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Il mio primo impatto con questa situazione è stato a dir poco toccante, sia dal punto di vista umano che terapeutico.

La mia reazione istintiva è stata quella dì non essere in grado "almeno"di interagire con quella bambina così "particolare".

Jessica mi viene affidata dopo il pranzo nella mensa del centro che frequenta in regime di semiinternato.

La presi per mano e tremavo ma, con tono di voce al contrario molto deciso, dissi: "Jessica, vuoi venire con me a fare un bel gioco?". Entrammo nell'ascensore per andare nella stanza che le era stata assegnata e, in quella circostanza, sia lo sguardo della bambina che il mio erano bassi e, stranamente, Jessica non gridava.

Mi presentai, la invitai a togliersi le scarpe e, fin qui, sembrava che tutto procedesse per il verso giusto. Mi avvicinai, le presi la mano, ci avvicinammo alla panchetta dove Jessica non volle sedersi ma, a modo suo, si tolse le scarpe.

L'avevo vista saltare e le proposi dei salti sui materassini ma lei mostrava un grosso disagio, sia motorio che tonico per le situazioni di disequilibrio. Allora presi dei cerchi e, dopo averli  poggiati al suolo, cominciai a saltarci dentro. Per alcuni minuti imitò il mio gioco, poi sì procurò una palla ed iniziò ad allontanarsi da me.

Man mano la situazione, che per poco avevo creduto di avere in pugno, cominciò a sfuggirmi tra le dita e questa sensazione mi fece modificare sia il tono di voce che la postura e la mimica. Jessíca, allora, iniziò a fare dei movimenti stereotipati, quali farfallamento, tirarsi i capelli, darsi pizzicotti, fare rumore ed infine fece la cosa che più mi è rimasta impressa, cominciò a leccare tutto quello che la circondava.

Rifiutava qualsiasi contatto corporeo ed il suo spazio si limitava ad essere quello dietro la porta che, ad un certo punto, cercò di buttare giù.