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Lo spazio in genere, e quello terapeutico in particolare, prendono forma e senso come “campo d’azione” in cui si attua il progetto del soggetto tramite il movimento, perché “a  fare dello spazio corporeo e dello spazio esterno un sistema  unico è l’azione”. (Galimberti )

Il feto vive in un ambiente liquido in cui i movimenti risultano più o meno rallentati, per la resistenza data dal liquido amniotico, e la forza gravitazionale viene in parte compensata dalla spinta verso l’alto della massa liquida spostata dal proprio corpo. Alla nascita il bambino si trova ad affrontare una situazione ben diversa: la forza di gravità esprime ora tutto il suo effetto e i movimenti risultano difficoltosi. Il neonato deve, quindi, riorganizzare tutti gli schemi motori acquisiti durante il periodo gestazionale in funzione del nuovo ambiente. Inoltre, alla nascita il neonato è immerso in una serie di stimoli aspecifici e indistinti che lui confonde con quelli provenienti dal proprio corpo in quanto non è ancora identificato nella sua unità spaziale. L’insieme di questi stimoli resta un’entità indistinta finché il bambino non avrà raggiunto la percezione dei suoi limiti spaziali. L’Io confuso con il mondo non è consapevolezza e lo spazio non ha ancora attributi: l’attività motoria in via di maturazione facilita il superamento dell’indistinto e la costruzione dell’Io corporeo (inteso come coscienza spaziale di sé) e l’iniziale conoscenza dello spazio in cui l’Io si muove. Affinché ciò avvenga è necessaria, quindi,  un’adeguata interazione tra la conoscenza del sé corporeo, la capacità di analisi delle informazioni provenienti dall’ambiente e la programmazione ed esecuzione dell’atto.

in seguito: Quali caratteristiche assume lo spazio nelle varie fasi dello sviluppo psicomotorio e la sua successiva conquista attraverso il proprio corpo e gli oggetti