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Psicomotricità e Comunicazione. Efficacia della terapia psicomotoria nel trattamento della triade sintomatologica dei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo

Carmela Giordano, Psicomotricista, TNPEE

Premessa

Un argomento come la comunicazione, studiato ed approfondito da diverse discipline, racchiude in sé il desiderio e la volontà dell’essere umano di capire ed essere capito, compreso. La necessità, a volte da molti ed in tante occasioni trascurata, di cercare una spiegazione ad atteggiamenti e reazioni è di fondamentale importanza in ogni situazione che implichi scambi sotto qualunque forma e con qualsiasi mezzo, siano essi scambi dettati da necessità lavorative sia da relazioni interpersonali basate su affetti ed emotività. Comunicare è l’unica modalità per entrare in contatto con l’altro, creare relazioni, entrare nel gruppo, nella società (l’uomo è animale sociale, affermava Aristotele) rimanendo, però, sempre se stesso, lasciando che l’interlocutore scopra, o no, la natura di chi ha di fronte.

Quello che stiamo per intraprendere è un volo a bassa quota che ci permetterà di sorvolare mondi diversi popolati da esseri viventi che, non sembra, ma hanno tanto in comune. Tenteremo di farci un’idea di cosa significhi comunicare per gli esseri  viventi e di come, in definitiva, animali ed uomini (che sempre animali sono) riescano a trasmettersi informazioni utilizzando, quasi sempre, gli stessi canali; quanto sia importante la comunicazione per gli uni e per gli altri e, cosa più rilevante, quanto sia basilare la carica emotiva ed affettiva che la pervade.

Per far ciò dovremo necessariamente spaziare dalla comunicazione animale,  alla interazione umana per poi spingerci in un campo ostico che è quello dedicato alla comunicazione nella patologia soffermandoci su quello che tra tutti i disturbi è universalmente riconosciuto come inficiante la comunicazione: l’autismo. Meglio, oggi diversi quadri sintomatici vengono indicati utilizzando questo termine,perciò parleremo più genericamente didisturbi dello spettro autistico. Questa definizione racchiude tutte quelle patologie caratterizzate da severe alterazioni del comportamento, della comunicazione e dell'interazione sociale. Questo tipo di disturbi è classificato dall'American Psychiatric Association nel DSM-IV-TR (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, quarta edizione, testo revisionato), come Disturbi Pervasivi dello Sviluppo (PDD – Pervasive Development Disorder), che attualmente sono definiti per lo più come Disturbi dello Spettro Autistico (ASD – Autism Spectrum Disorders).

Quale collegamento esiste tra comunicazione e psicomotricità? Quali sono gli strumenti di uno psicomotricista?

La comunicazione

Nel linguaggio comune il verbo comunicare è spesso utilizzato come sinonimo di trasmettere, questa piccola inesattezza fa si che un fenomeno complesso come la comunicazione sia confuso con una delle sue funzioni. In senso generale il termine indica, invece, l’insieme dei fenomeni che presiedono alla trasmissione dei segnali.

Sia che si voglia far risalire la sua etimologia al verbo greco κοινωνέω (Koinonéo- avere in comune, prendere parte) o al latino communico (mettere in comune) che, comunque, significa relazione e scambio, il risultato che ne consegue è sempre lo stesso: comunicare significa interagire. In tal modo, una qualunque trasmissione di messaggi non è che l’inizio di una relazione.

L’uomo è un animale sociale e la sua realizzazione come individuo dipende dalla relazione con l’altro da sé. La relazione è uno scambio che può avvenire esclusivamente in presenza della comunicazione, si crea così un rapporto interpersonale che innegabilmente influenza i soggetti coinvolti, un dialogo che diventa presupposto di crescita.

La comunicazione soddisfa diverse necessità: la costruzione del senso di identità, che nasce e si completa attraverso l’interazione con gli altri; ancora, la necessità può essere di tipo fisico, la sua presenza, o la sua assenza, può incidere sulla salute della persona; il senso di appartenenza sociale e di coinvolgimento con gli altri; bisogni di tipo pratico, ad es. chiedere informazioni.

Caratteristiche della comunicazione sono consapevolezza ed intenzionalità, che possono essere più o meno accentuate o ridotte. Nello specifico, si parla di comunicazione spontanea quando è casuale e non programmata, in contrapposizione (ma non escludendola) alla comunicazione intenzionale, che è invece finalizzata e, quindi, prevista e programmata.

Secondo una più ampia interpretazione, il termine è utilizzato su diversi piani dal biologico, all’ecologico, all’etologico e all’umano per indicare quello scambio di messaggi che va dagli organismi unicellulari agli animali, alle macchine e all’uomo, le cui forme comunicative sono studiate, a seconda della forma, della funzione e della destinazione, dalla psicologia, dalla linguistica, dalla sociologia, dalla teoria dell’informazione e dalla cibernetica.

Tuttavia, questa grande attenzione rivolta alla comunicazione compare assai tardi nella storia culturale. Indubbiamente, alcuni aspetti e fenomeni della comunicazione umana, ed in particolare della comunicazione linguistica orale e scritta, affondano le radici in tempi molto antichi, per la curiosità che hanno da sempre suscitato nell'uomo.

È solo a partire dalla metà del novecento, però, che si sviluppano una serie di discipline che studiano la ‘comunicazione in quanto comunicazione’, o che a partire da una teoria generale ne studiano degli ambiti specifici. La teoria dell'informazione, la cui formulazione si deve a C. Shannon, ad esempio, fornisce gli strumenti matematici per misurare l'informazione che viene trasmessa, e studia le condizioni migliori per fare in modo che tale trasmissione abbia luogo; la semiotica studia i principi dei processi della comunicazione e la natura dei linguaggi; la mass mediologia studia i mezzi di comunicazione di massa, ed il loro rapporto con la sfera sociale e culturale; l'informatica studia i metodi e le tecniche di elaborazione automatica dell'informazione e della comunicazione; la linguistica studia la facoltà del linguaggio verbale e la sua manifestazione nelle lingue naturali. Ancora, è sempre nei primi decenni del ‘900 che il termine comunicazione sarà associato al trasferimento di informazione. In particolare, un vero e proprio punto di svolta è costituito dall'opera di due importanti scienziati, Claude Shannon e Warren Weaver, cui si deve la prima formulazione di una Teoria matematica della comunicazione. Negli scritti, pubblicati alla fine degli anni 40, viene fornita per la prima volta una definizione generale della comunicazione come trasferimento di informazioni mediante segnali da una fonte a un destinatario.

Modelli formali

Per comprendere il concetto di comunicazione in quanto processo si può ricorrere a diversi tipi di modelli formali di comunicazione.

La teoria matematica della comunicazione (il modello di Shannon e Weaver)è stata sviluppata per la necessità di creare, dal punto di vista fisico-matematico, le più efficaci condizioni per il trasferimento di segnali attraverso dispositivi di trasmissione. L'influenza delle ricerche di Shannon e Weaver, tuttavia, è andata ben al di là di questo ambito specialistico. Questi autori ci hanno fornito, infatti, oltre la definizione di comunicazione ancora oggi utilizzata, l'elaborazione di uno schema generale dei processi comunicativi.

Lo schema (Fig.1) ha l'obiettivo di individuare sia la forma generale di ogni processo comunicativo, sia i fattori fondamentali che lo costituiscono, quegli elementi, cioè, che devono essere presenti ogni qual volta si verifichi un passaggio di informazione.

Fig.1

L'applicazione di questo modello alla comunicazione umana comporterebbe tuttavia alcune difficoltà, relative al processo di trasformazione del pensiero preverbale nel pensiero verbalizzato, del messaggio, cioè, nel segnale. Questo processo di codificazione, come parallelamente quello di decodificazione dal segnale al messaggio ad opera del ricevente, è certamente un punto centrale per ogni forma di comunicazione: ma di per sé né il ‘trasmettitore’, né il ‘ricevitore’ di Shannon e Weaver sono concetti sufficientemente adeguati per descrivere un tale processo, difficilmente afferrabile e comunque non semplificabile nei termini proposti da questo modello. Pertanto, l’origine matematica di questo schema non permette di delineare la complessità dei processi comunicativi in cui sono implicati dei soggetti umani.

Per sottolineare tale complessità R. Jackson apportò alcune modifiche al modello di Shannon e Weaver (fig.2)

 

 

 

 

 

 

contesto
messaggio

 

 

mittente

- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -

destinatario

 

 

contatto
codice

 

 

 

 

Fig.2

 

Questo modello coglie l’alto livello di astrazione della comunicazione, non tenendo conto degli eventuali apparati e dispositivi fisici che possono consentire, facilitare o disturbare il processo comunicativo. L’intento di Jakobson è costruire un modello della comunicazione umana che permetta di capire come e perché siamo in grado di parlare su qualcosa e di comprendere ciò che ci viene detto. Non a caso egli introduce esplicitamente due fattori innovativi quali il codice ed il contesto. Ma l’originalità del modello di Jakobson sta nell’organizzazione dello scambio del messaggio, che si configura in maniera ciclica, in quanto il mittente e il destinatario sono interscambiabili tra loro e, pertanto, la loro interazione continua all’infinito.

Ad ogni elemento della comunicazione corrisponde, secondo Jakobson, una diversa funzione del linguaggio: referenziale, emotiva, conativa, metalinguistica, fàtica, poetica.

È raro, naturalmente, che ciascuna funzione si presenti allo stato puro, mentre si ha nella maggior parte dei casi soltanto la prevalenza di una delle funzioni rispetto alle altre, ma gli aspetti di ciascuna funzione individuata da Jakobson mettono in risalto le corrispondenti categorie conoscitive attraverso le quali noi organizziamo e strutturiamo gli universi empirici del linguaggio.

