione fra il bambino e la madre si è un po’ disturbata: N., che non riusciva a sostenere un gioco per lui troppo complesso, ha iniziato a evadere e questo ha infastidito la madre che non ha saputo mantenere il ruolo di conduttrice.

Per riportare N. al compito che stava svolgendo e risollevare il suo livello attentivo, evitando il collasso del setting e l’instaurarsi di dinamiche relazionali non adeguate, mi sono avvicinata, affiancando la madre nella conduzione del gioco.

Con il mio supporto la situazione si è ristabilizzata e per qualche minuto abbiamo continuato a giocare tutti e tre insieme; ho cercato di lasciare l’iniziativa alla mamma di N. mentre io mi occupavo di rinforzare con i gesti, la mimica e la voce le sue proposte e di offrire un contenimento al bambino che lo aiutasse a restare all’interno della cornice di gioco.

 

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Il mio avvicinamento serve a rinforzare la cornice di gioco, ma la madre continua ad avere un ruolo prevalente.

Ho tentato di nuovo un allontanamento per cercare di ridimensionare il mio ruolo, ma mi sono accorta che la signora non ce la faceva a gestire da sola il gioco con N. e che stava perdendo la fiducia in se stessa (perché non riusciva a farsi rispettare) e la motivazione ad interagire con il bambino.

Ho deciso, allora, di introdurre una variazione nel gioco che potesse interrompere questo circolo frustrante nel quale stavamo sconfinando: ho detto a N. di andare a lavare nell’acquaio della cucinetta tutte le stoviglie che aveva utilizzato per poi rimetterle a posto nella scatola. Questo compito, che il bambino ha accettato volentieri, oltre ad avere lo scopo di introdurre un nuovo elemento di variabilità nell’azione del gioco, aveva anche lo scopo di provocare una separazione (pur sempre limitata) del nucleo madre-bamabino che, in quel momento, non era più favorevole ma controproducente ed ansiogeno per entrambi.

Questa iniziativa ha avuto gli effetti ricercati: il bambino ha ritrovato la motivazione, grazie alla variazione della proposta, e ha interrotto i suoi comportamenti confusionari e non finalizzati, riuscendo a portare a termine il compito in modo adeguato; la madre ha sfruttato il temporaneo allontanamento del figlio per rilassarsi, distendersi e scaricare la tensione accumulata, ritagliandosi uno spazio di “recupero” solo per se stessa, di cui aveva profondamente bisogno; io ho cercato di assumere un ruolo il più possibile “imparziale”, che non fosse di eccessiva alleanza con N. (altrimenti avrei alimentato il senso di fallimento e la frustrazione della madre), ma nemmeno di solidale chiusura con la mamma (altrimenti avrei svalorizzato il gioco di N.): ho mantenuto una posizione intermedia, restando seduta ad osservare il bambino, senza agire con lui, ma sostenendolo nel suo gioco con la voce e lo sguardo.

 

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L’attività di lavare i piatti nella cucina ha lo scopo di provocare un distanziamento fra N. e la madre per cercare di recuperare un’interazione funzionale.

Terminata questa attività, il rituale di conclusione della seduta è avvenuto in un contesto che aveva recuperato un po’ della serenità iniziale: ho cercato di favorire il riavvicinamento reciproco della madre e di N. invitandoli a rimettere gli oggetti nelle loro scatole e a riportare le scatole dove le avevamo prese.

 

La risposta di N.

Come era prevedibile, il bambino ha fatto un po’ di fatica a gestire questo tipo di gioco; da solo non era in grado di organizzarsi né di compiere azioni con una valenza simbolica vera e propria. Il suo modo di giocare consisteva essenzialmente nell’ammucchiamento degli oggetti sul tavolo e, alcune volte, nell’imitazione diretta delle azioni della mamma.

Con la guida decisa dell’adulto, N. riusciva a condividere (ma sempre per un tempo limitato) il significato simbolico delle azioni. Non appena, però, il ruolo dell’adulto diventava più “debole” e meno direttivo, il bambino si perdeva e iniziava ad evadere (andava in giro per la stanza, cominciava a rufolare nelle scatole senza un fine preciso, ecc.).

La richiesta finale di lavare i pentolini è stata accolta positivamente da N.; egli è riuscito ad organizzarsi quasi completamente da solo: prendeva un piattino per volta e lo portava all’acquaio, faceva finta di lavarlo, poi lo rimetteva sul tavolo, ne prendeva un altro e così via. Questa sequenza è stata evidentemente ben compresa dal piccolo che è riuscito a portarla a termine correttamente (lavando tutti i coccini una sola volta e, quando non era sicuro, mi mostrava l’oggetto per sapere se lo aveva già lavato oppure no).

