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 Il bambino, il suo corpoLa prima fondamentale scoperta che il bambino fa è  quella del corpo. Ciò avviene attraverso una scrupolosa investigazione delle parti del proprio corpo:  un mese, porta le mani alla bocca, due mesi, comincia a guardarle con interesse, a tre mesi, le congiunge sulla linea mediana, le guarda e le porta alla bocca. A partire dai quattro mesi estende la sua esplorazione al resto del corpo, toccandosi progressivamente la pancia, le gambe e, infine verso gli otto mesi i piedi.

L’esplorazione non si limita al proprio corpo, ma si estende anche alle parti del corpo dell’altro. Il bambino nei primi mesi di vita fissa il volto dell’altro; ne esamina i contorni; ne tocca le parti in movimento (occhi e bocca); si sofferma su alcuni particolari “interessanti”(baffi,orecchie); guarda le mani dell’altro; si aggrappa al corpo dell’altro e vi si adatta. Questo particolare adattamento posturale del bambino al corpo dell’altro, quando ad esempio viene preso in braccio, è così ricco di implicazioni motorie, emotive e relazionali, che viene definito dialogo tonico. (1)

Viene espresso, dunque dagli adattamenti reciproci del corpo dell’uno su quello dell’altro, rappresenta in questo periodo dello sviluppo un modo di dialogare; il modo cioè di entrare in uno scambio relazionale con l’altro.

In questo processo di progressiva scoperta, del proprio corpo e dei propri confini, c’è un momento cruciale, critico in cui le percezioni isolate raccolte esplorative sui vari segmenti corporei, vengono riferite a un tutt’ uno. Esiste cioè un momento in cui il bambino finalmente arriva alla formazione di un modello interno del corpo: lo schema corporeo. Si tratta di un primitivo senso di unità corporea, cui il bambino vi arriva un pò alla volta, mettendo insieme i pezzi sparsi, i frammenti di sensazioni diverse che fino a quel momento non erano ancora tenute insieme da un unico filo conduttore. Ha trascorso mesi ad esaminare la pelle, le mani, i piedi, passando in rassegna ogni piccolo particolare. Ed ecco che ad un certo momento tutti i pezzi combaciano in un “unico mosaico”: è il momento in cui il bambino accede alla rappresentazione mentale del corpo, la quale garantisce l’adeguata sintesi percettiva dei dati provenienti dall’ambiente interno e da quello esterno, e, nel contempo, si pone come premessa per l’organizzazione dell’esperienza motoria. Lo schema corporeo, pertanto, è la rappresentazione mentale del corpo e rappresenta un quadro di riferimento eminentemente topologico, che permette la localizzazione, la discriminazione, il riconoscimento degli stimoli, ed insieme la consapevolezza della posizione del corpo o di sue parti nello spazio. (2)

Bisogna tuttavia rilevare che quello che il bambino scopre a questa età non è ancora se stesso; non è ancora il suo corpo. All’età di 9 mesi, cioè, egli prende coscienza del corpo come un tutto unico, ma non riesce ancora ad accedere  all’autocoscienza del proprio corpo, che  è un’acquisizione che si raggiunge in epoche successive.

Dopo un lungo periodo di “esercizi” finalizzati a proporsi agli altri e a raccogliere informazioni relative alle conseguenze dei suoi atti, il bambino accede alla fase dell’ autoriconoscimento, che si realizza intorno ai 2 anni. Si tratta di una tappa fondamentale nell’evoluzione dell’identità personale. Il bambino, in questa fase, allo specchio non si guarda più con i soli occhi del cervello, ma comincia a guardarsi con gli occhi della mente.

E le due immagini finalmente coincidono. Il bambino, in altri termini, non si limita più a riconoscere    l’immagine di un corpo, ma comincia a realizzare che quell’immagine che vede riflessa rappresenta l’involucro che lo contiene e che lui stesso può rappresentarsi nelle mente.

Egli ha coscienza che questo corpo che vede ha una sua forma e un suo pensiero che gli appartengono. E’ l’autocoscienza.
Il bambino è interessato al mondo delle relazioni molto prima e molto più che al mondo del sapere.

Un bambino appena nato ha il proprio corpo come primo “mezzo” di comunicazione con l’ambiente esterno: per esempio il tono; può essere contenuto e calmato dal tono della madre, ciò non richiede al bambino coscienza , né competenze intellettive o di altra natura. Il contenuto della comunicazione è unicamente di tipo emozionale.

La ricchezza di questa dimensione comunicativa è tale, che spesso viene definita con il termine di “linguaggio corporeo”.
Sarà proprio quest’ultimo ciò che unisce il bambino al mondo esterno e su questo, man mano che la maturazione neurofisiologica, cognitiva e psichica gli mette a disposizione altre possibilità, nascerà il linguaggio verbale.