Un altro modello, riferito alla comunicazione intesa come processo psicologicoè quello che richiama una grande distinzione/contrapposizione tra due grandi modalità di intendere lo ‘scambio di comunicazioni’ tra gli esseri umani: informazione non è sinonimo di comunicazione. Vi è infatti una prima modalità di intendere il processo, riconducibile ad uno schema razionale-informativo, centrato sui contenuti, obiettivistico, che si può rappresentare nel seguente modo: si ha comunicazione quando una trasmittente invia un messaggio nozionistico-cognitivo ad una ricevente, tramite un qualche canale.

Ad esso si possono ricondurre tutti i modelli concettualmente ‘razionalistici’ del passaggio delle informazioni.

Esiste poi una seconda modalità di intendere il processo, riconducibile ad uno schema affettivo-comunicativo, centrato sui processi, inter-soggettivistico, che si potrebbe così rappresentare: sussiste comunicazione quando un trasmittente invia tramite un qualche canale un messaggio, elaborato in base ai propri codici valoriali e normativi ed al proprio sistema di credenze ed atteggiamenti, ad un ricevente che decodifica il messaggio secondo i propri sistemi di valori e norme, di credenze e atteggiamenti. Ma il ricevente non si limita a questo, provvede infatti a sua volta, in continua alternanza di fasi, ad elaborare e trasmettere comunicazioni di ritorno (feed-back), formulate in base ai propri codici e ai propri sistemi di credenze e atteggiamenti, alla trasmittente, che a sua volta le decodifica secondo i propri sistemi di valori, norme, credenze e atteggiamenti. In tal modo, il ricevente è anche trasmittente e viceversa, in una continua circolarità delle funzioni, in un continuo scambio dei ruoli, in un reciproco influenzamento, al di là dei ruoli formali o apparenti.

A tale schema concettuale si possono ricondurre tutti i modelli emozionalistici della trasmissione di comunicazioni, modelli che inquadrano in tal modo anche il passaggio di informazioni, solo apparentemente meccanico.

La comunicazione e il mondo animale

La forma più semplice di comunicazione è quella tra animali, la cibernetica ne ha fatto un modello per la comprensione della differenza esistente tra la comprensione della comunicazione e lo strumento attraverso cui si attua.

Annoverando anche quella umana tra le forme animali, possiamo tranquillamente affermare che la comunicazione è sempre tra animali. Il passaggio di segnali tra animali è un processo fisico che implica cambiamenti nel sistema nervoso di chi li invia e di chi li riceve apportando, in tal modo, delle modifiche a livello comportamentale. Ad esempio, un segnale d’allarme inviato da un capobranco provoca la modifica del comportamento del gruppo che reagisce, in alcuni casi,  iniziando a correre. La reazione di cui sopra è dovuta alla modifica del sistema nervoso dei riceventi che adattano il loro comportamento guidati dall’istinto di sopravvivenza. Come abbiamo visto, le variabili che entrano in gioco sono molteplici, ad un segnale d’allarme potremmo sostituire un richiamo sessuale ed avremmo il medesimo risultato, anche se in questa occasione l’istinto sarebbe quello riproduttivo.  In conclusione, un segnale inviato è compreso se i cambiamenti nel sistema nervoso del ricevente sono uguali ai cambiamenti nel sistema nervoso di chi trasmette. In questo caso la trasmissione del messaggio ha certamente un valore, ma non si può affermare che sia intenzionale anche se il suo avere una funzione è certamente innegabile, gli insetti sociali, ad esempio, sono geneticamente programmati.

Possiamo, in sintesi, affermare che la trasmissione di informazioni da un animale all'altro tramite segnali è il prodotto di una specifica selezione naturale. La comunicazione si è evoluta, quindi, sia al servizio della riproduzione sessuale, come i segnali relativi alle condizioni di recettività sessuale nelle femmine o i comportamenti di corteggiamento, sia al servizio della delimitazione del territorio. È opportuno, tuttavia, ricordare che oltre che nell’ambito della stessa specie esistono tipi di comunicazione fra specie differenti, in particolare tra predatore e preda. Inoltre, nei primati che vivono in società si riscontrano forme di comunicazione attraverso espressioni facciali analoghe a quelle dell'uomo.

Informazione e comunicazione.

Tutti gli organismi viventi comunicano esclusivamente con mezzi non verbali, eccetto alcuni membri della specie Homo sapiens capaci di comunicare, simultaneamente o a turno, con mezzi non verbali e con mezzi verbali.

La vita biologica si basa sulla elaborazione di informazioni. La comunicazione attraverso messaggi biochimiciè anche alla base del funzionamento neurofisiologico del cervello umano. I neuroni sono costituiti da un corpo cellulare che comprende un assoneed arborizzazioni più o meno complesse, dendriti, che entrano in contatto con altri neuroni attraverso le sinapsi, in cui avviene il passaggio di neurotrasmettitori.

Numerose specie utilizzano anche il canale olfattivoper marcare il territorio, per il riconoscimento parentale e per l’accoppiamento. Il canale visivo è un efficace canale nella comunicazione faccia a faccia. Esso è utilizzato dalla nostra specie per un gran numero di codici, da quello gestuale a quello prossemico, dalla segnalazione in mare alla scrittura ed alla maggior parte dei mass media.

Studio della comunicazione animale e comunicazione umana

Lo studio della comunicazione nel mondo animale è solitamente affrontata secondo due differenti prospettive: l’ipotesi della continuità, che ritiene esista un continuum evoluzionistico tra le forme più elementari di comunicazione (come quelle dei batteri) e la comunicazione verbale umana;

La seconda prospettiva, al contrario, sostiene l’ipotesi della discontinuitàtra linguaggio umano e linguaggio non umano.

Una proposta più articolata sulla comunicazione animale è quella di distinguere nettamente tra comunicazione non verbale (extralinguistica), in cui è possibile individuare una filogenesidei sistemi di comunicazione in tutto il mondo biologico, dotata di sicuro interesse comparativo, e la comunicazione linguistica, caratteristica propria soltanto all’homo sapiens.

I segnali degli animali ed i codici in cui sono ordinati somigliano sotto molti aspetti ai nostri sistemi di comunicazione, in quanto tutti sono intesi a soddisfare la necessità di trasmettere efficacemente informazioni.

Tuttavia, anche se molti sistemi di comunicazione tra animali si rivelano strutture complesse ricche di significato, la loro base è essenzialmente emotiva, come del resto accade per i suoni prodotti da un neonato o le espressioni mimiche di collera o di timore comuni a tutte le razze umane.

A questo punto, più per una mia totale incapacità a resistere alla curiosità che per una reale necessità, voglio dedicare un piccolo approfondimento a metodi e strutture comunicative di alcune tra le specie animali più interessanti.

La comunicazione tra le api.Con l'esecuzione di una danza, i cui movimenti sono perfettamente codificati, l’ape operaia può comunicare alle compagne indispensabili informazioni sulla direzione e distanza a cui si trovano fiori, nettare, polline e sorgenti d'acqua. Tale danza è quindi il meccanismo con il quale le api reclutano altre api del loro alveare per la raccolta di risorse.

La comunicazione tra gli uccelli.Gli studi ornitologici hanno dimostrato che gli uccelli cantano per avvertire eventuali intrusi che stanno invadendo il loro territorio o per una mezza dozzina di altre funzioni.  Inoltre, il più  importante canale di significazione degli uccelli è quello corporeo, si esplica attraverso esibizioni di schemi motori stereotipati con funzione comunicativa, che comprendono anche movimenti visivi e particolari atteggiamenti. Per la vita sociale di molte specie di uccelli riveste grande importanza il richiamo di volo con il quale i singoli uccelli mantengono compatto lo stormo, segnalano la presenza di cibo o di un predatore o la decisione di posarsi sui terreni per la nidificazione.

Il linguaggio dei delfini.I delfini sono mammiferi cetacei odontoceti della lunghezza di 2,5 metri, con un cervello simile a quello umano, dotati di grande intelligenza. I numerosi studi sulla loro comunicazione hanno rivelato che essi utilizzano emissioni ultrasoniche (fino a 200.000 cicli al secondo; il linguaggio umano solitamente utilizza una banda sonora tra i 300 e i 10-12.000 cicli al secondo) prevalentemente fischi, brontolii e caratteristici click. Sembra che possiedano sofisticati sistemi di identificazione personale attraverso un particolare fischio, che viene memorizzato e riprodotto da un altro individuo quando desidera la compagnia o l’aiuto del compagno.

Il linguaggio dei Primati.Innanzi tutto, è opportuno ricordare che l’uomo non discende da una scimmia, ma da un progenitore comune di tutte le scimmie antropomorfe e degli ominidi, risalente a circa 33 milioni di anni fa (Aegyptuspitectus); se è poi vero che gli uomini hanno in comune il 99% del materiale genetico con i primati, quel solo 1% del genoma, messo nel punto giusto, produce differenze incalcolabili.

I primati hanno una competenza comunicativa multimodale, che si svolge soprattutto attraverso il canale visivo, mentre quello uditivo è limitato soprattutto alla comunicazione a distanza, quando tra gli individui si frappongono ostacoli quali la vegetazione, o altro. La vita sociale dei primati è molto coesa e rigidamente gerarchica.. La comunicazione ha un valore/significato stratificato in base al contesto ed al ruolo sociale che ogni individuo ricopre nella gerarchia sociale: maschio o femmina dominante, giovane maschio o piccolo. La classe più produttiva di messaggi è quella posturale. Il soggetto può comunicare sicurezza, insicurezza, aggressività o sottomissione in base alla postura del corpo, alla direzione della sua coda e all’angolo descritto dalla sua colonna vertebrale rispetto al suolo.

