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La parola tempo deriva dalla radice latina tempus nel significato di tagliare, ossia divisione del tempo, ed è definito  come lo spazio indeterminato nel quale si verifica il fluire degli eventi , dei fenomeni, delle esistenze in una successione illimitata di istanti, o anche come la durata globale del fluire delle cose.[6]

Ambo le definizioni hanno in se la concezione di tempo in relazione all’esistenza. Esistenza di un corpo  che dà loro significato.

«Il tempo non è un fiume che scorre, una sostanza fluente, ma la vita del corpo»[7]. L’esistenza del corpo, infatti, inizia con la nascita e termina con la morte, di conseguenza la temporalità gli compete per necessità interiore.

Generalmente quando si parla di tempo si intende quello quantitativo, ci si riferisce ai secondi, minuti, ore, di un giorno, una settimana, un mese, un anno. Tempo calcolato dai calendari, dagli orologi, la conquista dell’uomo che porta ad un’unità di misura universale, che gli dà il senso del dominio degli eventi.

Ma esiste un tempo che per quanto sia quantitativo non viene precisamente misurato. È il “primo tempo” del bambino alla nascita, quello  dettato dai suoi bisogni fisiologici che si susseguono in maniera ciclica, articolandosi sulle sensazioni  come  fame – sazietà, sonno – veglia, che si regolano sul binomio presenza – assenza. È intorno a questo binomio  che nasce l’attesa: il bambino conosce il senso di sazietà (presenza), quando gli viene a mancare si manifesta con il senso di fame (assenza) , nasce, allora, l’attesa che questo bisogno venga nuovamente soddisfatto. Inizia in questo modo una prima scansione temporale  derivata dall’attesa : il prima – adesso – dopo.

Per quanto banale o scontata possa apparire, tale acquisizione è quella che ci consente di agire (adesso), e che permette di rappresentarsi lo scopo del proprio intervento (dopo) sulla base delle esperienze passate (prima). Se si concepisse il tempo fatto solo di “adesso” non esisterebbe l’azione e di conseguenza neanche l’essere (vita – movimento).

Il tempo pertanto appare indissolubilmente legato all’esperienza del corpo, alla qualità e quantità di eventi che il corpo si trova a vivere in un certo momento.

In terapia neuropsicomotoria il tempo assume una nuova valenza rispetto a quello quantitativamente misurabile. Non esistono tempi precisi in cui fare una cosa o non farne un’altra come accade nella società attuale, in cui ci sono tempi che vengono imposti sia dalla famiglia sia dalla scuola che dalle istituzioni. Infatti, mentre questi ultimi  non tengono conto dei tempi individuali che ha ogni bambino, soprattutto quello con patologia; nella  terapia per la prima volta, forse, il bambino si trova in una dimensione in cui si viene ad incontrare con il “suo” tempo.

I tempi  di un bambino con patologia saranno probabilmente segnati da una connotazione negativa di “ritardo”, soprattutto se rapportati  alla norma ( in senso di mancate acquisizioni). Egli si troverà a dover raggiungere un futuro rappresentato da un “non ancora”, attraverso un presente che “non è” per l’assenza delle capacità o acquisizioni previste dalla data tappa evolutiva in cui si trova.

Pertanto, la seduta di terapia, nonostante possegga un tempo oggettivo e misurabile, circa cinquanta minuti con una cadenza settimanale variabile, sarà il tempo proprio del bambino.  Tale lasso di tempo gli è “restituito” , nel senso che è  messo a sua disposizione affinché lo utilizzi come meglio crede o non lo utilizzi affatto ei modi che egli ritiene più opportuni. È il suo tempo che viene concretizzato, a cui viene data importanza e che crea una prima netta delimitazione (insieme allo spazio) individuando il tempo della seduta da quello della non-seduta.

Il tempo terapeutico affinché venga distinto da quello della quotidianità (la non-seduta) può essere marcato con dei segni, dei rituali come ad esempio può esserlo il togliere e mettere le scarpe rispettivamente all’inizio ed alla fine della seduta che al di la della motivazione funzionale ed igienica assume valore di demarcazione temporale.

Si ritorna al binomio presenza-assenza che dà significato al tempo terapeutico: la seduta viene ad essere il tempo della presenza di cui il bambino può decidere, in quanto primo attore, in che modo dargli significato con l’aiuto del terapista. Il senso che viene dato al tempo sta nel valore dell’uso che se ne fa.

L’inizio e la fine della seduta sono i tempi dell’attesa, dei desideri, della realizzazione di ciò che accadrà nella terapia corrente o nella successiva. Ed i segnali come una variazione di tono, una particolare postura o posizione nello spazio del bambino possono guidare il terapista per dare un senso a questo tempo. Quello che accade all’interno di questo tempo “speciale” della seduta spesso crea nel bambino una reazione di disorientamento non solo a causa della restituzione legittima del suo tempo ma anche per la disponibilità di ascolto di un adulto che è lì per giocare non con lui ma per lui.

Le risposte che il terapista dà ai vari modi di comportarsi e di agire saranno differenti da quelli che il bambino potrà ricevere al di fuori del tempo della seduta.

Per cui, tra i messaggi che il bambino darà alcuni potranno essere elaborati dal terapista per poi scoprire se quelli scelti sono i più idonei a tessere una relazione comune.

All’interno della seduta vi sono ulteriori scansioni temporali articolate sulla successione  di desiderio – attesa – soddisfacimento ( o mancato soddisfacimento). In particolare è l’attesa a dare un senso al dialogo, perché senza di essa  non esisterebbe uno scambio con l’altro.

Il rallentare un’azione per accrescere l’attesa è utile per sottolineare l’importanza dell’azione stessa.

A. è una bambina di sei anni che inizia il percorso terapeutico in seguito all’evento traumatico rappresentato dalla morte del padre. Il suo atteggiamento era caratterizzato da gesti veloci quasi frenetici e riempiva i silenzi con continui discorsi e parole che servissero a tenerla sempre “viva”. Riporta anche una situazione familiare instabile (scrive che la sua casa è distrutta), in seguito all’evento luttuoso che li ha colpiti. In terapia propone  spesso il gioco della famiglia in una casa fatta di cuscini. A. vive  il “gioco” nella modalità frenetica che le appartiene, lasciando che le azioni e le interazioni scivolassero via rimanendo sterili. Attraverso il rallentamento delle sequenze di gioco, delle parole e dei silenzi, dei gesti, delle azioni si è arrivati e dare dei significati alla costruzione chiamata “casa”, che non veniva più distrutta, come pure alla “famiglia” nel senso di affetti e di cure. Le è stato restituito il tempo dell’attesa che significa le cose.

Non è semplice ritrovare i tempi dei bambini  e rispettarli per il terapista, anche perché egli è caricato dal peso del condizionamento riabilitativo (dato dalle istituzioni varie, dalla famiglia del paziente e in misura diversa anche da se stesso) secondo cui il bambino dovrebbe recuperare qualcosa in un tempo che sia ovviamente il più breve possibile.  Ma è già atto terapeutico dare il tempo della terapia al bambino ed essere lì per lui ed è certo che molti bambini si stupiscono di questo, lo testimoniano le loro domande sul perché un adulto (il terapista) sia lì per lui.

 


[6] Cfr. Il nuovo Zingarelli, vocabolario della lingua italiana, XI edizione, Zanichelli

[7] Cfr. Il corpo, U. Galimberti, pg 142, XI edizione, Ottobre 2002, Feltrinelli