 

Considerazioni conclusive sulla seduta

Penso che l’idea di condividere con la madre di N. la scelta del gioco e la strutturazione del setting abbia portato a dei buoni risultati: la signora ha avuto, così, una dimostrazione più tangibile di “avere voce in capitolo”, ovvero che il suo pensiero e le sue scelte avessero valore e significato non solo per il bambino, ma anche per noi operatori, e che fossero assolutamente degne di essere considerate ed ascoltate.

Questo ha fatto sì che la madre, partecipe della decisione, si sentisse anche più coinvolta nel gioco stesso e quindi fosse più motivata ad iniziare un’interazione ludica con N.

 

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La madre riesce a condurre il gioco senza bisogno del mio intervento e l’interazione ludica fra lei e il bambino risulta molto funzionale.

Il tipo di attività era sicuramente più in linea con l’idea di gioco da lei interiorizzata ed è stato, quindi, più facile per la signora riconoscerlo ed accettarlo. Ho notato, però, che nonostante questo, la sua proposta è rimasta sempre abbastanza povera di contenuto simbolico: a volte, ad esempio, diceva a N. di cambiare pentolino perché quello che il bambino aveva preso era troppo piccolo per contenere qualcosa (ad es. il pesce o la coscia di pollo) che magari non entrava perfettamente nel diametro del ciotolino.

Comunque, devo dire che la prima parte della seduta è stata complessivamente positiva: il gioco è stato condotto quasi completamente dalla madre e da N., mentre io ho avuto, per la prima volta da quando ho iniziato il progetto con loro, un ruolo veramente marginale.

Quando N. ha iniziato a stancarsi, il mio intervento è tornato ad essere indispensabile: affinchè il bambino riuscisse a rispettare la struttura del gioco era necessaria una guida decisa che la madre, la cui relazione ludica con N. continua ad essere ancora piuttosto fragile, non era in grado di dargli.

 

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Verso il termine della seduta, è necessario un mio intervento più direttivo per dare un supporto alla madre (che non riusciva più a mantenere il suo ruolo di “conduttrice”) e per aiutare N. a rimanere dentro la cornice di gioco.

 

Penso che questa sia stata, in fin dei conti, un’esperienza molto costruttiva (seppur stancante) sia per la signora che per il bambino ed un primo faticoso passo verso un modo di giocare emotivamente più ricco e coinvolgente.

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Indice

INTRODUZIONE
Presentazione del Centro
 
  1. Genitorialità, famiglia e disabilità
    1. La famiglia nei confronti della disabilità 
    2. L'intervento centrato sulla famiglia
      1. Oltre la patologia: un nuovo approccio alle famiglie con figli disabili
      2. Le famiglie, protagoniste dell’intervento
  2. Il caso di N. 
    1. Anamnesi e informazioni cliniche
      1. Il ricovero alla Fondazione "Stella Maris" 
    2. Osservazione e valutazione
      1. Applicazione della scheda Berti-Comunello
        1. Competenze del bambino 
        2. Caratteristiche del bambino
    3. Relazione madre-bambino
      1. Osservazione non strutturata durante il soggiorno estivo a Marina di Massa 
      2. Prima seduta di osservazione in stanza di terapia
    4. Valutazione testistica
      1. Lo strumento  
      2. Struttura del test
      3. Risultati ottenuti alla valutazione della madre di N. e interpretazione dei punteggi
      4. Allegati:
        1. Modulo per le risposte
        2. Foglio di scoring
        3. Foglio di profilo
  3. Il progetto riabilitativo
    1. Intervento neuropsicomotorio individuale
      1. Strategie di intervento e descrizione del percorso riabilitativo
    2. Intervento parallelo sulla coppia madre-bambino
      1. Ipotesi di intervento: il gioco come strumento terapeutico
    3. Descrizione dell’intervento
      1. Prima seduta “ Il corpo”
      2. Seconda seduta “Il percorso”
      3. Terza seduta “Il mare”
      4. Quarta seduta “La cucina”
 
CONCLUSIONI
COMMENTO AL VIDEO
BIBLIOGRAFIA
Ringraziamenti
 
 Tesi di Laurea di: Rachele SFORZI