Uno studio realizzato allo Yerkes National Primate Research Center di Atlanta, pubblicato nel 2010, sostiene che la lateralizzazione emisferica sinistra per il linguaggio potrebbe avere “radici evolutive” nella comunicazione gestuale utilizzata dai nostri antenati comuni.

La maggior parte delle funzioni linguistiche negli umani sono generalmente controllate dall'emisfero sinistro del cervello. Lo studio di Meguerditchian e colleghi ha rivelato che la maggior parte dei primati non umani osservati allo Yerkes National Primate Research Center di Atlanta utilizzano la mano destra nei gesti che hanno intenzioni comunicative: “ciò potrebbe riflettere una dominanza dell'emisfero sinistro nella comunicazione fra i primati, allo stesso modo di quanto accade nel linguaggio umano”, (William D. Hopkins, Agnes Scott College di Decatur, Georgia, coordinatore dello studio.)

I ricercatori hanno studiato l'utilizzo dell'arto destro in un gruppo di 70 scimpanzé in cattività per un periodo di 10 mesi, registrando vari gesti comunicativi specifici in diversi contesti sociali, come le interazioni finalizzate ad attirare l'attenzione, i momenti di eccitazione condivisa, di minaccia, di aggressione, di saluto, di riconciliazione, di invito al gioco ecc. Tali gesti erano diretti non solo ai conspecifici, ma anche agli osservatori umani.

“Il grado di predominanza dell'arto destro per i gesti è uno dei più pronunciati che abbiamo mai riscontrato negli scimpanzé in rapporto ad altre azioni manuali non finalizzate alla comunicazione. Abbiamo inoltre riscontrato analoghe preferenze manuali nei primati per i gesti di indicazione esclusivamente diretti agli umani. Questi dati mostrano chiaramente che la prevalenza dell'uso della mano destra nei gesti non è specificamente associata all'interazione con gli umani, ma generalizzata per la comunicazione.

Questi dati supportano ulteriormente l'idea che la parola si è evoluta a partire da un sistema comunicativo gestuale utilizzato dai nostri antenati; del resto, la comunicazione gestuale nelle scimmie ha in comune con il linguaggio umano alcune caratteristiche chiave, come l'intenzionalità, le proprietà referenziali e la flessibilità nell'apprendimento e nell'uso”. (William D. Hopkins, Agnes Scott College di Decatur, Georgia, coordinatore dello studio.)

Comunicazione animale. Differenze e somiglianze rispetto al linguaggio umano

In un saggio del 1963, Hockett , uno dei grandi esponenti della linguistica strutturale, distingueva 16 tratti universali del linguaggio umano, di cui almeno i seguenti sono pertinenti per un confronto con altre forme di comunicazione non umana: uso del canale vocale-uditivo; arbitrarietà del segno; semanticità; trasmissione culturale; uso spontaneo;  alternanza dei turni; dualità ( o doppia articolazione ); dislocazione ( uso del linguaggio per parlare di cose o eventi non presenti all’atto della comunicazione); dipendenza dalla struttura; creatività; intenzionalità. Quanti di questi tratti il linguaggio umano condivide con altre forme di comunicazione? Esistono scimmie che insegnano ai loro piccoli tecniche e abitudini appena acquisite; per quanto riguarda la creatività, aver inventato diversi segni che erano comprensibili a sordomuti, attribuirebbe al linguaggio di alcuni scimpanzé anche questa qualità.

Il linguaggio degli uccelli si distinguerebbe da quello umano per l’assenza di dislocazione e dipendenza.

In conclusione, pare che la comunicazione animale si differenzi non tanto dalla comunicazione non verbale umana, con la quale è possibile rintracciare chiare affinità filogenetiche, quanto con il linguaggio verbale per i tratti fondamentali della doppia articolazione del segno e per la dipendenza dalla struttura, cioè dall’esistenza del livello sintattico della lingua umana. Questo tratto permette, attraverso i principi di categorizzazione dei simboli in classi e del loro uso ricorsivo, una altissima produttività del tutto sconosciuta a tutti gli altri linguaggi. La dipendenza della struttura del linguaggio umano, in ultima analisi, consiste nel fatto che il parlante sa manipolare formalmente (cioè trasformare) una frase, sostituendone interi pezzi con altre parole senza sostanzialmente cambiare il significato del messaggio.

L’esistenza di una gerarchia strutturale alla base del linguaggio verbale permette al parlante di sconvolgere, apparentemente, l’ordine sequenziale delle unità secondo regole enunciabili, come quella della trasformazione di una frase da attiva in passiva.

La comunicazione sociale

Ogni comunicazione è un fatto sociale, sia che avvenga tra due o più individui, sia che avvenga nel colloquio interiore di un individuo con se stesso. La ragione è dovuta al fatto che ogni segno è leggibile solo all'interno di un'esperienza comune o di un sistema basato su consuetudini culturali comuni. Per questo oltre alla sintassi ed alla semantica esiste una pragmatica che studia il rapporto dei segni con coloro che ne fanno uso in una determinata situazione. Ogni atto di comunicazione costituisce un rapporto sociale, lo si osserva molto chiaramente nella lingua, ogni frase è assertiva, interrogativa, imperativa o ottativa (riscontrabile nell'intonazione, nella scelta e nell'ordine delle parole). Si parla per informare il proprio ascoltatore, per chiedergli informazioni, per dargli un ordine, o per prenderlo come testimone di un desiderio.

Su questa base si distingue la comunicazione, caratterizzata dall'intenzione del mittente di rendere il ricevente consapevole di qualcosa, dal passaggio di informazione dove questa intenzione è assente mentre ciò che conta è il valore o il significato che il ricevente attribuisce al messaggio, per cui vale la pena di osservare che il significato del mittente include la nozione di intenzione, mentre il significato del ricevente coinvolge la nozione di valore o significanza.

Alla base di entrambi, dell'intenzione del mittente e del conferimento di significato da parte del ricevente, c'è la nozione di scelta, da ciò dipende uno dei fondamentali principi della semantica: il principio della scelta, ossia la possibilità di selezione fra alternative. Questo principio si esprime di frequente così: il significato, o la significatività, implica scelta.

Approcci della psicologia al problema della comunicazione

A livello psicologico la comunicazione viene letta in modi anche molto diversi dai vari orientamenti scientifici ed approcci metodologici.

L'approccio psico-sociale è il più interessato al problema della comunicazione perché, come dice S. Moscovici, «l'oggetto centrale ed esclusivo della psicologia sociale dovrebbe essere tutto quello che si riferisce all’ideologia e alla comunicazione dal punto di vista della loro struttura, genesi e funzione».

A fare della comunicazione il fondamento dello sviluppo psicologico dell'individuo è S. E. Asch per il quale “il fattore psicologico decisivo del problema dei rapporti dell'uomo con la società, è la capacità dei singoli di comprendere e di reagire alle azioni e alle esperienze altrui. Questo fatto, che permette ai singoli di porsi in reciproco rapporto, diviene lo sfondo di ogni processo sociale e dei più decisivi cambiamenti che si verificano nella persona. Esso rende possibile l'introiezione nel singolo dei pensieri, delle emozioni e dei propositi degli altri, che estendono il suo mondo ben oltre ciò che un suo sforzo senza aiuto potrebbe raggiungere. Permette anche vasti rapporti di interdipendenza, condizione prima del suo sviluppo personale [...]. Viene cosi modificato l'ambiente psicologico di ognuno, perché vivere in società significa mettere in efficace rapporto l'esperienza pubblica con quella privata. E ciò in modo irrevocabile, poiché una volta entrati nella società, noi entriamo in un cerchio di relazioni che non si possono disfare” (1952).

L'approccio sistemico utilizza modelli di tipo energetico e modelli di tipo relazionale con le relative categorie di funzione, relazione, retroazione, ridondanza e contesto, riferite al mondo della comunicazione ed elencate da P. Watzlawick et al.

Pragmatica della comunicazione

Quando le persone comunicano, oltre che scambiarsi informazioni, danno vita ad una interpretazione sociale, cioè compiono una sequenza di azioni concatenate, di mosse attraverso le quali si influenzano reciprocamente. I dati della pragmatica non sono soltanto le parole, le loro configurazioni ed i loro significati (elementi della sintassi e della semantica), ma anche i fatti non verbali, il linguaggio del corpo, il comportamento e quei segni di comunicazione inerenti al contesto in cui ha luogo la comunicazione. È chiaro, dunque, che in questa prospettiva tutto il comportamento, e non soltanto il discorso, è comunicazione, e tutta la comunicazione, compresi i segni del contesto interpersonale, influenza il comportamento.

Negli anni Sessanta e Settanta l’idea che la comunicazione interpersonale sia interazione si è fatta strada grazie a contributi maturati in diverse aree.

Un gruppo di ricercatori ( Watzlawick, Helmick-Beavin, Jackson, 1967 ) ha elaborato una teoria generale dell’interazione nella comunicazione interpersonale, basata su cinque assiomi, cinque affermazioni fondamentali su come si svolge l’interazione. Nella “Pragmatica della Comunicazione Umana” sono enunciati i cosiddetti assiomi della comunicazione che, dalla pubblicazione del testo (1967), hanno modificato in modo radicale ed irreversibile il percorso della psicologia contemporanea.

Proprietà della comunicazione

Nella comunicazione si possono esprimere cinque leggi fondamentali.

