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Anche se si tratta di un testo che ho redatto quasi trent'anni fa, ripropongo queste considerazioni, agli operatori per la salute, in particolare ai terapisti della neuro e psicomotricità per uno scambio di esperienze e punti di vista, poiché nella sostanza, ritengo che l'argomento trattato sia ancora attuale e possa stimolare uno spazio di riflessione che non sempre ci si da, a partire da sé …

È nota, a tutti coloro che praticano la psicomotricità, l'eterna scissione e diatriba tra i diversi ambiti e contesti d'intervento così che, quasi sempre, viene prospettata una differenza fra educazione, rieducazione e terapia psicomotoria, sulla base della diversa e specifica utenza del trattamento, nonché delle tecniche e modalità esecutive ed attuative dello stesso e delle matrici " culturali" e metodologiche di riferimento.

Si è così arrivati a definire terapia psicomotoria quella parte della psicomotricità che non si occupa tanto delle "funzioni" del soggetto quanto del "vissuto" che ne accompagna le funzioni nel corso delle relazioni.

Pur basandosi su una teorizzazione ancora incerta e, forse, un po’ indistinta da certe psicoterapie a mediazione corporea, la terapia psicomotoria si caratterizza soprattutto per il fatto di sostituire il linguaggio dell'atto, il linguaggio del corpo, degli oggetti, dei colori e dei suoni a quello dell'interpretazione.

Tale distinzione metodologica, a mio avviso, risulta però troppo restrittiva: occorre infatti differenziare ciò che si intende per terapia da quelli che possono essere i contenuti metodologici a cui ricorrere quando si effettua un intervento in ambito terapeutico. Questi ultimi, infatti, possono situarsi su piani diversi, sempre all'interno di un'ottica di base che è e resta comunque terapeutica in virtù "dell'atteggiamento" (dell'operatore) che deve connotarsi come terapeutico.

Questo significa che non é tanto ciò che si fa ma la sostanziale diversità qualitativa del modo di porsi di fronte ai "soggetti" del nostro intervento ma anche di fronte a noi stessi e al nostro "ruolo", a determinare la connotazione più o meno terapeutica di ciò che facciamo.

Il punto di forza di questo intervento è l'atteggiamento terapeutico, intendendo con ciò il desiderio e la capacità di accettarsi accettando l'altro, non confondendo ciò che è proprio con ciò che è l'altro, mantenendo però il desiderio e la spinta interiore a confrontare costantemente queste due realtà, il sapersi situare "dentro" e al tempo stesso "fuori" dalla relazione, l'accettare pienamente i proprio ruolo nel condurre l'altro ma anche nel "lasciarsi da lui condurre" ed, in definitiva, la disponibilità totale all'incontro con l'altro in un preciso qui ed ora, valutato sempre e comunque nel divenire della storia di quel soggetto, a diversificare ciò che é realmente terapeutico, da ciò che non lo é.

E questo indipendentemente dal fatto che, dal punto di vista dei contenuti, ci si muova più su un piano educativo, pedagogico o rieducativo: la terapia, infatti, non è e non può essere né "il mezzo", né "il fine" della relazione, ma la connotazione distintiva del proprio modo di essere in quella relazione.

Ciò implica un profondo e per nulla "scontato" cambiamento di prospettiva:non si tratta di parlare dell'altro, agire per l'altro o......"fare per"..... ma di entrare nell'unica prospettiva realmente relazionale che è quella di ESSERE in quella relazione.

Essere e non "far finta che" o giocare stereotipi ruoli precostituiti ma lasciarsi andare all'incertezza ed alla suggestione dell'atto creativo di "esistere"in quel rapporto in modo unico ed irripetibile, proprio perchè, di fronte a noi, è un altro individuo globale, totale e vero al pari di noi, indipendentemente dall'età o dalla patologia di cui é portatore.

L'essere in relazione, nasce da questo riconoscimento dell'altro, dal nostro poterci riconoscere in lui, alleandoci con quanto di "suo" abbiamo in noi e con quanto di "noi" porta in sè.

Come in uno specchio senza fine, non può esserci immagine, consapevolezza, coscienza ed amore di sé senza l'immagine, la consapevolezza, la coscienza e l'amore dell'altro.

Dalla storia, dall'emozione nostra e dell'altro, dal continuo rimando del vissuto che abbiamo di noi a quello che abbiamo dell'altro e che l'altro ha di noi, nel sentirci collegati all'altro e da questi "all'universale", dal nostro ESSERE con un altro nasce la specificità della terapia.

Solo cosi' la nostra identità può diventare un possesso reale, vivo e vibrante in una relazione in cui il processo interattivo costantemente arricchisce e favorisce la crescita e la maturazione di entrambi i poli della relazione. Fare terapia non é e non potrà mai essere un "dare" all'altro, un presuntuoso "trasmettere" all'altro a senso unico, come se noi, in virtù del nostro ruolo fossimo "più in alto".

Noi siamo lo specchio dell'altro, così come l'altro è specchio di noi: il nostro sentire ed il sentire dell'altro esistono solo in quanto intimamente connessi: crescere significa confrontare le due immagini, dar loro un nome, un'emozione, un significato, un valore..... e "legalizzarle" entrambe come possibilità che tutti abbiamo di essere, se pure in modi e mondi talora apparentemente tanto diversi e lontani.

La realzione é soprattutto ascolto dell'altro e ciò potrà avvenire solo se, prima, avremo desiderato ascoltare noi sessi, le nostre imperfezioni e difficoltà, accettarle, amarle, superarle.

Solo quando sapremo accettare il "buono" ed il "cattivo" che é in noi, il desiderabile e l'indesiderabile di cui ciascuno di noi è portatore, le nostre parti dolci, le nostre parti dure, le nostre parti adulte, infantili, concrete, "sognanti", piagnucolose, spiritose, noiose, brillanti, "sane", "malate", insopportabili... solo allora non "faremo terapia" ma saremo terapisti, solo allora potremo accettare l'altro ed essere autenticamente con lui...

allora, forse, potremo finalmente trovarlo...

Marialuisa Zocchi

(notiziario Associazione Italiana per gli Studi sulla Psicomotricità, N° 4 giugno 1987)

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