La comunicazione non verbale in terapia neuropsicomotoria

La comunicazione non verbale in terapia neuropsicomotoria

Il corpo è l’elemento su cui si innesta la comunicazione non verbale in terapia neuropsicomotoria.

La comunicazione non verbale viene anche definita analogica (in contrapposizione a quella verbale - digitale), poiché fa riferimento ad un sistema che informa continuamente sullo stato delle cose (emozioni, desideri, pensieri, bisogni). Rispetto alla comunicazione digitale, la comunicazione analogica è più primitiva, e numerose ricerche di etologi ed antropologi hanno dimostrato come tale comunicazione informi principalmente sul rapporto tra individui e tra individui ed ambiente . Per cui si occupa di «comunicare i rapporti in quanto tali» [2]. La comunicazione analogica ha il suo punto debole nell’imprecisione di codifica e nell’impossibilità di negazione (infatti è impossibile non comunicare), contrapponendosi invece a quella digitale che è descrittiva, precisa, e ha un organizzazione sintattica che la rende univoca nella comprensione.

Le categorie analogiche sono lo spazio, il tempo, il tono muscolare, le posture il movimento, gli oggetti e la produzione fonica. Nonostante facciano parte di un tutt’uno (la comunicazione non verbale) risulta indispensabile trattarle separatamente affinché se ne comprenda il senso.

Dal corpo alla corporeità neuropsicomotoria

Queste ricerche rimasero confinate alla teoria fino agli anni sessanta circa, quando si definirono i disturbi, ora chiamati, psicomotori i cui sintomi parlavano di disordini legati all’impossibilità o incapacità del bambino a modulare le proprie reazioni tonico-emozionali alle svariate stimolazioni dell’ambiente e nella relazione con l’altro. Ad esempio disturbi definiti psicomotori sono la debilità motoria, descritta prima da Duprè e poi meglio definita da Wallon, che si manifesta con un deficit dell’organizzazione motoria  la cui difficoltà principale è rappresentata dall’alterata  regolazione tonico-cinetica tra agonisti ed antagonisti durante l’esecuzione del movimento intenzionale, oppure l’instabilità psicomotoria, che traduce una disorganizzazione di base consistente nell’incapacità dell’individuo di mantenere un armonico rapporto psichico e motorio tra le sue intenzioni e gli stimoli ambientali, o altri ancora come l’inibizione, i disturbi somatognosici, i tics ed altri.

E’ attraverso tutte queste tappe che il concetto di corpo si è andato delineando verso un corpo inteso come corporeità. In altre parole corpo vissuto, sede di emozione e tensione, di percezione e movimento, di affetti e bisogni, di desideri e paure in relazione all’altro e all’ambiente.

Sono queste le radici filosofiche e storiche che sono alla base del concetto di corpo in psicomotricità, insieme alle indagini scientifiche dei nostri giorni sullo sviluppo umano e alle problematiche che tale sviluppo evidenzia nel processo di crescita ed adattamento in un ambiente così mutevole come quello attuale. 

La storia del corpo

Il corpo  è definito come  “parte di materia che occupa uno spazio e presenta una forma determinata [1]”. Il soggetto di questa semplice definizione è stato, nel corso della storia, motivo di numerosi studi e dibattiti circa la sua natura.

Oggi espressioni come “sentire il cuore in gola”, “avere lo stomaco chiuso”, “essere paralizzati dalla paura” ed ancora molte altre riflettono la comune concezione di identificare le emozioni  in base a sensazioni fisiche. Appare scontato, pertanto,  sostenere che il corpo è lo sfondo di tutti gli eventi psichici e quindi considerare logica la presenza di un legame indissolubile tra mente e soma.

In realtà, almeno a livello filosofico, non è affatto scontata l’unità somato - psichica dell’uomo.

