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Nella pratica psicomotoria viene costantemente messa in gioco la persona e le sue emozioni, i sentimenti, i pensieri, espressi in particolar modo attraverso il corpo. La comunicazione non verbale è propria del bambino, in modo inconscio, quanto del terapista, che deve essere consapevole dei messaggi che invia a questo livello oltre che saper ricevere quelli del bambino.

La scelta di questo tipo di approccio è tanto ricercata quanto spontanea, naturale.

Una motivazione risiede nel fatto che si lavora con bambini: la prima modalità di comunicazione ed espressione dei bambini è, infatti, il linguaggio corporeo .

L’altra motivazione è che si viene a contatto con bambini “patologici”, che spesso hanno difficoltà ad esprimersi col linguaggio verbale, per svariati motivi, ci si rende immediatamente conto di come questi comunichino, si esprimano, attraverso canali, che siano a loro più congeniali. I  canali a cui faccio riferimento sono, ad esempio, il gesto, il contatto corporeo, lo sguardo, la postura e così via. E se è attraverso canali alternativi che il bambino comunica, il terapista acquisirà la sua modalità comunicativa per entrarci in relazione.

Sicuramente non è semplice trovare per ogni bambino il giusto canale comunicativo nel rispetto della sua originalità, per cui è importante, per il terapista della neuropsicomotricità, essere aperti a nuove forme di comunicazione ed attenti e disponibili ad ogni forma di espressione del bambino, anche se diversa da quella convenzionale.

Il primo passo pertanto è, sicuramente, quello di porsi in una posizione di reale ascolto dell’altro. Per quanto possa sembrare banale, ascoltare il bambino significa imparare ad aspettare, tollerare la propria ansia rispetto ai tempi diversi dell’altro, tollerare la frustrazione che deriva dalla mancata o ritardata risposta a qualcosa che ci si aspetta. Significa non sostituirsi all’altro nelle cose che dice e che fa solo perché si ritengono giuste le proprie.  Significa saper mettersi da parte per concentrarsi su un’altra persona.