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Nel  bambino ipovedente lo sviluppo psicologico segue un percorso differente da quello del bambino vedente: la povertà di uno dei canali sensoriali, attraverso i quali si realizzano le esperienze più significative nei primi anni di vita, determina un ritardo delle prime fasi evolutive. Generalmente il bambino ipovedente arriva più in ritardo alla consapevolezza della propria individualità anche perché necessariamente, a causa del suo handicap, la madre deve svolgere con il bambino più a lungo un ruolo di aiuto, sostegno e mediazione con l’ambiente circostante, sostituendosi al figlio nello svolgere quelle situazioni che il bambino vedente riesce precocemente a raggiungere.

Al momento della separazione dai genitori si manifestano paura e angoscia, reazioni che nel bambino ipovedente hanno maggiore intensità che nel normovedente. Pertanto anche brevi allontanamenti possono essere vissuti dal bambino ipovedente in modo gravemente traumatico.

Separazioni precoci tra il bambino  ed i suoi familiari, anche se il bambino non reagisce perché  non è ancora in grado di discriminare tra genitori e gli altri adulti, costituiscono un ulteriore ostacolo nell’evoluzione del rapporto oggettuale nel processo di individuazione di sé, con gravi conseguenze per la salute mentale del bambino stesso. Il bambino rimane in questi casi in uno stato di confusione senza una chiara idea di se stesso e degli altri.

Anche lo sviluppo delle funzioni motorie è spesso molto ritardato non per una mancanza di potenzialità funzionali ma in quanto il bambino ipovedente è inibito nelle sue tendenze esplorative per la minore inclinazione verso la padronanza dell’ambiente e verso l’autonomia.

Per tutti i genitori di bambini con handicap, al momento della scoperta della minorazione del figlio, si verifica una situazione fortemente traumatica. Il trauma deriva dalla discrepanza tra il bambino “ideale” che hanno costruito come oggetto d’amore durante l’attesa e il bambino minorato che la realtà presenta loro.

Quest’ultimo costituisce una ferita narcisistica che mette in discussione il loro valore di procreatori e a volte, a livello più profondo, la validità globale del loro rapporto di coppia. Inoltre, quasi sempre sviluppano un accentuato senso di colpa nei confronti del figlio.

In alcuni casi la coppia parentale reagisce nello stesso modo, rinforzando le modalità difensive messe in atto per tollerare l’angoscia profonda che l’handicap produce; in altri casi madre e padre sviluppano  processi emozionali differenti e spesso evidenziano scarsa comprensione reciproca

La reazione più frequente che assumono i genitori nella fase diagnostica (4.5 mesi) è costituita dal bisogno di negare la minorazione, con la conseguente ricerca di elementi che lo disconfermino.

Questa situazione emotiva dei genitori può essere molto rischiosa per il bambino: la madre poco attiva e stimolante a causa della sua depressione, di fronte ad un bambino che per la sua minorazione è poco espressivo ed in particolare incapace di suscitare le prime comunicazioni ed i primi scambi spontanei che avvengono nei primi mesi  prevalentemente con lo sguardo, diviene ancora più inefficiente.

In altri casi i genitori possono sviluppare una particolare relazione con il bambino  caratterizzata da iperprotezione e tendenza a limitarlo nel conseguimento dell’autonomia; tendendo a mantenere il bambino in uno stato d’immaturità trattandolo in modo non adeguato alle sue esigenze di crescita e facendogli richieste inferiori alle sue potenzialità. Si è osservato che quest’ultima tendenza dei genitori  è in parte determinata dal comportamento del bambino ipovedente che, come precedentemente è stato detto, ha una minore inclinazione verso la padronanza dell’ambiente e verso l’autonomia e presenta spesso una accentuata idiosincrasia per tutto ciò che è nuovo.

Il primo distacco, sia pure parziale, dalla famiglia costituisce un momento importante, un primo passo sulla strada che dallo stato di completa dipendenza dalle figure familiari porta all’emancipazione e all’autonomia.

Affinché  il bambino possa affrontare positivamente questa esperienza, deve aver raggiunto  e superato le seguenti tappe basilari dello sviluppo psicologico:

  • Un rapporto soddisfacente con i propri genitori nel periodo iniziale della vita quando questi con le loro cure determineranno i presupposti per la sua futura salute mentale;
  • Una certa consapevolezza della loro identità e di
  • quella dei propri familiari come figure diverse da lui;
  • Attraverso i processi di  rappresentazione mentale, mnestici e simbolici, deve saper tollerare  la loro momentanea assenza con la sicurezza di ritrovarli e la fiducia della continuità del proprio legame con loro.

L’atteggiamento iperprotettivo rende per molti genitori assai più difficile la separazione, per timore che, venendo meno la loro presenza di “io ausiliare”, il bambino possa andare incontro a gravi frustrazioni.