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Lo spazio è definito come quell’entità illimitata ed indefinita in cui sono contenuti i corpi, che movendosi tessono le interazioni tra i corpi stessi[3].

In genere misuriamo lo spazio sulla possibilità delle nostre azioni, così ,stabiliamo che una cosa sia vicina o sia lontana in base a se richiede uno spazio minore o maggiore per essere raggiunta. E’ il risultato di un punto di vista mutevole in base al rapporto che il corpo stabilisce con l’ambiente.

Galimberti, in una sua opera, scrive che lo spazio corporeo viene ad essere non uno spazio posizionale,  in cui le cose si dispongono in base ad un sistema di coordinate presupposte da un ente geometrico assoluto; ma  uno spazio situazionale che, dunque, si misura partendo dalle situazioni in cui si trova il corpo di fronte a progetti che si propone ed alle possibilità di cui dispone. « Il corpo, infatti, è l’unico sfondo da cui può nascere uno spazio esterno , è il “rispetto a cui “ un oggetto può apparire, è la frontiera che non solo le ordinarie relazioni di spazio non oltrepassano, ma da cui queste stesse relazioni si dipartono».[4]

È attraverso lo spazio che si crea e si fonda la conoscenza dell’Io come essere autonomo nel bambino: il processo di progressiva differenziazione di Sé dall’altro, che avviene dal quinto all’ottavo mese di vita, si attua con la conquista di uno spazio che non sia più quello prossimale, materno, ma quello distale , dove le sue azioni possono arrivare. Infatti questo è il periodo in cui avviene il lancio degli oggetti, espressione del desiderio di allargamento del suo potere nello spazio lontano, e la marcia carponi, che rappresenta la prima forma di locomozione autonoma.

Il bambino inizia a conoscere lo spazio corporeo e l’ambiente soprattutto perché agito : « A fare dello spazio corporeo e dello spazio esterno un sistema unico è l’azione ».[5]

Che lo spazio sia l’entità attraverso cui si organizzano le relazioni tra gli individui e tra questi e il mondo esterno è evidente in molti aspetti , ad esempio, da sempre nella storia delle organizzazioni sociali si è assistito ad un ordine gerarchico identificato dal rapporto topologico alto – basso : la struttura piramidale del fedaulesimo (signore – vassallo- valvassore – valvassino ), come quella delle aziende industriali (capo – funzionari - impiegati – operai).

Ma si pensi anche alla prossemica di E. T. Hall, che si occupava di studiare l’uso che ognuno di noi fa dello spazio in relazione agli altri ed all’ambiente, con variazioni di cultura oltre che di luogo. Egli individuò quattro aree generali che definissero i rapporti tra due corpi : l’area dell’intimità, per una distanza minima fino ai cinquanta cm; l’area della distanza personale, da cinquanta cm ad un metro e mezzo; l’area della distanza sociale, da un metro e mezzo a tre metri e mezzo ed in ultimo l’area pubblica, oltre i tre metri e mezzo.

Ancora, sin dall’antichità l’uomo ha sempre avuto un punto fisso nello spazio in cui rifugiarsi, a cui ritornare, in cui vivere, da cui orientarsi: la casa. Non è infrequente, infatti, che questo luogo, questa delimitazione di spazio, venga riproposta nelle sedute di terapia neuropsicomotoria per la valenza primitiva che possiede.

Tutto questo per sottolineare che lo spazio non è quello geometrico, ma quello vissuto. Spazio inteso come possibilità di agire, trasformare.

Detto ciò si conviene sul concetto di spazio in terapia neuropsicomotoria come materia riguardante l’interazione tra bambino e terapista. Spazio inteso come perimetro della sala, come i volumi degli oggetti in essa contenuti, come i corpi degli individui che si relazionano e che insieme danno significato alla terapia.

Come sarà valido anche per un’altra categoria, il tempo, lo spazio terapeutico dovrà creare quella separazione che conferisca alla seduta tutta la “magia” che la differenzi dallo spazio esterno e senza quale non avrebbe il potere terapeutico che possiede.

Per cui le aperture che la stanza avrà, come porta e finestre, acquisiscono non tanto valore di congiunzione con un altro ambiente attiguo, ma separazione di una dimensione totalmente diversa dalla quotidianità. Da qui si può facilmente comprendere l’importanza e il significato della chiusura della porta della stanza in terapia. Posso a questo proposito scrivere del percorso effettuato da G. : il bambino fa  terapia per un disturbo d’ansia di separazione, per lungo tempo non accettava la chiusura della porta in quanto rappresentava la  marcata “rottura”,  seppur momentanea, del legame con le figure parenterali. Questo rifiuto   non è stato forzato dal terapista per il rispetto del bambino e dei suoi tempi. Con l’istaurarsi della  relazione terapista-bambino e con la scoperta del piacere del gioco e dell’interazione in quello spazio-tempo così privilegiato, ma soprattutto con l’avvio del processo di separazione ed individuazione, G. ha accettato che la porta fosse chiusa, caricandosi di tutto il significato di un luogo e un tempo nettamente separati dalla quotidianità.

La stanza viene ad identificarsi come un “dentro” separato dal “fuori” , che sono gli spazi familiari e sociali.

