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La comunicazione non verbale risulta lo strumento,  per lo più inconscio, attraverso cui il bambino, soprattutto quello piccolo, riesce a comunicare desideri, bisogni, frustrazioni e tutto quello che è per lui emozione. Questa espressione del bambino è ascoltata,  percepita dal terapista che a sua volta ne fa il mezzo con cui comunicare e rimandare alcuni significati al bambino stesso.

I significati del corpo, con le sue posture, i movimenti, le tensioni muscolari, i contatti, le distanze, gli avvicinamenti e i ritmi sono un linguaggio innato che viene capito in maniera istantanea, consapevole e non, da tutti, senza distinzione di età. Nei bambini è il primo linguaggio che si acquisisce per un bisogno innato di comunicare ed interagire con l’altro, negli adulti è spesso “dimenticato” o represso da tabù sociali.

La figura del terapista deve, in un certo senso,  riscoprire questo linguaggio, oltre che imparare  a modularlo e dominarlo, per un utilizzo che abbia  valenza  realmente comunicativa e terapeutica. Per quanto l’uso del corpo in funzione della comunicazione non verbale possa essere spontaneo ed efficace, vengono previsti per la nostra figura professionale dei corsi di formazione che invitino alla riscoperta del corpo capace di “parlare” ed “ascoltare”.

Il lavoro che il terapista deve fare, è dunque, su se stesso oltre che con il bambino.

Le categorie analogiche di cui si è parlato fin ora, trattandole dal punto di vista terapeutico e del bambino, hanno un significato anche per il terapista. Costituiscono, infatti, aspetti da considerare nella modalità di essere e relazionarsi del piccolo paziente, oltre che sfaccettature di una globalità attraverso cui egli può interagire col bambino con la consapevolezza di essere compreso.

LO SPAZIO: la stanza appartiene al terapista, che la  “prepara”  per il bambino. Egli imprime i suoi significati in funzione del bambino stesso, ma quando questi vi accede, per il solo fatto di esserci ed agirci, darà i propri valori e significati al contesto. Il terapista, pertanto, metterà da parte la propria sematizzazione dello spazio a favore di quella del bambino, intervenendo solo per modificarne gli aspetti della patologicità caratteristici del piccolo. In tal modo, attraverso la creazione di percorsi privilegiati per il bambino e per la relazione terapeutica, lo spazio risulterà meno estraneo.

Oltre allo spazio della sala il terapista dovrà considerare altri tipi di spazi, in particolar modo lo spazio corporeo del bambino e suo. Il bambino che per le prime volte entra in stanza e si relaziona con un adulto che è lì per lui, spesso, crea uno spazio intorno a se, oltre il quale l’adulto non deve avventurarsi. In un certo senso mantiene le distanze. È giusto, nel rispetto del bambino, non entrare nel suo spazio e non cercare forzatamente il contatto con il suo corpo prima che sia stato il bambino  a ridurre le distanze ed a cercare un contatto. In tal modo, gli si lascia l’iniziativa di entrare nello spazio dell’altro, secondo i suoi tempi e con i suoi modi, anziché essere l’altro a entrare nel suo spazio, il che può essere vissuto come un’aggressione. Ovviamente ci sono le dovute eccezioni: a volte l’invasione dello spazio altrui è addirittura necessaria per provocare una risposta aggressiva nel bambino e dare inizio ad una comunicazione.

Anche il corpo del terapista è spazio e volume tra gli spazi e può essere vissuto dal bambino. C’è  desiderio verso il corpo di un adulto reso così accessibile e disponibile, ma a volte non riesce ad esprimersi, perché temuto. Allora il terapista può favorirlo con un tono accogliente e con posture semi-orizzontali, magari offrendo la parte posteriore del corpo, evitando in questo modo la visione del volto, e soprattutto dello sguardo, che può risultare inibente. Ma c’è il rischio di perdere il proprio corpo, che diventa, in questo senso, spazio dell’altro. È importante che il terapista faccia capire al bambino che il suo corpo può essere anche suo spazio senza però smettere di essere il proprio corpo. Diventa in questo senso contemporaneamente “soggetto ed oggetto[13]”. Questa possibilità ambivalente permette al corpo del terapeuta di veicolare  diversi significati, che siano anche opposti, con valori positivi e/o negativi a seconda del contesto. Così il terapista può accogliere il bambino sul suo corpo, in un abbraccio ed avere “funzione” contenitiva, oppure stringerlo per tenerlo costretto in una prigione che è sempre il suo corpo. I diversi significati che il corpo può assumere, anche e soprattutto se ambivalenti, permettono di scegliere al momento il percorso terapeutico più idoneo, senza escluderne necessariamente un altro.

