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La produzione fonica è intesa come tutto l’insieme di espressioni e sonorità prodotte dal mezzo vocale.

Per  quanto possa sembrare un controsenso anche la voce e la parola possono essere introdotte nella comunicazione non verbale.

Così come per il movimento, la voce è patrimonio del bambino alla nascita: il pianto non è forse il mezzo con cui egli esprime disagio come il senso di fame, o il freddo, o il sonno?  E successivamente è con le prime produzioni foniche che accompagna gesti e movimenti aumentando il senso della sua comunicazione.

La voce stessa è in ogni caso una produzione del corpo: è connessa alla respirazione, il tono è dipendente da meccanismi di tensione e rilassamento, di chiusura ed apertura, ed innalzamento ed abbassamento dell’apparato fonatorio in toto.

L’organizzazione e l’utilizzo di questa produzione  si articola in tre livelli: i vocalizzi; caratteristiche come tono, timbro, altezza, ritmo, pause ed in ultimo la parola vera e propria.

In terapia l’utilizzo della produzione fonica è proprio del terapista per lo scopo di assicurare o mantenere il contatto nella comunicazione col bambino (funzione fàtica); per concentrare l’attenzione dell’ascoltatore su ciò di cui si sta parlando (funzione referenziale);  per chiarire se ciò di cui si parla è compreso da entrambi nello stesso senso (funzione metacomunicativa); per  esprimere la posizione di chi parla nel discorso (funzione emotiva).

La funzione fàtica  permette di mantenere, iniziare o concludere la comunicazione col bambino. Non necessariamente il terapista comunica una frase che abbia senso, può anche più semplicemente emettere dei  vocalizzi,  che abbiano un senso per mantenere un canale comunicativo col bambino. Questo può risultare importante in patologie molto gravi che compromettono l’uso e la comprensione della parola, ma anche con i bambini molto piccoli in fase preverbale :  i suoni o le parole emesse dal terapista  apriranno o chiuderanno la comunicazione col bambino e saranno di sostegno oltre che  coerenti con i messaggi inviati dall’assetto tonico-posturale e dal contatto corporeo. La funzione fàtica diverrà indispensabile per mantenere la comunicazione quando si limiterà il contatto corporeo come principale forma di comunicazione. La voce  costituirà il mezzo principale per avviare una comunicazione tra terapista e paziente.

La funzione emotiva sfrutta tutte le sfumature della voce, del tono, del ritmo per esprimere attraverso la produzione fonica  fatta di parole, vocalizzi, onomatopee e suoni vari la relazione tra bambino – terapista. Quest’ultimo può attraverso il canale vocale comunicare al bambino messaggi di approvazione, piacere, protezione, rassicurazione. Accade anche tra madre e neonato quando questa comunica un messaggio non obbligatoriamente linguistico,ma il cui senso è chiaro per modulazione della voce e concordanza di questa con espressione, mimica, postura e tono muscolare. Questa comunicazione nella diade madre-bambino è definita dal termine  “nonsense” proprio per indicare la natura non necessariamente linguistica del messaggio.

L’altra funzione della comunicazione non verbale in terapia è quella referenziale secondo cui ci si concentra sull’aspetto preso in considerazione. In questo senso la produzione fonica crea un codice vocale comune tra terapista e bambino. Questo “codice” può essere costituito da vocalizzi, suoni o rumori emessi dal bambino e poi ripresi dal terapista sotto forma di imitazione e successiva trasformazione; ma anche da suoni o parole del terapista fatti propri,poi dal bambino. Tramite questo codice comune si arriva a nominare una variazione di tono, un gesto un movimento dandogli importanza e rendendoli reali.Ad esempio quando si prende un bambino in braccio e lo si solleva in aria spesso si accompagna il movimento con “ vola, vola!” . Si nomina un gesto, una sensazione, un movimento. Dargli un nome significa renderlo oggettivo e quindi viene conosciuto dal bambino e può essere richiesto affinché venga ripetuto. Si dà al bambino la possibilità di agire.

In ultimo la funzione metacomunicativa che  tende a verificare se la comunicazione è capita nello stesso senso da bambino e terapista, ed è forse più specifica della comunicazione verbale. In terapia neuropsicomotoria la funzione metacomunicativa stabilisce i confini reali del rapporto terapista bambino. È possibile quando il bambino possiede già una parziale capacità di simbolizzazione. Tale funzione è quella che permette al terapista di esprimersi con frasi come “attento! Mi puoi fare male” (realtà) e che vengono compresi dal bambino anche se è inserito in un contesto di gioco, simbolico. Permette la distinzione tra le cornici di gioco e realtà.

Può accadere che la produzione fonica di un bambino sia caratterizzata da ripetitività per cui ne risulta compromessa anche la valenza comunicativa, affinché si dia senso alla comunicazione il terapista potrebbe inserirsi nella ripetitività della produzione fonica del bambino, attraverso l’imitazione, e una volta creato un canale comunicativo col bambino variarne alcuni aspetti come il tono, la velocità, il ritmo; oppure potrebbe accompagnare la ripetizione con un gesto, un movimento per trasformarla, in entrambi casi, in scambio comunicativo.

In ogni caso, la produzione fonica, deve risultare coerente con le altre categorie. I messaggi inviati devono essere univoci. Risulterebbe contraddittorio  dire ad un bambino  “ma che bravo” con una postura rigida  e chiusa ed un tono muscolare elevato. L’unico contesto in cui una discordanza tra produzione fonica ed altre categorie è richiesta può essere nel gioco quando ad esempio il terapista dice “ oh, no! Mi hai ucciso” il tono della voce è teatralmente disperato ed il corpo si accascia per testimoniare la finta morte. Il contenuto distruttivo dell’atto è sdrammatizzato dal tono così enfatizzato che rende reale la situazione, ma non spaventosa.