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Il principio fondamentale di ogni terapia consiste nell’accompagnare il bambino nel suo personale percorso di sviluppo, facilitando l’acquisizione di nuove competenze, a partire dal livello di competenza già raggiunto. Per questo è molto importante, per progettare ed attuare un intervento valido, basarsi sull’osservazione del comportamento spontaneo del bambino, in modo tale da individuare e valutare le sue capacità e i suoi limiti, i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza ed il canale di comunicazione ed interazione che risulti più diretto ed efficace ai fini del raggiungimento degli obiettivi che ci poniamo.

Dopo aver osservato N. ed aver cercato di capire quali fossero le aree più sviluppate del bambino e quali le più compromesse, abbiamo pensato di centrare l’intervento neuropsicomotorio sui seguenti punti:

  1. contenere il bambino, limitando il più possibile la manifestazione di comportamenti caotici e non organizzati;
  2. lavorare sulla funzione attentiva, aiutando il bambino a concentrarsi sulle azioni che compie e rinforzando, soprattutto, l’attenzione condivisa;
  3. aumentare la consapevolezza del bambino rispetto al significato delle proprie azioni, in modo da ridurre la comparsa di comportamenti sconclusionati e non finalizzati;
  4. iniziare ad introdurre semplici regole di gioco per aiutare il bambino a controllare meglio il proprio corpo e le proprie azioni e a dare un ordine alla realtà che lo circonda;
  5. favorire le esperienze percettive e corporee per migliorare la percezione di sé, incoraggiare l’esplorazione dell’ambiente e facilitare la conoscenza degli oggetti e delle loro prorietà;
  6. cercare di migliorare il controllo emotivo del bambino;
  7. stimolare l’uso del linguaggio verbale con funzione comunicativa;
  8. iniziare ad introdurre brevi sequenze di gioco simbolico.

 

Strategie di intervento e descrizione del percorso riabilitativo

Nel caso di N. l’elemento più critico, e quindi più importante da trattare, anche perché condizionava tutti gli altri, era la difficoltà ad organizzare l’azione, a fermarsi, a strutturare il gioco: come è emerso dall’osservazione, infatti, senza l’intervento dell’adulto, il bambino non era capace di agire e di giocare in modo organizzato e finalizzato. Per questo, durante l’ora di terapia, la neuropsicomotricista cercava di contenere N. e di interrompere i suoi comportamenti sconclusionati, ogni qualvolta che questi si presentavano; spesso era necessario richiamare il bambino con la voce, prenderlo in braccio o farlo stare seduto su una panchina con schienale e braccioli da avvicinare molto al tavolo d’appoggio, così da limitare i movimenti non funzionali allo scopo, che lo distoglievano dal compito.

Per fare in modo che il bambino fosse il più possibile consapevole di ciò che faceva e dello scopo delle sue azioni, la terapista doveva dare a N. consegne molto semplici e che potessero avere conseguenze pressochè immediate ed evidenti: se ciò non avveniva, infatti, il bambino cadeva subito in un circolo di comportamenti caotici o di gochi corporei ripetitivi e fini a se stessi (come, ad esempio, rotolarsi per terra, saltare e correre da una parte all’altra della stanza, usare le tempere per strofinarle sulle mani invece che per colorare sul foglio, spezzettare il Didò invece che modellarlo e dargli una forma, ecc.).

Proprio per evitare questo, la terapista doveva cercare di interpretare in senso costruttivo anche le azioni casuali ed i comportamenti spontanei di N., dando loro un significato riconoscibile e condivisibile (ad esempio, quando N. spezzettava il Didò invece di fare la “pizza”, come gli era stato chiesto, la terapista gli diceva: “Mannaggia, ti si è rovinata tutta!! Aspetta che la rifacciamo insieme”, e poi lo aiutava a portare a termine il compito; oppure, quando N., invece di colorare un foglio con le tempere a dita, usava il colore soltanto per il piacere di sporcarsi le mani, la terapista gli diceva: “Bravo, ora hai tutte le mani colorate e possiamo ricoprire tutti gli spazi bianchi del foglio!”, e poi lo guidava, facendo con lui il lavoro richiesto).

Per quanto riguarda il lavoro sull’autocontrollo e sulla modulazione del comportamento, abbiamo pensato di iniziare ad introdurre, nei giochi di relazione con N., alcune semplici regole, così da far comprendere al bambino che certe manifestazioni possono essere inibite o rimandate nel tempo e che, quando siamo insieme ad altre persone, è necessario stabilire un codice che tutti devono riconoscere e rispettare; l’introduzione delle regole ha lo scopo anche di aiutare il bambino a rendersi conto che ogni azione si inserisce in una cornice spazio-temporale ed è strettamente connessa ad altre azioni, secondo legami di tipo causale e consequenziale.

Nei giochi con la palla, ad esempio, chiedevamo a N. di mantenere una posizione (seduto per terra con le gambe aperte), di fermare la palla con le mani quando gli veniva lanciata e di indicare o dire il nome della persona a cui voleva lanciarla, prima di eseguire il lancio; nei giochi con il telo colorato si chiedeva al bambino di fare le “onde”, alternando momenti di “mare mosso”, in cui il telo veniva agitato velocemente e con movimenti ampi, a momenti di “mare calmo”, in cui il telo doveva essere tenuto disteso per terra e bisognava fare silenzio e stare seduti come se il mare stesse dormendo.

Nel percorso riabilitativo di N. abbiamo dato molto spazio al gioco di percezione ed al gioco corporeo che, per lui, erano i canali di comunicazione ed interazione preferenziali.