IL TEMPO: come per lo spazio, quello oggettivo della seduta appartiene al terapista. È sicuramente  primo atto terapeutico che egli compie  il dare i cinquanta minuti della terapia al bambino, affinché li utilizzi come meglio crede. Già precedentemente ho parlato dell’importanza di questa “restituzione” di tempo al bambino. Un altro passo che il terapista fa è quello di materializzare e concretizzare il tempo della seduta, attribuendogli  significato attraverso i desideri, le attese e i soddisfacimenti del bambino. Và a definire il tempo della seduta come il tempo della presenza (di tutto ciò: desideri, attese e soddisfacimenti) e quello della non-seduta, caratterizzato dell’assenza. Il terapista può ulteriormente stressare il tempo della seduta, affinché acquisti maggior valenza, con dei segni o dei rituali, utilizzando anche le altre categorie (come il rituale delle scarpe, di cui detto sopra)

Per il terapista, invece, il tempo è quello dell’attenzione, intesa come osservazione del bambino per quello che è, che porta, anche nella relazione con l’altro, e tempo dell’attesa. Quest’ultima assume valenza positiva di rispetto e sicurezza nei confronti del bambino, che viene riconosciuto come individuo. Entrambi gli aspetti del tempo sottintendono, per il terapista, un’ atteggiamento ed un modo di essere centrato sul rispetto per l’altro e  sulla pazienza. Ma non si può escludere che egli deve fare i conti con le sue aspettative, secondo cui vorrebbe che venissero confermate le sue capacità e le sue ansie ( inoltre deve liberarsi anche delle aspettative della famiglia e delle istituzioni varie che puntano sul suo lavoro per il recupero del bambino).

IL TONO: è lo strumento attraverso cui il terapista percepisce, sia col contatto diretto che a distanza, la valenza emotiva di uno stato o di un’azione. È anche uno dei primi mezzi attraverso cui può stabilire col bambino una relazione. Il terapista accoglie la tensione tonica del bambino sul suo tono, che dovrebbe risultare neutro oltre che disponibile e capace a captare tutte le variazioni toniche del bambino. Nella risposta tonica, invece, deve essere capace di modulare nel giusto tempo e consapevolmente un messaggio che sia coerente con la comunicazione terapeutica in atto. I messaggi che il terapista deve e può veicolare con il tono sono sicuramente quelli di disponibilità all’ ascolto rispettoso, di accettazione di ogni espressione del bambino con tutte le sue manifestazioni emotive e di scambio comunicativo, dando significato alle variazioni toniche del bambino cui risponde a sua volta con le proprie modulazioni toniche. Per il terapista l’utilizzo del tono muscolare è di primaria importanza soprattutto nei casi in cui non sono utilizzabili col bambino altre forme di comunicazione. Ad esempio, con bambini molto piccoli che non hanno acquisito il linguaggio, in tal caso il “dialogo tonico” avviene per contatto dei due corpi. Quando, invece, le forme di comunicazione sono altre, lo scambio di informazioni tramite il tono muscolare può avvenire anche a distanza con la prevalente funzione  di sostenere la relazione.

LA POSTURA: allo stesso modo, ha importanza nella comunicazione tra bambino e terapista. L’assetto posturale di quest’ultimo deve adattarsi al bambino e il significato che veicola si esprime attraverso le risposte che induce nel bambino. La prima comunicazione che il terapista deve dare attraverso la postura è di accettazione ed ascolto; rispetto al bambino, il terapista modifica il suo atteggiamento posturale, affinché gli faccia capire di essere lì per lui, per ascoltarlo. D. è un bambino molto insicuro ed abbastanza inibito. Durante un gioco strutturato, in cui doveva agire da solo, sembrava molto ansioso rispetto alla sua prestazione: si agitava continuamente sul posto, cambiando frequentemente posizione. Solo quando la terapista iniziò ad assumere la sua stessa postura, con atteggiamento rassicurante, sembrò tranquillizzarsi; seduto con le gambe leggermente divaricate ed un tono modulato, continuò il gioco scoprendone tutto il piacere che ne deriva, anche nello sbagliare, certo che lì non sarebbe stato giudicato negativamente.

Una data postura non ha un solo significato, ma ne possiede molteplici, anche in base alle altre categorie che la sostengono e la integrano, oltre che in base al contesto generale.  Ci sono una serie di posture che possono rimandare a dati significati, ma di certo, per relazionarsi attraverso questa categoria analogica si deve considerare l’atteggiamento complessivo del soggetto in relazione all’ambiente ed all’altro. Tra le posture più frequenti, ad esempio, la postura seduta al suolo può rimandare ad un atteggiamento di accoglienza, di sicurezza se le gambe sono distese e divaricate. La medesima postura con le gambe accovacciate al petto e con un tono elevato può esprimere chiusura, rifiuto. La posizione inginocchiata in genere favorisce l’incontro col bambino, ci si mette alla sua altezza e si è più a  sua portata “di mano”. La posizione quadrupedica  ha il duplice significato regressivo (è la posizione dei bambini piccoli prima che raggiungano la stazione eretta), come pure ricorda animali sia feroci (come ad esempio il lupo da cui si fugge o che si aggredisce), che domestici ( come il cavallo che si galoppa e che implica il dominio sull’altro). Il decubito prono facilmente suscita angoscia in quanto evoca la morte, ma è anche il corpo dell’adulto messo a completa disposizione del bambino per essere manipolato, esplorato o che può essere luogo di accoglienza. Quello supino evoca più il significato di abbandono, è forse la posizione in cui più facilmente il bambino si accosta al corpo dell’adulto, soprattutto  evitando la vista della faccia. Il corpo del terapeuta raggomitolato in posizione fetale invita all’aggressione, così come può suscitare sentimenti protettivi. La stazione eretta può avere diversi significati :l’adulto in piedi può essere ignorato, aggredito, può incutere sentimenti di riverenza, dominio. Ogni postura assunta dal terapista, per quanto indicativa possa essere, possiede infinite sfumature date dal rapporto della posizione del corpo nello spazio ed in relazione a questo e dalle altre categorie come il tono, la mimica facciale e gestuale.

