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I più recenti studi di psicologia evolutiva sottolineano la capacità che il neonato ha fin dai primi giorni di vita di orientarsi verso fonti di stimolazione visiva, e nei primi mesi, di conoscere l’immagine di un oggetto che si sposta.

Il contatto visivo tra madre e bambino costituisce un canale di comunicazione fondamentale ed il primo  scambio preverbale tra loro. Altre modalità di comunicazione si stabiliscono a quest’età attraverso il pianto, la mimica facciale ed i gesti del bambino. Tuttavia lo strumento visivo è considerato lo strumento più importante per la costruzione dell’attaccamento madre-bambino.

Le espressioni vocali e le espressioni del viso dell’adulto, così come i gesti e la mimica costituiscono dei segnali di comunicazione e forniscono al bambino dei modelli di comportamento espressivo.

Il bambino ipovedente, proprio a causa della sua minorazione, pur possedendo le espressioni delle emozioni fondamentali, non riconosce a pieno quelle degli altri e godere della reciprocità dello scambio, e se non viene specificatamente stimolato perde gradualmente le sue capacità espressive e non ne sviluppa di nuove.

A livello cognitivo è molto importante il ruolo svolto dal linguaggio in relazione alle capacità che il bambino acquisisce di generalizzare ed ordinare la realtà secondo determinate categorie.

Il bambino attorno ai 4-5 mesi è in grado di seguire lo sguardo della madre e di osservare le stesse cose che la mamma osserva. Questa, dal canto suo, cerca di richiamare l’attenzione del bambino su un oggetto e dalla loro interazione nascono le prime indicazioni, condivise da entrambi, per riferirsi agli stessi oggetti. Le prime parole che il bambino pronuncia, quindi non sarebbero altro che un modo di sostituire alle indicazioni gestuali un suono che avrebbe lo stesso valore, cioè quello di essere una indicazione, condivisa da adulto e bambino, di categorie di oggetti e del loro uso.

Il bambino deve essere in grado di costruire una rappresentazione mentale di un oggetto prima di potersi riferire a questa immagine mentale con una parola.

Lo sviluppo del pensiero e del linguaggio, che procedono strettamente collegati, presentano nel bambino ipovedente percorsi anomali, spesso responsabili di deficit e di ritardi. Si verifica in molti casi un impedimento nella evoluzione del pensiero astratto e della comunicazione verbale che non raggiunge un livello appropriato dal punto di vista concettuale e comunicativo.

Il bambino ipovedente, infatti, risentendo inevitabilmente della sua minorazione sensoriale, si serve di un sistema di comunicazione differente da quello del bambino vedente. La risposta del sorriso, ad esempio, appare di fronte ad una intensa stimolazione tattile accompagnata dalla voce materna.

Nel primo anno di vita, tuttavia, non sembrano esserci molte differenze tra bambino normovedente ed ipovedente: entrambe godono della produzione di suoni che sono in grado di emettere anche se il bambino ipovedente prolunga un poco il periodo di lallazione. E’ dopo il primo anno di vita, invece, che lo sviluppo del bambino con handicap visivo  diverge marcatamente  da quello del vedente.

Il ritardo che spesso si riscontra nello sviluppo linguistico del bambino ipovedente è gran parte dovuto alla difficoltà che questi incontra, proprio per il suo handicap, a stabilire un dialogo preverbale e quindi un referente comune con la persona alla quale è diretta la comunicazione.

Il bambino normodotato inizia a spostarsi nell’ambiente circostante intorno ai 10-12 mesi, il bambino ipovedente acquisisce questa competenza molto più tardi. Muovendosi nello spazio il bambino vedente compie delle esperienze e apprende, attraverso il contatto con gli oggetti, quali sono le loro caratteristiche e proprietà, aggiungendo a tutto ciò esperienze che riesce a compiere con la vista, ponendo in tal modo le basi per i processi di generalizzazione. Impara che gli oggetti hanno un nome con il quale gli adulti li identificano e, a poco a poco, il bambino si riferisce agli stessi oggetti con quel nome.

La minorazione visiva, che esercita una funzione di coordinamento e sintesi delle informazioni provenienti  da tutti gli altri canali sensoriali, rende certamente più difficile la naturale apertura verso la padronanza del mondo esterno e l’ipovedente, quindi, evidenzia notevoli problemi e ritardi nell’uso del linguaggio come espressione della sua percezione della realtà e dei suoi bisogni e desideri. Il bambino ipovedente quindi ha una esperienza frammentaria degli oggetti nel tempo in cui si impegna nella loro ricerca.

Generalmente quando il bambino vedente inizia a parlare, il suo vocabolario aumenta rapidamente e continuamente; i bambini ipovedenti, invece, mostrano un notevole ritardo nell’uso appropriato di frasi di due o tre parole. Questo ritardo, tuttavia, è soltanto temporaneo e al momento dell’ingresso alla scuola d’infanzia spesso il vocabolario del bambino ipovedente  supera quello del coetaneo normovedente.

Questa precocità nel parlare sembra dovuta, da una parte al bisogno di attaccamento alle figure parentali e, dall’altra, dall’atteggiamento dei genitori stessi.

Il linguaggio infatti è una delle aree che essi maggiormente stimolano in quanto la verbalizzazione fornisce loro la possibilità di superare la frustrazione vissuta per l’handicap del figlio; inoltre il fatto che il bambino parli, rappresenta per il genitore una rassicurazione rispetto al timore di danni celebrali, indotto dal ritardo dello sviluppo che il bambino ipovedente ha rispetto al normovedente.