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Spesso il terapista si trova di fronte bambini che non riescono a vivere lo spazio in maniera adeguata e ne fanno un uso piuttosto indifferenziato. Questa indifferenziazione può avere due manifestazioni opposte:

  • la non utilizzazione dello spazio esterno, per cui l’azione del bambino si esercita su un’area molto ristretta, appena l’alone del suo spazio posturale;
  • il percorrimento incessante e caotico dello spazio, senza alcun progetto , come nel caso dei bambini ipercinetici.

In  entrambi i casi vi è una negazione dello spazio come tramite di relazione con l’ambiente. Nel primo caso il canale di comunicazione è quasi completamente silenzioso, nel secondo è intasato dal “rumore”. È il corpo del terapeuta che comincia allora a definire questo utilizzo indifferenziato poiché si propone come “ponte” fra il corpo del bambino e lo spazio esterno; oppure cerca di contenere l’attività convulsa e confusa del bambino, per comunicargli la necessità di una distinzione fra lo spazio proprio e lo spazio dell’altro, come condizione necessaria di ogni trasformazione della realtà . Questo significa mostrargli la possibilità di integrare il proprio spazio corporeo con altri spazi in base a un progetto, di cui il corpo del terapista pone le fondamenta, offrendosi come punto di riferimento. Proprio perché, fin dall’inizio, pone un “tu” e un “io” in uno spazio “dentro”, si pone come elemento necessario del sistema; elemento che, per la varietà delle sue relazioni con gli altri elementi del sistema (tempo, spazio esterno, oggetti…) tende a far rientrare la confusione del bambino in un circuito di feedback. Dicendo: “questo spazio non sei tu”, “io esisto come altro”, pone degli argini al dilagare del “rumore” e lo trasforma in informazione.

L’attribuzione di significato alla relazione corpo-spazio avviene fin dall’inizio attivando i due concetti opposti: dentro\fuori e proprio\altro. Da queste coppie ne derivano altre che denotano oltre le relazioni spaziali, anche significati di affetto: vicino \ lontano, sopra \ sotto, ristretto \ ampio, ecc.

Queste traducono altre opposizioni che non riguardano più direttamente lo spazio, bensì le emozioni: sicurezza \ pericolo, amico \ nemico, esplorazione \ rifugio, ecc.

Nelle continue associazioni fra denotazioni spaziali e connotazioni affettive, il processo terapeutico permette al bambino di trovare dei riferimenti che lo aiutino nello spazio reale e simbolico, consentendogli di creare quei percorsi, quei luoghi privilegiati di cui si diceva. Fin dal primo incontro di osservazione inizia il viaggio del bambino alla scoperta di questo spazio “dentro” che riceve e emette significati mano a mano che egli lo percorre.

Ci sono bambini ai quali lo spazio del loro viaggio appare troppo piccolo o troppo grande. Esso potrà essere realmente delimitato o simbolicamente dilatato, variato da costruzioni di spazi chiusi che il bambino potrà considerare casa, prigione, scuola, castello, soffitta, ecc.; in un caso saranno il confine che segna lo spazio gestibile, nell’altro il trampolino da cui proiettarsi su percorsi e territori indefiniti.

Allora, la stanza di terapia, luogo “dentro” e separato in cui il bambino traccia una propria geografia di zone e percorsi, può essere considerata una metafora dell’identità che si va formando attraverso le competenze, le conoscenze, la sicurezza che egli gradualmente conquista e che, in seguito, potrà trasferire nel “fuori”, nelle relazioni con gli altri.

Egli può trasformare il proprio rapporto con l’ambiente sociale appunto perché è stato “altrove”, nel “dentro” della stanza di terapia.