MOVIMENTO: come le altre categorie analogiche è importante in quanto forma di comunicazione di cui si serve il terapista per relazionarsi al bambino. In particolar modo, il terapista entra facilmente in relazione col paziente attraverso il movimento tramite l’imitazione. Sicuramente il significato dell’imitare l’altro è quello di mostrare uno spiccato interesse per quello che sta facendo e, di conseguenza, per lui come persona. Implica un rimando positivo per il bambino, che, vedendosi  attraverso l’adulto-specchio, ha di sé un’immagine buona perché è l’adulto in prima persona a proporla.  È una modalità relazionale molto efficace per il terapista, soprattutto con bambini inibiti o chiusi, ma bisogna saperne uscire, altrimenti si rischia la confusione di identità anziché favorirne l’emergenza. Si può evitare la confusione modificando il ritmo dell’imitazione dei gesti dell’altro o in qualunque altro modo che possa marcare la differenza tra i due soggetti. Ovviamente il bambino può anche rifiutare di essere imitato dall’adulto, segno di non voler entrare in alcuni tipo di relazione col terapista.

GLI OGGETTI: nella relazione terapista- bambino possono essere mediatori. L’oggetto può essere prolungamento del corpo : A. soprattutto durante le prime terapie non lasciava quasi mai un bastone che prendeva in stanza. Lo portava con se quando camminava,per esplorare lo spazio,  se giocava con gli animali, tenuto basso, mai in segno di aggressione, ma proprio come se fosse l’allungamento della sua mano.

Oltre che prolungamento del corpo del bambino può diventare prolungamento anche del corpo del terapista e quindi mediatore della loro relazione. Con l’interposizione di un’ oggetto la relazione può diventare più sostenibile per il bambino . Dopo il primo periodo di osservazione A. inizia a usare il bastone per colpirmi nella lotta o spararmi a distanza ravvicinata (diventando in questo caso un fucile). Anche io ho iniziato ad usare il bastone con lui. I bastoni diventavano spade che si incrociavano, colpivano, sfioravano. Andrea non riusciva bene a sostenere il contatto corporeo con me, ma con i bastoni riusciva a dirmi quello che provava.

Gli oggetti possono anche essere scambiati dal bambino e dal terapista, con il significato di dare qualcosa che è proprio, che è simbolicamente l’individuo, affinché sia dell’altro, sia l’altro.

PRODUZIONE FONICA: è utilizzata dal terapista per le funzioni viste precedentemente (fàtica, referenziale, emotiva e metacomunicativa), come sostegno alla comunicazione non verbale o come canale preferenziale, quando c’è la presa di distanza dal contatto corporeo.  Può essere anche l’elemento che apra una relazione terapista bambino, quando ad esempio il bambino privilegi il canale fonatorio. In questo caso, come è valido per il movimento, l’imitazione può essere un valido ausilio all’istaurarsi della comunicazione. Anche attraverso l’espressione fonica il bambino può esprimere un disagio, ma non è sempre a questo livello che il terapista può intervenire. Ad esempio situazioni in cui la parola è spia di una difficoltà possono essere: un bambino che parla in continuazione in modo anche sconclusionato, o quando la parola  viene usata come schermo protettivo di fronte a situazioni emotivamente cariche, oppure quando la parola è usata come negazione della realtà. In questi casi il terapista non interverrà con la lingua per modificare la relazione, ma ne farà un uso controllato, puntando sulle altre categorie analogiche. Altri indici di una difficoltà relazionale per il terapista, possono anche riscontrarsi nella modulazione dell’emissione fonica del bambino, sui toni, i ritmi.

In conclusione, tutti gli aspetti sopra descritti sono espressione, attraverso il corpo e le sue produzioni, di stati emotivi dell’essere. Per cui per una pratica neuropsicomotoria che sia terapeutica, credo, che sia attraverso il corpo che debba agire e che sia sempre dal corpo che  debba ascoltare soprattutto con bambini in età evolutiva.

 


[13] Cfr. Il labirinto e le tracce, una ricerca di terapia infantile attraverso la comunicazione non verbale; E.Berti- F.Comunello- G.Nicolodi; Giuffrè Editore,1988