  1. Non si può non comunicare.
  2. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione.
  3. La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.
  4. Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico.

Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari a seconda che siano basati sull'uguaglianza o sulla differenza.

In particolare, l’assioma 1 sottolinea la natura intrinsecamente sociale, relazionale e comunicativa degli esseri umani: anche l’isolamento, il non voler interagire è una forma di comunicazione che viene recepita ed interpretata dagli altri in modo preciso.

Per quanto riguarda l’assioma 2, è necessario definire cosa si intende per “messaggio di contenuto” e “messaggio di relazione”. Il messaggio di contenuto si riferisce alle informazioni che gli interlocutori si scambiano circa l’oggetto della loro comunicazione intenzionale (utilizza il linguaggio verbale). Il messaggio di relazione si riferisce alle informazioni che gli interlocutori si scambiano sulle loro persone, che cosa uno è per l’altro e viceversa, come si vivono (utilizza il linguaggio non-verbale); il messaggio di relazione generalmente non è l’oggetto della comunicazione, ma ne costituisce lo sfondo, il livello processuale, lo scenario comportamentale- relazionale e influisce molto sul contenuto. I messaggi di relazione sono di tre tipi: di conferma (“per me tu vali”), di rifiuto (“per me tu non vali”), di disconferma (“per me tu non esisti”).

L’assioma 3, pone l’accento sulla natura circolare e relazionale della comunicazione.

Quando si comunica si è, in ogni caso, inseriti in un circolo che afferisce ad una logica non di tipo causale lineare, ma di tipo sistemico circolare-retroattivo (feed-back): ogni evento è insieme causa ed effetto di altri eventi ed è impossibile stabilirne l’origine.

L’assioma 4, invece, si riferisce alla fondamentale distinzione tra livello di comunicazione verbale e non-verbale.

L’assioma 5, infine, riporta alla natura radicalmente pragmatica della comunicazione umana. Tutti gli scambi di comunicazione si possono dividere in due categorie: le interazioni simmetriche e le interazioni complementari. La relazione simmetrica si fonda su modelli in cui un interlocutore rispecchia il comportamento dell’altro (uguaglianza, ‘minimizzazione della differenza’). La relazione complementare si fonda su modelli in cui un interlocutore completa il comportamento dell’altro (diversità, ‘massimizzazione della differenza’); questo tipo di interazione prevede due possibili, complementari, posizioni: quella one-up e quella one-down.

L'elemento che unifica questi assiomi, non è la loro origine, ma la loro importanza pragmatica, che a sua volta si fonda non tanto su certe caratteristiche, quanto sulla possibilità di riferimenti interpersonali che offrono.

La lettura dei processi di comunicazione secondo questi assiomi consente di metacomunicare, cioè di riconoscere le regole del gioco interagito dai soggetti, a prescindere da ogni considerazione sull'intenzionalità o sulla consapevolezza dei comunicanti.

In pratica, un individuo non comunica: partecipa ad una comunicazione o diventa parte di essa.

Origine e ruolo della comunicazione non verbale

Lo studio della comunicazione costituisce indubbiamente uno dei punti centrali e più vitali del moderno studio del comportamento animale, soprattutto in vista del fatto che la comunicazione è uno degli aspetti fondamentali di qualsiasi tipo di comportamento ‘sociale’.

Come si è visto, la comunicazione è costituita dalla relazione esistente tra segnale e risposta. Nel caso del comportamento animale, anche se un animale emette un segnale e l'altro apparentemente risponde a esso, non si può affermare che vi sia stata comunicazione a meno che la probabilità della risposta emessa dal secondo animale non risulti modificata rispetto a ciò che era prevedibile in assenza del segnale.

Sappiamo, ovviamente, che nel caso dell'uomo la comunicazione si può verificare anche in assenza di una modificazione visibile da parte del ricevente (informazioni momentaneamente inutili possono essere registrate mentalmente senza tuttavia essere immediatamente utilizzate in un'azione), ma nel caso del comportamento animale non è invece possibile utilizzare altro criterio che quello dell'emissione di una risposta da parte del ricevente. D'altra parte, anche nel comportamento animale esistono azioni che alterano la probabilità di emissione di una risposta, ma non costituiscono tuttavia una vera e propria comunicazione.

Gli animali (uomo compreso), per comunicare, utilizzano un gran numero di canali sensoriali differenti. Il canale forse più studiato e che ha probabilmente maggiore importanza nei vertebrati è quello visivo: la comunicazione visiva è spesso caratterizzata da esibizioni stereotipate, che possono generalmente essere percepite a distanza relativamente elevata. Nella comunicazione visiva possono essere distinte varie sottocategorie, come: aspetto corporeo, comportamenti spaziali, espressioni facciali, direzione dello sguardo e sue caratteristiche, gesticolazioni, postura. Un secondo canale è quello vocale, che ha il vantaggio di poter essere ricevuto a notevole distanza senza comunicare necessariamente la posizione dell'individuo che lo emette. Il terzo canale, quello tattile, che nella nostra specie è spesso inibito, almeno nelle culture occidentali, ha anche grande diffusione negli animali. Esso permette ovviamente solo lo scambio di messaggi a brevissima distanza, ma ha notevole valore nelle interazioni sociali più intime, legate al riconoscimento individuale.

Il quarto canale, quello olfattivo-gustativo, permette una grande varietà di segnali ed ha estrema importanza negli animali.

Ma da dove trae origine la comunicazione non verbale nell'uomo? Una risposta almeno parziale all'interrogativo di quali siano le origini della comunicazione non verbale nell'uomo può essere tratta da quanto già è stato detto riguardo alla filogenesi di alcuni comportamenti non verbali, ma il problema rimane aperto. Nel caso degli animali, i meccanismi comunicativi possono essere in larghissima parte ricondotti a fattori biologici, ma questa constatazione non può essere considerata sufficiente: è necessario cercare di chiarire i meccanismi evolutivi che hanno portato allo sviluppo dei segnali sociali utilizzati dalle varie specie. Nel caso dell'uomo, il problema è ancora più complesso, dato che elementari considerazioni portano alla conclusione che nella nostra specie la maggior parte dei processi comunicativi è appresa o comunque ampiamente modificata dall'apprendimento.

Rimane, tuttavia, da chiarire quanta parte esattamente del comportamento comunicativo umano, verbale o non verbale, sia biologicamente determinata e quanta sia invece attribuibile a fattori di apprendimento, e inoltre è ancora relativamente oscuro quali siano i tipi di apprendimento che entrano in gioco nella sua acquisizione; questo problema è particolarmente avvertibile nel caso della comunicazione non verbale. In base ai dati disponibili sembra che un insegnamento esplicito e cosciente della comunicazione non verbale sia relativamente raro, mentre un ruolo importante sarebbe svolto da fenomeni imitativi; una spiegazione in termini di imitazione può tuttavia essere difficile da sostenere, in particolare quando si tratti di usi complessi della comunicazione non verbale, come ad esempio l'elaborazione dei segnali non verbali che regolano il flusso del discorso tra due o più persone.

Un contributo importante alla soluzione di questo problema può venire dallo studio di culture differenti: le ricerche transculturali sinora condotte indicano che, sebbene vi possano essere alcune variazioni, alcuni aspetti della comunicazione non verbale (come ad esempio quelli legati all'espressione facciale delle emozioni) sono comuni a tutte le culture umane, mentre altri aspetti (come ad esempio i gesti simbolici) hanno una variabilità interculturale assai maggiore.

Non si deve inoltre dimenticare che l'uomo possiede anche un linguaggio verbale assai sviluppato, che coesiste con la comunicazione non verbale, per cui quest'ultima non deve mai essere considerata separata da esso. Il linguaggio verbale è spesso accompagnato da una complessa serie di segnali non verbali che esemplificano, accentuano, sostengono il discorso verbale e ne regolano il flusso e la sincronizzazione.

Definizione della comunicazione non verbale

Possiamo dire che la comunicazione non verbale comprende tutte le risposte umane che non possono essere descritte come parole espresse manifestamente (oralmente o per iscritto). Una classificazione abbastanza comprensiva dei fenomeni non verbali può essere basata, ad esempio, sui canali sensoriali interessati (acustico, visivo, olfattivo-gustativo e tattile).

Tra i comportamenti non verbali si possono indicare il contatto diretto, la postura, l'aspetto fisico, i movimenti mimici e gestuali, la direzione dello sguardo e le variabili paralinguistiche indicative dello stato emotivo, come il tono di voce, il ritmo del discorso e la sua accentuazione, i movimenti del corpo o comportamenti cinesici, espressioni facciali, caratteristiche fisiche, comportamenti oculari, comportamenti di contatto diretto, paralinguaggio, prossemica; in più l'olfatto, la sensibilità cutanea alla temperatura ed al contatto.

In genere, si usa classificare i comportamenti non linguistici principalmente in termini di zona (la faccia, gli occhi) o di attività del corpo (i gesti, l'avvicinamento o l'allontanamento), cioè il ‘linguaggio delle azioni’ed il ‘linguaggio dei segnali’.

I segnali non verbali hanno tre diversi livelli funzionali:

  1. definiscono, condizionano e limitano il sistema;
  2. contribuiscono a regolare il sistema, indicando la gerarchia e la priorità tra gli interlocutori, segnalando il fluire e il ritmo delle interazioni, fornendo metacomunicazione e feedback;
  3. comunicano il contenuto, a volte in modo più efficiente dei segnali linguistici, ma per lo più in modo complementare e ridondante rispetto al flusso verbale. In generale, bisogna ricordare che un'espressione comunicativa può includere, o meno, un comportamento verbale, ma che una componente non verbale è sempre presente.