Ad esempio, i giochi con la schiuma da barba o con le tempere a dita, che N. mostrava di gradire molto, sono stati proposti più volte nel corso dell’intervento; essi avevano lo scopo di far vivere al bambino un’esperienza sensoriale insolita, come quella di toccare una cosa con una consistenza particolare, di sentirsi le mani appiccicose e scivolose, di vedere alcune parti del proprio corpo coperte di tempera colorata, ecc. Le prime volte N. era molto inibito e spaventato, si rifiutava di infilare le dita nel barattolo della tempera e, quando la terapista gli sporcava le mani con il colore, lui restava immobile e rigido, oppure cercava di pulirsi; le volte successive, invece, il bambino è riuscito a prendere confidenza con questo tipo di gioco e, anzi, si mostrava molto divertito da questa esperienza. A questo punto, abbiamo cercato di arricchire l’attività puramente sensoriale, attribuendo ad essa significati più complessi: dipingere su un foglio, disegnare dei “serpenti” o dei cerchi con le dita, lasciare le impronte delle mani o dei piedi, coprire lo specchio con la schiuma da barba, per nascondere l’immagine riflessa, e poi pulirlo, per vederla ricomparire, ecc. Questo lavoro ha richiesto un contenimento maggiore da parte della terapista poiché, spesso, N. non riusciva ad andare oltre il livello elementare della sensazione e, senza l’aiuto dell’adulto, rimaneva “imprigionato” in azioni ripetitive e chiuse in se stesse.

I giochi di movimento, come passare dentro il tunnel e farsi rotolare, coprirsi con il telo e poi uscire fuori, saltare e dondolarsi sulla palla di gomma, ecc., sono stati proposti con lo scopo di facilitare il bambino nella scoperta del proprio corpo e delle proprie capacità motorie, ma anche per aiutarlo ad acquisire alcuni concetti, come dentro/fuori, davanti/dietro/a lato, sopra/sotto, tramite esperienze di  disequilibrio, trascinamento, dondolio, scomparsa/apparizione e tramite attività come spogliarsi e rivestirsi, sporcarsi e pulirsi, ecc.

Abbiamo voluto proporre a N. anche dei momenti di gioco simbolico, per cercare di facilitare la comparsa di una modalità ludica più matura, che il bambino ancora non utilizzava spontaneamente. Quando la terapista gli ha messo davanti lo scatolone dei coccini (piattini, forchette, pentolini, ecc.), N. si limitava a tirarli fuori dalla scatola e ad ammucchiarli per terra, senza iniziare nessuna azione che avesse una valenza simbolica; così è stato necessario che la terapista cominciasse a prendere un piatto e una forchetta e a far finta di mangiare, cercando di coinvolgere N. in questa attività (ad esempio, dicendogli: “Te la vuoi un po’ di pappa?”, “Mmmmm! E’ buonissima”, “Anche Rachele ha fame, dai un piattino anche a lei!”, e così via). Dopo alcune volte, abbiamo notato una partecipazione più attiva da parte del bambino che, sempre se inizialmente incitato dalla terapista, riusciva, dopo qualche minuto di gioco, a prendere l’iniziativa (ad esempio, andando da una tirocinante con il piatto e la forchetta e facendo finta di imboccarla).

Infine, un ultimo elemento, assolutamente non trascurabile, dell’intervento neuropsicomotorio su N., riguarda la funzione linguistica: anche se il trattamento del disturbo di linguaggio può essere considerato compito specifico della terapia logopedica, sarebbe sbagliato non rivolgere la dovuta attenzione a questa dimensione così importante per lo sviluppo di un bambino, nel corso delle sedute di neuropsicomotricità.

Il nostro intervento, per quanto riguarda questo aspetto, è consistito nella stimolazione della dimensione pragmatica del linguggio: abbiamo cercato di motivare il bambino a parlare, a comunicare, ad esprimere con la voce i suoi desideri, i suoi bisogni e le sue emozioni, cercando, inoltre, di ridurre il più possibile quel comportamento, spesso riscontrato, di ripetizione automatizzata delle parole dette dagli altri, per nulla funzionale alla comunicazione.

 

Indice

INTRODUZIONE
Presentazione del Centro
 
  1. Genitorialità, famiglia e disabilità
    1. La famiglia nei confronti della disabilità 
    2. L'intervento centrato sulla famiglia
      1. Oltre la patologia: un nuovo approccio alle famiglie con figli disabili
      2. Le famiglie, protagoniste dell’intervento
  2. Il caso di N. 
    1. Anamnesi e informazioni cliniche
      1. Il ricovero alla Fondazione "Stella Maris" 
    2. Osservazione e valutazione
      1. Applicazione della scheda Berti-Comunello
        1. Competenze del bambino 
        2. Caratteristiche del bambino
    3. Relazione madre-bambino
      1. Osservazione non strutturata durante il soggiorno estivo a Marina di Massa 
      2. Prima seduta di osservazione in stanza di terapia
    4. Valutazione testistica
      1. Lo strumento  
      2. Struttura del test
      3. Risultati ottenuti alla valutazione della madre di N. e interpretazione dei punteggi
      4. Allegati:
        1. Modulo per le risposte
        2. Foglio di scoring
        3. Foglio di profilo
  3. Il progetto riabilitativo
    1. Intervento neuropsicomotorio individuale
      1. Strategie di intervento e descrizione del percorso riabilitativo
    2. Intervento parallelo sulla coppia madre-bambino
      1. Ipotesi di intervento: il gioco come strumento terapeutico
    3. Descrizione dell’intervento
      1. Prima seduta “ Il corpo”
      2. Seconda seduta “Il percorso”
      3. Terza seduta “Il mare”
      4. Quarta seduta “La cucina”
 
CONCLUSIONI
COMMENTO AL VIDEO
BIBLIOGRAFIA
Ringraziamenti
 
 Tesi di Laurea di: Rachele SFORZI