Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

La presa in carico di un bambino deve trovare il suo fondamento in uno sguardo “panoramico” verso la persona, facendo in modo che l’attenzione al dettaglio (che deve sempre esserci) non lasci sfuggire la totalità, cioè la globalità di un individuo che non deve essere frammentato ma che, con il nostro aiuto, possa rafforzare la sua integrità. È per questo che, oltre al trattamento specifico del deficit, è necessario porsi in un atteggiamento di accoglienza verso il bambino e verso la realtà che lo circonda.

In questo senso, quindi, è opportuna una presa in carico “sistemica”, che coinvolga, cioè, non soltanto il piccolo paziente, ma tutto il suo contesto di vita, tutto ciò che, in maniera più o meno incisiva, condiziona la sua crescita e il suo modo di essere. La famiglia è, ovviamente, il più importante di questi contesti, in quanto sistema primario di relazione ed educazione.

Nel caso di N., questo tipo di approccio, che definirei “olistico”, ci ha dato modo di notare l’esistenza di una criticità nella relazione fra lui e la madre: alcune affermazioni e alcuni comportamenti della signora ci sono sembrati degni di nota e ci hanno spinto verso un’osservazione più approfondita ed una valutazione più mirata delle dinamiche relazionali madre-bambino.

Dalla raccolta anamnestica emergono molti aspetti problematici che sono andati a compromettere, già dai primi mesi di vita di N., la costruzione del rapporto affettivo fra il neonato e la mamma: le difficoltà nell’allattamento e la conseguente malnutrizione del piccolo, a causa della palatoschisi che provocava il reflusso del latte attraverso il naso, hanno rappresentato un trauma importante per la madre di N. Ad esse si sono aggiunte le difficili condizioni cliniche del bambino, soggetto a frequenti infezioni e febbri, e gli ostacoli incontrati dai genitori per rendere possibile l’intervento chirurgico correttivo della malformazione del palato.

La notevole “medicalizzazione” di questa prima fase di vita del bambino e il forte stato di ansia vissuto dalla madre nei confronti delle condizioni di salute del figlio, hanno compromesso in maniera indelebile il processo di attaccamento e, quindi, la costruzione della relazione madre-bambino. La necessità dell’intervento medico-sanitario per garantire la stabilizzazione clinica (ma anche la sopravvivenza) di N. ha portato la signora a perdere la visione globale del bambino, impiegando tutte le sue energie e dedicando interamente la sua genitorialità alla cura e all’accudimento del piccolo, a scapito di una relazione affettiva più completa che, evidentemente, ne ha risentito: per occuparsi del bambino, la signora si è sentita costretta a lasciare il lavoro e a dedicare totalmente il proprio tempo e le proprie risorse a N.; ciò ha contribuito ad aumentare il carico emotivo della madre che si è privata di una parte importante della sua vita, lasciandosi assorbire completamente dai compiti genitoriali.

A questo dobbiamo aggiungere che, da quando N. è stato inviato alla NPI per la prima osservazione e ha iniziato, in seguito, il percorso riabilitativo, la madre si è trovata da sola ad affrontare la situazione, poiché la famiglia sembra non accorgersi dei problemi del bambino e, quindi, non le offre un sostegno emotivo adeguato nè la possibilità di condividere la sua angoscia.

Il mio primo approccio alla madre di N. e le prime occasioni di dialogo che ho avuto con lei (di solito nei pochi minuti di attesa, fuori dalla stanza di terapia) sono stati momenti abbastanza tranquilli e piacevoli: la signora si è mostrata piuttosto accogliente ed aperta nei miei confronti, disponibile ad accettare il mio lavoro con N., anche se ho avuto da subito l’impressione che, in realtà, non avesse compreso pienamente l’utilità dell’intervento neuropsicomotorio per il suo bambino; era come se lei lo interpretasse come un semplice “giocare” e non riuscisse, perciò, a vederne la precisa finalità terapeutica. Sia con me che con le terapiste, tendeva ad avere un atteggiamento di tipo amichevole, poco consono a quello di una madre che porta il proprio figlio disabile in un Centro per la riabilitazione, e che si alternava, in alcuni momenti, ad una sorta di chiusura depressiva in cui sembravano prendere il sopravvento sentimenti di profonda negatività e di grande stanchezza.

