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La spontanea mobilità di un bambino affetto da PCI, è ridotta, limitata, alterata, e non sempre il bambino riesce: sia a comunicare ciò che vorrebbe che gli altri sentissero, sia a muoversi nello spazio come preferirebbe. Si creano, incongruenza, incomprensioni, l'insoddisfazione del bisogno di comunicare porta al bambino a vivere frustrazioni e l'insufficienza tolleranza di questa genera reazioni inadeguate rispetto alla società attuale.

I bambini che si trovano davanti a queste difficoltà possono rispondere con reazioni diverse, con sfumature condizionate dalla propria personalità e dal proprio modo di agire. Due esempi di reazioni estremamente interessanti sono: l'aggressività e l'inibizione.

L'inibizione.

Il bambino per sottrarsi da esperienze spiacevoli, può evitare l'espressione dei propri impulsi, agendo così contrae anche la muscolatura corporea. Ciò che si trova nell'inconscio come impulsi rimossi, si trova analogamente nel corpo come irrigidimento muscolare.

Si associa così al deficit motorio, una “armatura” sia caratteriale sia muscolare, questa impedisce oltre tutto un reale contatto con le proprie emozioni e con il mondo esterno. A livello caratteriale si presenta come una serie di comportamenti non spontanei, di modi di reagire fissi, di chiusura, di atteggiamenti stereotipati, di mancanza di vitalità.

In questo caso il terapista deve rispettare i tempi e gli spazi del bambino, deve attendere segnali utili per poterli amplificare e renderli dinamici, ma che rispettino i bisogni che il bambino richiede, facendo in modo che lui possa scoprire le sue capacità e notare come un suo atteggiamento possa modificare la realtà in modo congruente con le sue aspettative. Successivamente dargli la possibilità di vivere le sue nuove conoscenze, canalizzandoli in aspetti socialmente più accettabili.

L' aggressività

Questa reazione è caratterizzata dall'attacco e non è altro che una manifestazione di difesa. Ciò, avviene, di norma, come prima e immediata reazione all'impedimento dell'appagamento di un bisogno. Altre volte invece viene repressa, ma l'energia che viene accumulata comunque deve trovare altre vie di uscita e cioè o verso se stessi o verso gli altri.

Questo sfogo il terapista lo deve canalizzare rendendolo non distruttivo, in modo che il bambino possa associare una giusta causa alla manifestazione negativa.

La scarica aggressiva permessa ed agita col terapista, mitigherà le sensazioni di colpa nei confronti delle cause che la hanno generata. Successivamente, bisogna rallentare le manifestazioni e portarle in modo progressivo verso aspetti socialmente più accettabili.