Da uno studio effettuato dal prof. Albert Mehrabian (1972), emerge che nella comunicazione solo il 7% rappresenta il livello verbale, mentre il livello non verbale rappresenta il 55% e il livello paraverbale il 38% della comunicazione.

La congruenza tra i livelli della comunicazione è indispensabile perché non si creino equivoci o distorsioni comunicative. La comunicazione verbale, paraverbale e non verbale costituiscono aspetti complementari dello stesso processo (Cozzolino, 2003, p. 16). Riprendendo le percentuali individuate da Albert Mehrabian, si nota che il come si comunica prevale sul che cosa si comunica.

Quando l'atto verbale si verifica, l'atto non verbale può essere o no in accordo con esso, ma costituisce comunque un correlato necessario dell'evento comportamentale nel suo insieme. In alcuni casi la comunicazione non verbale può sostituire quella verbale e comunque contribuisce alla sintassi in tutti i casi di comunicazione interpersonale.

I vari ruoli dei comportamenti non verbali nella comunicazione umana si possono definire in cinque funzioni generali specifiche del comportamento non verbale in rapporto alla comunicazione verbale che possono essere così schematizzati nelle seguenti categorie:

  1. Ripetizione. Ripete ciò che viene detto verbalmente.
  2. Contraddizione. Il messaggio non verbale può contraddire quello verbale.
  3. Sostituzione. Il comportamento non verbale può sostituire il messaggio verbale.
  4. Complementazione. Il comportamento non verbale può modificare o integrare i messaggi verbali.
  5. Accentuazione. La comunicazione non verbale può accentuare parti del messaggio verbale analogamente a quanto la sottolineatura fa per quello scritto.
  6. Relazione e regolazione. La comunicazione non verbale viene anche utilizzata per regolare il flusso comunicativo tra le persone che partecipano all'interazione.

In genere gli interlocutori si basano ampiamente, anche se inconsciamente, su tali feedback per verificare in che modo viene recepito ciò che stanno dicendo e per controllare se l'altra persona presta attenzione al discorso.

Modi di comunicazione non verbale

Le gesticolazioni, i movimenti del tronco, degli arti, delle mani, le espressioni della mimica facciale (in particolare il riso e il sorriso, i movimenti degli occhi, la direzione e la durata dello sguardo, la dilatazione pupillare) e la postura sono i cosiddettimovimenti del corpo, o comportamenti cinesici.

È possibile dividere i comportamenti cinesici nelle seguenti categorie:

  1. gesti emblematici. Si tratta di azioni non verbali che posseggono una definizione o una "traduzione" verbale ben chiara.
  2. gesti illustratori. Sono azioni non verbali direttamente correlate al linguaggio, o lo accompagnano, e servono ad illustrare ciò che viene comunicato verbalmente.
  3. gesti espressivi degli affetti e delle emozioni. Si tratta semplicemente di configurazioni facciali che indicano gli stati affettivi.
  4. gesti regolatori. Sostengono e regolano l'alternarsi del discorso tra due o più persone. Segnalano a chi sta parlando di continuare, di ripetere, di chiarire il proprio pensiero, di essere più rapido, di lasciar parlare un'altra persona, ecc. Consistono principalmente in movimenti del capo e degli occhi.
  5. gesti adattatori. I comportamenti di questo tipo non sono realmente codificati: si tratta di frammenti molto variabili di comportamenti aggressivi, sessuali o intimi che spesso rivelano predilezioni, caratteristiche e idiosincrasie personali che possono essere completamente mascherate nelle interazioni verbali; la loro attenta osservazione e la loro interpretazione possono quindi essere di importanza fondamentale per rivelare la congruenza del messaggio verbale con la realtà.

Il contatto diretto, sia che lo si voglia inserire tra i comportamenti cinetici, sia che ne si voglia fare una categoria a se stante, merita il notevole interesse che suscita tra gli studiosi, sia che lo si analizzi nell'infanzia, in vista dell'estrema importanza che sembri avere per lo sviluppo sociale ed affettivo, sia nell'età adulta, come importante indice del rapporto sociale. Tra i comportamenti di contatto diretto rivestono particolare importanza il colpire, il carezzare, il salutare e stringersi la mano nelle sue numerose varietà culturali, il tenere, il guidare i movimenti di un'altra persona, i baci affettivi o anche semplicemente di saluto diffusi in certe culture.

Il termine paraverbale si riferisce al modo in cui un messaggio verbale viene emesso e non al suo significato e concerne quindi tutti gli stimoli vocali non verbali che fanno corona al comune linguaggio verbale. Il paralinguaggio può essere diviso nelle seguenti componenti fondamentali:

  1. Qualità della voce
  2. Vocalizzazioni, a loro volta divisibili in: a) caratterizzatori vocali, come il ridere, piangere, sospirare, sbadigliare, ruttare, inghiottire, aspirare o espirare rumorosamente, tossire, schiarirsi la gola, singhiozzare, mugolare, tirar su col naso, russare, urlare, ecc.; b) qualificatori vocali, come l'intensità della voce, l'altezza del tono e il modo strascicato o secco di emettere le parole; c) segregati vocali, consistenti nelle interlocuzioni "uh-uh", "ah-ah", "mmmh", ecc. e loro varianti.

La prossemica viene generalmente considerata come lo studio dell'uso che l'uomo fa del suo spazio sociale e personale e della percezione che ne ha. Sotto questo nome si possono anche raccogliere le ricerche che spesso vengono definite ecologia dei piccoli gruppi, che si occupano del modo in cui le persone utilizzano i rapporti spaziali e rispondono ad essi nelle situazioni di gruppo più o meno formali. Studi di questo tipo possono analizzare, ad esempio, l'importanza della disposizione in cui un gruppo si siede, della disposizione spaziale in rapporto alla leadership, del fluire della comunicazione da un individuo all'altro, ecc. Ad un livello ancora più generale è stata anche prestata attenzione ai rapporti spaziali all'interno della folla e in situazioni di grande densità di popolazione. L'orientamento spaziale personale dell'individuo viene frequentemente studiato nel contesto della distanza tra gli interlocutori e del modo in cui essa varia in funzione dello stato coniugale, del sesso, del ruolo, dello stato sociale, dell'orientamento culturale e di altri fattori di questo genere. Analogamente a quanto avviene nello studio del comportamento animale, il termine territorialismo viene frequentemente utilizzato nello studio della prossemica a indicare la tendenza presente nella nostra specie a delimitare o difendere dei "territori" o spazi individuali, la cui invasione viene attivamente impedita agli estranei.

Psicomotricità e linguaggio del corpo

Ciò che è stato detto sinora conduce facilmente il discorso alla psicomotricità e, naturalmente, allo psicomotricista ed al suo ruolo.

Dal punto di vista psicomotorio hanno rilevante significato tutti i canali attraverso cui si esprime la comunicazione, sia nel loro aspetto di mediatori comportamentali, sia come strumenti professionale specifici dell’operatore, in particolar modo a livello di comunicazione non verbale.

Parte degli strumenti professionali dello psicomotricista è costituita dalla competenza nel  decodificare e decifrare tutti gli aspetti del comportamento non verbale degli individui e dalla capacità di riportare nel setting terapeutico tutte le informazioni rilevate, rendendole parte integrante e fonte primaria della terapia stessa. In tal modo, lo psicomotricista  può utilizzare la propria comunicazione non verbale, o espressione corporea, per far emergere, laddove sia possibile, il linguaggio verbale o rendere questo, quando presente e non utilizzato come tale, una modalità di socializzazione.

La formazione dello psicomotricista e la ricerca in psicomotricità sono costantemente rivolte all’analisi della propria interazione, in special modo l’autoregolazione nell’interazione con l’altro, così da perfezionare sempre più la qualità della relazione terapeutica. Uno studio comparativo con l’etologia e la psicologia animale sottolinea l’importanza della osservazione come mezzo principale nell’interpretazione dei significati che possono assumere orientamento nello spazio, postura, prossemica, mimica, modulazione tonica, respirazione, ritmo, contatto corporeo, sguardo e parola.

L’orientamento è connesso alla postura ed alla distanza tra esseri viventi, tutto ciò è facilmente osservabile, nel mondo animale, in atteggiamenti come fuga ed avvicinamento, sottomissione e minaccia. La postura è, ovviamente, indissociabile dall’orientamento e dalle emozioni che sottendono la loro esistenza, la postura di un animale che si difende è riconoscibile dalla vicinanza del ventre al suolo, ma spesso il ringhiare mostra palesemente la volontà di non fuggire davanti a chi è considerato aggressore.

Nell’uomo la distanza interindividuale è spesso dettata dal substrato culturale, ma a volte è fortemente connessa ad esperienze affettive correlate alla gestione delle stesse distanze, esperienze che restano impresse a livello inconscio e che, come tali, si esprimono, altrettanto inconsciamente, attraverso il corpo.

Altra caratteristica indissociabile dalla postura è l’espressione tonica. Quest’ultima sottolinea le fasi di un discorso, esprime l’essere in accordo, o in disaccordo, con quello che l’interlocutore dice, comunica la disposizione a ricevere, ad accettare, a rifiutare o a minacciare. Simile valenza assume la mimica, anch’essa associata al tono muscolare, attraverso la quale si esprimono tristezza o allegria, apertura o chiusura e rivelano la qualità affettiva della comunicazione.

