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Nei primi mesi di vita, il movimento del neonato, è generalizzato, spezzettato, caotico, non finalizzato; non ha il significato di azione sul mondo esterno degli oggetti, ma è reazione riflessa a sensazioni indifferenziate e non localizzate sul corpo.
Esso più che elemento “impressivo”( azione sull’esterno), è elemento “espressivo”, espressione di uno stato tonico di tensione-distensione, di disagio o di  benessere. (5)

Non è il movimento in modo particolare, quindi, che ha significato in questa fase, ma lo stato tonico: l’espressione di malessere che lo attiva e la distensione che lo annulla in una situazione di benessere.

In tutte le epoche, in tutti i luoghi, in tutte le culture, quando un adulto tiene in braccio un bambino piccolo,
e con questi instaura un certo rapporto di relazione empatica, immediatamente, spontaneamente, usa questo tipo di movimento. Ogni cultura su questa caratteristica ha costruito le sue canzoni, le sue melodie( le ninne-nanne), che variano nei contenuti semantici delle parole, non nella sostanza dei movimenti che implicano.

Il ritmo, il tono di voce, il contatto che accompagna    conseguentemente questo movimento, rilassa la tensione del bambino, fino al calmarlo e  addormentarlo.

Il movimento fusionale è un elemento del linguaggio corporeo che comunica benessere, presenza.

Il movimento senso-motorio, al contrario di quello fusionale, è caratterizzato da brusche rotture toniche; è tipico del bambino del secondo anno di vita, quando incomincia a camminare e a diventare padrone del     proprio movimento.

E’ caratterizzato da corse, salti, cadute, rotolamenti, contatti violenti: spingere, tirare, arrampicarsi, scivolare, cadere, girare ecc., tutti gli usi possibili del proprio corpo come conoscenza-conquista del mondo è tipica e caratteristica di tutta l’infanzia.

Il corpo, vissuto nella spontaneità del movimento senso-motorio, è il primo strumento produttore di suoni. Per  movimento senso-motorio, dunque, s’intende la modalità di movimento che fonda, forma e dispiega  il rapporto dell’io corporeo sia nei confronti del proprio corpo che nei confronti del mondo esterno.

Nella corsa, nel calcio a un pallone, in un salto, l’attenzione non è il risultato ( misura del salto, centrare l’obiettivo), ma nella corsa, nel salto in sé; è dentro il movimento, per il semplice piacere di usare le potenzialità del proprio corpo.

Solo in un secondo momento, all’età di nove-dieci anni, il movimento senso motorio da puro e gratuito gioco per l’espressione delle potenzialità corporee, in cui l’accento è posto maggiormente “dentro” il movimento stesso evolve verso l’esterno, verso l’effetto del movimento. Il piacere da semplice e gratuito uso del movimento e del corpo, si sposta verso il risultato, la performance, il controllo del movimento. Ci si avvia verso la modalità di lettura e di uso del corpo e del movimento.

M. Mahler definisce, in modo felice, questa fase esplorativa del mondo esterno col proprio corpo da parte del bambino come “un’avventura amorosa col mondo”.
E’ il piacere di correre e ascoltare il proprio passo o quello degli altri, o il suono o il rumore di ciò che è portato o mosso, sia esso un semplice sonaglio o un colorato aquilone. (6)
E’ il piacere di sentire le sensazioni che offre il suolo sotto i propri passi : sabbia, foglie, acqua, fango.

In tutti i giochi senso-motori ciò che è investito al massimo è il piacere di scoprire in tutte le possibilità motorie il proprio corpo e l’ambiente esterno, attraverso le sensazioni che esso offre.
Il piacere, l’emozione, a questo livello è provocato non tanto o non solo dall’effetto del movimento sul mondo esterno, ma soprattutto dal movimento in sé. Il fulcro, il centro d’interesse, è dentro il movimento stesso. Se il risultato più immediato di questi giochi è l’aumentata sicurezza nelle proprie capacità motorie, altrettanto importante risulta l’autentico “allenamento emozionale” che gli stessi giochi offrono.