Diverse erano le “stonature” che ci hanno fatto pensare alla necessità di approfondire l’osservazione della relazione fra N. e la mamma, cercando di inquadrare gli elementi maggiormente disfunzionali e gli aspetti che, invece, rafforzavano il loro legame di attaccamento.

Osservazione non strutturata durante il soggiorno estivo a Marina di Massa

Per poter osservare le dinamiche che caratterizzano l’interazione spontanea madre-bambino ed individuare gli elementi più significativi nella relazione fra N. e la mamma, in un contesto che fosse meno contenuto e strutturato rispetto a quello del Centro di riabilitazione, ho pensato di sfruttare un’occasione che, a parer mio, si prestava perfettamente a questo scopo.

Nella seconda quindicina di giugno si è svolto il soggiorno estivo a Marina di Massa, organizzato dall’A.P.R., a cui anche N. ha partecipato insieme alla madre. Ho deciso di andare anch’io per una giornata, così da poter osservare le modalità di interazione reciproca fra i due, in un contesto più libero e meno controllato.

Da questa prima osservazione sono emersi alcuni aspetti piuttosto interessanti che ci hanno permesso di cominciare ad orientarci nella progettazione dell’intervento riabilitativo-rieducativo della coppia madre-bambino.

N. ha identificato la madre come figura di riferimento e “base sicura”: il bambino è molto disponibile alla relazione con gli altri e, spesso, è lui stesso a richiamare l’attenzione degli adulti nelle vicinanze (quasi mai invece si rivolge ad altri bambini), senza perdere, però, il contatto visivo con la mamma. Accetta anche di allontanarsi da lei (ad esempio, per andare a fare il bagno con un volontario), ma spesso ricerca la madre con lo sguardo e, se non la vede per troppo tempo, si muove per andare a cercarla, talvolta con un’espressione angosciata e chiamandola con la voce. Si consola facilmente non appena la ritrova.

N. non gioca quasi mai da solo: ha sempre bisogno di un adulto che proponga e organizzi l’attività, altrimenti il bambino si mostra spaesato e privo di iniziativa. Anche in compagnia dell’adulto il gioco è comunque molto semplice : prevalentemente di tipo percettivo e sensomotorio, mentre è praticamente assente (e mai spontaneo) il gioco simbolico.

Sembra abbastanza interessato agli oggetti e talvolta chiede, di solito indicando col dito, un gioco che gli piace, ma raramente protesta se poi qualcuno glielo toglie.

A volte può esprimere rabbia se viene interrotto durante un’attività divertente (ad esempio, quando la mamma vuole portarlo via, per andare a pranzo, mentre sta giocando con il secchiello), ma manifesta le sue emozioni sempre in modo controllato e quasi “inibito” (prova un po’ a divincolarsi, fa come per gridare, ma non alza la voce e non piange) e poi si calma subito.

Nell’attività in gruppo con altri bambini, N. tende a rimanere passivo e a fare “da spettatore”: non interviene mai se non è l’adulto a coinvolgerlo, non interagisce con gli altri bimbi e sembra quasi spaventato quando loro lo cercano. Accetta quasi sempre le proposte di gioco che gli vengono fatte, non è oppositivo né prepotente ed è capace di aspettare il suo turno (anche se, in alcuni momenti, più che un’attesa partecipe, il bambino sembra essere assente e isolato completamente dal contesto).

Mentre N. gioca, la mamma di solito rimane esterna: guarda cosa fa il bambino, sorride, commenta, ma sempre restando “a distanza” e senza mai inserirsi direttamente nella cornice di gioco. Per N. la presenza della madre sembra essere rassicurante, ma non indispensabile al gioco: spesso la guarda, le sorride, si avvicina a lei e ritorna a giocare, ma raramente cerca di coinvolgerla e mai con insistenza (ad esempio, mentre io e N. facevamo il bagno e giocavamo a schizzarci, lui è andato dalla mamma, che ci guardava qualche metro più in là, e l’ha tirata per la mano come per farla entrare in acqua, ma appena lei ha detto di no perché le faceva freddo, N. ha subito rinunciato ed è tornato a giocare con me). 