Il tono, in psicomotricità, è il canale privilegiato della comunicazione. Il dialogo tonico è prevalentemente espresso nel contatto corporeo, ma in base a quanto sopra detto, lo si ritrova anche nella voce, nella respirazione e nel ritmo assunto dall’interazione. Tutto ciò porta alla sincronia, ad attività svolte in un tempo comune, di solito collegato al contenimento, che sfociano nella differenziazione e nella creatività. In alcune situazioni il contatto corporeo, altamente contenitivo, può avvenire anche tramite l’utilizzo di oggetti transizionali (R.C. Russo).

Lo sguardo, il famoso aggancio visivo, è strettamente legato alla strutturazione ed al mantenimento dei legami, allo stabilirsi di un rapporto intenso tra individui. Ci si lascia andare sotto lo sguardo dell’altro, l’IO si struttura riflettendosi in uno sguardo che, in quel preciso istante, rappresenta uno specchio.

Per quanto riguarda la verbalizzazione, in psicomotricità la funzione della parola è quella di dar senso al vissuto, sentito e ri-conosciuto in una comunicazione che integra linguaggio verbale e linguaggio non verbale.

L’uso di un sistema di comunicazione che utilizza i diversi canali rivela il livello di intimità e fiducia esistente tra gli interlocutori. La presa di distanza dall’altro, il processo di distanziazione, può essere effettuato tramite la postura, l’aumento del tono, l’evitamento dello sguardo, la voce, e, ovviamente, il contenuto del discorso. Questa regolazione della distanza dall’altro, ad es. in alcuni soggetti patologici, evita l’insorgenza di angoscia ed ansia nella relazione. I limiti da non superare sono facilmente rilevabili dalla storia personale di ciascuno e devono essere considerati un importante punto di riferimento per l’utilizzo di determinati canali di comunicazione.

La psicomotricità, nella sua accezione educativa, assume una funzione di supporto agli apprendimenti scolastici ed ai processi relazionali-comunicativi ad essa strettamente correlati. È necessario che esista una continuità tra le esperienze esplorative spontanee, avviate dal bambino nei primi anni di vita e guidate dalle relazioni affettive, alle quali sono strettamente collegati i primi apprendimenti, e le successive esperienze scolastiche che lo introdurranno ad attività simboliche. È un passaggio che deve essere effettuato gradualmente poiché è complicato riuscire a tradurre in simboli ciò che, fino all’età scolastica, è stato espresso tramite il corpo. È un po’ come riprendere e riproporre, in un solo essere, l’evoluzione umana, ma il tutto deve avvenire in tempi ristretti e la società oggi tende a diminuire ancor più questi tempi ponendo, a volte, il bambino in modo brusco davanti a simboli e codici difficili da comprendere e decifrare soprattutto per chi tra loro ha problemi affettivi o vive in ambienti culturalmente inadeguati.

I metodi e gli strumenti psicomotori guidano il bambino in questo percorso connettendo immagini, fantasie e parole al funzionamento di un corpo che agisce attraverso metafore, che trasforma in vissuto ogni esperienza e da a queste un valore simbolico. Il movimento, attraverso cui il bambino si esprime, la ricerca della relazione con gli altri, con gli oggetti, l’irrefrenabile necessità di muoversi, hanno un significato nella sua crescita, nella sua evoluzione. Non c’è vita senza movimento. Da qualunque inclinazione, distanza, altezza lo si guardi e lo si studi, l’essere umano costruisce la sua personalità, secondo la psicologia, il suo modo di stare tra gli altri, secondo la sociologia, la sua individualità, nel senso che ad essa da la biologia, e questa costruzione parte sempre dal corpo e attraverso il corpo si attua.

Ogni aspetto sinora citato non fa che riportare alla definizione esatta di comunicazione ed è, quindi, impossibile distaccarsi dai codici, siano essi verbali o non verbali, attraverso cui ci si esprime in una relazione interpersonale. Pertanto, una eventuale espressione di comportamenti psicopatologici, come possono essere i gesti stereotipati, potrebbe richiedere la regressione ad uno stadio di comunicazione non verbale, quindi, primitivo. In questi casi è il sintomo a prendere la parola.

Relazioni su casi

Mi sembra necessario, a questo punto, riportare alcune brevi relazioni sul lavoro effettuato su 4 pazienti. Ognuno di loro presentava sintomi inquadrabili nei Disturbi dello Spettro Autistico, dal Disturbo Pervasivo dello Sviluppo NAS, alla Sindrome di Rett, alla Sindrome di Asperger.

La relazione sul primo paziente è volutamente più particolareggiata e riporta alcune sedute in modo da evidenziare le tappe ed i cambiamenti del paziente nel corso dei tre anni in cui è stato sottoposto a terapia psicomotoria.

Le altre tre relazioni sono sintesi delle osservazioni, dalla presa in carico allo scadere di un anno di terapia. Anche in questi pazienti si possono riscontrare chiari dati attestanti i cambiamenti o, quanto meno, i piccoli progressi ottenuti grazie alla terapia psicomotoria.

Stefano C.

L’osservazione e la conseguente ricostruzione anamnestica, effettuata dal neuropsichiatra, rilevano un evidente disturbo dell’uso comunicativo del linguaggio (mancanza delle componenti comunicative, con presenza di ripetizioni di parole complesse), con scarso contatto visivo, difetto di utilizzo del canale uditivo e numerose stereotipie, prevalentemente gestuali con “sfarfallamenti” davanti agli occhi. Manipolazione dei giochi con ridotte capacità costruttive. Tutto ciò ha fatto porre diagnosi probabile di Autismo atipico, per pregressa sofferenza fetoneonatale (parto distocico per taglio cesareo deciso d’urgenza alla 37° settimana dopo rottura parziale  del sacco e bradicardia fetale. Indice Apgar 5-8; peso regolare. Sofferenza fetale acuta non precisabile) e con sintomi evidenziabile oltre i tre anni.

La presa in carico è avvenuta in seguito al colloquio con i genitori.

L’esame psicomotorio ha confermato la forte Instabilità Psicomotoria del bambino, il ritardo dello sviluppo psicomotorio, nonché evidenti stereotipie - sia linguistiche, da vari suoni emessi in continuazione che non hanno valenza comunicativa, allo “schiocco” della lingua, che motorie in forma di “sfarfallamenti” delle mani davanti al viso - anche se, a volte e dopo varie richieste, risponde coerentemente a semplici domande sia in modalità verbale che gestuale.

Visto l’esito dell’esame ed in base a quello che prevede, in questi casi, un intervento psicomotorio, la prima fase del progetto e, quindi, il primo obiettivo è stato quello di instaurare con Stefano un rapporto di fiducia, che consentisse un approccio corporeo con il bambino così da diminuire l’ipertonia diffusa ed iniziare una fase di riconoscimento di sé, ricreando uno schema corporeo capace di supportare lo sviluppo dell’immagine di sé che gli permettesse di poter concentrare la sua attenzione il più a lungo possibile sugli oggetti e sulle persone, dandogli la possibilità di diminuire, quanto meno, la sua instabilità e permettergli di trovare un canale di comunicazione con l’ambiente circostante.

Durante le prime sedute è stato instaurato un contatto comunicativo, tramite sguardo e relazione corporea, intesa come dialogo tonico. Il bambino ha accettato la mia presenza ed il contatto, ora già ricercato.

Bilancio pm

A 3 mesi dall’inizio della terapia si nota un rilevante aumento della capacità di concentrazione con relativo aumento dei tempi d’attenzione. La quantità delle attività durante le sedute è diminuita notevolmente stabilizzandosi all’utilizzo di un solo gioco: le palline della pallestra.

L’uso della suddetta Pallestra ha consentito, in due occasioni, il raggiungimento di un buon livello di rilassamento, tramite dialogo tonico, che si è protratto per 20 minuti ed è terminato con la fine della seduta in entrambi i casi.

L’esperienza è stata ripetuta anche sul tappetino preparato dal bambino che lo ha trascinato davanti lo specchio e vi ha posizionato sopra un modulo utilizzandolo poi come cuscino per me e per lui, la durata si è limitata a 5 minuti.

Sono diminuite le stereotipie motorie e del linguaggio.

Il bambino usa di più il canale verbale per la comunicazione.

42° seduta

Uso maggiore del verbale durante le sedute. Le richieste vengono effettuate tramite linguaggio verbale, si nota un inizio di concordanza tra lo stato tonico e le emozioni anche se rimane persistente uno stato di ipertonia ed un rifiuto agli approcci tramite tecniche di rilassamento.

Le richieste di aiuto sono effettuate tramite comportamenti che insorgono come atteggiamenti aggressivi (lancia le palline contro l’altro e tira i capelli) e sono seguiti, adesso, da una ricerca dell’altro tramite linguaggio verbale, tali atteggiamenti si attenuano con il contatto corporeo e la relazione tonica. Si manifestano evidenti segni del raggiungimento di una prima fase della comprensione tonica accompagnata da tentativi da parte del bambino di utilizzare l’espressione tonica, unita all’espressione mimico - gestuale ed al verbale, nella comunicazione con l’altro.

Riconoscimento di sé allo specchio (alla domanda “chi è quello?” risponde “Stefano”).

Non è ancora apparso il pronome Io, esiste il possessivo Mio, anche se spesso sostituito dalla terza persona (‘…di Stefano’), accompagnato dal gesto corrispondente di uso comune (palmo mano destra posizionato all’altezza del torace).

È ancora presente l’instabilità anche se molto attenuata rispetto ai primi incontri, l’attenzione  è costantemente mantenuta su un’unica attività (la preferenza va al grosso-motorio), effettuata dopo accurata scelta che consiste, generalmente, nel rovesciare a terra tutti i giochi a vista presenti nella sala,  per tutta la durata della seduta.

Secondo notizie riportate dai genitori Stefano è più calmo sia a casa che a scuola dove sta seduto e lavora tranquillamente.