Nel corso dei secoli si è assistito ad un ampio dibattito circa tale unità : per le molteplici posizioni assunte dagli studiosi nel tentativo di dare una risposta al problema, per il modo in cui di volta in volta veniva proposta la questione e per il significato attribuito, nei vari periodi storici , ai termini “mente” e “corpo”.

La visione che ha dominato la storia è sicuramente quella dualistica, secondo cui l’uomo è formato da un elemento spirituale, denominato variamente psiche, anima, soffio vitale, mente, pensiero… , e da un elemento materiale definito sostanza, corpo, apparato biologico…

Il primo sostenitore di tale dualismo fu il filosofo greco Platone ( 428- 347 a.C.), il quale sosteneva che anima e corpo fossero due elementi distinti: l’anima, immortale,  vive prima del corpo (che è materiale) e dopo di esso,  è essenza dell’uomo e concepita come immateriale.

Il dualismo platonico è ripreso da sant’Agostino (354-430) e nell’età moderna da Cartesio (1596-1650) con la separazione tra res extensa (corpo) e res cogitans (spirito). La disgiunzione platonica viene approfondita:  siamo nell’epoca della scienza sperimentale, il corpo è considerato come una macchina, un oggetto e le sue percezioni sono ingannevoli, perché non misurabili quantitativamente, come voleva la scienza di allora. Tale concezione favorisce le ricerche in ambito anatomico e fisiologico.

Successivamente l’empirismo, concezione filosofica che pone nell’esperienza la fonte ed il criterio di validità della conoscenza, arriva alla negazione dell’anima come sostanza ,  vista invece come  coscienza, ossia fonte di sensazioni studiabili scientificamente.

La critica kantiana sottolinea l’anima come attività pensante. Dopo Kant ( 1724 -1804), il positivismo, corrente filosofica della metà del XIX secolo , riprendendo la posizione dell’empirismo, porrà le basi per la moderna psicologia che studia i fenomeni psichici allo stesso modo di  quelli naturali.

Agli inizi del  novecento prende piede la psicanalisi di Freud, che considera il corpo sede di pulsioni e risente ancora del concetto dualistico,  vedendo l’apparato psichico distinto dal corpo e identificando questo come luogo di percorsi e concentrazioni energetiche. Il corpo diventa ciò che metaforizza e somatizza i conflitti inconsci della psiche.

Ciò che permise una visione più ampia, che consentisse di guardare al corpo non più come modello anatomo – clinico furono anche, nel nostro secolo i progressi e gli studi eseguiti da varie branche della medicina. Ad esempio, le ricerche in patologia corticale andarono ad individuare e definire disfunzioni importanti anche in assenza di un danno cerebrale evidente; o ancora l’attenzione dei neurofisiologi che si spostò dall’uomo confinato al ristretto perimetro di un laboratorio all’uomo, soggetto attivo, interagente in un contesto più ampio che è l’ambiente. In ultimo gli studi in neuropsichiatria infantile con Duprè e Wallon che sostenevano la correlazione tra disordine motorio e disordine psichico, ritornando in parte al dualismo corpo – psiche, dibattuto a lungo in tutta la storia. Il corpo e la sua interazione  con la psiche fu oggetto di studi anche della psicologia genetica e cognitivista con teorici come Piaget, che sosteneva l’importanza del movimento del corpo per una sana evoluzione intellettiva del bambino e  Wallon che vedeva nel movimento la base della comunicazione.

Ciò che modificò ancor più la visione del corpo separato dalla mente fu nuovamente l’apporto psicanalitico post- freudiano che  sosteneva l’espressione a livello del corpo del conflitto psichico.


  • [1] Cfr.  Il nuovo Zingarelli, vocabolario della lingua italiana, Edizione Zanichelli, XI edizione
  • [2] Cfr. Il labirinto e le tracce, una ricerca di terapia attraverso la comunicazione non verbale, pg 15, E.Berti,F.Comunello,N.Savino, Giuffrè Editore, Milano,1988