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In un'intervista di qualche tempo fa, Jerzy Grotowski, rispondendo all'intervistatrice che gli chiedeva come avesse scelto di far teatro ebbe a dire che in adolescenza si era chiesto qual'era il mestiere che gli avrebbe permesso di incontrare sé stesso e l'altro. La scelta del teatro fu la risposta a tale domanda.

Credo che un'argomentazione del genere stia alla base anche della mia scelta per la psicomotricità. Naturalmente ciò mi è stato man mano chiaro nel corso dell'iter formativo; se ripenso alle motivazioni iniziali mi appaiono, ora, all'opposto nebulose e generiche.

Questa considerazione mi ha permesso di capire il significato profondo della formazione. All'inizio ritenevo che formazione significasse esclusivamente acquisizione di una tecnica, ma, citando ancora Grotowski, la tecnica è necessaria come lavarsi i denti ma non sufficiente. La parola segue la comunicazione extraverbale, soprattutto se un intervallo di tempo separa i due livelli di comunicazione, si dà modo al pensiero di decodificare la comunicazione non verbale prima che arrivi la parola a conferma di tale decodificazione. Si tratta, a ben vedere, per certi versi, di qualcosa simile alla tecnica usata nei teatro "NO" giapponese. Se la comunicazione non verbale assume in terapia una primaria importanza, allora che dire di questi momenti in cui la parola affiora nell'interazione tra bambino e terapeuta? E' evidente che l'aspetto verbale della comunicazione in terapia assume poliedrici significati terapeutici. E' opportuno che lo Psicomotricista sappia riconoscerli per non permettere ad un'area non controllata, dell'interazione di produrre effetti non previsti che potrebbero risultare antiterapeutici. In questo caso ci troviamo nella situazione in cui la parola e il linguaggio corporeo hanno lo stesso significato, procedono nella stessa direzione. Il parallelismo di significato tra comunicazione verbale e non verbale può avere un diverso ordine temporale nel senso che la parola può accompagnare, e quindi essere contemporanea, nel linguaggio analogico, oppure può seguire lo stesso. In entrambi i casi si tratta di un rafforzativo o un'amplificazione del significato. In altri termini si usa un diverso significante per esprimere uno stesso significato. La scelta dell'ordine temporale che collega i due significati risponde a diversi intenti, la contemporaneità, ha per obiettivo un rafforzamento immediato. Quando la parola segue la comunicazione extraverbale, soprattutto se un intervallo di tempo separa i due livelli di comunicazione, si dà modo al pensiero di decodificare la comunicazione non verbale prima che arrivi la parola a conferma di tutto quello che è stato appena esposto.

Le conseguenze psicologiche e fisiologiche sono evidenti. Basti pensare, ad esempio, all'attitudine che il corpo ha acquistato a lavorare a terra. Ciò sarebbe stato più difficile ad una età più avanzata. La flessibilità, se non coltivata, tende a diminuire nel corso della vita.

E' stato così che, pian piano, ho abbandonato il mito della tecnica fino a sentire quella necessità interiore di cui parlavo prima, che mutava l'atteggiamento personale e giustificava a un livello anche emozionale e con una logica che non si lascia intrappolare dalle parole, la scelta del mio mestiere. Il training permette di trovare i ritmi personali e di sentirli all'interno dei ritmi collettivi, ci porta a non avere paura l'uno dell'altro, all'avere il coraggio di avvicinarsi l'uno all'altro.

Vi è un rischio che si corre durante la formazione, rischio dovuto all'atteggiamento ingenuo del mito della tecnica, che può determinare uno sbandamento per la mancanza di giustificazioni personali che porta a intendere, ad esempio, le conseguenze come una richiesta di svolgere esercizi, una sorta di ginnastica che appesantisce. La formazione è tutt'altro.

Queste considerazioni sul senso della formazione mi hanno suggerito l'idea di approfondire le riflessioni sul linguaggio in psicomotricità. Se la terapia psicomotoria è un mestiere che mette lo psicomotricista a contatto con l'altro e con sé stesso, capire il senso del linguaggio è quanto mai necessario. Una serie di domande, nate in momenti diversi (durante la formazione, le discussioni con gli altri, i dibattiti ai congressi e, negli ultimi tempi, durante le terapie che mi sono state affidate) si sono presentate alla mia mente: cosa e come trasmettiamo io e il bambino che mi sta davanti, come mi faccio capire da chi non sa niente della psicomotricità, cosa utilizzo per comunicare con i miei colleghi, cosa e come, più in generale, trasmetto alle persone che incontro ogni giorno? In questo lavoro ho cercato di dare una risposta a tali domande.

Mi rendo conto ora, a lavoro finito, di essere riuscita solo in parte in quest'obiettivo. Mi consola il pensare che ogni riflessione riesce a dare poche risposte e che il senso vero del riflettere è quello di aprire la mente a nuove domande e, con questo, a nuovi orizzonti. Infine credo che il porsi nuove domande e l'aprirsi di altri orizzonti porti all'individuazione della necessità di una formazione permanente, concetto essenziale e non rinunciabile per lo psicomotricista.