62° seduta

Incrementato l’uso del canale verbale: continua ad essere utilizzato per quanto riguarda le richieste, anche se persiste il mimico- gestuale, e compaiono più frequentemente le risposte a domande precise.

Sono insorti alcuni comportamenti definibili come attività trampolino (il bambino entra in sala, butta alcuni giochi per terra per poi lasciarli inutilizzati; sale in piedi sul tavolino e poi ne riscende saltando) che, nel momento in cui si esauriscono, lasciano il posto alla richiesta di contatto e rilassamento.

È comparso il gioco simbolico con la costruzione di confini esterni a se stesso all’interno dei quali inserisce oggetti, che rappresentano me e lui, prima di entrarvi fisicamente. Io ne sono ancora fuori anche se richiede la mia presenza accanto a lui.

Il bambino inizia a distinguere le variazioni toniche e ad associarle all’emotività ed all’affettività. Inizia ad associare lo stato di rilassamento al benessere e ciò è evidente dal momento in cui è stato lui stesso a richiedere il contatto corporeo, il rilassamento, tramite dialogo tonico.

Il livello di rilassamento raggiunto è globale ed ancora poco duraturo nel tempo anche se occupa quasi i ¾ della seduta.

100° seduta

Scomparse le attività trampolino.

L’instabilità psicomotoria è quasi del tutto scomparsa, è comparso il rilassamento volontario al termine delle attività che continuano ad essere improntate sulla sperimentazione di forti sensazioni labirintiche. Agli schemi motori di base si aggiunge l’esperienza di schemi più complessi (la capriola).

Aumentato il rispetto dei tempi d’attesa.

Il linguaggio verbale è più costruito e viene utilizzato spesso per fare delle richieste. Emerge la volontà di usare il verbale. Diminuite le stereotipie linguistiche.

148° seduta

Al rientro dalle vacanze estive il bambino appare agitato anche se continuano i miglioramenti sia per quanto riguarda la sfera relazionale che l’uso del linguaggio verbale: sono aumentati i termini in uso ed è nettamente migliorata la costruzione della frase. La modulazione tonica è quasi a livelli ottimali. L’agitazione riscontrata è ancora visibile in momenti di ipertonia, accompagnati da leggeri episodi di bruxismo, che scompaiono con il dialogo tonico.

Stefano richiede l’attenzione dell’adulto con richiami tramite il linguaggio verbale che, in questi casi, è strutturato perfettamente anche se ancora con lievi difetti di pronuncia.

Scomparse le stereotipie alle mani.

205° seduta

Diminuite sensibilmente le stereotipie, che hanno ora assunto valenza di scariche motorie, continuano gli episodi di bruxismo.

Il gioco preferito rimane quello sensomotorio anche se il bambino ha mostrato di gradire giochi di costruzione ed incastro.

Le richieste sono effettuate tramite il linguaggio verbale, il mimico-gestuale è sempre ben sincronizzato. La costruzione della frase migliora costantemente.

I Esito Bilancio Psicomotorio Stefano C.

I test e le osservazioni hanno rilevato una aumentata capacità del bambino di concentrarsi su una singola attività indice, questo, di una instabilità psicomotoria, motivo principale della presa in carico, in continua diminuzione; il bambino inizia a percepire la differenza tra gli opposti stati tonici, ipertonia e rilassamento, inizia a distinguere le variazioni toniche e ad associarle all’emotività; emerge la volontà, al termine delle attività che continuano ad essere improntate sulla sperimentazione di forti sensazioni cinestesiche e labirintiche, di ottenere un rilassamento volontario dal quale inizia a trarre i primi benefici.

Per quanto riguarda le attività motorie, che il bambino continua a preferire pur dimostrando, nel contempo, un sempre maggiore interesse nei confronti di giochi da tavolo, si rileva la capacità di organizzazione del materiale utilizzato per la costruzione e l’ideazione delle suddette attività dimostrando capacità progettuali ed anche l’esistenza di una precisa immagine mentale che, anche se non ancora espressa verbalmente, risulta presente e utilizzabile come base per l’apprendimento di nuovi schemi e della capacità di acquisizione di nuove prassie. In questo ambito è rilevante il miglioramento della qualità del gesto che risulta adesso più armonico, economico e preciso tanto da costituire un buon punto di partenza per accedere al grafismo considerato anche l’ingresso del bambino nella scuola avvenuto in settembre del corrente anno.

Aumentato il rispetto dei tempi d’attesa.

Notevolmente diminuite le stereotipie manuali, persistono quelle verbali che, comunque, scompaiono nel momento in cui il bambino rivolge l’attenzione a giochi che ne richiedono la sua completa concentrazione.

Lo scambio con l’altro avviene secondo i diversi livelli di comunicazione che il bambino sta gradualmente integrando.

Il linguaggio mimico-gestuale, da sempre utilizzato, viene adesso coadiuvato da quello verbale che, peraltro, si arricchisce costantemente di nuovi termini.

Per quanto riguarda la modalità di espressione emerge la concordanza tra i vari elementi della comunicazione ed è importante rilevare come lo stato tonico sia sempre più in sintonia con ciò che il bambino ha intenzione di manifestare.

Comparsa del pronome IO.

Conclusioni

L’esito dell’esame conferma i miglioramenti in corso nelle diverse aree di sviluppo pur permanendo un certo ritardo disarmonico.

Si rilevano positivi cambiamenti per quanto riguarda la relazione con l’altro. Il bambino collabora ed interagisce volentieri favorendo la crescita e lo scambio, diventando propositivo ed accettando di rispettare i tempi, le modalità e le regole di una comunicazione estesa al gruppo, sia nel momento di interagire con gli adulti, sia per quanto concerne l’inserimento nel gruppo dei coetanei.

II Esito Bilancio Psicomotorio Stefano C.

I test e le osservazioni hanno rilevato una aumentata capacità del bambino di concentrarsi su una singola attività indice, questo, di una instabilità psicomotoria, motivo principale della presa in carico, in continua diminuzione; il bambino inizia a percepire la differenza tra gli opposti stati tonici, ipertonia e rilassamento. Continua il processo di distinzione e riconoscimento delle variazioni toniche che risultano sempre più associate all’emotività.

Le attività, comunque improntate alla ricerca di sensazioni cinestesiche e labirintiche, si alternano,sempre più spesso, a momenti in cui il bambino pone in essere un rilassamento tonico volontario, supportato in ogni caso dalla psicomotricista, dimostrando, in tal modo, una crescente consapevolizzazione del proprio stato tonico. In questo ambito è rilevante il miglioramento della qualità del gesto che risulta adesso più armonico, economico e preciso.

Aumentato il rispetto dei tempi d’attesa.

Pur mostrando una evidente preferenza verso le attività grosso-motorie, durante le quali è stato possibile rilevare un miglioramento nella coordinazione e nell’equilibrio,  è stato riscontrato un interesse sempre maggiore verso attività grafo-pittoriche che si traducono nel disegno di sé e dei suoi familiari.

Per quanto riguarda l’attività grafica, intesa come trascrizione di fonemi, il bambino è giunto alla scrittura pur rimanendo, nella maggior parte dei casi, una semplice trascrizione di segni.

Persistono stereotipie verbali che, comunque, tendono a diminuire, o addirittura scomparire, nel momento in cui il bambino rivolge l’attenzione a giochi che richiedono la sua completa concentrazione.

Lo scambio con l’altro avviene secondo i diversi livelli di comunicazione che il bambino sta gradualmente integrando.

Il linguaggio verbale si arricchisce costantemente di nuovi termini.

Per quanto riguarda la modalità di espressione emerge la concordanza tra i vari elementi della comunicazione ed è importante rilevare come lo stato tonico sia sempre più in sintonia con ciò che il bambino ha intenzione di manifestare.

Conclusioni

L’esito dell’esame conferma i miglioramenti in corso nelle diverse aree di sviluppo pur permanendo un certo ritardo disarmonico.

Per quanto riguarda la socializzazione, il bambino collabora ed interagisce volentieri ricercando l’approvazione dell’adulto, accettando di rispettare i tempi, le modalità e le regole di una relazione interpersonale.

 

Jessica G.

Anni 8,11. Diagnosi di Disturbo di Rett con, in comorbidità, epilessia focale in trattamento farmacologico. Primo incontro e presa in carico marzo 2009.

La relazione d’entrata, conseguente ad osservazione,  descrive una bambina che si mostra assente durante il trattamento. Partecipa parzialmente ad attività che, in qualche modo, riescono, anche se per pochi istanti, a stimolarla, ciò è evidenziato dall’inseguimento dell’oggetto con lo sguardo.

Il suo incrociare lo sguardo dell’altro non ha valenza comunicativa.

Manifesta stereotipie a carico degli arti superiori, tende a battere la mano sinistra sul dorso della mano destra compromettendo, in tal modo, l’uso funzionale delle mani. Tiene la mano destra sempre in bocca.

La bambina presenta impaccio motorio globale, deambula con base d’appoggio allargata. Il movimento appare grossolano, caotico e non finalizzato. Quando non è disposta a camminare si oppone piegandosi e ricercando la posizione seduta o sdraiata, non assecondando il passo.

Il contatto con l’ambiente circostante avviene tramite l’osservazione di oggetti e persone che la circondano. Accenna dei movimenti diretti ad afferrare gli oggetti(intenzionalità), ma non afferra spontaneamente, né li trattiene se le vengono posti in mano. Al momento, la bambina agisce sull’oggetto secondo un unico schema d’azione che consiste nel buttarlo a terra spingendolo. Il primo contatto con l’oggetto avviene utilizzando l’esplorazione orale. Quando un gioco è di suo gradimento lo dimostra colpendolo con le mani in segno di approvazione ed emettendo vocalizzi per richiamare l’attenzione della terapista.