Importante caratteristica del linguaggio corporeo è che esso non deve necessariamente essere interpretato nel suo contenuto secondo un criterio cognitivo; il più delle volte va semplicemente “colto”. La soluzione è spesso nella semplice constatazione che il canale di comunicazione esiste anche indipendentemente da ciò che è detto, dal contenuto semantico del messaggio.

E questo deriva, ancora una volta, dal fatto che il messaggio corporeo veicola contenuti emozionali. E’ esperienza comune il constatare come a livello emotivo la relazione di aiuto non consista tanto nell’individuazione del “perché”, ma nel constatare che l’altro esiste, che è in empatia con noi.

I segnali partono dal nostro corpo e sono interpretati dal cervello di chi li riceve in modo del tutto inconscio. Questo processo circolare costruisce la cornice di senso che accoglie la conversazione fatta di parole. Capire i meccanismi che regolano la comunicazione non verbale significa, dunque, entrare nel cuore del comunicare, aprire la strada a quel mondo sconosciuto di messaggi che sono al di là della nostra sfera di conoscenze consapevoli.(3)

Un primo passo da fare, per usare bene il linguaggio del corpo, è capire cosa vogliono dire le persone che parlano con noi.

Il corpo, dunque, parla e lo fa in modo molto più eloquente delle parole che usiamo per descrivere i nostri pensieri.

La componente corporea, essendo in presa diretta con il vissuto emozionale, ha una parte molto importante nelle relazioni umane: i movimenti che compiamo, le forme che creiamo con il nostro corpo e le reazioni che diamo agli stimoli esterni, riflettono il nostro stato emotivo interiore. Spesso il modo di muoverci, la postura, i gesti esprimono come ci sentiamo, più direttamente e più chiaramente delle nostre parole, svelando in qualche modo il testo nascosto dalla comunicazione verbale.

Il linguaggio del corpo, conosciuto e studiato sotto l'etichetta di "comunicazione non verbale" (CNV), ha un peso decisivo in tutti gli scambi comunicativi. Si stima che il corpo sia determinante in almeno il 70% (fino al 90%) del messaggio trasmesso. Le parole, dunque, rappresentano solo una piccolissima fetta della comunicazione che si alimenta, in gran parte, di cose non dette, di respirazione, di tatto, di toni di voce e gestualità.

La musica e le altre arti fanno molto uso della CNV, l’importanza di questo tipo di comunicazione è tale che queste forme espressive e artistiche, utilizzino l’espressività corporea come mezzo per suscitare, trasmettere emozioni. . La musica, ad esempio, sfrutta le proprietà del suono simili ai toni della voce tramite la differenza di altezze, velocità ecc.,e può trasmettere emozioni. La musica può contare su ulteriori qualità: il ritmo, la ripetizione melodica e l’elaborata struttura delle composizioni. I suoni che ascoltiamo, favoriscono l’apertura di canali che consentono il flusso di reazioni affettive, con la possibilità di migliorare il controllo tonico-emozionale, risvegliare i nostri centri energetici. Contemporaneamente all’azione rilassante o dinamizzante sulla struttura corporea, essi, intervengono sulla sfera emozionale. Esiste uno scambio continuo di effetti tra l’elemento fisico e l’elemento emozionale.

La musica suscita emozioni e sentimenti durante l’ascolto. Il corpo ricevendo il suono, lo trasforma interiormente in emozione e risponde con vibrazioni proprie, con una musica propria. R.Benenzon afferma: “Sono convinto che movimento e suono sono la stessa cosa o, per essere più precisi l’uno completa l’altro”. In ogni movimento è implicito un suono, e ogni suono genera ed è generato da un movimento.(4)

Oltre che come mezzo per trasmettere emozioni, la musica è sentita come qualcosa di intrinsicamente bello e come un canale che trasmette messaggi più profondi: ad esempio, trionfanti, tragici, nobili e struggenti. Langer (1953,) ha scritto che “l’arte è la creazione di forme che simboleggiano i sentimenti umani” e la musica è un mezzo particolarmente adatto a rappresentare la vita emozionale interiore fatta d’energia, conflitto, tensione, riduzione, crescita e spontaneità.

Il bambino, così, avendo acquisito un buono schema corporeo, riesce ad avere una buona relazione con il mondo degli oggetti, dunque con il mondo esterno e con la sua manipolazione, riuscendo pertanto a lavorare con suoni, forme, colori, spazio e tempo.

  1. R. Militerni, Lo Sviluppo Neuropsichico, Idelson  Gnocchi, pag 198.
  2. R. Militerni, Lo Sviluppo Neuropsichico, Idelson  Gnocchi, pag 200.
  3. http_//www.partecipiamo.it/Comunicazione/Documenti_comunicazione/comunicazione_nonverbale_1.htm
  4. R.Benenzon, Manuale di musicoterapica, borla, Roma pag 16.