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La postura corrisponde agli atteggiamenti individuali, assunti dal soggetto, definiti dai rapporti che si stabiliscono tra i vari segmenti corporei, inseriti nello spazio. È dipendente dalla personalità, dalla possibilità del corpo di agire, dallo stato d’animo, dal sesso, dall’età. Qualsiasi patologia che modifica il tono modifica come conseguenza anche la postura. Un esempio può essere il caso di un bambino con una paralisi flaccida che difficilmente potrà assumere delle posture in modo autonomo e mantenerle.

Non si può parlare di postura prescindendo dalle altre categorie analogiche in quanto stesso nella definizione è chiaro che essendo la postura un “atteggiamento” del corpo nello spazio è ovviamente in relazione a questo,  ed essendo lo spazio definito come quell’entità indefinita in cui si muovono ed interagiscono i corpi, risulterà ovvio che anche la postura sarà in relazione ai corpi stessi e quindi all’interazione con l’altro e con l’ambiente in genere

La postura è quella particolare posizione, definita come un sistema di coordinate spaziale ed anatomiche[8], che viene assunta dal soggetto per significare la propria relazione con il mondo e nella relazione, l’altro la percepisce e rende pertinente la comunicazione.

Insieme al tono è una delle categorie  più arcaiche che posseggono aspetti non soggetti al controllo volontario, per cui possono essere la vera espressione di stati d’animo interni ed emozioni fondamentali nella relazione con l’altro.

Fin dall’infanzia si è vista la funzione delle posture: infatti i bambini molto piccoli utilizzano inconsciamente le posture per stabilire relazioni ed inviare messaggi soprattutto quelli riguardanti sentimenti come accettazione o rifiuto e difesa o attacco.

Anche gli adulti modificano il loro assetto posturale nelle comunicazioni, in particolare nell’aprire, mantenere o chiudere la comunicazione, o per stabilire il tipo di rapporto esistente tra due individui e di origine affettiva o di origine gerarchica. ● in terapia: Secondo tale funzione posturale vengono individuate grosso modo sette tipi di assetti posturali: con contatto; senza contatto; faccia a faccia; faccia a fianco; fianco a fianco; faccia a schiena; schiena a schiena.

È possibile però parlare di postura solo a partire dal momento in cui il bambino ha acquisito almeno la postura assisa, anche se risulta ancora più corretto parlare di posture nel bambino, con intento più specificatamente comunicativo, quando ha raggiunto la stazione eretta. Infatti la postura eretta è connessa direttamente con il movimento volontario, con il senso di progettualità per cui si è portati ad agire, possiede il senso di autonomia, equilibrio, stabilità .Contrapponendosi in questo senso con la postura orizzontale , caratteristica dei neonati che si affidano alle cure materne o dei bambini la cui maturazione neurologica non gli consente ancora di essere autonomi, per cui evoca significati di dipendenza, di bisogno di sostegno e cure. Non a caso è la postura che richiede il massimo contatto.

Non si può considerare la postura prescindendo dallo spazio (come precedentemente scritto) perché  si considera la postura anche in relazione ad un altro corpo per cui si parla di postura faccia a faccia, schiena a schiena e le altre, ed ugualmente se si considera la relazione spaziale tra vari segmenti corporei che definiscono la postura come aperta, chiusa .

Ancora sempre in relazione allo spazio si notano i rapporti di vicinanza e lontananza, o di alto e basso che danno senso ad una particolare postura. Ad esempio già se  si pensa alla comunicazione che può avvenire tra un genitore ed un figlio si può chiarire la differenza: un genitore che richiami il bambino o qualsiasi altra figura che debba comunicare un ordine, molto probabilmente lo farà dalla postura eretta e magari tesa (per questo anche definita postura autoritaria), invece una comunicazione come una raccomandazione o che implichi comunque complicità molto probabilmente avverrà “abbassandosi” ad altezza del bambino, magari dalla postura inginocchiata.

Lo stesso discorso vale per un’altra delle categorie analogiche, il tono, che influenza la postura, dandole i connotati di equilibrio, disequilibrio, o le caratteristiche intera e spezzata. In particolare è il tono, nella sua invarianza che conferisce alla postura un senso facilmente percepibile. La medesima postura con un tono mantenuto elevato o basso assume significati differenti; così una postura chiusa con un tono alto comunicherà rifiuto , la stessa postura con un tono basso manderà messaggi di insicurezza.

La postura, nella sua arcaicità, potrà inviare una richiesta che il bambino non riesce a comunicare. Ad esempio è frequente che un bambino possa sentire il desiderio per un contatto corporeo, ma rifuggirlo perché temuto. Il compito del terapista potrebbe essere quello di esprimere attraverso le posture del suo corpo, magari in un tono non elevato e in una altezza media, l’accessibilità del proprio corpo di modo che il bambino possa raggiungerlo quando sarà pronto, o iniziare un contatto sentito come meno invadente come può esserlo quello tipo schiena- schiena. È il caso di A.una bambina di sei anni che giunge in terapia per un problema relazionale successivo ad un lutto familiare. All’inizio della terapia A. si mostrava attratta dal corpo di un adulto, il terapista,  reso per lei così accessibile, ma era spaventata dal contatto. Solo dopo che il terapista le volse la schiena, impedendo l’azione inibente dello sguardo, lei azzardò al contatto aderendo al desiderio manifestato precedentemente.

La postura , viene ad essere definita parola frase, nel senso che racchiude in se tutto ciò che non si riesce a verbalizzare.

 


[8] Cfr. Il labirinto e le tracce, una ricerca di terapia infantile attraverso la comunicazione non verbale, E. Berti- F.Comunello- G.Nicolodi,  Giuffrè Editore, 1988.