Il progetto terapeutico, stilato su questa osservazione, pone come obiettivi principali l’adattamento all’ambiente tramite la coscienza di sé, quindi, l’interazione con gli altri e l’azione con e sugli oggetti. Il raggiungimento dei suddetti obiettivi è ricercato lavorando sulla percezione di sé attraverso il piacere senso-percettivo aumentando, di conseguenza, le competenze emotivo- relazionali e stimolando, in tal modo, le capacità relazionali.

Dal punto di vista prettamente motorio il lavoro, in sinergia con la FKT, mira a sostenere e conservare le abilità motorie acquisite migliorando l’equilibrio, il controllo posturale e, quindi, il mantenimento della funzione deambulatoria.

Promuovere l’esperienza senso-percettiva e la coordinazione oculo-manuale consolidando, così, la relazione con l’oggetto attraverso prensione e manipolazione. Favorire, cioè, l’attenzione e la partecipazione della bambina focalizzando il suo interesse verso l’oggetto- e canalizzare, in tal modo, le stereotipie.

Marzo 2010

A distanza di un anno la situazione di Jessica rimane sostanzialmente invariata. Nell’ultimo periodo alterna momenti di euforia a momenti di apatia, anche se sono frequenti momenti di iperattività forse imputabili al periodo preadolescenziale in cui si trova. Quando si presenta più tranquilla si riesce ad attirare la sua attenzione: incrocia lo sguardo ed insegue con l’occhio, accenna dei movimenti per afferrare un oggetto, ma ha difficoltà ad afferrare e trattenere.

Le stereotipie a carico degli arti superiori sono sempre evidenti, ma si attenuano quando riesce a concentrarsi su un’attività.

 

Paride

Anni 4,6. Sospetta sindrome di Asperger.

I risultati dell’osservazione, effettuata nel settembre 2009, al momento della presa in carico da parte della neuropsicomotricista, mostravano assenza di contatto oculare, evitamento di contatto fisico, sia con oggetti che con persone, inesistente scambio verbale, linguaggio  circoscritto a ripetizione di frasi tratte da cartoni animati, in questo caso il tono ed il volume della voce erano alti più del necessario.

A livello grosso motorio, evidente goffaggine, mancanza di coordinazione ed equilibrio dinamico. Al contrario, è stata evidenziata una buona coordinazione per quanto riguarda il fine motorio, anche se il tratto nella scrittura, seppur quest’ultima fosse senza errori grammaticali ed una buona proprietà di linguaggio, risultava molto leggero a causa di una prensione non funzionale dovuta, forse, alla non accettazione del contatto fisico con gli oggetti, come sopra riportato. In tutto ciò, è stata osservata una difficoltà nel riassumere un brano letto, questo mette in risalto una buona capacità mnemonica non accompagnata, però, da capacità di concettualizzazione. Non esisteva gioco simbolico. Da sottolineare anche la non  accettazione di cambiamenti, sia nell’ordine di successione di eventi che di posizionamento di oggetti.

Nel periodo di terapia, fino al settembre 2010, si osservano piccoli miglioramenti riguardo l’accettazione dell’altro, anche se restano ancora privilegiate le relazioni con l’adulto, soprattutto con la terapista, e la presenza di coetanei, o bambini più piccoli, è sopportata, ma non richiesta né , tantomeno, porta a scambi relazionali.

Accetta di più il contatto con gli oggetti, ad es., accetta di sporcarsi le mani con i colori a dita (a questo proposito, è rilevante il miglioramento nel disegno e nella scrittura: nel colorare un disegno  sono rispettati i bordi, nella scrittura il rigo).

Resta, nel linguaggio parlato, la ripetizione di frasi tratte da cartoni animati, ma da qualche mese sono state registrate risposte anche a domande dirette (es.: ‘cosa hai fatto ieri?’) anche se il tono ed il volume della voce, in questi casi, sono molto bassi, quasi un sussurrare.

Accetta il contatto fisico con la terapista, ma non lo ricerca.

Ancora assente il gioco simbolico, entra in sala e sfiora i giochi con lo sguardo senza toccarli né, tantomeno, prenderli per giocare. Gioca con la palla mostrando, grazie a tale attività, un miglioramento nella coordinazione e nell’equilibrio dinamico.

Conclusioni

L’etiologia, non ancora accertata, dei disturbi pervasivi dello sviluppo, conduce solo ad ipotizzare le cause che possono determinarne l’insorgenza e resta ancora da analizzare a fondo il susseguirsi di eventi che portano alla manifestazione di un quadro sintomatologico così vario e multiforme collegato ad un funzionamento atipico di strutture sia dal punto di vista anatomico che funzionale, evidenziando in tal modo una compromissione multisistemica di origine multifattoriale.

Gran parte degli studiosi è concorde nel confermare una causa biologica alla base del disturbo e anche in questo caso le ipotesi sono molteplici e non sempre confermate dalle analisi effettuate per l’accertamento. Sono stati effettuati studi i cui risultati evidenziano una familiarità per tali disturbi con rischio di ricorrenza, minore nei fratelli rispetto ai gemelli monozigoti, ma non avendo totale certezza, soprattutto nei gemelli, è da tener presente anche la possibilità di concause ambientali. A questo va aggiunto il riscontro di aberrazioni a carico di diversi cromosomi. In questo caso, la ricerca sulle cause genetiche dell’autismo ha individuato nuovi geni associati alla malattia confermando la possibilità di cause poligeniche.

Sono state riscontrate alterazioni del sistema endocrino ed immunologico.

I dati delle ricerche anatomo-funzionali non hanno ancora portato ad accreditare una teoria piuttosto che un’altra in quanto, nella maggior parte dei casi, non sono riconoscibili rilevanti alterazioni e, quando osservate, sono a carico di strutture anatomicamente e funzionalmente distinte (sistema limbico, cervelletto, lobo frontale, per citarne alcune). È interessante l’ipotesi di una alterazione della rete di connessionetra strutture cerebrali differenti, ma funzionalmente integrate, che spiegherebbe la molteplicità di funzioni neuropsicologiche e comportamentali compromesse e la difficoltà di localizzare in un’unica struttura l’alterazione di base.

Uno studio portato a termine da F. Castelli, C. Frith, F. Happé, U. Frith  (Autismo,sindrome di Asperger e meccanismi cerebrali per l’attribuzione di stati mentali a forme animate, 2002) su adulti con sindrome di Asperger confrontati con dieci volontari normali,  ipotizza che una debole connettività tra regioni cerebrali, V3 e Solco Temporale Superiore, nell’autismo possano esitare nella mancanza di modulazione top-down da regioni più anteriori, come l’amigdala ed il circostante polo temporale e/o la corteccia prefrontale mediale, che normalmente aumenterebbero l’attenzione verso gli entranti stimoli visivi trasmessi da V3 e conseguenza di questo non passaggio di informazioni sarebbe la difficoltà di percezione del significato sociale dei movimenti.

Questa ricerca ci conduce ad altri modelli interpretativi che tentano di dare una spiegazione alla presenza nel disturbo autistico di tre aree deficitarie nelle fasi precoci dello sviluppo sociale, dalla Teoria del deficit della “cognizione” sociale checonsidera centrali nella patogenesi del disturbo alcuni elementi comportamentali come la mancanza di contatto affettivo, già presente nella relazione precoce madre-bambino, con la conseguente incapacità di riconoscere le emozioni e di rispondervi in maniera adeguata ed adattiva, la mancanza dell’attenzione condivisa ed il deficit dell’imitazione, alla Teoria della Mente chericonosce nei soggetti affetti da autismo l’incapacità di rappresentarsi lo stato mentale altrui e di se stessi, per cui  non sarebbero in grado di riprodurre un modo di agire che tenga conto delle credenze e dei pensieri soggettivi. Gli autistici sarebbero pertanto in grado di rispondere agli stimoli ambientali solo dentro un rapporto vissuto ed esperito nel concreto. Tale teoria spiegherebbe il deficit di gioco simbolico frequentemente osservato. Accanto a queste si possono citare altri modelli come la Teoria dell’alterazione delle funzioni esecutive (pianificazione, categorizzazione)che sarebbe alla base dei comportamenti rigidi e stereotipati e del ristretto campo di interessi, con un deficit delle funzioni frontali ed in particolare nella capacità di pianificare una sequenza e di monitorarne lo svolgimento con attività di feed-back, nella capacità di spostare l’attenzione su diversi stimoli, distogliendola da quelli catturanti, o su più stimoli contemporaneamente; la Teoria della debole coerenza centrale checonsidera fondamentale la caratteristica dei soggetti con autismo di non attribuire diverso valore a stimoli con significato da quelli senza significato e, quindi, di non riuscire ad astrarre da uno stimolo complesso gli elementi significativi ed unitari rispetto a quelli privi di significato, per cui ricordano maggiormente gli aspetti formali che il contenuto di un discorso.

In conclusione, esistono diversi modelli ma nessuno è in grado di rappresentare in maniera convincente ed unitaria la realtà autistica, in tutta la sua complessità sintomatologica.

I modelli teorici, tuttavia, sono necessari per guidare la ricerca e modificarla laddove in futuro potrà essere necessario. Per il momento, l’unica azione realizzabile è mirata ad attenuare i sintomi e, se possibile, aiutare le persone con questi disturbi a ricercare ed attuare diverse strategie comunicative e di interazione sociale per migliorare la loro qualità di vita.

 

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