N. non richiede eccessivamente l'attenzione della madre, tollera che lei parli con altre persone, restandole tranquillamente accanto, senza protestare o lamentarsi.

La mamma è comunque molto presente, sempre attenta a dov'è e cosa fa il bambino, senza però essere apprensiva o troppo entrante. Lascia volentieri N. con altre persone, ma non lo perde mai di vista per troppo tempo. Mostra segni di stanchezza e di fatica, che lei attribuisce al fatto che il bambino è "scalmanato" e non sta mai fermo: dalla mia osservazione, però, non è emerso questo elemento di ingestibilità di N. che, anzi, mi è sembrato un bambino abbastanza tranquillo e, solo a volte, un pochino vivace.

Generalmente accetta le regole che gli vengono date e le rispetta, mostrandosi ubbidiente, anche se, più spesso, manifesta atteggiamenti leggermente oppositivi e provocatori nei confronti della madre (comportamenti di questo tipo non si sono invece mai presentati nei confronti di altri adulti, come, ad esempio, volontari o operatori, almeno durante la mia osservazione).

Al primo rifiuto di N., è come se la madre si aspettasse sempre un intervento dall'esterno a rinforzare il suo comando: se qualcuno, in effetti, interviene, ripetendo al bambino ciò che gli ha detto la mamma, spesso N. si lascia convincere e ubbidisce.

La signora riferisce anche che il bambino dice sempre "no" a tutto e che non le dà più i baci (mentre agli altri sì).

Già da questa prima osservazione sono emersi alcuni elementi che denotano una difficoltà da parte della madre nella gestione della relazione con il figlio.

L’aspetto secondo me più significativo, da questo punto di vista, è la mancanza effettiva di momenti di gioco condiviso fra N. e la mamma: infatti, anche se la madre è presente fisicamente, spesso sembra assente a livello emotivo; ha difficoltà a condividere con il bambino il piacere di fare qualcosa insieme, di divertirsi giocando con lui, e ciò compromette necessariamente la relazione fra i due. Come spiegherò in seguito, è proprio su questo aspetto che abbiamo deciso di centrare il nostro intervento riabilitativo.

 

Indice

INTRODUZIONE
Presentazione del Centro
 
  1. Genitorialità, famiglia e disabilità
    1. La famiglia nei confronti della disabilità 
    2. L'intervento centrato sulla famiglia
      1. Oltre la patologia: un nuovo approccio alle famiglie con figli disabili
      2. Le famiglie, protagoniste dell’intervento
  2. Il caso di N. 
    1. Anamnesi e informazioni cliniche
      1. Il ricovero alla Fondazione "Stella Maris" 
    2. Osservazione e valutazione
      1. Applicazione della scheda Berti-Comunello
        1. Competenze del bambino 
        2. Caratteristiche del bambino
    3. Relazione madre-bambino
      1. Osservazione non strutturata durante il soggiorno estivo a Marina di Massa 
      2. Prima seduta di osservazione in stanza di terapia
    4. Valutazione testistica
      1. Lo strumento  
      2. Struttura del test
      3. Risultati ottenuti alla valutazione della madre di N. e interpretazione dei punteggi
      4. Allegati:
        1. Modulo per le risposte
        2. Foglio di scoring
        3. Foglio di profilo
  3. Il progetto riabilitativo
    1. Intervento neuropsicomotorio individuale
      1. Strategie di intervento e descrizione del percorso riabilitativo
    2. Intervento parallelo sulla coppia madre-bambino
      1. Ipotesi di intervento: il gioco come strumento terapeutico
    3. Descrizione dell’intervento
      1. Prima seduta “ Il corpo”
      2. Seconda seduta “Il percorso”
      3. Terza seduta “Il mare”
      4. Quarta seduta “La cucina”
 
CONCLUSIONI
COMMENTO AL VIDEO
BIBLIOGRAFIA
Ringraziamenti
 
 Tesi di Laurea di: Rachele SFORZI