La separazione che si viene a creare ha lo scopo si marcare la differenza tra la storia e la modalità di relazione del bambino fuori e dentro la seduta. Permette così di creare le condizioni che favoriscono un processo di individuazione  fondato proprio sulla definizione di uno spazio ed un tempo separati.

Il rispetto e l’attenzione del terapista verso il bambino che si trova in terapia gli consentono di andare alla scoperta di questo mondo a sua misura: tutto è pensato per lui, affinché possa agire facilmente e in base ai suoi bisogni, e forse per la prima volta, o comunque non accade di frequente,  si trova in un ambiente privo di aspettative e di richieste (come invece  è la scuola, ma anche la famiglia). A specificarlo è anche la collocazione degli spazi e degli oggetti, che sono  messi  a disposizione del bambino, per lasciargli la libertà di scegliere come utilizzarli e se farlo. Ovviamente tutti gli oggetti e gli spazi, oltre ad avere la caratteristica di libertà di utilizzo evocano anche un significato protettivo, di poter agire in tutta sicurezza, per questo molti dei materiali sono costituiti da cuscini in gommapiuma, spugne, tappeti, materassi, spesso lo stesso pavimento viene appositamente scelto in linoleum o legno, per scongiurare le eventualità di farsi male.

La strutturazione della stanza porta in se i presupposti della relazione terapeutica : sicurezza, tranquillità, nessuna richiesta, libertà di agire nella sicurezza di un ascolto rispettoso.

Ogni terapia, nonostante la sala sia sempre la stessa, ha le sue caratteristiche di spazio. Caratteristiche dettate dal bambino, dai significati che egli vi imprime e l’utilizzo che ne fa il terapista, tendente a modificare i significati patologici.

È uno  scambio di battute nella relazione tra terapista e bambino che attraverso accordi, disaccordi, continuità e cambiamento rende lo spazio privilegiato della stanza di terapia “proprio” del bambino che lo vive.

La definizione di questo spazio (e tempo) riconosciuto come privilegiato è la premessa per un’alleanza tra bambino e terapista che sia effettivamente terapeutica.

Prima che la stanza venga investita secondo la modalità patologica del bambino, che potrebbe negare lo spazio come tramite di ogni relazione, è opportuno che il terapista marchi la differenza tra il “dentro” e il “fuori”. Il modo in cui egli può farlo è attraverso il  suo corpo che si pone come punto di riferimento, come faro che nella notte indirizza  la nave verso il porto. Il bambino potrebbe, ad esempio, non utilizzare lo spazio esterno, agendo praticamente non più distante della sua ombra, oppure usarlo in modo caotico senza alcun fine, come nel caso dei bambini ipermotori. Il corpo del terapista sarà nel primo caso ponte, tra corpo del bambino e spazio esterno, nel secondo contenitore dell’attività confusa. In entrambi casi viene mostrata la possibilità di interagire il proprio spazio corporeo e gli altri spazi secondo un progetto.

L’attribuzione di significato alla relazione corpo – spazio avviene sin dall’inizio attivando due coppie oppositive : dentro – fuori e proprio – altro. Da queste coppie ne scaturiscono altre che stabiliscono sempre relazioni spaziali, ma hanno in se anche affettività, ad esempio vicino – lontano, quindi  sicurezza – pericolo, amico – nemico…

Il bambino ,in terapia, riceverà  informazioni  su indicazioni spaziali e il significato affettivo – emozionale che queste assumono, per cui potrà trovare degli importanti riferimenti che lo aiutino nello spazio reale e simbolico, e che poi gli consentano di creare percorsi e luoghi privilegiati propri dello spazio terapeutico.

È come se i bambini costruissero dei segni della loro presenza  che troveranno e rivisiteranno ogni volta che entreranno nello spazio privilegiato della seduta di terapia. Un esempio può essere sempre quello di G. :  dopo la prima fase di osservazione   accetta parzialmente la separazione dai genitori, la cui presenza, però, viene ricercata attraverso una sorta di allucinazioni, testimoniate ed espresse dalle continue domande su dove è il padre, su quando lo rivedrà e quanto tempo manca a rivederlo che gli permettono di raffigurarsi mentalmente la famiglia pur stando lontano da loro fisicamente (non ha la permanenza dell’oggetto). Non ha ancora accettato la chiusura della porta, ma comincia ad esplorare lo spazio della stanza ed a viverlo: inizia  un “gioco” con la pittura. La prima traccia viene segnata sul pavimento, accanto alla porta aperta,  spazio  che indica ancora un’estraneità al luogo occupato, con la pittura demarca un confine intorno a se, definisce il “suo” spazio. Nelle sedute successive ripropone lo stesso gioco, ma gli spazi che esplora e di cui si “appropria” diventano sempre più estesi, si allargano al resto del setting, fino ad includervi il terapista. Lo spazio è stato agito, G. ha tracciato un suo percorso, che ritrova come riferimento ogni volta che ri-entra nello spazio (tempo) terapeutico, scoprendo lentamente la “geografia” della stanza, creando il suo spazio (dentro, proprio) , facendovi rientrare il terapista (segno di affettività).

 

 


 

[3] Cfr. Enciclopedia Generale, De Agostini

[4] Cfr. Il corpo, U. Galimberti, pg.135, XI edizione, Ottobre 2002, Feltrinelli.

[5] Cfr. Il corpo, U. Galimbert,  pg.139, XI edizione, Ottobre 2002, Feltrinelli