Il movimento stesso, dunque, diventa l’elemento privilegiato dell’espressività del bambino. Non è più soltanto un canale in cui si esprime il tono muscolare come elemento principale della relazione, ma diventa esso stesso espressione di un “Io-agente” in rapporto al mondo esterno. E proprio nella relazione che il corpo del bambino parla, si fa sentire  e anche il corpo dell’adulto  parla al bambino. Durante il gioco con il corpo il bambino porterà progressivamente la sua attenzione all’ascolto dei suoni prodotti da sé e dall’altro; attraverso la sua voce l’adulto “dà voce” alle emozioni del bambino, lo guida alla scoperta della "sua" voce come espressione della sua unicità e originalità, dà spazio al “grido” come affermazione di sé. Il bambino, al momento della rappresentazione, usa l’esperienza vissuta nel corpo per produrre suoni: attraverso le mani suona, con gli oggetti dà voce alla propria musicalità.

Il corpo umano è un sistema concepito per vibrare, per produrre suoni ma anche per recepire, infatti captiamo, udiamo, inglobiamo suoni non soltanto attraverso le orecchie e il sistema neuro-cerebrale, ma per mezzo di una serie di recettori sparsi un po’ dovunque sul corpo. Tutto il corpo è coinvolto dal suono e quindi dalla musica, e al suono risponde con un altro suono. Il corpo agisce come un vero e proprio strumento musicale che entri in vibrazione. Alcuni autori, concordano nell'affermare che se da un lato le nostre cellule, i nostri sensi possono essere considerati dei trasformatori di vibrazioni, dall'altro lato il corpo stesso è uno strumento che emette vibrazioni e suoni propri. Alcuni come i ritmi del respiro e il battito del cuore, sono udibili, altri più sottili e più profondi, sembrano sfuggirci. Probabilmente se disponessimo dell'apparato uditivo adatto potremmo persino sentire la nostra armonia personale.

Suoni, li possiamo definire “onde energetiche che oscillano all'interno della gamma udibile” vengono prodotti e viaggiano da una fonte all'altra sotto forma di onde.

Naturalmente ogni suono, elemento costitutivo della musica, ha un sua “altezza” (l’altezza ci permette di specificare se quel suono è grave o acuto, le combinazioni di diverse altezze danno luogo alla melodia), “durata” (è la proprietà del suono di durare nel tempo, durate diverse di suoni successivi danno vita al ritmo), “timbro”(è l’impronta che un certo strumento dà al suono, è il suo colore, ed è quella caratteristica che ci permette di distinguere, per esempio, il suono di un violoncello da quello di un corno), “intensità” (è data dalla forza con cui viene prodotto e percepito un suono). La musica altro non è che una sequenza gradevole di onde sonore.

L'intensità della vibrazione, ovvero la forza del suono, viene misurata in unità chiamate decibel.

Sebbene il volume abbia la sua importanza perché un suono possa esercitare il suo effetto, non è necessario esserne consapevoli: il suono, peraltro, viene recepito da tutto il corpo, non solo dall'orecchio. Generalmente gli esseri umani reagiscono in due modi alle vibrazioni sonore: con l'alterazione ritmica o con la risonanza.

Per alterazione ritmica s'intende quel fenomeno in base al quale, in presenza di uno stimolo esterno, il ritmo naturale del cuore si modifica e si sincronizza con quello della fonte sonora.
Per risonanza, invece, s'intende quel fenomeno in base al quale diverse frequenze sonore (suoni di altezze diverse) stimolano la vibrazione di diverse zone del corpo.

  • 5: G. Nicolodi, “Maestra, guardami…” Edizione Scientifica Cifra, Bologna, 1992, pag 64.
  • 6: G. Nicolodi, “Maestra, guardami…” Edizione Scientifica Cifra, Bologna, 1992, pag 81